Miracolo a Le Havre

Miracoloalehavre

Marcel Marx ha un passato bohémien e ora fa il lustrascarpe a Le Havre dove vive con l’amatissima moglie Arletty. La donna ha un cancro terminale ma minimizza il suo stato di salute per non far preoccupare Marcel che nel frattempo ha incontrato un bambino di colore sfuggito a una retata di clandestini. L’uomo decide di aiutare il piccolo Idrissa a ricongiungersi con la madre che vive a Londra..

Con il suo inimitabile stile stralunato e asciutto, fatto di silenzi e volti quasi inespressivi, Aki Kaurismaki ci regala una favola a lieto fine (già anticipato dal titolo) su uno dei temi più discussi del nostro presente, la condizione dei migranti. Il colpo di genio è di coniugare la storia di amicizia tra gli ultimi con gli omaggi ai grandi della storia del cinema a partire da De Sica: il titolo rimanda a Miracolo a Milano e il mestiere di lustrascarpe a Sciuscià.
Di certo la citazione più corposa è per il cinema del Fronte Popolare francese come rivelano i nomi scelti per la coppia di protagonisti: Marcel come il grande Marcel Carné e Arletty come la diva simbolo di quel cinema di chiara derivazione comunista da qui il cognome Marx. Di quel cinema che ambientava le sue storie tra le fasce più deboli della società, Kaurismaki riprende l’ambientazione del centro storico di Le Havre e lo spirito di mutuo soccorso che gli amici di Marcel applicheranno anche quando si tratterà di trovare una grossa somma di denaro per aiutare il piccolo Idrissa facendo entrare in scena la stella locale Little Bob, e l’amore per il rock del regista non è certo una novità. Bisogna plaudere al doppiaggio italiano che ha saputo ricreare il tono, quasi le voci degli storici doppiatori dei film degli anni ‘30.
Diverte che l’unico personaggio negativo della vicenda, lo spione, sia interpretato da Jean-Pierre Léaud, l’alter ego cinematografico di Truffaut, il che ha fatto pensare a una critica alla Nouvelle Vague.

Terraferma

Terraferma Giulietta, vedova di un pescatore e madre del ventenne Filippo, sogna di lasciare il lembo di terra a sud della Sicilia e rifarsi una vita altrove. Sfrutta l’estate imminente per affittare la casa ai turisti e racimolare il denaro sufficiente per andarsene. Ma una notte il suocero e il figlio tornano da una battuta di pesca con un carico di clandestini e Giulietta si trova costretta, altrettanto clandestinamente per non incorrere nelle sanzioni della legge contro l’immigrazione, ad aiutare la profuga Sara a partorire..

Peccato per il solito finale aperto: lo stesso Crialese fa riferimento agli stilemi della fiaba per questa sua ultima opera e allora che si sarebbe stato di male se il piano di fuga di Ernesto Giulietta e Filippo fosse andato in porto? Certo si sarebbe persa l’evocativa scena finale della barca ripresa dall’alto in mezzo ai marosi ma forse avrebbe avuto piu’ concretezza lo scontro generazionale in cui Filippo si trova implicato.
Il bello di Terraferma e’ proprio la transizione, in cui tutti i personaggi sono coinvolti: il giovane Filippo indeciso tra il rigore della tradizione marittima del nonno Ernesto che risponde alle leggi del mare, piu’ antiche e sacre della disgustosa Bossi-Fini e il modello neo imprenditoriale dello zio che fa di tutto per essere trendy e accontentare i turisti. Giulietta e Sara sono poi due donne spinte dallo stesso desiderio di fuga in cerca di una vita migliore e il volto ferino di Sara che emerge nel buio trascende la tragedia degli immigrati africani per diventare simbolo di tutte le paure e le disgrazie che l’avventura verso un nuovo mondo puo’ comportare.
C’e’ un continuo scambio di ruoli e di luoghi: la terra ferma del titolo pare essere l’isola non meglio identificata in cui si svolge il film, crocevia di turisti ed immigrati, ma da una battuta finale si capisce che la terra ferma, l’approdo sicuro, la salvezza e’ sempre altrove e il viaggio per raggiungerla e’ sempre lungo e periglioso.
Nonostante qualche pecca di sceneggiatura, Terraferma conferma il talento visivo di Crialese, il suo amore per il mare, elemento primordiale e liberatorio anche se nel film ce lo mostra insozzato da mucchi di plastica, le coste scabre e nere di una terra inospitale che sempre spinge al viaggio.

Premio speciale della Giuria alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia.

