Fedora

USA 1978
con William Holden, Marthe Keller, José Ferrer, Hildegarde Knef, Frances Sternhagen, Mario Adorf, Michael York, Stephen Collins, Henry Fonda, Arlene Francis
regia di Billy Wilder



Fedora


Quando Fedora, diva del cinema che sembra sfidare il tempo, si suicida buttandosi sotto il treno, il produttore Barry Detweiler che l’aveva ricontattata poto tempo prima per proporle un film che rileggeva Anna Karenina, si chiede se il suo tentativo di far tornare la diva sullo schermo non sia la causa del suicidio ma il giorno della veglia funebre scoprirà tutti i misteri che si celano dietro il personaggio di Fedora…

Fedora


Quasi trent’anni dopo Viale del Tramonto, Billy Wilder, al suo penultimo film, torna ad indagare i misteri e le follie del divismo hollywoodiano in un film speculare al precedente capolavoro: Norma Desmond era una sopravvissuta al suo tempo la cui follia nasceva dal non volersi rassegnare all’essere dimenticata, Fedora e la figlia Antonia hanno sacrificato tutto al mito intramontabile della diva: la madre è vittima del tentativo forsennato di mantenere la leggendaria bellezza che la riduce su una sedia a rotella, la figlia che ha avuto un rapporto ambivalente con la madre, interpretandola per gioco, solo per ricevere l’Oscar alla carriera, finisce per diventare a sua volta schiava del personaggio che nell’infanzia le ha rubato la madre e ora le ruba l’amore dell’attore Michael York a cui non può confessare di essere coetanea, scivolando lentamente nella pazzia.



-Fedora


La pellicola non risparmia sarcastiche batture sulle nuove correnti cinematografiche, dal neorealismo al free cinema, è il testamento di Billy Wilder che ha molto in comune con il film testamento di Vincente Minnelli, Nina: rimpianto del bel tempo andato e una figura femminile misteriosa e sopra le righe su cui verte la storia: del resto è stato il cinema il primo mezzo a esaltare lavorativamente la figura femminile, addirittura più degli uomini anche se il prezzo di questa gloria spesso è stato altissimo, tanto da rendere credibili queste opere che vertono sulla follia della gloria perduta.
Il legame con Viale del tramonto è rimarcato dalla scelta dello stesso protagonista, William Holden e il film prende inizio dalla sua voce off che racconta i flash back precedenti alla sua morte nel capolavoro del 1950 e a quello di Fedora nell’omonimo film del 1978.



Fedora


Sicuramente più imperfetto del film del 1950, Fedora ha un fascino più sulfureo: sono passati trent’anni anche per il regista che con la lucidità che lo contraddistingue riconosce non solo la fine imminente della sua carriera ma la morte del cinema classico, non per nulla la seconda parte del film si svolge nella cappella dove è esposto il corpo della diva: attraverso le imposizioni drastiche della contessa Sobryanski (la vera Fedora) Wilder celebra il funerale del cinema a cui è appartenuto ricordando che l’uscita di scena è la parte più importante della recitazione, quindi Fedora è un atto d’amore per il cinema classico, sardonico come il regista in questione.
Da notare che il ritratto che rappresenterebbe la contessa Sobryanski è un’elaborazione di Sogni di Vittorio Matteo Corcos: penso basti il titolo a sottolineare il legame con “la fabbrica dei sogni” del cinema.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Nightmare Alley
con Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette, Willem Dafoe, David Strathairn, Ron Perlman, Holt McCallany, Jim Beaver, Richard Jenkins, Mark Povinelli
regia di Guillermo del Toro

 

Lafiera delleillusioni

 

