Gosford Park

USA 2001
con Michael Gambon, Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Camilla Rutherford, Charles Dance, Geraldine Somerville, Tom Hollander, Natasha Wightman, Jeremy Northam, Bob Balaban, James Wilby, Claudie Blakley, Laurence Fox, Trent Ford, Ryan Phillippe, Stephen Fry, Ron Webster, Kelly Macdonald, Clive Owen, Helen Mirren, Eileen Atkins, Emily Watson, Alan Bates, Richard E. Grant, Derek Jacobi, Sophie Thompson
regia di Robert Altman

Sir William McCordle organizza una battuta di caccia nella sua tenuta di Gosford Park a cui partecipano diversi familiari e un produttore di Hollywood venuto con Ivor Novello, star cinematografica inglese di nobili origini. Gran parte degli ospiti sono accompagnati dai loro camerieri personali che vengono coordinati dal maggiordomo e da Mrs. Wilson, governante della magione. Ben presto l’annuale battuta di caccia si rivela diversa dalle precedenti: un proiettile vagante sfiora l’orecchio di Sir William, a cena una cameriera si permette di prendere le difese del lord mentre la moglie lo punzecchia e poco dopo la cena il padrone di casa viene ritrovato cadavere. L’arrivo di uno svagato ispettore di polizia non porterà alla soluzione del caso ma si scoprirà che il valletto del produttore è in realtà un attore che stava studiando il comportamento della servitù e che Sir William è stato ucciso non una ma ben due volte…

Gosford Park è un film che inseguo da tempo e recupero solo ora, con la morte di Maggie Smith per cui la prima cosa a colpirmi è la similitudine con Downton Abbey: già nei titoli di coda si distinguono gli attori che interpretano i personaggi downstair (del piano di sotto) dai nobili.
Addirittura Downton Abbey fu scelta come location cinematografica e per alcune puntate del period drama si è vissuta una situazione metacinematografica, con una troupe a sconvolgere ritmi e abitudini della casa, situazione ovviamente ben lontana da quella sottilissima del film di Altman.
Anche l’adorabile Lady Violet è una derivazione di Lady Constance che Maggie Smith interpreta in Gosford Park.

Di certo il caustico regista americano non avrebbe amato la serie televisiva inglese: il suo film è uno spietato gioco al massacro in punta di fioretto dove il confine tra le classi sociali è invalicabile, addirittura all’Interno delle stesse la perfidia non manca, mentre Downton Abbey rappresenta lo zeitgeist dei nostri tempi dove lo scontro di classe viene dissolto in una bella fiaba utopistica dove  tutti remano insieme per il benessere comune.

Se l’arguta Lady Violet in fondo non è snob, la tremenda. lady Costance, che come tutta la sua famiglia vive della rendita che gli concede l’odiato Sir William, è un personaggio di uno snobismo insopportabile non solo verso la servitù ma anche verso i parenti e gli amici che reputa inferiori. I suoi strali si concentrano soprattutto su Ivor Novello, personaggio reale, il protagonista de Il pensionante, uno dei più bei film muti di Hitchcock di cui Costance storpia il titolo (in italiano l’arrotino per l’inquilino).
Mentre la star cinematografica è idolatrata dai valletti e dalle cameriere che si fermano incantati ad ascoltarlo quando canta, i nobili mostrano un evidente disprezzo per le sue canzonette. Uno snobismo culturale che sottolinea l’imminente crollo di una classe sociale che scomparirà con la seconda guerra mondiale, lasciando spazio alla borghesia rampante del dopoguerra anche nella regale Inghilterra.

Se Ivor Novello è l’elemento estraneo del piano nobile, il disprezzo della servitù si concentra su Henry Denton quando si scopre che il presunto valletto è in realtà un aspirante attore sotto mentite spoglie: la passione per il cinematografo viene dimenticata quando i servitori credono sbeffeggiato il loro lavoro anche se soggetto a regole assurde: essere chiamati con il nome del nobile che servono e sedersi a tavola secondo l’importanza del grado nobiliare dei loro padroni: un retaggio quasi medievale ma del resto che -soprattutto Sir William- creda che la sua posizione e il suo denaro gli concedano tutto è ben chiaro dalla seconda parte della storia che rivela chi è l’autore del secondo omicidio (quindi non colpevole): il gioco al massacro in punta di fioretto si trasforma nel finale in una tragedia indicibile di sopraffazione che ha spezzato vite e famiglie.

Altman solleva la patina dorata del bel mondo e non si fa scrupolo di denunciare l’orrore che nasconde e anche se a Sir William concede le simpatie di Elsie, la cameriera che prende le sue difese durante la cena formale rivelando un legame che non dovrebbe esistere, è solo per sottolineare la distanza sociale: la rottura del rapporto di classe implica il licenziamento senza bisogno di comunicarlo e neppure il potere di Sir William può infrangere la regola. 

Il vero assassino non viene scoperto, si può solo supporlo, siamo nel lontani dal giallo alla Agata Christie spesso evocato per commentare Gosford Park, che ad Altman interessi più giocare con Hitchcock è evidente non solo dalla presenza di Ivor Novello ma anche dal bicchiere di latte che Henry Denton porta a Lady Sylvia, sardonico omaggio a Il Sospetto

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Sherlock-Holmes-2-–-Gioco-di-Ombre 1891: una serie di attentati sconvolge l’Europa portandola sull’orlo del conflitto, per l’opinione pubblica e’ opera dei movimenti anarchici, solo Sherlock Holmes intuisce che si tratta di un piano del diabolico Moriarty che l’investigatore riuscira’ a sventare con l’aiuto di una zingara e del fido Watson a cui rovina il viaggio di nozze.

