The Iron Lady

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La figura di Margaret Thatcher e’ molto attuale in questo periodo perche’ la sua politica liberista, in accordo con quella reaganiana viene considerata la causa primaria della forte crisi economica che stiamo vivendo. La pellicola di Phyllida Lloyd, pero’ non e’ il solito biopic che ripercorre i momenti salienti della vita della protagonista dando una lettura storica o critica delle scelte politiche della Lady di Ferro che per oltre un decennio governo’ la Gran Bretagna. La regista alla seconda collaborazione con Meryl Streep dopo la fortunata trasposizione cinematografica del musical Mamma Mia! opera un’interessante lettura di genere sulle donne e il potere, va ricordato che Margaret Thatcher e’ stata la prima donna in Europa a ricevere un mandato di governo e il suo modello per certi versi e’ ancora l’unico proponibile.
Il film si apre con la celeberrima uscita della vecchia Maggie per comprare il latte in una Londra devastata dagli attentati di al-Qaeda del 2005 e passato lo stupore per la camaleontica prova della Streep che e’ davvero identica all’originale (grazie al trucco) veniamo accompagnati nella vita di un donna anziana, richiusa in casa dalla malattia e dai propri fantasmi. Alla Lloyd non interessa giudicare l’operato politico della protagonista, il giudizio e’ negativo a prescindere perche’ racconta la storia di una donna che per inseguire l’ambizione politica deve rinunciare alla famiglia (il rapporto conflittuale con la figlia mentre l’adorato maschio vive in Sud Africa) e che finirà per ritrovarsi da sola, a fare cio’ che ha sempre paventato di piu’ nella sua vita come dimostra l’ultima inquadratura prima dei titoli di coda, scena che va collegata al discorso che la giovane Margaret fa al marito prima di accettare la sua proposta di matrimonio. Le scene piu’ interessanti, anche visivamente, sono proprio quelle della giovane deputata Margaret Roberts che alla fine degli anni ‘50 deve scontrarsi con il mondo estremamente maschilista del Parlamento di sua Maestà, memorabili le inquadrature nei due bagni: in quello femminile troneggia un’asse da stiro e una sedia vuota.
Quando la Thatcher decide di candidarsi al ruolo di Primo Ministro si affida a dei consulenti di immagine che le cambiano il look, le fanno seguire corsi per meglio modulare la voce: se il Presidente degli Stati Uniti era un attore la Thatcher con la sua forza di volonta’ finisce per procurarsi lo stesso bagaglio mediatico fatto di trucco e parrucco perfetto, tailleur raffinati di cui nessuna donna politica e’ ancora riuscita a fare a meno.
Il film e’ valso il Golden Globe a una superba Meryl Streep avviata al terzo Oscar con una prova attoriale magistrale, se nel ruolo dell’anziana Meggie e’ aiutata da un trucco eccezionale (anch’esso candidato all’Oscar) sono i suoi occhi a essere incredibili passando dallo sguardo imperioso di una donna volitiva e impassibile alle critiche a quello sperduto di una povera vecchia preda dell’Alzheimer.

La talpa

Latalpa Controllo, capo dello spionaggio britannico viene licenziato con tutta la sua squadra quando ipotizza che una talpa si muova all’interno del Circus. Quando la notizia arriva al primo ministro, Controllo e’ ormai morto e il suo vice George Smiley viene richiamato in servizio con l’incarico di scoprire la talpa tra il gruppo ristretto di agenti in posizioni di rilievo con cui ha collaborato per tutta la vita.

