Due milioni per un sorriso

Italia 1939
con Enrico Viarisio, Giuseppe Porelli, Elsa De Giorgi, Sandra Ravel, Romolo Costa, Dhia Cristiani, Lauro Gazzolo, Pina Renzi, Ermanno Roveri, Giuseppe Pierozzi, Vasco Creti, Guido Barbarisi, Maria Polese, Raimondo Van Riel
regia di Mario Soldati, Carlo Borghesio

L’anziano Giacomo Perotti, emigrante che ha fatto fortuna in America, improvvisamente vende le sue attività e torna in Italia alla ricerca del suo amore di gioventù, ormai morto da tempo. La locanda dei genitori dell’amata è ora proprietà di Spinelli, un maneggione sull’orlo del fallimento che convince Perotti a far rivivere il perduto amore sul grande schermo. Il tycoon accetta ma è molto puntiglioso nella ricerca dell’attrice che dovrà interpretare Maria tanto che, incontrato per caso Martino, un giovane maestro che gli somiglia molto, gli affida la direzione artistica del film; Spinelli fa di tutto per far scegliere una sua protetta e rischia di rovinare anche la relazione tra Martino e una giovane dattilografa ma sarà proprio la macchina da presa a far trionfare l’amore e a far tornare Perotti alla sua ditta di sigari americani.

Una graziosa commedia di regime in cui Soldati anticipa il gioco metacinematografico di scatole cinesi tra finzione e verità che culmina in Dora Nelson, uscito sempre nel 1939.

Tutti nel film si fingono qualcos’altro, ogni membro dei reparti della casa di produzione cinematografica Perotti è in realtà qualcuno prestato all’impresa per rientrare dai debiti di Spinelli eppure sarà proprio una ripresa fortuita dell’operatore cinematografico più imbranato (una citazione di Buster Keaton ne La palla n 13) a svelare verità, ovvero la finzione amorosa di Maria, la dattilografa manipolata anche lei da Spinelli per lasciare Martino al suo (falso) destino di grande produttore cinematografico.
Perotti soddisfatto per aver trovato ancora un briciolo di verità -attraverso il cinema- torna soddisfatto alle sue attività oltreoceano.

Il concetto alla base della pellicola è raffinato, la trama forse meno riuscita con gag e personaggi altalenanti: a interpretare il doppio ruolo del vecchio Perotti e del giovane Martino c’è la star dei telefoni bianchi Enrico Viarisio non all’altezza del compito soprattutto nei panni del giovane maestro.
Sono belle le riprese delle donne accorse ai provini che anticipano situazioni neorealiste da Bellissima ad altri film del neorealismo rosa fino al drammatico Roma ore 11.

May December

USA, 2023
con Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton, Cory Michael Smith, Elizabeth Yu, Gabriel Chung, Piper Curda, D. W. Moffett
regia di Todd Haynes

Savannah primi anni 90: Gracie, una donna sposata finisce in galera per aver sedotto Joe, un tredicenne compagno di scuola del figlio. In carcere Gracie partorisce una bambina e dopo quasi venticinque anni è ancora sposata con Joe da cui ha avuto anche una coppia di gemelli. Con l’intento di dimostrare la giustezza della sua scelta controversa, Gracie accetta di incontrare Elizabeth Berry, l’attrice che la interpreterà in un film indipendente ispirato alla sua vita, la permanenza di Elizabeth in città diventa presto un’intrusione nella vita di Gracie e Joe portando a galla problematiche mai affrontate dalla coppia…

Il film di Todd Haynes s’ispira a una vicenda veramente accaduta quindi il gioco metacinematografico è palese e particolarmente articolato, un gioco di specchi metaforico che diventa un tratto portante del film nelle varie scene in cui le due donne si confrontano allo specchio o sono riprese in maniera speculare con Elizabeth che piano piano s’identifica -fisicamente e psicologicamente- con il suo modello.

Con il suo stile ispirato alla grande stagione del melodramma americano che ha il suo apice nella produzione di Douglas Sirk, ma anche con richiami bergmaniani, vedi Persona, Haynes costruisce un film incentrato sulla prova attoriale delle sue protagoniste, un’opera che ho trovato molto meno raggelata di Carol, forse per la tensione sempre presente:  lo studio del personaggio da parte di Elizabeth e l’atteggiamento contraddittorio di Gracie hanno toni da film giallo come se si dovesse scoprire chissà quale segreto. Il film però non cade nella semplificazione dei ruoli ma cerca di mettere in luce diversi aspetti della psiche dei protagonisti creando un triangolo morboso tra Elizabeth, Gracie e Joe.