Il secondo capitolo di una saga cinematografica molto difficilmente regge il paragone con l’opera precedente ma dire che questo Sherlock Holmes 2 delude le aspettative e’ solo un simpatico eufemismo. Mi aspettavo che fosse piu’ fracassone, piu’ esagerato del precedente ma che si tentasse un connubio di questi aspetti con un gelido scontro mentale tra due intelligenze sovrumane, una dedita alla legge, l’altra completamente votata al male, era totalmente imprevedibile anche perche’ un connubio cosi’ bizzarro era difficile da gestire ed infatti il risultato e’ fallimentare. Dello spirito irriverente del primo capitolo rimane ben poco e per quanto Robert Downey Jr. risulti credibile anche se in scena e’ sempre piu’ sgualcito (non ricordo se abbia qualche inquadratura senza un livido o una ferita) il suo personaggio e’ talmente sopra le righe che a fatica si accetta il suo confronto con il compassato Moriarty. Anche perche’ gli scontri intellettuali tra i due sono intermezzi tra sequenze dove si procede per accumulo ad esempio nella fabbrica di munizioni che anticipa le atmosfere naziste, si inizia a spararsi con una pistola automatica e si finisce per tirare in campo il Piccolo Hans (probabile figlio della Grande Bertha) un modo come un altro per fare dell’antimilitarismo (banale e all’acqua di rose) ma non e’ quello che ci si aspetta da una pellicola di evasione come questa. D’altro canto non si puo’ credere neppure che un uomo di pensiero, drogato ed insonne attraversi boschi e lotti a mani nude con forzuti avversari.. Sinceramente? La prima volta (si’. Ce n’e’ anche una seconda!) in cui Holmes sembra tirare le cuoia sul vagone bestiame, ho sperato che ci restasse secco.
Si salva solo il segmento in cui il travestito Holmes trascorre la notte con Watson, dopo avergli gettato la moglie dal treno: al di la’ dell’esplicitazione omosessuale ci ho visto un divertito omaggio ai Jack Lemmon e Tony Curtis di A qualcuno piace caldo.

V per Vendetta

In un futuro molto prossimo l’Inghilterra sara’ governata da una dittatura nazistoide che esercitera’ il controllo attraverso i media, dopo aver internato in campi di concentramento gli esponenti di razze, religioni ed orientamenti sessuali differenti ed averli usati come cavie per esperimenti scientifici.
Una notte in cui sfida il coprifuoco, Evey viene salvata da un misterioso individuo che si cela dietro una maschera: le loro strade si uniranno nel tentativo di liberare la nazione del tiranno..


VperVendetta

Benche’ Alan Moore, autore del fumetto, si dissoci totalmente dal film dei fratelli Wachowski per la diversa caratterizzazione data ai suoi personaggi, io ho trovato V per Vendetta molto interessante, piu’ profondo della maggior parte delle trasposizioni cinematografiche di celebri comics.


V per Vendetta

Dopo l’epopea di Matrix, tornano i fratelli Wachowski portando sullo schermo il fumetto di Alan Moore, illustrato da David Lloyd, che ha per protagonista un misterioso eroe chiamato V, che si cela dietro la maschera di Guy Fawkes, popolare eroe inglese, autore della fallita cospirazione della polvere da sparo che il 5 novembre 1605 doveva far saltare il Parlamento di Londra.
Diretto con mano forse non abilissima da James McTeigue, il film ripropone alcune delle tematiche basilari della saga di Matrix: il controllo da parte di una societa’ oppressiva ed alienante e la necessita’ di affrancarsi da essa assumendo uno sguardo lucido ed indipendente sulla realta’.

VpervendettaAmbientata in una Londra scura e claustrofobica la pellicola mette in atto alcuni capovolgimenti della precedente estetica filmica: se Matrix era stato il blockbuster che aveva lanciato la moda del futuribile e del tecnologico con combattimenti estremamente acrobatici, in V per vendetta si punta sul coinvolgimento intellettivo dell’eroe, piu’ che sulla sua abilita’ fisica, cosa che ha fatto tacciare il film di verbosita’. L’ambientazione dal futuribile della celebre saga, passa ad un gusto retro’ ed anche i protagonisti del film interpretano ruoli antitetici ad altri che li hanno resi celebri: dietro la maschera del ribelle si nasconde Hugo Weaving, il cattivissimo Agente Smith di Matrix, mentre John Hurt impersona il dittatore Adam Sutler che domina dai teleschermi, ruolo diametralmente opposto a quello che aveva nel film tratto dal capolavoro di Orwell, 1984 a cui questo lavoro si ispira.
I Wachowski mescolano le tematiche orwelliane agli aspetti piu’ romantici de Il fantasma dell’opera o de Il conte di Montecristo che viene chiaramente citato nel corso del film ed anche la denuncia contro i totalitarismi spazia da immagini che ricordano i lager nazisti a quelle che richiamano le prigioni di Abu Grahib o Guantanamo (la tunica-sacco di Evey durante la prigionia).
Analizzando il cast che presenta nomi di sicuro richiamo, tra tutti colpisce la prova di Stephen Rea nel ruolo dell’ispettore capo Finch che arriva a sconvolgenti conclusioni sul governo a cui ha sempre ubbidito (il personaggio ha subito pero’ molte modifiche rispetto all’originale del fumetto).
Nell’insieme un film che ha sicuramente delle imperfezioni, ma che rappresenta un passo avanti rispetto ai soliti blockbuster tratti dai fumetti andando ben oltre al solo aspetto ludico.