Sono la bella creatura che vive in questa casa

I Am the Pretty Thing That Lives in the House
USA 2016, Netflix
con Ruth Wilson, Paula Prentiss, Bob Balaban, Lucy Boynton, Brad Milne, Erin Boyes, James Perkins, Beatrix Perkins
regoa di Oz Perkins


Sonolabellacreaturacheviveinquestacasa

Lily Saylor è una giovane infermiera che si trasferisce a casa di un’anziana scrittrice di storie gotiche, Iris Blum, per farle da badante.
La vita trascorre solitaria per Lily, l’unico contatto con l’esterno è con l’avvocato che gestisce la proprietà della Blum. Un giorno Lily mentre si lamenta di una macchia sul muro che si sta allargando, chiede a Mr. Waxcap chi sia Polly, la persona con cui Iris la scambia sempre. Scopre così che Polly è un personaggio fittizio, la protagonista del romanzo più famoso della sua paziente. Nonostante non ami il genere horror, Lily decide di leggere il romanzo mentre le stranezze nella vecchia casa della Blum si fanno sempre più inquietanti…

Il film è l’opera seconda dell’attore e regista Oz Perkins, figlio del celebre attore di Psyco, Anthony Perkins a cui il film è dedicato.
L’opera punta su atmosfere rarefatte e sospese, alcune immagini rimandano ai dipinti di
Vilhelm Hammershøi e di Hopper, richiamo hitchcockiano del film: la casa di Norman Bates si ispirava a un quadro di Edward Hopper.
Oltre a Psyco possiamo ravvisare rimandi tematici a un altro classico del genere horror: Shining. Pur distantissimo nel taglio e negli esiti, Sono la bella creatura che vive in questa casa tratta gli stessi temi dei due ineguagliabili precedenti: la solitudine e la pazzia, il delirio a cui conduce la solitudine in una dimora dal vissuto ingombrante come la villa accanto al motel dei Bates o l’hotel isolato del Colorado.
Lily accetta un lavoro che le impone una vita solitaria, accanto a una persona anziana che sta scivolando lentamente nella demenza e che la scambia per un’altra persona. Un’infermiera specializzata dovrebbe avere gli strumenti per gestire questa pressione psicologica ma dall’unica telefonata che Lily intrattiene con una persona amica si scopre che la giovane infermiera è reduce da una delusione sentimentale, l’immagine frammentata della protagonista allo specchio rivela la sua fragilità mentale: ecco il soggetto perfetto per soccombere alle atmosfere inquietanti di una vecchia casa abitata da un’anziana scrittrice di romanzi gotici, il più famoso dei quali sembra essere proprio ambientato tra quelle mura: escamotage letterario o veramente Iris è entrata in contatto con Polly, la donna seppellita in un intercapedine in giorno delle sue nozze?
L’estrema dilatazione delle atmosfere resterà indigesta a molti ma se ci si lascia coinvolgere si scopre che Perkins ha costruito un cortocircuito perfetto: allo spettatore decidere se si trova davanti a una semplice storia di fantasmi in cui una giovane infermiera muore di paura quando le si palesa il fantasma che infesta la dimora o se è la mente confusa della ragazza a rendere tangibile l’allucinazione letteraria fino a morirne. Plausibile anche una terza lettura: che il punto di vista sia quello della scrittrice che sovrappone la figura dell’infermiera a quella della sua creatura più amata o forse è il fantasma che ha dimenticato la propria sorte e si è impossessata dell’infermiera fino a riscoprire il proprio infelice destino? I pochi ed enigmatici elementi del film consentono molteplici interpretazioni.

Hai sempre mentito

Hai sempre mentito

A Woman’s Secret
USA 1949, RKO
con Maureen O’Hara, Melvyn Douglas, Gloria Grahame, Bill Williams, Victor Jory, Mary Philips, Jay C. Flippen, Robert Warwick, Ellen Corby
regia di Nicola Ray

Tornata a casa da una registrazione radiofonica, la cantante
Susan Caldwell nota come Estrellita ha un alterco con Marian Washburn, sua coinquilina e mentore. Si sente uno sparo e Susan resta ferita gravemente, Marian si autodenuncia alla polizia ma il compositore Luke Jordan che conosce bene entrambe le donne, non crede alla colpevolezza di Marian e fa di tutto per discolparla…