Che quella dell’agente segreto non sia più l’attività fascinosa di James Bond lo abbiamo scoperto con Le vite degli altri e Umberto Eco durante la promozione de Il Cimitero di Praga ne ha ribadito l’inutilita’ descrivendo le spie come creatori di falsi documenti che supportano quanto la parte avversa gia’ conosce. A chiudere la trilogia arriva il thriller di Tomas Alfredson tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di John LeCarre’ che ci descrive le frustrazioni di un gruppo di spie sul viale del tramonto: i bei tempi che rimembra una vecchia collaboratrice contattata da Smiley erano quelli della guerra, solo perche’ erano quelli della giovinezza. La talpa una volta scoperta giustifichera’ il passaggio al nemico per scelta estetica piu’ che etica perche’ l’Occidente si sta involgarendo (ed il film e’ ambientato nel 1973/74!)
Nel sottile gioco di ricostruzione che Smiley deve operare riemergono frammenti di un passato trascorso tra cene aziendali degne della piu’ banale vita impiegatizia e tante pene d’amore e mai La Mer di Trènet sottolineò un finale più malinconico.
Alfredson ci ripropone lo stesso stile lento di Lasciami entrare, una lentezza che viene scossa come nella pellicola precedente da lampi improvvisi di cruda violenza, in aggiunta c’e’ l’insistenza sulla scelta stilistica del carrello all’indietro e infatti Smiley dovra’ prendere le distanze dal vissuto personale e facendo un passo indietro avere una visione d’insieme piu’ nitida e scorgere finalmente quel che ha sempre avuto sotto gli occhi, anzi gli occhiali spesso mostrati appannati. La necessita’ della messa a fuoco di cio’ che lo circonda e’ sottolineata dalla visita dall’oculista che segue immediatamente l’assunzione dell’incarico. Molte inquadrature rimandano anche a La finestra sul cortile con la visione delle vetrate di intere palazzine spiate.
Impossibile non parlare del cast di questo film, vedere Gary Oldaman in cima ai titoli di testa di una locandina e’ una gioia che potra’ essere bissata con l’Oscar come miglior protagonista a cui e’ candidato. Vederlo duettare con Tom Hardy e’ una chicca, quasi un passaggio del testimone tra due camaleonti del grande schermo. Si fa notare anche Benedict Cumberbatch (lo Sherlock televisivio) a cui spetta il ruolo tutto sommato piu’ leggero e nella tradizione della spia charmant.
Attenzione spoiler Dalla scelta del cast arriva anche l’unica nota negativa: quando ti accorgi che l’attore di grido dopo un quarto d’ora non ha ancora avuto una scena importante intuisci che e’ nel film per interpretare la talpa