Dopo la morte del padre, Stanton Carlisle brucia la casa di famiglia e lascia il Midwest in cerca di fortuna. La trova in un luna park dove inizia come semplice manovale. La prima a notare Stan è la chiaroveggente Madame Zeena, Stan va a vivere con lei e il marito, Pete ex mentalista ormai alcolizzato e nemmeno più in grado di aiutare la moglie nei suoi trucchi. Stan è affascinato da Pete e ascolta avidamente tutti i racconti del glorioso passato, cercando di carpirne i segreti e grazie ad essi riuscirà a salvare il luna park dallo sceriffo che vorrebbe farlo chiudere. Intanto Stan si è innamorato di Molly e le propone di fuggire con lui. Due anni dopo Stan è un mentalista di successo ma una sera rischia di essere smascherato da una psichiatra, Lilith Ritter, accompagnata da un suo paziente, il giudice Kimball. Nonostante il loro incontro sia stato burrascoso, Carlisle e la Ritter si alleano e riferendogli le registrazioni delle sedute, Lilith aiuta Stan a rendere credibili i messaggi del figlio morto in guerra per i coniugi Kimball. Il successo della truffa porta molto denaro ai due truffatori e un’apparente serenità per i Kimball, un loro facoltoso quanto infido amico, Ezra Grindle, richiede l’aiuto di Stanton per mettersi in contatto con l’amante mai dimenticata di cui Grindle ha causato la morte. Lilith si rifiuta di aiutare il mentalista ma Stanton trafuga i suoi nastri e coinvolge Molly, molto somigliante alla donna morta più di trent’anni prima, nella presunta materializzazione del fantasma di Dori. La messinscena non funziona e per fuggire Stanton uccide Grindle e la sua guardia del corpo. Lilith si svela per l’opportunista che è sempre stata e cerca di far arrestare Stanton che lascia la città nascondendosi in un carro bestiame e torna a cercare lavoro in un luna park più squallido di quello in cui ha iniziato accentando il ruolo più infimo che il settore possa offrire.

 

La fiera delle illusioni

 

Guillermo del Toro continua l’opera di rivitalizzazione di classici cinematografici del passato così ben riuscita ne La forma dell’acqua. Questa volta non tocca a un classico della sci-fi ma a un noir di scarso successo dal finale (ovviamente happy end) rimontato dalla major che già aveva faticato ad accettare che una stella come Tyrone Power volesse interpretare un personaggio sgradevole come Stanton Carlisle, anche il pubblico non gradì il tentativo dell’attore di smarcarsi dai soliti ruoli romantici e positivi e il film è finito nel dimenticatoio pur essendo tratto da un romanzo di grande spessore, unica opera degna di nota di William Lindsay Gresham, romanziere dalla vita piuttosto travagliata.
Pur rimanendo piuttosto fedele al romanzo e al film originale, Guillermo del Toro coglie l’occasione per far rivivere il genere noir, creando tutta una serie di situazioni classiche del genere più in voga nei secondi anni’40: certe pose di Stanton mollemente appoggiato mentre fuma la sigaretta sono identificative del loser anni 40, la contrapposizione femminile della compagna comprensiva vesus il modello raffinato e crudele della dark lady, la fuga dai poliziotti, il treno merci come mezzo di trasporto privilegiato dei barboni e ovviamente la sconfitta definitiva a un passo dal successo dettata da un dettaglio insignificante e casuale che manda in frantumi il riscatto del protagonista.
C’è poi il mondo del lunapark, una comunità a sè stante con le sue regole come ci ha insegnato Freaks di Tod Browning e finché Stanton si muove nel mondo, anche illecito ma ben definito delle magie da fiera tutto funziona, quando si sposta nell’ambito dello spiritismo il successo viene meno: ci sono emozioni dell’animo umano di cui non ci si può prendere gioco pena la vendetta crudele degli dei, del fato o come volete chiamare quell’essenza bizzarra e sardonica che regola il destino umano e che nel film ha le sembianze di Enoch, un feto malformato dal terzo occhio che torna nel finale del film a chiedere conto a Stanton delle sue azioni.

Zero in condotta

Zero de conduite
Francia, 1933
con Jean Dasté, Robert Le Flon, du Verron, Delphin, Louis Lefebvre, Gilbert Pruchon, Coco Goldstein, Gérard de Bédarieux, Léon Larive
regia di Jean Vigo



Zero de conduite


Finite le vacanze estive i ragazzi del collegio si apprestano a farvi ritorno, il viaggio in treno di due compagni è l’ultimo sfogo di fantasie infantili prima di tornare sotto il giogo severo degli insegnanti anche se al corpo docenti si unisce Huguet che con le sue stranezze incuriosisce i collegiali. Mentre Caussat, Colin e Briel si riconfermano i peggiori della classe e sin dai primi giorni ricevono uno zero in condotta, mentre il timido ed effeminato Tabart suscita le attenzioni di un professore ma la forza del ragazzo nel ribellarsi lo fa accettare nel gruppo e sarà proprio la reazione di Tabart al viscido professore a scatenare la ribellione degli scolari nel giorno in cui la scuola riceve delle autorità che vengono presi di mira dai ragazzi prima di darsi alla fuga sui tetti.