La seconda regia di Nicholas Ray (in realtà la prima ma l’uscita fu posticipata da Hughes) è la trasposizione del romanzo
Mortgage on Life di Vicki Baum, sceneggiato da Herman J. Mankiewicz, il Mank di Quarto Potere.
È un film bizzarro non molto riuscito che si sposta tra vari generi cinematografici. L’apertura è tipica del noir: l’alterco tra le due donne, Susan che si ritira nella sua stanza, Marian che la raggiunge e si ferma sulla soglia, a questo punto la macchina da presa torna in soggiorno dove la cameriera sta riordinando e si sente lo sparo: chi ha sparato? È stata davvero Marian o in camera c’era qualcun altro? La struttura a flash back della confessione di Marian e delle ricostruzioni di Luke Jordan appartengono ancora al noir ma il film ha un lieto fine che non appartiene assolutamente al genere: la differenza tra noir e thriller è sostanzialmente nel fatto che la risoluzione del giallo non è confortante e deve mancare l’happy end.
Il racconto del rapporto tra Marian e Susan ci porta sul terreno del melodramma e del “woman’s movie”: Marian avrebbe potuto diventare una cantante di successo ma inspiegabilmente perde la voce e decide di ritirarsi dalle scene, quando incontra casualmente Susan a un provino organizzato da Luke, è determinata a prendersi cura della ragazza e a far fiorire il suo talento come non ha potuto fare con il proprio ma Susan è una ribelle, personaggio tipico della produzione di Ray che alla fine delle riprese avrebbe sposato Gloria Grahame, a cui ha costruito un personaggio dai contorni molto sfumati ed ambigui: Susan è la ragazza talmente ingenua da rasentare il naïf e non esser consapevole della sensualità con cui seduce gli uomini quando canta o è una maschera? Questo mistero non viene svelato, come lo studio d’archivio sui materiali di Kane non ci rivelavano cos’era Rosabella.
L’alterco tra Marian e Susan che porta allo sparo nasce proprio dalla decisione della seconda di lasciare definitivamente la carriera di cantante e qui le sfumature del rapporto tra le due donne si fanno intriganti, la proiezione delle ambizioni perdute di Marian deluse per l’ennesima volta, la fuga di Susan da un rapporto opprimente madre/figlia o addirittura dalle venature lesbiche anche se le due donne orbitano attorno al fascinoso Luke Jordan che Susan cerca di sedurre pur sapendo lo stretto legame che lo lega a Marian.
Lo studio su questo groviglio di sentimenti si perde con l’entrata in scena di un nuovo personaggio, Mary, la moglie dell’ispettore Fowler, introdotta come la moglie arguta del poliziotto che segue il caso e a cui il compositore si è attaccato per convincerlo dell’innocenza di Marian; in realtà Mary è una detective in erba che conduce indagini parallele all’insaputa del marito, per i siparietti il pensiero va all’Uomo ombra la cui serie di era conclusa l’anno precedente: i Fowler sembrano essere una citazione piccolo borghese dei Charles.
Tra le stranezze del film c’è il fatto che [spoiler] a sparare è stata proprio Marian, l’unica cosa che il risveglio di Susan dall’intervento rivela, è che il colpo è partito accidentalmente, il che permette la scarcerazione della donna che finalmente si sistema con il suo compositore.

La Chimera

Lachimera

Italia 2023
con Josh O’Connor, Carol Duarte, Vincenzo Nemolato, Alba Rohrwacher, Isabella Rossellini, Yile Yara Vianello
regia di Alice Rohrwacher

Tuscia, primi anni ‘80: Arthur archeologo britannico al soldo dei tombaroli, esce di prigione e suo malgrado riprende i contatti con i vecchi complici. Torna anche a frequentare casa di Flora, la madre di Beniamina, il suo grande amore scomparso. Nella decadente villa di Flora incontra Italia, una ragazza sudamericana un po’ allieva di canto, un po’ cameriera di Flora. Quando Italia scopre le attività di Artù e i suoi compari cerca d’impedire loro di aprire l’ennesima tomba, inviolata e che nasconde un immenso tesoro. Il furto è interrotto dall’arrivo della polizia o così pensano i tombaroli si tratta in realtà di una banda rivale al soldo di “Spartaco” il più importante ricettatore di reperti etruschi. Scoperto l’inganno Arthur e i suoi amici interrompono l’asta di Spartaco per essere pagati: la prova che la statua è stata trafugata da loro è nella testa che è stata spiccata prima della fuga. Artù improvvisamente getta la testa in mare perché non è fatta per occhi umani; da quel gesto diventa un reietto anche per gli altri componenti della banda e conduce una vita solitaria e allucinata fino a quando un’altro gruppo di tombaroli lo ingaggia ma entrato per primo nella tomba Arthur vi rimane intrappolato.