J. Edgar

J Edgar Il biopic che Clint Eastwood gira su J.Edgar Hoover, personaggio controverso della storia americana, fondatore dell’FBI e direttore del Bureau fino alla sua morte nel ‘72 non nasconde le molte ombre di un disadattato succube della madre ma dalla volonta’ di ferro che seppe sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio, o meglio a vantaggio della propria creatura, l’organizzazione investigativa che rese federale all’inizo degli anni 30 sfruttando il cordoglio per la morte del piccolo Lindy, il figlio del celebre aviatore Charles Lindbergh, ucciso dopo essere stato rapito a scopo di riscatto.
Il film viene accusato di sorvolare su alcuni lati oscuri, ad esempio i rapporti di Hoover con la mafia, a parte che il soggetto e’ davvero bigger than life e la pellicola dura circa 140 minuti, queste critiche potrebbero essere rintuzzate invitando a prestare attenzione al titolo, J. Edgar il nome di battesimo del protagonista, quindi la scelta di indagare sugli aspetti piu’ personali della figura di Hoover, di cui Eastwood non si fa scrupolo di mettere in mostra la doppiezza omofoba essendo innamorato del suo braccio destro Tolson, e la storia d’amore assume sempre maggiore importanza nella parte finale del film che culmina nella descrizione della camera da letto personale di J.Edgar in cui viene trovato morto. Se i saloni deserti di Xanadu rappresentavano il vuoto della vita del Cittadino Kane, quella camera raffinata piena di oggetti d’arte getta una luce pietosa su un uomo che si e’ sempre sforzato, sotto l’assillo di una madre virago di migliorarsi: l’attenzione per l’abbigliamento la scelta del secondo nome piu’ altisonante del banale John iniziale, il dominio delle balbuzie..
I comprimari che attorniano la vita di Hoover sono ben delineati e io sono rimasta affascinata dalla figura un po’ misteriosa di Helen Gandy, la segretaria che dopo aver rifiutato di sposarlo ne diventa la fedele vestale, oltre alla morte: se mi e’ chiaro il legame tra la madre e J. Edgar, il sentimento tra lui e Tolson, la scelta di restargli accanto da parte di questa donna mi risulta meno comprensibile.
Se il titolo denuncia un approccio intimo alla figura di Hoover non vuol dire che il film sia intimista, lo spaccato storico c’e’ e come sempre a Clint non interessa la ricostruzione storica, per quanto filologicamente perfetta nella scenografia e nei costumi. Riflettono pienamente i nostri tempi l’ossessione per il nemico che spinge a porre in secondo piano i diritti civili garantiti rispetto al bene superiore della nazione, la capacita’ di manipolare l’opinione pubblica ottenendo finanziamenti e poteri attraverso l’uso della pubblicita’ indiretta della strumentalizzazione del caso Lindbergh ed e’ la quarta volta che Eastwood fa del rapimento di un bambino il motore drammatico di un suo film, da Un mondo perfetto a Mystic River per culminare in Changeling. Hoover e’ anche un grande manipolatore dei media, crea il mito dei G-man e durante la visione riflettevo come nella mia mente Hoover fosse tra i cattivi mentre l’FBI tra i buoni (o per lo meno fosse sermpe meglio della CIA!) grazie ai tanti serial che vedono il Bureau e i suoi collaboratori come indiscussi protagonisti.
Indubbiamente la lettura e’ anche transnazionale: i maneggi di Hoover fanno pensare al nostrano Andreotti che si limitava solo ad alludere ai suoi archivi segreti per smorzare ogni oppositore e anche la frase che conclude la biografia pensata da Hoover, l’amore che sconfigge sempre l’odio e’ stato il cavallo di battaglia di Berlusconi dopo l’attentato con la statuetta del Duomo.
A sottolineare la sistematica volonta’ di Hoover di plasmare la storia a suo piacimento c’e’ l’escamotage stilistico di raccontare la vicenda del protagonista come se fosse lui a dettare le sue memorie a una serie di agenti che Hoover vuole sempre piu’ fidati ed il meno critici possibili verso la sua verita’ il passo si intuisce quando l’agente Smith fa una domanda che rischia di far crollare il castello di carte di Hoover: l’uomo si blocca un attimo prima di rispondere. Tutta la pellicola e’ un progressivo scollamento tra la visione personale del protagonista e la realtà, nel continuo passaggio dai flashback al presente, fino allo scontro ultimo con Tolson in cui l’uomo getta brutalmente in faccia la verita’ a Hoover: tutto ruota attorno alla menzogna e lla manipolazione, anche il trucco forse troppo pesante ma quanto sono inquietanti le lenti a contatto scure che “accecano” lo sguardo ceruleo di Leonardo di Caprio!

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Sherlock-Holmes-2-–-Gioco-di-Ombre 1891: una serie di attentati sconvolge l’Europa portandola sull’orlo del conflitto, per l’opinione pubblica e’ opera dei movimenti anarchici, solo Sherlock Holmes intuisce che si tratta di un piano del diabolico Moriarty che l’investigatore riuscira’ a sventare con l’aiuto di una zingara e del fido Watson a cui rovina il viaggio di nozze.

Il secondo capitolo di una saga cinematografica molto difficilmente regge il paragone con l’opera precedente ma dire che questo Sherlock Holmes 2 delude le aspettative e’ solo un simpatico eufemismo. Mi aspettavo che fosse piu’ fracassone, piu’ esagerato del precedente ma che si tentasse un connubio di questi aspetti con un gelido scontro mentale tra due intelligenze sovrumane, una dedita alla legge, l’altra completamente votata al male, era totalmente imprevedibile anche perche’ un connubio cosi’ bizzarro era difficile da gestire ed infatti il risultato e’ fallimentare. Dello spirito irriverente del primo capitolo rimane ben poco e per quanto Robert Downey Jr. risulti credibile anche se in scena e’ sempre piu’ sgualcito (non ricordo se abbia qualche inquadratura senza un livido o una ferita) il suo personaggio e’ talmente sopra le righe che a fatica si accetta il suo confronto con il compassato Moriarty. Anche perche’ gli scontri intellettuali tra i due sono intermezzi tra sequenze dove si procede per accumulo ad esempio nella fabbrica di munizioni che anticipa le atmosfere naziste, si inizia a spararsi con una pistola automatica e si finisce per tirare in campo il Piccolo Hans (probabile figlio della Grande Bertha) un modo come un altro per fare dell’antimilitarismo (banale e all’acqua di rose) ma non e’ quello che ci si aspetta da una pellicola di evasione come questa. D’altro canto non si puo’ credere neppure che un uomo di pensiero, drogato ed insonne attraversi boschi e lotti a mani nude con forzuti avversari.. Sinceramente? La prima volta (si’. Ce n’e’ anche una seconda!) in cui Holmes sembra tirare le cuoia sul vagone bestiame, ho sperato che ci restasse secco.
Si salva solo il segmento in cui il travestito Holmes trascorre la notte con Watson, dopo avergli gettato la moglie dal treno: al di la’ dell’esplicitazione omosessuale ci ho visto un divertito omaggio ai Jack Lemmon e Tony Curtis di A qualcuno piace caldo.