image from 64.media.tumblr.com


Ispirato all’esperienze autobiografiche del regista che, orfano del padre anarchico, trascorse l’infanzia in collegio.
La forza eversiva della pellicola che contrappone il mondo dell’infanzia a quello omologato e gerarchico degli adulti, attirò le attenzioni della censura che lo fece sparire per sentimenti antipatriottici e il film tornò ad essere distribuito solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945.
La sequenza iniziale del treno racchiude il mondo dell’infanzia: i giochi e i racconti dell’estate, le collezioni di oggetti improbabili, le sigarette e la voglia di atteggiarsi già da grandi. Già in questo primo segmento il regista mette in mostra tutta la sua abilità registica cogliendo i ragazzini nello scompartimento da angolazioni diverse, giocando con gli specchi del vagone: le distorsioni sono spesso presenti per dare la dimensione del fantastico dell’infanzia ma anche per sottolineare la stortura dell’autorità.



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Arrivati in stazione, col buio ad attenderli c’è uno degli insegnanti del collegio, impettito e severo il mondo anarchico e fantastico della fanciullezza si scontra con quello severo delle norme che dovranno fare degli scavezzacollo degli onesti cittadini. Tabart, arrivato anche lui in stazione con la madre, non regge l’impatto con il duro assaggio dei mesi che lo aspettano e passa l’ultima notte con la madre che lo ha accompagnato.
Fin dalla prima notte nell’istituto si manifesta la fatica dell’adattamento dei ragazzi alle severe (e spesso stupide) leggi dell’ordine sociale che per nonnulla sfocia in una punizione.
L’aspetto ridicolo dei professori rivela anche la loro bassezza: chi ruba la marmellata dei ragazzi, chi tenta di sedurli. La presa in giro delle figure autoriali culmina nella figura del direttore interpretato dal nano Delphin, i suoi tratti infantili e il barbone posticcio lasciano trasparire l’immagine del ragazzo che anche il direttore è stato, anche se ora guida tronfio il collegio con la sua vocetta acuta.



Zero de conduite


Un’altra stigmatizzazione dei danni dell’ordine borghese è rappresentata nel comitato ministeriale in visita alla scuola: i personaggi in seconda fila sono palesemente delle marionette, quello a cui l’organizzazione scolastica dovrebbe ridurre i ragazzini omologandone sogni e bisogni.
Vigo utilizza tutti i mezzi della settima arte per raccontare la sua elegia alla libertà infantile, persino i cartoni animati, infatti gli appunti del professor Huguet si animano a simboleggiare la capacità del maestro di interagire con gli alunni mettendosi al loro livello. Vigo paga il tributo alla sua ammirazione per Chaplin facendo fare al professore l’imitazione di Charlot. Significativa anche la scena della passeggiata che si trasforma nell’inseguimento di una bella ragazza: la vita, in ogni suo aspetto, è fuori dalle mura austere del collegio anche se il genio del regista e la fantasia infantile sa trasformare una battaglia di cuscini in una poetica nevicata.

La maschera del demonio

Italia, 1960
con Barbara Steele,John Richardson, Andrea Checchi, Arturo Dominici, Ivo Garrani, Enrico Olivieri, Mario Passante, Antonio Pierfederici, Tino Bianchi, Clara Bindi
regia di Mario Bava



Lamascheradeldemonio


Nella Valacchia del XVII secolo la strega Asa Vajda e il suo amante Igor Javutic vengono debellati con un rito cruento ma in punto di morte Asa maledice a sua volta la discendenza della sua stessa famiglia che l’ha messa al rogo, rogo per altro non concluso per un improvviso temporale. Duecento anni dopo due medici russi finiscono incautamente nella cripta dove è sepolta la strega e l’attacco di un pipistrello fa sanguinare il polso del dottor Kruvajan che ha tolto la maschera del demonio che trafigge il volto di Asa. Le poche gocce di sangue bastano a risvegliare la strega che dopo aver sterminato tutti i principi Vojda vuole reincarnarsi nella principessa Katia, la discendente che ha le sue stesse fattezze.