Gracie è una manipolatrice e ce lo dice l’emblematica scena della scelta del vestito della figlia per il diploma, abito poi indossato dalla madre che sembra volersi sentire sempre una ragazzina forse anche  per gli abusi subiti dai fratelli, sempre che siano vere le parole di Georgie, il primogenito della donna compagno di scuola di Joe. 

Chi ha sedotto chi tra i due improbabili amanti non è poi importante, almeno per Joe che per oltre vent’anni è rimasto bloccato in una situazione assurda, un padre bambino che infatti viene consolato e svezzato agli spinelli dal figlio che sta per andare al college. La sindrome del nido vuoto, con i figli tutto fuori casa per gli studi sembra terrorizzare Joe e in questa incrinatura s’insinua la presenza di Elizabeth, un’attrice forse di minor caratura di quel che millanta (le allusioni alle scene di nudo in un film, una serie tv di cui si vergogna) e che quindi è disposta a tutto per il riscatto artistico in questa produzione indipendente (o solo a basso costo?).

Le due donne cercano di trovare un riscatto nella produzione cinematografica: Gracie la  conferma della sua scelta di vita, Elizabeth quella della sua carriera in mezzo Joe, un ragazzino restato troppo tempo in sospeso che da quest’esperienza troverà la forza di crescere, di diventare farfalla come i bruchi che alleva.

La simbologia animale è presente anche per le due protagoniste: la cacciatrice Gracie ha un incontro con una volpe, simbolo di furbizia mentre la ricostruzione della scena di sesso nel negozio di animali prevede la presenza di una serpe, alludendo al ruolo tentatore di Elizabeth nei confronti dei suoi oggetti di studio e alla sua capacità di cambiare pelle e trasformarsi nel suo modello. 

…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà

Italia 1981
con Catriona MacColl, David Warbeck, Cinzia Monreale, Antoine Saint-John, Veronica Lazar, Al Cliver, Michele Mirabella, Giampaolo Saccarola, Laura De Marchi
regia di Lucio Fulci

Louisiana 1927: Zweick un pittore che vive in un hotel viene linciato dalla folla che lo ritiene uno stregone, crocifisso in cantina con della calce viva gettata sul volto; mentre si svolgono i fatti una ragazza ritrova un libro misterioso che contiene rivelazioni sull’hotel costruito su una delle sette porte dell’inferno. Nel 1981 Liza Merrill eredita il vecchio hotel e intende riaprirlo ma strani fenomeni sembrano ostacolare l’impresa che comporta la scomparsa di diverse persone coinvolte nella ristrutturazione. Liza incontra anche una ragazza cieca, Emily, che la invita ad abbandonare l’impresa.  L’unico disposto ad aiutare Liza sembra essere il dottor McCabe che ha soccorso il primo ferito durante i lavori all’hotel.  Intanto alcuni cadaveri, compreso quello di Zweick, vengono portati all’obitorio dove un collega di McCabe li sottopone a influssi elettromagnetici. Ben presto una massa di zombie incombe sull’ospedale e Liza e John in fuga si ritrovano nelle cantine dell’hotel: finiranno dentro a uno dei quadri dipinti da Zweick, nell’aldilà.

Il film viene considerato uno dei capolavori di Fulci e di certo è tra quelli che meglio permette di comprendere il modus operandi del regista: il citazionismo: il prologo con lo stregone dal viso sfigurato rimanda a La maschera del demonio di Bava, l’immobile costruito su una delle porte dell’inferno deriva da Inferno di Dario Argento e anche Veronica Lazar, una delle tre madri, torna nel film di Fulci come la custode dell’albergo che Liza eredita insieme alla struttura.

La schiuma sanguinolenta che aggredisce la figlia dell’idraulico rendendola cieca è una rielaborazione geniale di Blob.