Le idi di marzo

Leididimarzo Stephen Meyers e’ il giovane vice della campagna di uno dei candidati per le primarie dei democratici, il governatore Mike Morris. La bravura del brillante addetto stampa viene notata dall’organizzatore della campagna dell’altro contendente che gli chiede di passare dalla loro parte. Steve rifiuta perche’ fermamente convinto delle idee sostenute dal suo candidato ma l’inesperienza a gestire le trappole politiche lo porta al licenziamento e per salvare la propria carriera Steve non esitera’ a giocare sporco abbandonando gli ideali per il piu’ bieco cinismo..

Ci sono film che sono prodotti esclusivi della cinematografia americana, opere robuste con cast inappuntabili dominate dal logos, inteso come parola, cioe’ i dialoghi che come ragionamento, la tesi. A questa categoria si puo’ ascrivere l’ultima fatica dietro la macchina da presa (la quinta) di Gerge Clooney che tiene per sè il ruolo del governatore Morris, democratico dalle idee poco moderate. Clooney costruisce il suo personaggio sul modello dell’attuale presidente Obama: colpisce la medesima gestualita’ che risalta nel primo intervento con cui Morris appare in scena e i manifesti elettorali di Morris riproducono fedelmente quelli della campagna di Obama. L’impressione e’ che il divo hollywoodiano tenti un’appassionata difesa del Presidente che ha sostenuto giustificando la mancata realizzazione delle promesse obamiane con un J’accuse verso i laidi retroscena della politica, una partita a scacchi senza regole dove conta solo mettere l’altro al tappeto (anche col sostegno degli avversari politici) senza tener conto dell’interesse della Nazione: la politica come palestra per assicurarsi un lavoro futuro strapagato al servizio delle lobby (Farragut North, il titolo della piece teatrale di Beau Willimon da cui e’ tratto il film, indica la fermata della metropolitana di Washington piu’ vicina al centro nevralgico delle lobby).
Il titolo che rimanda alla tragedia di Giulio Cesare, richiama la tragedia shakespeariana e il film e’ un gioco al massacro dove tutti tradiscono tutti, per giunta una robusta pellicola americano, per quanto a tesi, non mette mai in secondo piano l’importanza della trama ed ecco allora la vicenda della stagista ingenua, condotta la suicidio da un meccanismo piu’ grande di lei, che divorerebbe anche il protagonista trentenne se questi non esitasse a passare “al lato oscuro” dell’agone politico. Clooney gestisce questa parte del film con uno stile molto classico, concedendosi reminescenze noir: ombre dense che nascondono parzialmente i volti e piu’ che a una generica ricostruzione di atmosfere anni ‘70, le ambientazioni delle sedi dei sostenitori sono un fedele omaggio all’ufficio di propaganda in cui lavora Betsy in Taxi Driver, noir postmoderno per eccellenza.

The Artist

TheArtist Hollywood, 1927: George Valentin e’ una stella di prima grandezza del cinema muto e quando incontra l’aspirante attrice Peppy Miller fa in modo che abbia un ruolo da comparsa e le consiglia di disegnarsi un neo. Tra i due e’ amore a prima vista ma il divo e’ sposato. Peppy fa carriera velocemente grazie al suo fascino di smart girl mentre Valentin non vuole adeguarsi al sonoro e nel ‘29 lascia la major per produrre con il proprio denaro un grandioso film muto, l’insuccesso del film e il crollo della borsa lo portano al fallimento ma da lontano Peppy Miller veglia su di lui..