Molto intrigata dal tema etrusco, avevo messo da parte le mie reticenze verso il cinema di Alice Rorchwacher ma, come ai tempi dell’esordio di Corpo Celeste mi sono ritrovata davanti a uno stile che non amo.
Ritrovo tutte le dicotomie e la visione molto radical chic ma vetusta che mi aveva infastidito nell’opera prima: telefonatissimo il sottotesto politico del contrasto manicheo tra la rapina delle ricchezze culturali dei tombaroli e la ricostruzione della stazione ferroviaria che riporta al servizio della comunità un bene di nessuno o meglio di tutti.
Anche se Spartaco è (colpo di scena!) una donna il suo piglio è decisamente quello mascolino di una donna in carriera contrapposto al femminile accogliente (pure extracomunitario!) di Italia, principi che possono essere anche veritieri ma sono assai triti, il vero colpo di scena sarebbe stato se Spartaco fosse stata Beniamina, questo grande amore perduto non si sa bene come, interpretato da Yile Yara Vianello, anche protagonista di Corpo Celeste e i cui tratti sono molto simili a quelli delle Rohrwacher.
Un elemento che avrebbe potuto essere sfruttato meglio è quello dei cantastorie che tornano due volte a metà e in coda al film per trarre le conclusioni con le loro strofe moraleggianti: metterli anche in apertura avrebbe dato più compattezza alla pellicola magari introducendo i personaggi di Artù e Beniamina, la dimensione favolistica non avrebbe scalfito quella onirica che è forse la più riuscita del film.
Non si può parlare di etruschi senza entrare nel fantastico, da Ritratto di donna velata a Assassinio al cimitero etrusco la poca cinematografia che li ha usati come pretesto ha valenze horror, non mi aspettavo certo incursioni del/nel genere dalla Rohrwacher, che comunque non può esimersi di evocare i fantasmi dei derubati nella bella sequenza del treno, peccato non aver giocato di più con il tema, anche quello di Beniamina lasciando da parte il sotto testo della brutta modernità che soffoca e depreda la bucolica dimensione arcaica, ma forse, in fondo, ha ragione la regista fiorentina visto il successo all’estero: è indubbio che soprattutto in ambito anglosassone questa visione romantica e decadente dell’Italia sia molto amata.

Lonely Wives

USA 1931, Pathé
con Edward Everett Horton , Esther Ralston , Laura La Plante, Patsy Ruth Miller, Spencer Charters, Maude Eburne
regia di Russell Mack


Lonely wives

L’avvocato di successo Richard Smith alle otto di sera si trasforma in un impenitente don Giovanni. Mentre la moglie è in vacanza Dickie è controllato a vista dalla suocera. L’uomo organizza comunque un’uscita con la nuova segretaria e l’occasione per ingannare la suocera si presenta sotto forma di un attore di vaudeville, the Great Zero, che vorrebbe imitare Richard dopo i suoi grandi successi processuali. Richard, vista la strabiliante trasformazione dell’attore, gli chiede di restare in casa sua spacciandosi per lui con la suocera mentre uscirà per un doppio appuntamento: alla nuova segretaria si è unita anche un’attrice, Diane O’Dare che vuole una consulenza sul divorzio dal marito che guarda caso è proprio Tre Great Zero. Intanto a casa Smith la suocera ha in serbo un bel colpo di scena: il ritorno a sorpresa della figlia Madeline e la signora Mantel farà di tutto perché la figlia e il presunto genero proprio quella notte le regalino l’agognato nipotino…


Lonelywives

Il caratterista d’indiscusso talento
Edward Everett Horton è il protagonista di questa simpatica commedia e il motivo per recuperare questa pellicola è la possibilità di vederlo recitare in un doppio ruolo.
Anche se il potenziale del film è alto e richiama alcune situazioni indagate magistralmente da Billy Wilder, la regia anonima di Russell Mack non va oltre la girandola amorosa dello scambio di coppie. Dopo la presentazione degli antefatti, l’azione si sposta alla mattina successiva con la lenta presa di coscienza dei due uomini dei presunti tradimenti delle rispettive mogli. Anche se siamo in piena era pre-code e il trio di protagoniste non ci risparmia le scene in négligé, il tradimento non accade: la moglie di Dickie si accorge dal primo bacio di non essere col consorte e per punirlo dell’uscita gli lascia credere che abbiano trascorso una notte infuocata mentre l’attrice in cerca di divorzio si è ubriacata troppo per concludere la serata e ha trascorso la notte girovagando in taxi timorosa di rientrare dopo il marito.
La situazione si chiarisce dopo una girandola di equivoci di cui fa le spese il povero maggiordomo ubriacato, oltre che dall’alcol, dalle richieste opposte dei due Richard.
Altro personaggio divertente la suocera impicciona che non esita a richiudere moglie e (presunto) marito in camera perché le regalino un nipotino.
Anche gli effetti speciali del doppio non sono eccelsi, resta una commedia piacevole per gli amanti dei vecchi film e gli estimatori (che non son pochi) di Edward Everett Horton.