The mask of satana


L’esordio alla regia di Mario Bava è un capolavoro del gotico italiano che non ha mai raggiunto -almeno in patria- la fama che gli spetta.
L’autore era un grande direttore della fotografia che ha collaborato a lungo con Riccardo Freda inventando gli effetti per far invecchiare davanti alla macchina da presa Gianna Maria Canale ne I Vampiri effetto che torna anche nel finale de La maschera del demonio quando la forza vitale passa da Katia a Asa e viceversa nel lieto fine. Bava si occupava anche di effetti speciali e se in Caltiki creò un mostro facendo bollire la trippa, gli occhi di Asa che si sta “rimpolpando” grazie al sangue del dottore potrebbero benissimo essere due tuorli d’uovo, dato l’ingegno del maestro!



Lamaschera deldemonio


Ispirato da un racconto di Gogol’, il film ha anche referenti nell’horror classico: Javutic che guida -al rallenti- la carrozza per andare a prendere il dottore prima dello stalliere inviato dai Vojda ricorda il viaggio per arrivare al castello di Nosferatu nel film omonimo di F.W. Murnau.



Blacksunday


Mi ha colpito come, pur essendo in fondo una storia di vampiri, il riferimento al vampirismo sia molto latente, si preferisce parlare di streghe e diavoli, quasi a voler togliere ogni componente affascinante che il cinema americano aveva dato al vampiro. Solo l’essenza puramente malefica di Asa e il suo amante potevano del resto giustificare la scena iniziale ambientata nel XVII secolo con le torture inflitte ai due diabolici amanti: la soggettiva della maschera chiodata all’interno mentre sta per essere indossata da Asa conserva ancora oggi il suo spirito orripilante.



La maschera del demonio


Un altro esempioo che distingue la cinematografia di Bava e il gotico italiano dalla tradizione americana è il viaggio di Sonia, la figlia della locandiera che deve andare a mungere la mucca vicino al cimitero dov’è(ra) sepolto Javutic: c’è una scena simile ne L’uomo leopardo di Jacques Tourneur quando Teresa Delgado, vittima del leopardo deve uscire dal paese per procurare la farina: se secondo l’idea di paura di Val Lewton è il buio e gli orrori che questo può nascondere a fare paura, Bava trasforma il tragitto di Sonia in un profluvio di simboli orrorifici: rami che arrivano in faccia, rospi ecc.. Un climax ascendente che non porta a nulla ma non fine a sé stesso tutto contribuisce a creare il registro di ambiguità su cui il regista vuole giocare: chi non ha creduto che la prima apparizione di Katia coi cani fosse quella di Asa (già) rediviva?

I vitelloni

Italia 1953
con Franco Interlenghi, Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini, Eleonora Ruffo, Jean Brochard, Claude Farell, Carlo Romano, Lída Baarová, Arlette Sauvage, Enrico Viarisio, Paola Borboni, Vira Silenti, Maja Nipora, Achille Majeroni, Silvio Bagolini, Guido Martufi, Giovanna Galli, Franca Gandolfi, Gigetta Morano, Rosalba Neri, Ottavia Piccolo, Massimo Bonini, Alberto Anselmi, Milvia Chianelli, Gustavo De Nardo, Graziella De Roc, Gondrano Trucchi, Lino Toffolo
regia di Federico Fellini


I vitelloni


Sul finire dell’estate viene eletta la Miss di una località sull’Adriatico, Sandra, la vincitrice sviene e Fausto, caro amico del fratello della ragazza, prontamente scappa ma il padre intuisce tutto e e lo costringe a un matrimonio riparatore. Tornato dal viaggio di nozze Il suocero trova a Fausto un lavoro da commesso ma il giovane perderà anche quello perché corteggia pesantemente la moglie del titolare. Sandra stanca dei tradimenti del marito fugge; la sua scomparsa getta nella disperazione il marito che la cerca non i suoi fedeli amici, la ragazza si è rifugiata a casa del suocero che accoglie il figlio scavezzacollo a frustate. Nel frattempo i sogni di gloria dell’intellettuale del gruppo, Leopoldo si sono infranti davanti alle velate proposte di un vecchio capocomico, Alberto assiste impotente alla fuga della sorella con un uomo sposato, Moraldo il più giovane una notte decide di lasciare tutto e tentare la fortuna in città