Il piacere splatter: c’è nel regista un certo compiacimento nel dilungarsi nelle scene più splatter: l’occhio espulso in reazione al cranio spinto sul chiodo e soprattutto la lunga scena delle tarantole che aggrediscono il povero architetto (Michele Mirabella) che ha visto la pianta originale dell’hotel. Nonostante si veda chiaramente che alcuni ragni sono finti la scena resta disturbante ancora oggi.

Velocità di realizzazione, disponibilità al mercato: gli zombie furono voluti soprattutto dai produttori dopo il successo di Zombie 2.

A controbilanciare questa disponibilità commerciale c’è la completa libertà creativa dell’ultima parte dove la logica umana viene abbandonata e da un luogo ci si ritrova in un altro per finire nella metafisica pura della scena finale all’interno del quadro, già anticipata dalla composizione onirica dell’incontro di Liza con Emily (o meglio il suo fantasma).

Una curiosità sui numeri: gli anni in cui si svolgono gli eventi, gli anni dell’intervallo temporale, il numero della camera abitata dal pittore il cui campanello continua misteriosamente a suonare anche 54anni dopo, tutti questi numeri, dicevo, sommati danno 9 e basta capovolgerli per avere la diabolica triade di 6.

Il film è il capitolo centrale della trilogia della morte, i tre horror girati tra il 1980-81 dove Fulci unisce lo splatter a una dimensione più fantastica, ad unire le tre opere anche la presenza dell’attrice Catriona MacColl.

Gosford Park

USA 2001
con Michael Gambon, Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Camilla Rutherford, Charles Dance, Geraldine Somerville, Tom Hollander, Natasha Wightman, Jeremy Northam, Bob Balaban, James Wilby, Claudie Blakley, Laurence Fox, Trent Ford, Ryan Phillippe, Stephen Fry, Ron Webster, Kelly Macdonald, Clive Owen, Helen Mirren, Eileen Atkins, Emily Watson, Alan Bates, Richard E. Grant, Derek Jacobi, Sophie Thompson
regia di Robert Altman

Sir William McCordle organizza una battuta di caccia nella sua tenuta di Gosford Park a cui partecipano diversi familiari e un produttore di Hollywood venuto con Ivor Novello, star cinematografica inglese di nobili origini. Gran parte degli ospiti sono accompagnati dai loro camerieri personali che vengono coordinati dal maggiordomo e da Mrs. Wilson, governante della magione. Ben presto l’annuale battuta di caccia si rivela diversa dalle precedenti: un proiettile vagante sfiora l’orecchio di Sir William, a cena una cameriera si permette di prendere le difese del lord mentre la moglie lo punzecchia e poco dopo la cena il padrone di casa viene ritrovato cadavere. L’arrivo di uno svagato ispettore di polizia non porterà alla soluzione del caso ma si scoprirà che il valletto del produttore è in realtà un attore che stava studiando il comportamento della servitù e che Sir William è stato ucciso non una ma ben due volte…

Gosford Park è un film che inseguo da tempo e recupero solo ora, con la morte di Maggie Smith per cui la prima cosa a colpirmi è la similitudine con Downton Abbey: già nei titoli di coda si distinguono gli attori che interpretano i personaggi downstair (del piano di sotto) dai nobili.
Addirittura Downton Abbey fu scelta come location cinematografica e per alcune puntate del period drama si è vissuta una situazione metacinematografica, con una troupe a sconvolgere ritmi e abitudini della casa, situazione ovviamente ben lontana da quella sottilissima del film di Altman.
Anche l’adorabile Lady Violet è una derivazione di Lady Constance che Maggie Smith interpreta in Gosford Park.

Di certo il caustico regista americano non avrebbe amato la serie televisiva inglese: il suo film è uno spietato gioco al massacro in punta di fioretto dove il confine tra le classi sociali è invalicabile, addirittura all’Interno delle stesse la perfidia non manca, mentre Downton Abbey rappresenta lo zeitgeist dei nostri tempi dove lo scontro di classe viene dissolto in una bella fiaba utopistica dove  tutti remano insieme per il benessere comune.