La mia vita da Zucchina

La mia vita da zucchina

Ma vie de courgette
Francia 2016, Teodora Film
regia di Claude Barras

Icare, detto Zucchina, uccide senza volerlo la madre alcolizzata per difendersi dalla sua violenza, finisce così in una casa famiglia con altri cinque bambini capeggiati dallo sbruffoncello Simon; quando arriva Camille per Zucchina è amore a prima vista e la ragazzina unisce ancora di più i coinquilini in una specie di famiglia. Dopo essersi liberata a dell’odiosa zia, Camille e Zucchina vengono adottati dal poliziotto che si è occupato del caso di Zucchina e non lo ha mai abbandonato.

Tratto dal romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris, il film è un mediometraggio (66 minuti di durata) in stop motion pluripremiato in Europa e candidato a miglior film d’animazione agli Oscar 2017 e ai Golden Globes dello stesso anno.
La storia è molto lineare e semplice ma i temi toccati sono così struggenti e maneggiati con tanta delicatezza (la sceneggiatura è di Céline Sciamma) che la semplicità narrativa diventa un pregio al servizio della profondità dell’opera.
La mia vita da zucchina è uno sguardo a misura di bambino sull’infanzia negata: il protagonista è figlio di genitori separati, il padre ha abbandonato la famiglia e la madre è sprofondata nell’alcolismo sfogando le sue frustrazioni sul figlio che per difendersi dall’ennesimo scatto di rabbia ne causa involontariamente la morte. Nonostante i genitori poco amorevoli che gli sono capitati, Icare è molto legato a loro: il padre assente è effigiato sul suo aquilone, vuol essere chiamato Zucchina, nomignolo affettuoso che gli ha dato la madre di cui conserva come ricordo una lattina di birra vuota.
Anche gli altri bambini della casa famiglia sono sopravvissuti all’inferno: genitori drogati, abusanti, finiti in carcere o rimpatriati come clandestini senza la possibilità di salutare i figli. Poi arriva Camille, la cui madre è vittima di femminicidio da parte del padre che poi si è suicidato, in più la ragazzina è stata affidata a una zia odiosa, anafettiva e attaccata al denaro. A proposito di femminicidio, è interessante e non certo casuale la scelta di mettere in colonna sonora, come canzone dei titoli di coda, Le Vent nous portera nella delicata cover di Sophie Hunger.
La quotidianità nella casa famiglia è dignitosa, raccontata con dolcezza, strappa facilmente un sorriso rendendo ancora più agghiaccianti i momenti in cui si rivela il vissuto dei piccoli protagonisti: toccanti i momenti di stress in cui Alice, vittima degli abusi paterni, inizia a battere la forchetta sul piatto.
Guidata da un’anziana assistente sociale comprensiva con un simpatico professore che si fidanza con la giovane assistente, l’orfanatrofio ha la parvenza di una struttura familiare: nonna, genitori, un rifugio dalle brutture del mondo già duramente sperimentate ma la scena in montagna in cui i ragazzini in vacanza, vedendo un bambino consolato dalla vera madre rimangono sbigottiti dall’affetto che mai potranno avere, sottolinea ancora una volta il malinconico dolore che sempre li accompagna.
Le figure in plastilina con cui sono rappresentati i personaggi del film ricordano un po’ quelle di Tim Burton, soprattutto per i grandi occhi a palla che sanno raccontare così bene i non detti e i drammi dei piccoli orfani.
Un film molto delicato che al lieto fine di Zucchina e Camille, adottati dal poliziotto che ha preso in carico Zucchina dopo la morte della madre e che non lo ha mai lasciato, fa da contro canto il destino degli altri bambini restati in orfanotrofio con la maturazione di Simon che da bulletto d’inizio film si trasforma nel fratello maggiore dei suoi compagni.