Ivitelloni


Dopo Lo sceicco bianco Fellini continua la sua opera di scardinamento del neorealismo rosa tipico di quegli anni in cui tutto trovava un lieto fine con la rivincita dei buoni sentimenti e dei valori più sani.
La sceneggiatura di Flaiano – che aveva ambientato la storia nella nativa Pescara- descrive la noia della provincia e l’inanità dei suoi abitanti attraverso le (dis)avventure dei cinque vitelloni, maggior spazio è lasciato alla storia di Fausto, il più grande e il modello degli altri, come viene definito all’inizio. Ormai trentenne Fausto non vuole saperne di mettere la testa a posto: gran sciupafemmine la cui carriera viene interrotta dalla gravidanza indesiderata di Sandrina, sorella di Moraldo, uno dei suoi più cari amici, testimone delle infedeltà coniugali del cognato senza amai avere il coraggio di dire nulla. La gravidanza di Sandra comporta il matrimonio e soprattutto la necessità di lavorare per mantenere la famiglia. Fausto viene assunto come commesso da un caro amico del suocero e gli amici passano davanti alle vetrine per deridere il neo impiegato, perché nessuno di loro vuole la responsabilità lavorativa: né Riccardo con ambizioni da cantante e preoccupazioni per la linea, né Leopoldo che vorrebbe diventare scrittore, e ancor meno Alberto che si fa mantenere dalla sorella e coccolare dalla vecchia madre.



Ivitelloni


La noia dell’inverno esplode durante il Carnevale: è al veglione che Fausto si accorge che la moglie del suo principale è ancora una bella donna, è al ritorno dalla festa, ubriaco e depresso che Alberto vede la sorella andarsene con l’amante: non è tanto l’onore perduto della sorella a colpire Alberto quanto il rendersi conto che il mantenimento della famiglia ora pesa sulle sue spalle ma nel sottofinale scopriamo il pensiero definitivo di Alberto nel celebre gesto dell’ombrello ai lavoratori.



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La scena è iconica ma è interessante vedere come nasce: dalla tragedia della fuga di Sandra che tutti sospettano aver compiuto l’insano gesto, ma appena Fausto si allontana gli amici pensano al pranzo e poi a sfottere gli operai senza nessuna remora per il dramma dell’amico.
Dramma che si risolve in farsa con il padre che lo prende a cinghiate e la moglie che lo vuol difendere nonostante tutto. Lacrime e promesse di ravvedimento che sappiamo bene essere ben dopo affidabili.
Al riflessivo Moraldo non resta che andarsene da questa realtà piatta e abitudinaria e mettersi in gioco nel luogo in cui lo porterà il primo treno su cui è salito salutato solo dal giovanissimo ferroviere con cui ha fatto amicizia nelle notti insonni a bighellonare per il paese. Il sorriso del ragazzino ricorda molto quello della ragazzina al Marcello de La Dolce Vita: la distanza ormai definitiva dalla purezza dell’infanzia.
La sequenza finale, più ancora del disfacimento a fine veglione di Alberto o lo spaccato del varietà, racconta tutto il mondo futuro di Fellini: Moraldo che immagina gli amici dormienti nelle loro stanze: una proiezione fantastica dove la luce è innaturale quasi funerea, un brivido sul destino segnato dall’abitudine da cui sfugge Moraldo a cui Fellini aveva pensato di dedicare un altro film, uno dei tanti non realizzati, Moraldo va in città.

Il segreto del Tibet

Werewolf of London
USA 1935 Universal
con Henry Hull, Warner Oland, Valerie Hobson, Lester Matthews, Lawrence Grant, Spring Byington, Clark Williams, J.M. Kerrigan, Charlotte Granville, Ethel Griffies, Zeffie Tilbury
regia di Stuart Walker



Il segreto del tibet


Il botanico Wilfred Glendon è in Tibet per cercare un fiore che cresce con il favore della luna. La pianta si trova in una valle isolata dove le guide non lo vogliono accompagnare e anche un missionario sconsiglia di proseguire il viaggio. Glendon insiste nel raggiungere la vallata e trova il fiore ma viene ferito da una mostruosa creatura. Tornato a Londra lo scienziato trascura la giovane moglie per dedicarsi agli studi della Mariphasa lupina lumina, in una delle poche occasioni sociali organizzate dalla moglie incontra il dottor Yogami interessato alla Mariphasa in quanto unica cura per la licantropia. Inoltre Yogami rivela a Glendon di averlo già a conosciuto e che a Londra ci sono attualmente due lupi mannari. Glendon intuisce che l’essere che lo ha aggredito in Tibet era Yogami in versione licantropa. Alla prima luna piena Yogami ruba i fiori della pianta mentre Glendon senza antidoto si trasforma in lupo mannaro seminando il terrore in città. Quando Yogami tenta nuovamente di rubare la mariphasa, Glendon lo uccide poi volge i suoi istinti belluini sulla moglie che si è avvicinata a un vecchio spasimante…