Se l’arguta Lady Violet in fondo non è snob, la tremenda. lady Costance, che come tutta la sua famiglia vive della rendita che gli concede l’odiato Sir William, è un personaggio di uno snobismo insopportabile non solo verso la servitù ma anche verso i parenti e gli amici che reputa inferiori. I suoi strali si concentrano soprattutto su Ivor Novello, personaggio reale, il protagonista de Il pensionante, uno dei più bei film muti di Hitchcock di cui Costance storpia il titolo (in italiano l’arrotino per l’inquilino).
Mentre la star cinematografica è idolatrata dai valletti e dalle cameriere che si fermano incantati ad ascoltarlo quando canta, i nobili mostrano un evidente disprezzo per le sue canzonette. Uno snobismo culturale che sottolinea l’imminente crollo di una classe sociale che scomparirà con la seconda guerra mondiale, lasciando spazio alla borghesia rampante del dopoguerra anche nella regale Inghilterra.

Se Ivor Novello è l’elemento estraneo del piano nobile, il disprezzo della servitù si concentra su Henry Denton quando si scopre che il presunto valletto è in realtà un aspirante attore sotto mentite spoglie: la passione per il cinematografo viene dimenticata quando i servitori credono sbeffeggiato il loro lavoro anche se soggetto a regole assurde: essere chiamati con il nome del nobile che servono e sedersi a tavola secondo l’importanza del grado nobiliare dei loro padroni: un retaggio quasi medievale ma del resto che -soprattutto Sir William- creda che la sua posizione e il suo denaro gli concedano tutto è ben chiaro dalla seconda parte della storia che rivela chi è l’autore del secondo omicidio (quindi non colpevole): il gioco al massacro in punta di fioretto si trasforma nel finale in una tragedia indicibile di sopraffazione che ha spezzato vite e famiglie.

Altman solleva la patina dorata del bel mondo e non si fa scrupolo di denunciare l’orrore che nasconde e anche se a Sir William concede le simpatie di Elsie, la cameriera che prende le sue difese durante la cena formale rivelando un legame che non dovrebbe esistere, è solo per sottolineare la distanza sociale: la rottura del rapporto di classe implica il licenziamento senza bisogno di comunicarlo e neppure il potere di Sir William può infrangere la regola. 

Il vero assassino non viene scoperto, si può solo supporlo, siamo nel lontani dal giallo alla Agata Christie spesso evocato per commentare Gosford Park, che ad Altman interessi più giocare con Hitchcock è evidente non solo dalla presenza di Ivor Novello ma anche dal bicchiere di latte che Henry Denton porta a Lady Sylvia, sardonico omaggio a Il Sospetto. 

Gloria! 

Italia 2024
con Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, Paolo Rossi, Elio, Vincenzo Crea, Natalino Balasso, Anita Kravos
regia di Margherita Vicario

Veneto, 1809: la “muta” Teresa è  inserviente all’istituto di Sant’Ignazio che offre una formazione musicale alle giovinette di buona famiglia. Il collegio è sotto la guida del maestro di cappella Perlina. Il sacerdote viene messo in grandi ambasce dalla proposta di scrivere una messa cantata in onore di Papa Pio VII eletto da un conclave veneto e che ha in programma una visita all’istituto. Teresa, che ha sempre avuto un grande talento per la musica scopre un pianoforte nascosto in cantina e assieme a quattro educande, inizia ad andare a suonarlo di notte, intanto Perlina fa di tutto per ritrovare la vena creativa ma alla fine vende il pianoforte per cercare di trovare chi la componga per lui. Il fatto scatena la ribellione di Teresa…

Originale debutto nel lungometraggio di Margherita Vicario, come dice la didascalia del film, l’opera è dedicata a tutte le compositrici e le musiciste che nel corso dei secoli hanno dovuto rinunciare al riconoscimento della propria arte.

L’intento femminista di Gloria! si sviluppa in forme diverse, nelle varie personalità delle protagoniste: Teresa è un’orfana, la sua condizione e la povertà l’hanno costretta a subire molte angherie che culminano in una violenza carnale da parte del governatore che le strappa anche il bambino con la connivenza di Perlina. I traumi lasciano Teresa senza parole tanto che viene creduta muta,  anche dallo spettatore. 

Neppure le educande  sono tenere con la ragazza e anche le quattro musiciste impiegheranno un po’ per accettare la ragazza e il suo talento musicale, soprattutto Lucia, la compositrice del gruppo a cui spetta anche una buona dose di delusione amorosa che la porta a tentare il suicidio. 