Osannato a Cannes 2011, The Artist e’ veramente un gioiello che sa incantare le platee, un po’ meno i critici che pare lo trovino un mero esercizio di stile. Personalmente l’ho adorato perche’ il cinema muto e la commedia anni ’30 sono da sempre il mio genere preferito e non ho potuto fare a meno di ammirare il rigore con cui il regista ha ricostruito l’epoca che va dal ‘27, avvento del sonoro al 1933 anno di Carioca il primo film della premiata coppia Ginger Rogers Fred Astaire. Encomiabile la precisione con cui sono stati allestiti i set fantasiosi del cinema muto e quelli piu’ realistici del sonoro a sottolineare che il suono ha comportato l’abbandono dei toni fiabeschi ed esotici dei silent movies popolato di sceicchi, principi e quant’altro per arrivare ad ambientazioni piu’ realistiche in stile deco’ (non divaghero’ parlando di una meravigliosa scultura di nudo di donna in piedi acrobaticamente reclinata sulla schiena).
La capacita’ di ricostruire perfettamente le atmosfere a cavallo degli anni ‘20-’30 permette al regista Michel Hazanavicius di giocare con omaggi a grandi pellicole di quel periodo o su quel periodo, impossibile non pensare a Cantando sotto la pioggia: il protagonista ha il sorriso aperto di Gene Kelly e la sua partner, di cui vedremo il provino sonoro, ricorda l’odiosa Lina Lamont dalla voce così querula e nasale da richiedere il doppiaggio della dolce Debbie Reynolds.
La sequenza iniziale del film con la prima del grande successo di Valentin, racconta gia’ tutto: il film si apre con l’attore che giura di non parlare (e’ torturato dai tedeschi con un macchinario che ricorda quello che ha dato vita al robot di Metropolis) della protagonista femminile clonata da Cantando sotto la pioggia abbiamo gia’ detto e quando Valentin si ferma sotto lo schermo a vedere la pellicola il pensiero corre al Don Quixote di Welles che lotta con le immagini e il film raccontera’ proprio la lotta don chisciottesca di Valentin contro il progresso della tecnologia cinematografica. Progresso che costo’ davvero la vita a diversi divi del cinema muto che non seppero adeguarsi alla nuova tecnologia: piu’ che a Valentino, scomparso prima di cimentarsi con il sonoro, l’omaggio onomastico forse doveva essere per John Gilbert.
Tornando a Orson Welles, il piu’ grande cineasta americano e’ omaggiato molte volte: le colazioni che narrano il progressivo allontanamento tra Valentin e la moglie, la stanza con i cimeli protetti da lenzuola, mi hanno ricordato molto Quarto Potere.
Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e’ protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monello di Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?

Le nevi del Kilimangiaro

Lenevidelkilimangiaro
Marsiglia, per scongiurare la chiusura del cantiere in cui lavorano gli operai decidono di tirare a sorte i venti lavoratori che dovranno essere licenziati. Tra questi c’e’ anche Michel, il sindacalista che ha proposto la soluzione. L’uomo si rassegna la suo tran tran di nonno in prepensionamento e si prepara al viaggio in Africa che amici e parenti gli hanno regalato per l’anniversario di matrimonio. Una brutta sera Michel, la moglie e i cognati subiscono una brutale rapina in cui spariscono tutti i soldi ricevuti dagli amici. Quando Michel scoprira’ che nella vicenda e’ implicato un giovane collega licenziato insieme a lui cerchera’ di capire le ragioni del furto.

