Westworld stagione 2

Fin dalla prima stagione si era capito che Westworld prendeva solo spunto da Il mondo dei robot di Michael Crichton per andare in un’altra direzione, nella seconda stagione l’obbiettivo della serie si focalizza sui veri temi portanti che riguardano l’uomo e il nostro tempo, se l’evoluzione della coscienza dei robot ha molto a che fare con i temi della psicanalisi e della neuroscienza che supportano l’idea mindfulness della consapevolezza nata dall’attenzione senza pregiudizio dell’emozioni umane (e chi meglio di un robot può farlo?) molto più interessante e spaventoso è il controllo dei dati degli ospiti, la possibilità di duplicare la mente umana nel tentativo di rendere immortali pochi eletti.
Con la solita rapidità americana gli sceneggiatori hanno fornito un punto di vista originale sugli ultimi scandali dei big data, i residenti che camminano verso la loro terra promessa ricordano da vicino il dramma dei migranti, ovviamente quelli che cercano di entrare negli USA dal Messico.


Westworld


Più che la ricomposizione del gioco temporale, quello che mi ha folgorato in questa seconda stagione è stata la riflessione sul controllo: un giovane William sottolinea come gli ospiti vengano a Westworld e negli altri parchi per poter essere liberi di essere se stessi, lontano dagli occhi indiscreti e dal giudizio di chi li circonda. Nei secoli passati, quando non era l’occhio elettronico a controllarci, c’era la convinzione religiosa di essere osservati da Dio e sottoposti al suo giudizio, uccisa quasi ogni forma di religione l’uomo contemporaneo si è lasciato imprigionare dal controllo tecnologico, in fondo è buffo e dice molto della nostra natura e della semplicità del logaritmo che ci forma.

Miracolo a Le Havre

Miracoloalehavre

Marcel Marx ha un passato bohémien e ora fa il lustrascarpe a Le Havre dove vive con l’amatissima moglie Arletty. La donna ha un cancro terminale ma minimizza il suo stato di salute per non far preoccupare Marcel che nel frattempo ha incontrato un bambino di colore sfuggito a una retata di clandestini. L’uomo decide di aiutare il piccolo Idrissa a ricongiungersi con la madre che vive a Londra..

Con il suo inimitabile stile stralunato e asciutto, fatto di silenzi e volti quasi inespressivi, Aki Kaurismaki ci regala una favola a lieto fine (già anticipato dal titolo) su uno dei temi più discussi del nostro presente, la condizione dei migranti. Il colpo di genio è di coniugare la storia di amicizia tra gli ultimi con gli omaggi ai grandi della storia del cinema a partire da De Sica: il titolo rimanda a Miracolo a Milano e il mestiere di lustrascarpe a Sciuscià.
Di certo la citazione più corposa è per il cinema del Fronte Popolare francese come rivelano i nomi scelti per la coppia di protagonisti: Marcel come il grande Marcel Carné e Arletty come la diva simbolo di quel cinema di chiara derivazione comunista da qui il cognome Marx. Di quel cinema che ambientava le sue storie tra le fasce più deboli della società, Kaurismaki riprende l’ambientazione del centro storico di Le Havre e lo spirito di mutuo soccorso che gli amici di Marcel applicheranno anche quando si tratterà di trovare una grossa somma di denaro per aiutare il piccolo Idrissa facendo entrare in scena la stella locale Little Bob, e l’amore per il rock del regista non è certo una novità. Bisogna plaudere al doppiaggio italiano che ha saputo ricreare il tono, quasi le voci degli storici doppiatori dei film degli anni ‘30.
Diverte che l’unico personaggio negativo della vicenda, lo spione, sia interpretato da Jean-Pierre Léaud, l’alter ego cinematografico di Truffaut, il che ha fatto pensare a una critica alla Nouvelle Vague.