Nonostante i risvolti drammatici, la storia di riscatto di Teresa e delle sue compagne è raccontata con allegria grazie al  potere salvifico della musica ed è molto interessante come la regista metta in scena questo punto: stilisticamente vediamo la macchina da presa avvicinarsi alla persona che sta suonando, volendo coglierne il trasporto.

La fotografia luminosa riprende i colori tardo rococò mentre, musicalmente, si spazia tra vari generi uscendo dalla dimensione storica, personalmente mi è molto piaciuta la sfida al pianoforte tra l’accademica Lucia e la libertà jazzistica di Teresa che non ha cultura musicale ma solo un grande talento.

Molto buona la prova delle attrici e degli attori: nel ruolo del viscido Perlina abbiamo un insolito ma perfetto Paolo Rossi.

Lo stagista inaspettato

The Intern
USA 2015
con Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo, Anders Holm, Andrew Rannells, Adam DeVine
regia di Nancy Meyers

Dopo alcuni anni di pensione Ben Whittaker si annoia mortalmente così risponde a un annuncio di lavoro: una start up di e-commerce assume stagisti senior, l’operazione ha più valore di marketing ma con i suoi modi d’altri tempi Ben diventerà insostituibile per Jules, la fondatrice della società che inizialmente non lo voleva al suo fianco…

C’è un sottogenere nella commedia classica americana dalle sfumature fantastiche: protagonisti buoni che si trovano in situazioni complicate salvate da un angelo o da un fantasma storie che vanno da La vita è meravigliosa a La via dell’impossibile,  Nancy Meyers fa rivivere questo genere nella commedia Lo stagista inaspettato: nessun angelo di seconda classe che deve mettere le ali o fantasmi burloni ma un anziano signore i cui sogni di serena pensione sono stati rovinati dalla vedovanza improvvisa.

I modi eleganti di un gentleman di altri tempi sono altrettanto fantastici della presenza sovrannaturale non tanto perché i tempi sono cambiati ma perché quell’uomo perfetto e comprensivo è sempre stata una figura immaginaria, più rara dell’araba fenice.

La Meyers rinnova il modello per parlare del nostro tempo e della condizione femminile, tematica portante del suo cinema.
Jules Ostin è una donna che ha fondato la propria azienda, travolta dal successo improvviso: il marito ha dovuto rinunciare alla propria carriera e trasformarsi in un mammo ça va sans dire che ci sono le corna dietro l’angolo; per sostenere il successo dell’attività Jules dovrebbe passare il comando a un AD esperto quindi cedere il controllo della propria società. 

In questa situazione stressante piove dal cielo Ben, il pensionato che lavorava nello stesso edificio ora trasformato in loft per l’attività digitale di Jules.

Quello di Ben è uno dei ruoli migliori nell’excursus nella commedia di De Niro dove negli ultimi anni non ha dato grandi prove ma qui è misurato e ironico: non manca la citazione riveduta e corretta di Taxi Driver.

Il punto di partenza è il tema della condizione femminile (a un uomo si chiederebbe di farsi da parte se la sua ditta avesse un successo superiore alle aspettative? A un imprenditore è richiesta la stessa presenza in famiglia e verso il marito che deve avere un’imprenditrice? ) ma la regista indaga anche altri temi: l’anziano messo da parte una volta terminata la sua utilità lavorativa.

La critica maggiore è proprio per l’ossessione per il lavoro che fa perdere il gusto per le cose belle della vita così nel XXI secolo gli angeli, finita la loro missione, non tornano in cielo ma vanno a fare tai-chi.

Il mondo dei robot

Westworld
USA 1973, MGM
con Yul Brynner, Richard Benjamin, James Brolin, Alan Oppenheimer, Norman Bartold, Victoria Shaw, Dick Van Patten, Linda Gaye Scott
regia di Michael Crichton

Nel 2000 la tecnologia permette di creare robot così perfetti da interagire con gli umani. Viene così creato un parco tematico dove per 1000 dollari al giorno si potranno vivere tre diverse realtà: la dissolutezza dell’impero romano di Romamunda, la vita di corte di Medioevonia e la rude vita del West a Westernlandia.
Peter, reduce dal fallimento del proprio matrimonio, accompagna l’amico John che è un assiduo frequentatore di Westernlandia ma le macchine cominciano a ribellarsi all’uomo, infettate da un virus. L’unico a salvarsi sarà Peter, nonostante lo strenuo inseguimento di un pistolero robot che lo ha preso di mira.

