Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches

Retrodaffiche Chiuderà domenica 31 agosto la bella mostra milanese su Mimmo Rotella, padre del decollage italiano. L’esposizione a Palazzo Reale è interessante perché narra la genesi del progetto artistico di Rotella analizzando il percorso complesso che lo ha portato ad avvicinarsi alla tecnica che lo ha reso famoso. Peculiarità della mostra è quella di ripercorre a ritroso il percorso formativo di Rotella tornando dal 1964 (anno di partecipazione alla Biennale di Venezia) al 1953, l’anno della crisi del pittore che ritiene esaurita la valenza pittorica in arte dopo le vette di Picasso, Kandiski, Klee, Leger e Mondrian.
Rifiutata la pittura, inizia quindi la nuova stagione artistica di Rotella che si avvicina alla tecnica mista che lo accomuna a Burri o a Fontana, in particolare l’artista subisce il fascino del manifesto pubblicitario ed è su questo che lavora arricchendo le opere di bruciature o colle. Oltre che nel decollage , Rotella diventa maestro anche del retro d’affiche la parte posteriore del manifesto che staccato presenta una ricchezza materica espressiva che anticipa l’arte povera.

Marilyn La mostra analizza tutte le esperienze di Mimmo Rotella accostando opere di altri autori coevi dimostrando la curiosità e la sensibilità di un’artista completamente sintonizzato sulle suggestioni del poliedrico periodo storico in cui si trovo ad operare, ricco di fermenti sia in Europa che in America.
Un percorso espositivo davvero imperdibile che dimostra quanto altro ci sia dietro all’artista famoso “solo” per le sue Marilyn


Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches
13 Giugno 2014 – 31 Agosto 2014
Milano, Palazzo Reale

Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

Apesrevolution Dieci anni dopo la fuga, le scimmie prosperano sotto la guida di Cesare mentre la razza umana sembra essere sull’orlo dell’estinzione a causa della “febbre delle scimmie”. Un giorno un gruppo di umani si introduce nel territorio della tribù di Cesare, lo scopo è quello di riattivare una centrale elettrica per migliorare la vita dei sopravvissuti di San Francisco. Cesare si dimostra disponibile al passaggio degli umani ma ciò suscita le ire di Koba che odia gli uomini essendo sopravvissuto alla vivisezione..

Ci sono voluti quasi tre anni per il sequel de L’Alba del pianeta delle Scimmie e l’attesa è stata ben premiata, se il primo capitolo faceva intuire la possibilità di un ottimo film, in questa seconda pellicola le speranze si materializzano e finalmente siamo di fronte a un blockbuster dove la perfezione tecnologica sposa anche una profonda riflessione sul presente.
Cesare è un personaggio carismatico che si è evoluto da scimmia intelligente per effetti di un farmaco, in un capo reso saggio dall’esperienza. Durante il film vediamo il suo credo messo alla prova, la convinzione che le scimmie siano superiori agli uomini crollare e scoprire che non è tanto la razza o la specie a creare i simili ma l’apertura mentale e la comunione d’intenti.
Anche Koba è un vilain di tutto rispetto la cui diffidenza verso gli uomini, giustificata dalle angherie subite permette di identificarsi anche con lui e di non odiarlo.

La Calunnia

These Three
Usa 1936
con Miriam Hopkins, Merle Oberon, Joel McCrea
regia di William Wyler


Lacalunnia


Karen Wright e Martha Dobie, fresche di diploma da insegnanti, decidono di trasformare la vecchia casa ereditata da Karen in un convitto per educande di buona famiglia. Le aiuta il giovane dottore Joe Cardin che ben presto si fidanza con Karen mentre Martha lo ama in silenzio.
La pestifera e viziata Mary Tilford si ribella alle punizioni inflittele dalle insegnanti raccontando alla nonna della tresca notturna tra Martha e Joe: la scuola chiude, il processo per calunnia viene perduto e Karen comincia a dubitare di amica e fidanzato fino a quando Martha non scoprirà la bugia ma per l’amicizia tra le due donne sarà troppo tardi.



These three


Classico woman movie, genere in voga negli anni ’30 e ’40 rivolto a una platea femminile e interpretato quasi solo da donne, infatti a parte il dottorino conteso, le altre figure maschili del film sono solo comparse da una battuta.
Il film è interessante come esempio degli effetti del Codice Hays adottato nel 1930 ma entrato effettivamente in vigore nel ’34: la piece teatrale The Children’s Hour, di Lillian Hellman, da cui il film è tratto, scritta nel 1934, ruota attorno all’allusione di una relazione lesbica tra le due protagoniste ma l’omosessualità è un tema troppo scabroso per il Codice quindi tutte le disgrazie seguite alla maldicenza sono relative a un’innocente visita notturna del dottore in camera di Martha su cui maligna un’intera città.
Solo nel 1961 William Wyler rigirerà il film attenendosi al tema lesbico originario, la pellicola si intitolerà Quelle due e avrà per protagoniste Audrey Hepburn e Shirley McLaine mentre Miriam Hopskin tornerà nel ruolo della zia impicciona di cui è vittima in questa prima versione.
La calunnia (conosciuta anche con il lapidario titolo di Infamia) si segnala soprattutto per la recitazione, con la Hopskin nella parte inconsueta dell’amica insignificante rispetto alla bellezza davvero sfolgorante di Merle Oberon, nota soprattutto per aver interpretato Kathy ne La voce nella tempesta la versione del 1939 di Cime tempestose che vede Laurence Olivier nei panni di Heatcliff.
Interessante il gioco di traduzione dei titoli: la versione del 1936 ha come titolo originale Questi tre, mi viene molto difficile credere che il titolo italiano della seconda versione, Quelle due, sia solo una coincidenza: che sottili richiami che ci stupiscono in questo periodo di titoli tradotti malamente!