Avrebbe potuto essere uno dei film piu’ interessanti sulla condizione del lavoro invece l’opera di Robert Guédiguian si perde in banalizzazioni quasi agiografiche dei personaggi: la famiglia di Michel e’ perfetta, onesta e dedita al lavoro: una bella casetta di proprieta’ ottenuta con sacrifici, due figli ben sistemati che a loro volta hanno due situazioni familiari solide da cui sono nati tre nipotini. Il ladro invece dopo la spartizione del bottino in cui viene fregato, per altro, si dirige verso uno squallido casermone di case popolari e impiega subito i denari ottenuti dal furto per ripianare i debiti, senza neppure comprarsi una gazzosa per se’ ma piuttosto un bel barattolone di Nutella per i due fratellastri che accudisce amorevolmente controllandogli i compiti al posto di una madre un po’ randagia che preferisce godersi l’ultimo scampolo di giovinezza al seguito dell’amante di turno.
Il film e’ tratto da Les pauvres gens di Victor Hugo ma a volte sembra di assistere alla messa in scena di una pagina strappalacrime di Carolina Invernizio o di essere in un’edificante puntata di Don Matteo, il trionfo del cattocomunismo piu’ buonista. Davvero un peccato perche’ il confronto tra la situazione di Michel, orgoglioso di aver inserito anche il proprio nome nell’urna da cui estrarre a sorte quando avrebbe anche potuto non farlo, si scontra con il rancore del giovane Christophe che gli rinfaccia che l’estrazione non ha tenuto conto delle diverse situazioni lavorative di chi ha maturato tutti i diritti al prepensionamento a differenza dei nuovi assunti la cui copertura in caso di licenziamento e’ inesistente. Anche la profonda riflessione del protagonista che convinto di battersi da sempre per la giustizia, si riscopre arroccato nella sua casetta che domina il quartiere rappresenta uno spunto notevole, forse ad essere sbagliato e’ lo stile che avrebbe dovuto essere piu’ malinconico e concedere meno alla commedia e alla furbizia delle faccette dei due fratellini abbandonati al loro destino.

Miracolo a Le Havre

Miracoloalehavre

Marcel Marx ha un passato bohémien e ora fa il lustrascarpe a Le Havre dove vive con l’amatissima moglie Arletty. La donna ha un cancro terminale ma minimizza il suo stato di salute per non far preoccupare Marcel che nel frattempo ha incontrato un bambino di colore sfuggito a una retata di clandestini. L’uomo decide di aiutare il piccolo Idrissa a ricongiungersi con la madre che vive a Londra..

Con il suo inimitabile stile stralunato e asciutto, fatto di silenzi e volti quasi inespressivi, Aki Kaurismaki ci regala una favola a lieto fine (già anticipato dal titolo) su uno dei temi più discussi del nostro presente, la condizione dei migranti. Il colpo di genio è di coniugare la storia di amicizia tra gli ultimi con gli omaggi ai grandi della storia del cinema a partire da De Sica: il titolo rimanda a Miracolo a Milano e il mestiere di lustrascarpe a Sciuscià.
Di certo la citazione più corposa è per il cinema del Fronte Popolare francese come rivelano i nomi scelti per la coppia di protagonisti: Marcel come il grande Marcel Carné e Arletty come la diva simbolo di quel cinema di chiara derivazione comunista da qui il cognome Marx. Di quel cinema che ambientava le sue storie tra le fasce più deboli della società, Kaurismaki riprende l’ambientazione del centro storico di Le Havre e lo spirito di mutuo soccorso che gli amici di Marcel applicheranno anche quando si tratterà di trovare una grossa somma di denaro per aiutare il piccolo Idrissa facendo entrare in scena la stella locale Little Bob, e l’amore per il rock del regista non è certo una novità. Bisogna plaudere al doppiaggio italiano che ha saputo ricreare il tono, quasi le voci degli storici doppiatori dei film degli anni ‘30.
Diverte che l’unico personaggio negativo della vicenda, lo spione, sia interpretato da Jean-Pierre Léaud, l’alter ego cinematografico di Truffaut, il che ha fatto pensare a una critica alla Nouvelle Vague.

Midnight in Paris

MidnightInParis Gil e’ uno sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie che torna a Parigi al seguito della famiglia della fidanzata che dovra’ sposare a breve. Una sera Gil fa una passeggiata solitaria e improvvisamente si ritrova nella Parigi degli anni ‘20..