Un classico della fantascienza che vanta alcuni primati: prima regia dello scrittore Michael Crichton, che è anche sceneggiatore; l’autore introduce il concetto di virus causa del malfunzionamento di una rete di computer.

Anche le soggettive pixelate del pistolero dovrebbero rappresentare il primo utilizzo di computer grafica negli effetti speciali.

Il mondo dei robot non è un capolavoro, penalizzato anche dal basso budget ma è un’opera che apre interi filoni: la caparbietà con cui il pistolero insegue Peter sarà ripreso nell’angosciante scena finale di Terminator.

Le scoperte della tecnologia usate come parco giochi daranno vita al franchise di Jurassic Park che ancora ci intrattiene.
Nel 2016 è uscita anche la serie di culto Westworld che ha ripreso e ampliato l’idea di coscienza delle macchine e l’utilizzo incosciente a scopo di lucro.

Insomma il B movie del 73 parrebbe aver esaurito la sua carica e meriterebbe di esser visto solo come ripasso o omaggio alla magnifica interpretazione di Yul Brynner e invece quel geniaccio di Crichton non s’inventa che l’unico modo per riconoscere i robot sono le mani, l’unico pezzo anatomico non ancora perfettamente riproducibile? Proprio come nell’emergente A.I. dove spesso immagini ricreate sono riconoscibili solo dagli errori sulle mani…

Una rosa per Giulia

Where Danger Lives
USA 1950 RKO
con Robert Mitchum, Faith Domergue, Claude Rains, Maureen O’Sullivan, Charles Kemper, Ralph Dumke, Billy House, Harry Shannon, Philip Van Zandt, Jack Kelly, Lillian West, Ray Teal
regia di John Farrow

Il giovane dottore Jeff Cameron rimane affascinato da Margo,  una bella paziente che ha salvato da un tentativo di suicidio. La ragazza lascia l’ospedale senza il permesso dei medici ma lascia un biglietto a Jeff con un invito ad incontrarsi per spiegargli i motivi della sua fuga. Nonostante sia legato all’infermiera Julie, Jeff inizia una relazione con Margo che improvvisamente tronca il legame per il ritorno del severo padre contrario al rapporto tra la figlia e il giovane dottore. Ubriaco Jeff si reca a casa di Margo per chiedere la mano al suocero e scopre che quello che la donna spiaccia per genitore è il vecchio marito. Dopo una violenta colluttazione Frederick Lannington giace svenuto a terra, Jeff, colpito violentemente alla testa, va a rinfrescarsi in bagno ma le urla di Margo lo richiamano: Frederick è morto e la donna insiste per darsi alla fuga: nessuno crederà all’incidente. Confuso dagli inizi di una commozione cerebrale Jeff si lascia convincere e inizia una folle corsa verso il confine per il Messico…

Sulla falsariga di Detour un noir road movie non perfettamente riuscito ma piuttosto interessante che mostra le conseguenze degli incontri con la donna sbagliata. Motore del film è il senso di colpa: convinti di essere inseguiti dalla polizia Jeff e Margo cambieranno strada (per una sempre più sbagliata) ogni volta che incontreranno gli agenti in realtà in ben altre faccende affaccendati. 

All’inizio abbiamo un giovane dottore molto dedito al lavoro, impegno che lo porterà al successo, dall’altra parte una giovane malata di mente disposta a tutto per il denaro, le continue deviazioni in fuga li portano a perdere tutti i soldi per pagare i ricattatori che fiutata la loro disperazione si fanno pagare lautamente per aiutarli a sfuggire al fantomatico (almeno nella prima parte del film) inseguimento della polizia: i profittatori e gli assurdi membri di una “congrega della barba” che durante una festa paesana costringono i fuggitivi al matrimonio sono gli unici incontri della coppia in fuga: un’immagine cupa e allucinata dell’America, come l’incubo in cui è caduto il nostro dottorino di belle speranze dopo cocktail a base di esotici liquori e botte in testa. 