Io Capitano

Iocapitano

Italia 2023
con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi, Doodu Sagna, Khady Sy, Venus Gueye, Oumar Diaw, Joe Lassana, Mamadou Sani, Bamar Kane, Beatrice Gnonko
regia di Matteo Garrone

Seydou e Moussa sono due adolescenti senegalesi che, nonostante il parere contrario delle famiglie, sono decisi di tentare la grande avventura e venire in Europa in cerca di fortuna. Scopriranno che la realtà del viaggio è ancora più drammatica di quanto raccontato da chi li sconsigliava. Dopo esser stati divisi i due ragazzi si ritrovano a Tripoli, Moussa è ferito, colpito da un proiettile mentre fuggiva dai suoi aguzzini, per evitare che la gamba vada in cancrena e venga amputata, Seydou accetta di guidare un’imbarcazione per portare il cugino in Italia e farlo operare: nonostante il compito sia più grande di lui, il ragazzo riesce a portarlo a termine con successo.

Circa vent’anni fa usciva nei cinema italiani Sotto il sole nero, una commedia che raccontava di un fittizio canale televisivo che realizzava finti filmati da rispedire alle famiglie in Africa per dimostrare il presunto successo ottenuto in Italia dai migranti, oggi il film di Garrone si apre chiarendo che chi lascia l’Africa in cerca di fortuna lo fa ben conscio dei rischi che corre e oltre a chi deve scappare per motivi umanitari, ci sono anche ragazzini che con l’incoscienza della loro età sono convinti di poter arrivare in Europa e sfondare come calciatori o musicisti, come nel caso di Seydou e Moussa che fuggono di nascosto dopo che la madre di Seydou gli ha negato il permesso: durante l’intenso dialogo tra madre e figlio a me veniva in mente la canzone popolare “mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…” a dimostrazione che tutto il mondo è paese e i giovani avrebbero il sacrosanto diritto di poter girare il mondo e cercare fortuna dove desiderano, anzi visti i rischi noti più che un diritto è un’insopprimibile necessità.
Quella dei due ragazzi è un’odissea, una discesa negli inferi dello sfruttamento di questa migrazione epocale: il racconto parte dai colori squillanti di Dakar in una situazione familiare quasi edulcorata ma come ci racconta il delirio dopo la tortura, la casa natìa resta sempre il rifugio ideale;la storia si conclude nella notte al largo delle coste italiane con le immagini di un elicottero che sembra uscito da un servizio giornalistico: dal sogno alla realtà, dall’infanzia alla vita adulta perché -è inutile raccontarlo- l’arrivo in Italia non è certo la fine delle traversie, é noto il destino dell’adolescente incarcerato come scafista a cui s’ispira la storia di Seydou.
In mezzo c’è la presa di coscienza dell’orrore, i tradimenti di chi ha promesso un facile viaggio e poi ti lascia nel mezzo di un deserto da attraversare a piedi, le continue richieste di denaro che diventano vessazioni e torture. L’incontro dell’umanità in mezzo all’indicibile nella figura del muratore che prende Seydou sotto la sua ala e la scelta del ragazzo di restare a Tripoli nella certezza di ritrovare il cugino.
Al film è stata spesso mossa la critica di mostrare una versione edulcorata della realtà: poca insistenza sulle torture, il viaggio in mare che tutto sommato procede senza grosse difficoltà eppure io un messaggio politico ce lo vedo: aldilà delle politiche migratorie europee, sarà molto complicato smantellare questo traffico di migranti che ha creato una grossa fonte di guadagno per una lunga filiera di persone.

Palazzina Laf

Palazzina Laf

Italia 2023
con Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Pierfrancesco Nacca, Michele Sinisi, Fulvio Pepe, Marina Limosani, Eva Cela, Anna Ferruzzo, Paolo Pierobon
regia di Michele Riondino

Taranto, anni ‘90: l’operaio Caterino Lamanna viene incaricato da un dirigente dell’Ilva, Giancarlo Basile, di fare la spia su alcuni colleghi impegnati nelle lotte sindacali. Casualmente Caterino scopre l’esistenza di un settore della fabbrica, la Palazzina Laf, dove diversi impiegati trascorrono la giornata senza lavorare. Con la scusa di continuare il suo lavoro d’infiltrato Lamanna chiede a Basile di essere trasferito alla Palazzina scoprendo una realtà ben di versa da quella che s’immaginava ma nonostante questo continua la sua operazione di spionaggio…