Il segretodel Tibet


Il segreto del Tibet non è il primo film di licantropi in assoluto ma è il primo film che la Universal dedica al lupo mannaro, data la poca qualità dell’opera il film viene spesso dimenticato in favore del seguente film del 1941 che ha per protagonista Lon Chaney Jr.
Cause dell’insuccesso furono la scelta del protagonista, l’attore Henry Hull che rifiutò il pesante trucco pensato da Jack Pierce e riproposto poi da L’uomo lupo.
Pesò anche l’uscita quasi in contemporanea con La moglie di Frankenstein attesissimo sequel di successo.



Il segretodel Tibet


Costruito come gli horror dell’epoca, Il segreto del Tibet non riesce molto a mischiare l’elemento comico della la zia petulante e le vecchie ubriacone con la trama drammatica che forse è quella più debole. Il confronto tra i due licantropi, entrambi “mad doctor” che si sono infettati in nome della scienza, poteva essere interessante invece si limita alla battaglia per procurarsi il fiore di mariphasa, antidoto alla trasformazione senza approfondire le personalità dei due personaggi.



Werewolf of london


Più che il cotè horror resta interessante quello fantascientifico: il macchinario che crea il raggio lunare per far fiorire la mariphasa anche fuori dal Tibet e soprattutto il marchingegno che permette a Glendon di vedere su uno schermo chi si avvicina al suo laboratorio: un’anticipazione del videocitofono.
Buono, anche se privo di particolari slanci, l’uso delle luci, delle ombre espressioniste e una grande attenzione per le immagini riflesse, simbolo per eccellenza del doppio.

Uragano

The Hurricane
USA 1937
con Dorothy Lamour, Jon Hall, Mary Astor, C. Aubrey Smith, Thomas Mitchell, Raymond Massey, John Carradine, Jerome Cowan, Al Kikume
regia di John Ford



Uragano


Il vecchio dottor Kersaint passando davanti a un atollo di sabbia, ha l’abitudine di mandare un bacio a quella che una volta fu Manakoora una delle isole più belle dei Mari del Sud, che fece da sfondo alle vicende del leggendario Terangi, in indigeno finito sei mesi in carcere a Tahiti per aver picchiato un bianco che lo aveva provocato. Lo spirito indomito lo spinge a cercare sempre la fuga e Terangi arriva ad accumulare 16 anni di carcere. Sull’isola natia il dottor Kersaint, padre Paul e la moglie del governatore cercano di convincere l’integerrimo De Laage a intercedere per Terangi ma il governatore resta irremovibile, dopo otto anni di carcere Terangi riesce finalmente ad evadere e a tornare a Manokoora dall’amata  Marama e la figlia che non ha mai conosciuto. Mentre il governatore si mette sulle tracce dell’evaso, sull’isola scoppia un devastante uragano, Terangi mette in salvo madame De Laage e il governatore finge di non accorgersi della sua fuga.



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John Ford gira uno dei primi film catastrofici dove le scene finali dell’uragano, benché visibilmente girate in studio, riescono ancora a tenere con fiato sospeso lo spettatore odierno.



The hurricane


L’intervento catastrofico della natura pone fine a una situazione insostenibile, uno scontro culturale dove l’indigeno ha come unica ragione recuperare la libertà e ricongiungersi con la famiglia, aveva appena sposato la bella Marama prima di imbarcarsi per il viaggio che lo porterà in carcere, mentre l’uomo bianco s’impunta per dimostrare la superiorità della legge sul singolo: da subito si dice che i sei mesi di prigione comminati a Terangi sono una punizione troppo severa ottenuta dalla presunta vittima grazie alle sue conoscenze altolocate poi il sadico carceriere Warden s’impunta a voler piegare il prigioniero arrivando così alla pena spropositata di sedici anni di carcere.



Thehurricane


Per fuggire Terangi inscena il proprio suicidio e finisce per uccidere involontariamente una guardia. Quando arriva spossato alle rive di Manarooka lo salva padre Paul che decide di coprirlo, il prete è l’unico, tra i protagonisti, a perire nella distruzione della sua chiesa e Terangi si riscatta dall’omicidio colposo mettendo a rischio la propria vita per salvare la moglie del governatore e altri indigeni che hanno trovato rifugio in chiesa. La violenza della natura diventa espressione di una giustizia superiore e divina.