Welcome

Welcome Bilal, diciassettenne curdo, ha lasciato Mossul a piedi per andare Londra a ritrovare la fidanzata. Il suo sogno d’amore si infrange a Calais dove scopre la difficolta’ dei clandestini di raggiungere l’isola britannica. Bilal decide allora di attraversare la Manica a nuoto e per farlo inizia a prendere lezioni nella piscina comunale di Calais da un bagnino che prendera’ a cuore la sua situazione…

Un film che entra nel cuore come una lama gelida lasciando lo spettatore disarmato davanti all’ingenuita’ e alla determinazione di Bazda, il ragazzino corridore che ha lasciato l’Iraq per amore e pensa di cavarsela attingendo al sogno velleitario, tipico del villaggio globale: diventare calciatore nel Manchester United.
Il regista Philippe Lioret illustra con il freddo distacco di un documentario la tragica situazione dei clandestini che si accampano sulle coste francesi nella speranza di attraversare la Manica ma soprattutto ci mette di fronte alla nostra solitudine incarnata nel personaggio di Simon (un intenso e dolente Vincent Lindon) bagnino cinquantenne con un passato agonistico alle spalle e un matrimonio appena fallito che ha davanti a se’ un futuro di solitudine fatto di cene monoporzione al tavolo di un pub o davanti alla tv. Simon non sa restare indifferente davanti all’ingenua determinazione di Bilal e fa quanto piu’ proibito, espressamente dalla legge francese ma tacitamente da tutta la nostra societa’: si lascia coinvolgere dalla vicenda del ragazzo curdo e minorenne (che avrebbe quindi tutto il diritto all’accoglienza) prendendosi cura di lui e consigliandolo come se fosse un figlio.
Non stiamo assistendo ad una fiaba a lieto fine e per quanto ci si possa illudere durante la visione, il finale sara’ amarissimo, in linea con il sarcastico titolo, quel Welcome che scriviamo sugli stuoini ma di cui non conosciamo piu’ il significato.

In questo mondo libero..

InquestomondoliberoDopo la parentesi romantica di Un bacio appassionato e l’immersione nella storia irlandese con Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach torna a raccontare una storia che descrive senza mezzi termini la realta’ dei nostri tempi: Angie e ‘ una ragazza madre trentenne, che seleziona lavoratori extracomunitari per una ditta di lavoro interinale, alle spalle ha una sequela di lavori da cui e’ stata licenziata e quando perde anche questo impiego, decide di aprire un’agenzia per conto suo.
Benche’ un po’ truzza nell’aspetto, Angie rispetta perfettamente vizi e virtu’ dell’europeo medio, in fondo ha buon cuore (si tira in casa una famiglia clandestina di iraniani che vivono in un tugurio) ma e’ disposta a qualsiasi bassezza pur di continuare a garantire la sicurezza del figlio e del resto in questo mondo libero ormai ciascuno di noi sarebbe disposto a scendere a qualsiasi compromesso pur di continuare a mantenere la propria sicurezza e quella dei propri cari, diritto sacrosanto ma che purtroppo ormai combacia esclusivamente con la sicurezza economica (Angie non paga gli operai ma compra la minimoto al figlio) ottenuta spesso sulla pelle degli altri e questo non ci rende troppo diversi dai malavitosi che tanto disprezziamo.

Quando sei nato non puoi piu’ nasconderti

Quando sei nato non più nasconderti

Sandro, in crocera nel Mediterraneo con il padre e un amico di famiglia, cade dalla barca e viene salvato da una carretta del mare che trasporta clandestini sulle coste italiane, nel corso del viaggio fa amicizia con Radu e Alina, due giovani profughi rumeni. Una volta tornato in Italia e ritrovati i genitori, Sandro convince la famiglia ad occuparsi dei suoi nuovi amici, ma i ragazzi non sono esattamente quel che avevano detto.

Il film parte in maniera poco credibile con questo salvataggio atipico, ad opera dei clandestini nelle mani di due contrabbandieri da operetta: cattivi ed opportunisti, ma un po’ sminchiati.
Gia’ dalla rappresentazione delle due imbarcazioni cosi’ diverse che incrociano senza toccarsi nel difficile mare dell’esistenza, Giordana inizia il suo gioco di contrapposizioni tra noi e loro, che si rivela puramente didascalico dato che a nessun personaggio riesce a dare quella profondita’ in grado di farlo uscire dal bozzetto: Sandro e’ un dodicenne di buon cuore, ma tendenzialmente ingenuo anche se nei campi scuola in Inghilterra impara l’arte della canna, invece che la lingua.
Quandoseinatononpuoi+nascondertiIl padre tutto dedito alla famiglia e al lavoro e’ certo di meritarsi un Cayenne, ma sarebbe disposto anche a fare un sacrificio adottando i due giovani immigrati.
Dall’altra parte della barricata ci sono Radu, diciottenne ormai incattivito dal mondo che non puo’ permettersi di contare sulla disponibilita’ degli altri ed Alina, troppo bella per non finire ad esercitare il mestiere piu’ antico del mondo.
Nel mezzo c’e’ la legge che al solito dimentica le ragioni del cuore.
Quandoseinatononpuoi+nascondertiIl guaio della pellicola e’ quello di non voler salvare nessuno finendo cosi’ per salvare tutti come dimostra il finale aperto: possiamo proiettare quel che vogliamo sull’immagine di Sandro ed Alina seduti sul cordolo di un breve raccordo di un bivio della tangenziale: la speranza sta nelle nuove generazioni che riescono a costruire un ponte tra due strade che sembrano destinate a non incontrasi mai come il sangue arterioso e quello venoso separati da una sottile membrana all’interno del cuore, come recita una lezione di scienze impartita a Sandro?
Un film francamente inutile, che punta sull’emotivita’ della messa in scena della disperazione, ma che non osa mai nulla, neppure nelle scelte registiche.