Michele Riondino, tarantino di nascita e da sempre impegnato nella battaglia di riqualificazione della città non poteva che debuttare alla regia con un’opera inerente alla tematica che gli sta giustamente a cuore.
Sceglie però un argomento poco conosciuto, anche se quello della Palazzina Laf è stato il più grande caso di mobbing italiano: durante la gestione del gruppo Riva una settantina di impiegati vennero relegati nella palazzina perché rifiutavano di essere declassati ad operai: il rifiuto nasceva non tanto per motivi di prestigio ma perché sarebbero stati impiegati in lavori per cui era richiesta una preparazione specifica (ovviamente negata) per evitare incidenti.
Quello che a ingenui rozzi come Caterino poteva sembrare il bengodi, esser pagati per non far nulla, si rivela ben presto un inferno di noia e sopraffazione i cui danni sono stati acclarati dagli psichiatri durante il processo che si concluse nel 2006.
Quello che mi ha colpito nel film è la dimensione religiosa che accompagna l’evolversi della vicenda: il film si apre con il funerale di un morto sul lavoro nella Parrocchia Gesù Divino Lavoratore, con i titoli di testa che scorrono sui dettagli del grande mosaico dell’abside.
Il tentativo di fare avere una lettera di denuncia della condizione dei reclusi della palazzina al vescovo trova soluzione con un taglio hitchcockiano (la lettera che passa di mano) durante la cerimonia religiosa; la crisi di Lamanna è un incubo durante una processione del venerdì santo dove Caterino si identifica con il traditore per eccellenza, Giuda. Il sopralluogo del procuratore che avvia le indagini avviene poco dopo il canto di Symbolum 77 mentre un confinato distrugge profeticamente una parete.
Il ruolo che Riondino ha ritagliato per sé stesso è una figura negativa indagata in profondità: nonostante tocchi con mano la realtà drammatica della palazzina e sia conscio del proprio ruolo di Giuda, Lamanna non recede dal proprio compito: mette l’interesse personale sempre davanti a tutto anche la fama derivata dal processo non è vissuta come vergogna ma come opportunità di successo: magari mi chiamano al Maurizio Costanzo show! è una delle ultime battute del protagonista che finirà vittima dell’nquinamento, abbraccio mortale con cui l’acciaieria ha ripagato la città.
A chiudere questo bel film d’impegno civile, una meravigliosa canzone di Diodato, La mia terra.

Mixed by Erry

Mixedbyerry

Italia 2023
con Luigi D’Oriano, Giuseppe Arena, Emanuele Palumbo, Francesco Di Leva, Cristiana Dell’Anna, Adriano Pantaleo, Chiara Celotto, Greta Esposito, Fabrizio Gifuni
regia di Sydney Sibilia

L’incredibile storia vera di Enrico Frattasio, timido ragazzino di Forcella col sogno di diventare d.j. che assieme ai fratelli mette in piedi un’impero di musicassette contraffatte che ha portato a una più severa definizione delle leggi sul diritto d’autore.

Al quinto film è ormai chiaro il tema base della filmografia di Sidney Sibilia: raccontare con tono volutamente dissacratorio operazioni nelle zone grigie della legalità nate dal bisogno. La necessità aguzza l’ ingegno, dice il proverbio e i protagonisti dei film di Sibilia sono tutte persone di estremo talento costrette a operare ai limiti della legalità perché impossibilitati a farsi valere secondo la meritocrazia: come i laureati eternamente precari della saga di Smetto quando voglio, che opportunità ha un ragazzino sfigato di diventare un d.j. di successo? Praticamente nessuna e così eccolo reinventarsi creatore di compilation, in un periodo in cui la legge al riguardo era molto blanda. L’impresa ha successo attirando l’attenzione della camorra e dei manager milanesi interessati al business senza troppi scrupoli per la legalità, tanto se si sfora troppo basta vuotare il sacco e ci si ripulisce la coscienza e soprattutto la fedina penale.
Come al solito malavita e manager hanno sempre fiuto per i soldi mentre Stato si limita a rincorrere le imprese illegali quando sono troppo fastidiose, immagine rappresentata benissimo dal capitano di Finanza Ricciardi, roccioso e bidimensionale come un poliziotto infiltrato degli action movie anni ‘80 di cui riprende anche il look alla Serpico.
Come per Smetto quando voglio il film si apre sui protagonisti in carcere, mettendo ben in chiaro il prezzo delle manovre illegali ma la simpatia è sempre per questi loser di talento che senza volerlo si ritrovano in situazioni più grandi di loro. Ed Erry è veramente un ragazzo di talento: la velocità con cui si adegua alla comparsa del CD, la lungimiranza sul passaggio all’euro…
Paradossalmente però, c’è più studio sociale nella storia inventata di Smetto quando voglio che in questo ultimo lavoro ispirato a fatti veri, il regista subisce per primo il fascino nostalgico per un mondo scomparso, quello delle compilation amatoriali che hanno segnato un’epoca: personalmente non conoscevo la storia (anzi il brand) mixed by erry ma in ogni cittadina italiana c’è stato tra gli anni ‘89 e ‘90 un abile creatore di compilation, a dimostrazione di quanto il fenomeno fosse diffuso quindi rimpianto oggi dove la musica è l’espressione artistica diventata più immateriale.