Uragano


L’esplosione della violenza della natura arriva alla fine di una pellicola dove ha regnato tutta la dolcezza e la bellezza della Polinesia, inquadrature da cartolina, bellezze locali guidate da Dorthy Lamour, l’attrice americana detta Queen Sarong in quanto regina di queste produzioni esotiche, ma alla regia c’è il “duro” John Ford l’occhio attento alla bellezza pittorica dei paesaggi sorretta dalla fotografia molto contrastata di Bert Glennon che gioca con le ombre, i riflessi dell’acqua e la luce ed è interessare notare il contrastro con i conciliaboli dei bianchi a capo dell’isola, sempre ripresi al chiuso, in ambienti incombenti
L’unico oscar vinto è per il miglior sonoro.

Seddok, l’erede di Satana

Italia 1960
con Alberto Lupo, Susanne Loret, Ivo Garrani, Sergio Fantoni, Rina Franchetti, Tullio Altamura, Andrea Scotti, Franca Parisi, Roberto Bertea
regia di Anton Giulio Majano



Seddok


Una spogliarellista rimane sfigurata in un incidente d’auto mentre insegue l’uomo di cui è innamorata con cui si era appena lasciata. Ormai sull’orlo del suicidio, Jeanette viene contattata dal professor Levin che le offre una cura sperimentale che le ridarà l’antica bellezza, lo scienziato s’innamora di Jeanette e quando si accorge che la cura non funziona arriva ad iniettarsi un siero per trovare il coraggio di uccidere altre donne da cui prelevare i tessuti da innestare sull’amata.



Seddok  l'erededisatana


Horror di serie B che vede alla regia Anton Giulio Majano, re degli sceneggiati Rai.
Il Satana evocato dal titolo non ha nulla a che fare con la trama incentrata sul classico scienziato pazzo, il debito principale è verso il capolavoro dell’horror francese Occhi senza volto: gli innesti di pelle che falliscono e gli omicidi delle donne da cui prelevare i tessuti, a cui si aggancia una variazione del tema del Dottor Jekyll e Mr Hyde: Levin compie i suoi studi solo, con l’aiuto dell’immancabile servo muto e di una devota infermiera innamorata di lui che sarà la prima sacrificata per continuare le cure di Jeanette; non avendo il coraggio di uccidere a sangue freddo, il professore s’inietta una pozione che stimola gli aspetti più belluini dell’essere umano e si trasforma in un mostro senza remore. La trasformazione mostruosa ovviamente avviene a favore di telecamera e per essere una produzione a basso costo del 1960 è più che soddisfacente, del resto nella produzione c’è lo zampino di Mario Bava.



Atomagevampire


Il film crolla sul finale perché si trasforma in un giallo abbastanza prolisso quando l’acuto ispettore di polizia interpretato da Ivo Garrani trova impossibile che la ripetizione del modus operandi dell’assassino sia imputabile al gorilla fuggito dallo zoo (sottile tributo a I delitti della Rue Morgue di Poe); inoltre, l’omicidio della mitomane che sproloquiava di un misterioso mostro da lei chiamato Seddok portano a sospettare degli strani comportamenti del professore portando a noiosi pedinamenti.


Seddok


Peccato le lungaggini finali perché la pellicola era piuttosto godibile: il tema del doppio era reso molto bene cinematograficamente da eleganti giochi di immagini riflesse, in aggiunta il coraggio di mostrare anche foto dei sopravvissuti alla bomba di Hiroshima: gli studi di Levin infatti prendono spunto dalle radiazioni atomiche che lo scienziato vorrebbe sfruttare per trovare una cura al cancro, “un male usato a fin di bene” dice l’ispettore anche un po’ filosofo.



Seddok


Sempre dalle radiazioni arriva il titolo americano del film, Atom Age Vampire.