Un’immagine poco lusinghiera anche del rapporto di coppia: la passione è pericolosa, il matrimonio d’interesse infelice, il legame con una donna comprensiva e paziente noioso.

Camei di lusso per le controparti amorose: il vecchio marito cinico è interpretato da Claude Rains che sa farsi ricordare nelle poche scene a disposizione dai dialoghi fulminanti. La Giulia del titolo è l’infermiera che Jeff mette sempre in secondo piano, prima per il lavoro poi per la passione per una pazza (ma alla fine capisce che si era invaghito del caso clinico quindi resta fedele alla missione medica). Ad interpretare la fedele infermiera c’è Maureen O’Sullivan, moglie del regista. L’attrice ha sei anni in più dell’abitante Mitchum, creando una coppia insolita per il grande schermo ma siamo in un B movie e l’infermiera ha quasi sempre la mascherina quindi  è accettabile una coprotagonista più anziana come oggetto amoroso della star.
Notevole l’interpretazione di Robert Mitchum credibile nella trasformazione dell’ingenuo dottore che in apertura inventa fiabe per i piccoli pazienti alla nemesi finale della pazza con vizio di soffocare i compagni col cuscino: l’inesorabilità con cui si avvicina alla fuggitiva nonostante la paralisi è angosciante.

Il pataffio

Italia 2022
con Lino Musella, Giorgio Tirabassi, Viviana Cangiano, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Daria Deflorian, Alessandro Gassmann, Valerio Mastandrea
regia di Francesco Lagi

Lo stalliere Berlocchio di Cagalanza ha sposato la figlia del re di Montecacchione che lo ha insignito Marconte di Tripalle, feudo di cui deve prendere possesso. Quando Berlocchio con la sua sposa e il suo sgangherato seguito arriva al castello di Tripalle lo trova semi diroccato, buono solo per il ricovero dei magri armenti dei poverissimi villici. Berlocchio dichiara sue tutte le bestie e si organizza per trascorrere la prima notte in tenda in attesa che il castello venga reso agibile. Con questa scusa sfugge anche alle brame amorose di Bernarda che vuole consumare il matrimonio sull’onda delle sue letture romantiche dei poemi cavallereschi. La mattina dopo la corte scopre che tutte le cavalcature sono state rubate assieme alle bestie ricoverate all’interno del castello. Gli animali sono stati portati dai villici alla Vecchia, signora di Castellozzo, il feudo attiguo, per salvarle dalle pretese del nuovo marconte, che ignaro di tutto dichiara guerra a Castellozzo. A Tripalle restano solo Bernarda e frate Cappuccio che tra confidenze e confessioni finiscono a letto, Bernarda muore durante l’atto e Berlocchio non sa come restituire il corpo al padre. Si decide di farla bollire e restituire al re solo una cassetta con le sue ossa ma il re di Montecacchione s’infuria anche perché Berlocchio non vuole restituire il feudo. Intanto il marconte deve anche fronteggiare la ribellione dei villici che non vogliono pagare i dazi quindi si allea con Migone, sorta di capo villaggio che ha guidato la rivolta, ma il contadino muore d’indigestione dopo la cena di accordo con Berlocchio. L’esercito del re di Montecacchione è ormai alle porte e il marconte decide di suicidarsi assieme al consigliere Belcapo, dopo aver inutilmente provato a suicidarsi contemporaneamente con lo stesso cappio, Belcapo s’impicca per primo ma Berlocchio non è in grado di staccare il corpo e seguirlo nella morte come promesso così non gli resta che la fuga. 

Dal romanzo omonimo di Luigi Malerba, il regista Francesco Lagi trae un film che ricorda molto L’armata Brancaleone  per la totale incompetenza di Berlocchio e del suo seguito, il rapporto atavico con la fame (tema che ha anche riminescenze pasoliniane). Il medioevo cialtrone di Monicelli torna anche nei costumi. 

Ben presto il tono nostalgico per le opere precedenti passa in secondo piano e l’opera assume un suo interesse peculiare; anche il tono ridanciano delle disavventure dei protagonisti si fa più macabro con l’affastellarsi delle morti dei vari personaggi e il film si rivela una spietata analisi dei giochi di potere: il nuovo nobile per cui è stato creato un titolo apposito, marconte, non è in grado di gestire il potere ma ciò non dipende dalla sua natura plebea ma dal fatto che il re stesso non lo abbia messo in condizione di poter gestire il suo ruolo buttandolo allo sbaraglio e facendolo capo del feudo più malridotto del regno.
L’incompetenza e l’incuria non possono che portare risultati nefasti.