Rapito

Italia 2023
con Enea Sala, Leonardo Maltese, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Barbara Ronchi, Samuele Teneggi, Filippo Timi, Fabrizio Gifuni, Aurora Camatti, Paolo Calabresi, Bruno Cariello, Andrea Gherpelli, Walter Lippa, Alessandro Bandini, Leonardo Bianconi, Daniele Aldovrandi, Corrado Invernizzi, Michele De Paola, Fabrizio Contri, Giustiniano Alpi, Orfeo Orlando, Federica Fracassi, Giulia Quadrelli, Flavia Baiku, Tonino Tosto, Renato Sarti, Christian Mudu, Riccardo Bandiera
regia di Mario Bellocchio


Rapito

All’insaputa di tutti, la fantesca di una famiglia ebrea bolognese battezza l’ultimo nato convinta che sia in punto di morte. Dopo sette anni l’informazione arriva all’inquisitore Feletti che decreta che il bambino sia tolto alla famiglia e allevato secondo la religione cattolica. Nonostante al caso s’interessino anche potenze straniere, il Papa Re non cambia posizione ed Edgardo viene allevato in un convitto religioso, nonostante alcune possibilità di tornare a casa e riavvicinarsi alla famiglia, il ragazzo non abbandona la Chiesa ma diventa un missionario.

Quello di allontanare i cristiani dalle famiglie di origine soprattutto se ebree, era una prassi consolidata nello Stato Pontificio, il caso di Edgardo Mortara è il più eclatante anche per il periodo storico in cui avviene, a ridosso della nascita del regno d’Italia e la caduta dello Stato pontificio con la breccia di Porta Pia.
Storia, religione e famiglia sono i temi portanti della filmografia di Marco Bellocchio che dal libro di
Daniele Scalise, Il caso Mortara del 1996 trae un bellissimo e doloroso film, perfetta ricostruzione storica dell’età risorgimentale che resta solo una cornice, al regista piacentino interessa indagare il rapporto religione/potere e religione/famiglia.
Nella dimensione più intima delle persone normali la religione coincide con l’identità: pur facendo di tutto per cercare di riprendersi il figlio i Mortara non rinunciano alla loro religione, principio che si radicalizza nel terribile ultimo incontro tra Edgardo e la madre sul letto di morte.
Per i vertici della Chiesa allontanare Edgardo dalla famiglia naturale per avere la certezza che venga allevato secondo i dettami della fede cristiana è solo una prova di forza, una semplice attuazione delle leggi pontificie indifferenti al destino del singolo.
Il bambino si trova diviso tra le due fazioni che lo contendono: il suo essere diligente nasce dal consiglio di Elia la prima notte al convitto, prima si dimostra di essere buoni cattolici prima si può tornare a casa ma tutta la disperazione del bambino si scioglie nell’incontro con la madre.
Pio IX s’interessa molto al ragazzo e cerca di ingraziarselo proprio per il suo valore di esempio: deve dimostrare al mondo che il rifiuto a scendere a patti con la famiglia Mortara ha dato i suoi frutti.
È interessante come si ripetano alcune scene: Edgardo che si nasconde sotto le gonne della madre per non essere portato via, il Papa che nasconde il ragazzino sotto il suo mantello mentre gioca a nascondino lasciando interdetto il compagno di giochi che vede i piedi spuntare da sotto il mantello ma non può certo opporsi al Papa e deve fingere di non vederlo mentre il Papa giocosamente chiede dov’è Edgardo?
Già, dov’è Edgardo conteso tra la madre naturale e la Santa Madre Chiesa mentre il mondo decide il suo destino tra tentativi falliti di rapimento e processi intentati dal nuovo Stato?
Il suo stupore/dolore per il crudele destino che gli è toccato si scioglie nell’ossessione per i crocifissi, primo emblema che incontra della nuova religione e arriva fino alla dimensione onirica di togliere i chiodi dalla Croce permettendo al Cristo di andarsene, liberato dal suo martirio, (ripresa della dimensione onirica di Buongiorno Notte con Moro che passeggia libero per Roma).
L’antisemitismo per secoli è stato giustificato dal fatto che gli ebrei avrebbero crocifisso Gesù quindi il valore simbolico di quella scena è lampante: far scendere Cristo dalla croce significa liberarsi della propria croce rimediando alla “colpa” ebraica.
Un altro punto interessante è il cambiamento del titolo in corso d’opera. Inizialmente il film avrebbe dovuto chiamarsi La conversione: Bellocchio in alcune interviste dice di non sapersi spiegare la scelta di Edgardo di restare prete, il cambio del titolo vuole spostare l’attenzione dalla conversione del ragazzo al suo destino crudele o Rapito si può intendere anche nel suo significato secondario, un rapimento quasi estatico della Fede?
Oltre ai molti spunti di riflessione offerti dall’opera ne vanno menzionati anche i grandi pregi tecnici, la costruzione per antitesi di molte scene: preghiere ebraiche e preghiere latine, giaculatorie alternate allo sfondamento delle mura vaticane. La fotografia dalle tonalità caravaggesche e l’eccezionale cast, dagli attori che interpretano Edgardo fanciullo ed adulto all’intensa Barbara Ronchi nei panni della madre e Paolo Pierobon che tratteggia un Pio IX mellifluo e quasi folle nelle sue ostentazioni di potere e il raggelante cardinale Feletti di Gifuni.