La signora di mezzanotte

Midnight
Usa 1939 Columbia
con Claudette Colbert, Don Ameche, John Barrymore, Francis Lederer, Mary Astor, Hedda Hopper, Rex O’Malley, Armand Kaliz, Monty Woolley, Elaine Barrie
regia di Mitchell Leisen



LaSignoraDiMezzanotte


La ballerina americana Eve Peabody, in trasferta europea con la speranza di fare un ricco matrimonio, arriva a Parigi su un vagone di terza classe vestita solo del suo abito da sera dopo aver perso tutto a Montecarlo. La aiuta Tibor Czerny, tassista di origini ungheresi che la scarrozza tutta la sera per i locali notturni in cerca di lavoro, quando Tibor si offre di ospitarla per la notte, la ragazza si dilegua e riesce a intrufolarsi in una festa del jet set. Viene subito sgamata da un divertito signore, Georges Flammarion che la ingaggia per far innamorare l’amante della moglie, Jacques Picot. Il piano riesce ma il tassista, che ha scoperto tutto, si finge il marito della baronessa ungherese per cui si spaccia Eve..




Midnight


Divertente commedia sofisticata che gioca sulla fiaba di Cenerentola: “tutte le Cenerentole hanno la loro mezzanotte”, dice la pratica Eve a Flammarion. Il romanticismo si trasforma in cinismo, del resto c’è Billy Wilder alla sceneggiatura, trasformando la favola in un caleidoscopio di falsità dove nessuno è chi sostiene di essere e Tibor e Eve finiranno per divorziare prima ancora di sposarsi.




La signora di mezzanotte


Battute fulminanti, situazioni surreali, un cast di prim’ordine dove spicca un divertito John Barrymore a cui basta lo sguardo sardonico per sottolineare i tentativi degli altri interpreti di fingersi ciò che non sono: la moglie che finge di non essere innamorata del play boy Picot, quest’ultimo che si dice pronto al matrimonio con Eve e quest’ultima che si finge una baronessa ungherese usando il nome del tassista, che pare avere qualche lontana parentela con l’aristocrazia ungherese, forse unica cosa vera nel delirio di falsi ruoli in cui si trasforma la commedia sofisticata sul finire degli anni’30 come evoluzione del rapporto poveri versus ricchi o nobili, se europei.

Fermata d’autobus

Bus Stop
USA 1956 20th Century Fox
con Marilyn Monroe, Don Murray, Arthur O’Connell, Betty Field, Eileen Heckart, Robert Bray, Hope Lange
regia di Joshua Logan



Busstop


L’ingenuo e rude cow boy Beauregard Ducker lascia per la prima volta il suo ranch nel Montana per partecipare a un rodeo a Phoenix. Il suo mentore, Virgilio pensa che l’avventura in città sia anche l’occasione buona per il ragazzo per iniziare a conoscere le ragazze, argomento di cui è completamente a digiuno ma Bo ha le sue idee e s’innamora a prima vista di Cherie, chanteuse di un night club. Anche la ragazza rimane colpita da lui ma non si aspetta certo che il giovane cowboy pensi di sposarla il giorno dopo, finito il rodeo. Quando si rende conto della caparbietà dello spasimante Cherie fugge ma Bo la ritrova alla stazione degli autobus e la carica contro la sua volontà nel pullman diretto in Montana. Costretti a fermarsi per la notte per una tormenta, sarà Carl, l’autista del pullman a far capire al ragazzo come vanno trattate le ragazze e Cherie colpita dalla nuova tenerezza di Bo accetta di sposarlo.




Fermatad'autobus


Sgangherato ma divertente, Fermata d’autobus non ha la stessa fama di altri film con Marilyn Monroe eppure è una delle interpretazioni migliori dell’attrice che recitò anche con un accento del sud per rendere più credibile il personaggio di Cherie, ballerina di poco talento che imita malamente le pose delle dive del cinema e anche nella resa di questo aspetto la Monroe è superba.




Busstop


Marilyn aveva già vestito i panni della sciantosa nel locale di malaffare ne La Magnifica preda del 1954, ma con sfumature del tutto diverse e Cherie resta una delle figure più tenere e sincere che l’attrice abbia interpretato. Le scene al rodeo con l’amica Vera torneranno, ovviamente con un altro taglio e spessore, nell’ultimo film, il capolavoro Gli spostati.




Fermatadautobus


Convincente anche la prova dell’esordiente Don Murray che ricevette una nomination agli Oscar per il suo giovane cowboy rude ma di buon cuore che, una volta scornato come i vitelli o i cavalli che è abituato a domare, capisce che le persone non possono essere costrette a fare quello che non vogliono e dopo aver capito la lezione con il suo “angelo” deve nuovamente metterla con pratica con Virgilio il vecchio amico che si è reso conto che deve abbandonare il suo ruolo e non tornare più al ranch ora che Bo è innamorato e sotto la tenera guida di Cherie.