Mean Girls

USA 2004, Paramount Pictures
con Lindsay Lohan, Rachel McAdams, Amanda Seyfried, Lacey Chabert, Lizzy Caplan, Tina Fey, Jonathan Bennett, Daniel Franzese, Tim Meadows, Amy Poehler, Ana Gasteyer, Neil Flynn, Diego Klattenhoff
regia di Mark Waters

Cresciuta in Africa con i genitori antropologi, Cady Heron ha sempre studiato da privatista ma ora che la famiglia è tornata negli USA perché la madre ha vinto una cattedra, la ragazza deve affrontare -senza alcuna esperienza- la prova più difficile per un adolescente: il liceo!

Ho recuperato un film di cui sento parlare da vent’anni, esaltato come la punta di diamante della teen comedy dei primi anni 2000 e pur trovandolo carino e piacevole non sono rimasta colpita più di tanto dall’opera.

Ricordo di aver sempre letto di un parallelo tra la vita liceale e la giungla ma oltre a qualche inutile scena in cui i ragazzi vengono mostrati mentre seguono rituali scimmieschi non c’è nessun’esperienza della vita precedente di Cady che la aiuti ad affrontare il suo presente, come invece avevo supposto. 

È Cady a subire il modello sociale delle high school e a trasformarsi al punto di perdere sé stessa per trasformarsi in una copia della “barbie” che vorrebbe distruggere. L’idea non è malvagia e dona spessore al film anche se l’asticella della perfidia negli anni si è molto alzata da Gossip Girl a 13 reason why e quindi vedere oggi il film per la prima volta non crea lo stesso interesse che poteva suscitare all’uscita nel 2004.

Il canovaccio di base poi è il solito: la ragazza nuova che deve individuare il gruppo sociale più affine con cui condividere l’esperienza liceale fa amicizia con due outsider che pur estranei al contesto sanno tutto di tutti e di lanciano nella descrizione dei vari gruppetti.

La protagonista ha però le doti per entrare nel gruppo più cool e dopo un periodo d’indecisione opera la sua scelta, in questo caso, su consiglio di Janis, Cady si unisce alle Barbie come infiltrata, inizialmente per ridere del vanitoso terzetto poi spinta da desideri di emulazione e rivalsa che la trasformano in una stronza peggiore di quella di cui si  dovrebbe vendicare. Questo è il punto nodale e più riuscito del film che spiega perché certe convenzioni sociali permangano nel tempo: il misto di fascinazione e odio che si prova verso chi è socialmente più affermato.

La parte finale perde un po’ di mordente perché tutto torna nei ranghi con l’happy end collettivo in cui tutti trovano il loro posto, se non nel mondo almeno nell’ambiente scolastico.

La sceneggiatura del film è firmata dalla comica Tina Fey che interpreta anche il ruolo dell’insegnante di matematica.

Midnight in Paris

MidnightInParis Gil e’ uno sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie che torna a Parigi al seguito della famiglia della fidanzata che dovra’ sposare a breve. Una sera Gil fa una passeggiata solitaria e improvvisamente si ritrova nella Parigi degli anni ‘20..

Confesso che avrei apprezzato la fatica parigina di Woody Allen a prescindere, tanto e’ il mio amore per la Ville Lumière e sospiravo nostalgica sulla sequenza iniziale di belle cartoline parigine. Premesso questo non credo si possano negare le critiche mosse al film soprattutto quelle di un finale prevedibile; di certo la comicita’ e lo stile di Allen non sono smagliatissimi ma quello che inizialmente avevo scambiato per una certa mollezza senile ha trovato in seguito un’altra spiegazione chiedendomi il perche’ del grande successo del film.
La pellicola mette in contrasto l’animo nostalgico del protagonista con quello piu’ gretto della famiglia della sua fidanzata che si accontenta di un nozionismo culturale e pensa solo allo shopping. C’è poi lo slittamento nel conflitto tra Adriana e Gil: la dolce modella di Montmartre preferisce la Belle Époque ai ruggenti anni ‘20 e da questo il protagonista capisce che il presente non e’ mai apprezzato appieno e da qui un finale un po’ banalotto ma il punto che Allen centra in questo film e che rapisce un pubblico cosi’ eterogeneo con la sua magia e’ il rimpianto di un epoca mitica. Qualcosa che in questo nuovo millennio abbiamo perduto: forse un giovane stilista potrebbe desiderare di vivere nella Milano degli anni ‘80 degli emergenti Valentino, Armani, Versace e magari qualcun altro potrebbe sognare di rivivere l’epoca grunge in quel di Seattle, ma dopo? Tirando le somme del primo decennio del XXI secolo, c’e’ forse un momento o un angolo della Terra di cui i posteri faranno il loro periodo ideale? No, tra guerre e altre rogne l’unica cosa degna di nota di questa epoca e’ la tecnologia, che tanto ci diverte ma che paradossalmente non pare aver stimolato in nessun modo la nostra creativita’. L’incanto del fermento intellettuale e’ quello che Woody Allen ci ha regalato nel suo film.

Sherlock Holmes

Sherlockholmes Al suo primo blockbuster Guy Ritchie rilegge in chiave contemporanea l’epopea di Sherlock Holmes che dismette la mantellina e il cappellino cn le orecchie rivolte all’insu’ della tradizione per trasformarsi in un dandy un po’ sgualcito molto piu simpatico del saccente detective che, a quanto pare, non godeva neppure le grazie del suo creatore, Arthur Conan Doyle. Anche l’onnipresente Watson si trasforma da spalla un po’ ottusa in un fedele amico bonario ma non succube del geniale compagno d’avventure.
Certo siamo davanti a un film di puro intrattenimento dove le scene d’azione corpo a corpo, declinate come le arti marziali orientali, caratteristica dei nostri tempi, non mancano ma il film, a mio parere, ha il pregio di far rivivere un certo spirito dell’epoca vittoriana che permetteva il felice connubio tra positivismo scientifico e la fede nel progresso con le pratiche della magia nera e dello spiritismo. Caratteristiche della seconda meta’ del XIX secolo che sono state alla base di molte opere letterarie tra cui si annoverano quelle di Conan Doyle.
Altra caratteristica della pellicola, non sempre data per scontata in film di casetta, e’ la presenza di attori che sanno recitare (oltre che essere fascinosissimi!). Robert Downey Jr sembra ricordarsi benissimo la lezione del Chaplin che gli procuro’ l’Oscar nel 1992 e sfodera un repertorio di mimica degno di Charlot, del resto la sua rinascita come divo di film di cassetta si deve proprio all’ironia con cui prende poco sui serio i suoi eroi campioni di incassi.