Tarda primavera

Tarda primavera

Banshun
Giappone 1949
con Setsuko Hara, Chishū Ryū, Haruko Sugimura, Yumeji Tsukioka, Hohi Aoki, Jun Usami, Kuniko Miyake, Masao Mishima
regia di Yasujirō Ozu

La ventisettenne Noriko non vuole sposarsi per accudire l’anziano padre, il professore Shukichi Somiya. L’uomo le fa credere di avere intenzione di sposare una vedova per lasciare la figlia libera di vivere la sua vita

Il film più celebre di Ozu dove si delinea la tematica portante delle opere del maestro giapponese, l’evoluzione del microcosmo famigliare piccolo borghese all’interno di una nazione che affronta la modernità.
Shukichi e la figlia sono sicuramente personaggi moderni che hanno trovato un loro equilibrio messo in discussione dalla zia
Masa che rappresenta la tradizione, posizione introdotta dalla sua critica al comportamento ritenuto sconveniente di una giovane sposa durante la festa di nozze con il professore che giustifica le intemperanze dei giovani sopravvissuti alla guerra.
Shukichi cede alle ingerenze della zia e prima chiede alla figlia se è interessata al suo assistente, Hattori scoprendo così che il giovane è fidanzato e in procinto di sposarsi, poi finge di voler risposarsi con una vedova per indurre la figlia al matrimonio.
La notizia in realtà addolora profondamente la ragazza (complesso di Eletra?) che già aveva ritenuto immorale il secondo matrimonio di un collega del padre.
Durante un ultimo viaggio a Kyoto Noriko rivede le sue posizioni sulle seconde nozze dell’amico del padre e dopo un ultimo confronto col genitore decide di accettare il matrimonio combinato.
È singolare che il promesso sposo di cui si continua a parlare per tutta la seconda parte del film non compaia mai in scena mentre si sviscera il rapporto amicale era Noriko e Shuichi Hattori: la passeggiata in bici e il rifiuto di Noriko di andare a un concerto con il ragazzo col dettaglio del cappello di Shuichi che tiene inutilmente il posto alla ragazza.
Il film analizza quindi la realtà contingente di Noriko e come viene modificata dalla sola idea di affrontare le nozze.
Allo studio psicologico dei personaggi si accompagna uno stile cinematografico altrettanto delicato e suggestivo: le inquadrature sono praticamente a telecamera fissa, campi lunghi alternati a primi piani dei volti, gli esterni dall’orizzonte molto basso con le figure che si stagliano contro il cielo vuoto in opposizione agli interni dove la profondità di campo sugli ambienti creano un complesso gioco geometrico, la contemplazione senza un punto di vista definito sulla natura esterna o su semplici composizioni di vasi negli interni, tutto ci parla di una riflessione sul tempo che scorre, sull’accettazione e lo spirito di adattamento alle nuove fasi della vita, nel continuo mutare delle onde che aprono e chiudono il film