Confesso che avrei apprezzato la fatica parigina di Woody Allen a prescindere, tanto e’ il mio amore per la Ville Lumière e sospiravo nostalgica sulla sequenza iniziale di belle cartoline parigine. Premesso questo non credo si possano negare le critiche mosse al film soprattutto quelle di un finale prevedibile; di certo la comicita’ e lo stile di Allen non sono smagliatissimi ma quello che inizialmente avevo scambiato per una certa mollezza senile ha trovato in seguito un’altra spiegazione chiedendomi il perche’ del grande successo del film.
La pellicola mette in contrasto l’animo nostalgico del protagonista con quello piu’ gretto della famiglia della sua fidanzata che si accontenta di un nozionismo culturale e pensa solo allo shopping. C’è poi lo slittamento nel conflitto tra Adriana e Gil: la dolce modella di Montmartre preferisce la Belle Époque ai ruggenti anni ‘20 e da questo il protagonista capisce che il presente non e’ mai apprezzato appieno e da qui un finale un po’ banalotto ma il punto che Allen centra in questo film e che rapisce un pubblico cosi’ eterogeneo con la sua magia e’ il rimpianto di un epoca mitica. Qualcosa che in questo nuovo millennio abbiamo perduto: forse un giovane stilista potrebbe desiderare di vivere nella Milano degli anni ‘80 degli emergenti Valentino, Armani, Versace e magari qualcun altro potrebbe sognare di rivivere l’epoca grunge in quel di Seattle, ma dopo? Tirando le somme del primo decennio del XXI secolo, c’e’ forse un momento o un angolo della Terra di cui i posteri faranno il loro periodo ideale? No, tra guerre e altre rogne l’unica cosa degna di nota di questa epoca e’ la tecnologia, che tanto ci diverte ma che paradossalmente non pare aver stimolato in nessun modo la nostra creativita’. L’incanto del fermento intellettuale e’ quello che Woody Allen ci ha regalato nel suo film.

Lo schiaccianoci 3D

Loschiaccianoci La Notte di Natale Mary e Max vengono affidati allo zio Albert che li delizia con le sue teorie e i suoi regali meravigliosi, tra questi uno schiaccianoci a cui Mary si affeziona subito mentre il fratellino Max gli rompe la mascella. Durante la notte Mary si sveglia e scopre che i giocattoli sono animati e hanno una particolare reverenza per lo Schiaccianoci che in realta’ e’ un principe messo sotto incantesimo dalla malefica Regina dei Topi per permettere al figlio di impossessarsi del regno. La coraggiosa Mary non esiterà a combattere al fianco del nuovo amico per riconquistare il reame perduto.

Nominato ai Razzie 2010 per il Peggior uso del 3D, il film di Andrei Konchalovsky e’ un’opera particolare che fonde le suggestioni del racconto originale di Hoffman con quelle del celebre balletto russo utilizzando alcune musiche originali del balletto di Tchaikovsky piu’ altre sue composizioni e attualizzando altri brani con testi di Tom Rice. Ne viene fuori uno strano oggetto filmico in grado di incantare visivamente soprattutto nella prima parte ma che non regge nella seconda perche’ l’azione non riesce a coinvolgere lo spettatore; un film confuso nel suo significato ultimo e forse per questo intrigante come molte pellicole irrisolte.
L’ambientazione e’ in una meravigliosa Vienna del 1910 (e non degli anni 20!) dove la Wiener Secession domina sovrana: il salone della casa di Mary sembra il Palazzo della Secessione solo che i fregi che decorano alle pareti non sono dedicati a Beethoven ma raccolgono i piu’ celebri quadri di Gustav Klimt.
Lo zio Albert e’ nientemeno che Einstein e illustra ai nipoti una versione semplificata della teoria della relativita’ mentre la mamma, cantante di grido, e’ una fervente seguace di Freud. Al canto del cigno dell’Austria Felix si oppone il mondo cupo governato dal Re dei Topi (un irriconoscibile John Turturro piastrato e platinato) in pieno stile nazista e il rimando a Maus di Art Spiegelman e’ lampante anche se si possono trovare reminiscenze cinematografiche di Blade Runner nelle forme del palazzo reale, Metroplis nelle scene nella fornace dei giocattoli e alla fine il fedele scimpanze’ Gielgud si trasforma praticamente in Chewbacca.
Davvero un peccato che la seconda parte risulti cosi’ noiosa perche’ pur non avendo visto il film in 3D ho molto apprezzato alcuni effetti speciali: come la mano dello schiaccianoci si trasformi da legnosa ad umana e la deformazione dei volti dei cattivi per renderli “rattosi”.