Buona la prova del cast, da menzionare Alessandro Gassmann che per sfuggire al confronto con la prova paterna in Brancaleone, (ma i ruoli sono completamente differenti) finisce per ricordare i grugniti di frate Salvatore ne Il nome della rosa. 

La zona morta

The Dead Zone
USA 1983, Lorimar
con Christopher Walken, Brooke Adams, Tom Skerritt, Herbert Lom, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Martin Sheen, Jackie Burroughs, Sean Sullivan, William B. Davis, Nicholas Campbell
regia di David Cronenberg

John Smith si risveglia dopo cinque anni di coma scoprendo di aver acquisito la capacità di vedere il passato e il futuro delle persone che tocca, ben presto la notizia trapela e lo sceriffo chiede il suo aiuto per scoprire chi è il killer della zona. La scoperta è sconvolgente e John Smith rischia di nuovo la vita; l’uomo si chiude ulteriormente in sè stesso anche per il fatto di non riuscire a dimenticare Sarah, la donna che amava e che si è rifatta una vita durante il suo coma. Un riccone di Castle Rock convince John a fare da tutore al figlio ma il rapporto s’interrompe quando John prevede un’incidente del ragazzino. A casa di Stuart John incontra un politico in ascesa nella cui campagna elettorale è coinvolta anche Sarah e la sua famiglia, quando ha l’occasione di toccarlo, John prevede che se sarà eletto presidente,  Stillson scatenerà un conflitto nucleare, decide quindi di sacrificarsi e uccidere il candidato…

Primo film americano di Cronenberg dalla genesi complessa, con diversi passaggi tra case di produzione e sceneggiatori, il risultato pur diverso da romanzo di Stephen King del 1979, è molto buono.

Poco horror inteso come “scene di paura” e ancor meno sanguinolento nonostante i precedenti canadesi del regista, La zona morta è un gotico d’atmosfera dove il gelo climatico di Toronto sottolinea la desolazione personale del protagonista.


John Smith è una persona comune proprio come indica il suo banalissimo nome, con ambizioni normali -un lavoro da insegnante che ama, una ragazza con cui metter su famiglia- tutto spazzato via da un incidente di cui non ha nessuna responsabilità.

Tornato tra i vivi dopo cinque anni, John scopre di avere un potere paranormale che gli permette di salvare dalle fiamme la figlioletta dell’infermiera, di far sapere al dottore che lo cura che la madre creduta morta durante la fuga dal ghetto di Varsavia è riuscita anche lei a salvarsi, ma il figlio che preferisce non rivelarsi dopo quarant’anni alla madre ritrovata lasciando tutto com’è inizia a rivelare che questo dono ha un’utilità relativa.
Il partecipare alla caccia al killer di Castle Rock è per John la conferma che la capacità acquisita lo mette in contatto con il lato peggiore della società (la madre che ha sempre coperto l’assassino) oltre tutto ogni visione si rivela anche pericolosa per la sua salute. John si richiude nel suo dolore e dopo l’ennesima triste esperienza con il giovane Stuart l’isolamento si fa pressoché totale, solo la presenza di Sarah riesce a scuoterlo e lo porta all’incontro fatale con Stillson e alla decisione di sacrificare la propria vita pur di scongiurare la profezia della guerra nucleare.
L’attentato fallisce ma il comportamento abbietto del politico che si fa scudo con il figlioletto di Sarah distrugge definitivamente la sua carriera.

Un film che è anche una critica sociale: Stillson esasperava alcuni tratti reaganiani ma è terribilmente anticipatorio dei populisti contemporanei.

Ottimo il cast con un Martín Sheen scatenato nel ruolo del senatore e Christopher Walker perfetto nel modulare le sfumature del protagonista. 
Da segnalare la coincidenza che in apertura del film l’attore, nelle vesti di insegnante, dia da leggere agli studenti La leggenda di Sleepy Hollow e che quindici anni dopo ne avrebbe interpretato il cavaliere senza testa nel film di Tim Burton.