I Promessi Sposi (1913)

Italia 1913 Ambrosio Film “Serie d’Oro”
con Gigetta Morano, Mario Voller Buzzi, Umberto Scalpellini, Antonio Grisanti
regia di Eleuterio Rodolfi

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Venerdì 8 agosto si è concluso stradedelcinema, l’appuntamento aostano con il cinema muto musicato dal vivo con la proiezione de I Promessi Sposi del 1913, copia restaurata e presentata alle Giornate del cinema muto 2013 di Pordenone.
La pellicola diretta da Eleuterio Rodolfi era già la seconda trasposizione cinematografica del romanzo di Manzoni: quella del 1909 diretta da  Mario Morais è andata perduta e anche la versione del 1913 è stata recuperata partendo da una sola copia rimasta in circolazione e non in perfette condizioni, mancano quindi dei passaggi per cui il film non è consigliabile come “bignami” ma è fruibile solo se si rammenta bene la storia di Renzo e Lucia. Brevissima, ad esempio, è la comparsa della Monaca di Monza ma il suo modo di portare il velo su un lato solo come fossero capelli scarmigliati dalla passione ne dà una caratterizzazione straordinaria.
A colpirmi è stata la recitazione piuttosto contenuta, più teatrale che da cinema degli esordi e in qualche punto sono anche riuscita a leggere il labiale degli attori. Colpisce anche la composizione delle immagini che si ispira notevolmente alla tradizione pittorica italiana. Questo legame con la tradizione ha forse decretato il successo dell’opera visto che le cartoline del film ebbero grandissima diffusione tanto che esiste un’edizione Hoepli del romanzo, uscita nel 1917, illustrata proprio con le immagini della pellicola.

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Potenti sono le scene di massa, la rivolta del pane e soprattutto la peste, situazioni in cui Renzo si trova sempre precipitato suo malgrado, facendo anche un po’ la figura dello svampito (forse anche per colpa della parrucca palesemente finta). Grandi lodi sono sempre state tributate, fin dall’uscita della pellicola a Gigetta Morano, l’interprete di Lucia, attrice che alla Ambrosio fu anche protagonista di una serie di “comiche” che prendono il suo nome a partire da  Gigetta al reggimento del 1910.
Girato completamente in esterni il film termina con la compagnia che ringrazia pubblico e Autore nei pressi della tomba del Manzoni, confermando l’impronta teatrale della pellicola.

La scala a chiocciola

ScalaachiocciolalocThe spiral staircase
USA 1945 RKO
con Dorothy McGuire, George Brent, Ethel barrymore, Kent Smith, Rhonda Fleming, Elsa Lanchester
regia di Robert Siodmak

Agli inizi del Novecento in un paesino americano, mentre il cinema muove i primi passi, un killer prende di mira donne con difetti fisici e a casa Warren si teme per la sorte di Elena, cameriera rimasta muta in seguito a un trauma psicologico. Nel corso della giornata però la villa si svuota dei suoi abitanti e Elena dovrà affrontare da sola l’assassino e i propri traumi..

Il più famoso dei film di Siodmak, fondamentale come trait d’union tra il film gotico classico e il thriller/noir dei secondi anni’40 di cui l’anno dopo il regista avrebbe firmato il capolavoro Lo Specchio Scuro.
Dell’horror classico ci sono tutti i topos, la notte buia e tempestosa, la villa tenebrosa (per inciso faceva parte del set de L’orgoglio degli Amberson, secondo disastrato film di Orson Welles). Su questa base il tedesco Siodmak innesta le ombre del cinema espressionista con mirabolanti chiaroscuri che culminano nella scena della morte di Bianca in cantina: un’ombra nera avvolge la parte centrale dello schermo e restano solo illuminate le mani della donna, spalancate negli spasmi dell’agonia.

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Dal thriller/noir La scala a chiocciola mutua i risvolti psicologici molto in voga negli anni’40: l’handicap di Elena deriva da un trauma infantile, la scala del titolo conduce dalla cantina sede dell’inconscio (le bottiglie della signora Oates fino all’omicidio di Bianca) alla salvezza del piano nobile dove giace Mrs. Warren e sarà muovendosi sulla scala che Elena riuscirà a sbloccare il proprio handicap.
Il film è del 1945, il regista è un espatriato tedesco: gli omicidi seriali di donne menomate sono un riferimento per nulla velato al nazismo e alla sua smania di eliminare i più deboli.
Scalaachiocciolaocchio Nel 1945 però il cinema compie anche mezzo secolo e Siodmak sembra voler rievocarne gli esordi non solo con lo spezzone del film muto sulla cui proiezione si apre il film, ma anche con l’enfasi a cui è costretta la protagonista muta per esprimersi, quando deve far riprendere la signora Warren o risvegliare la governante ubriaca o anche quando immagina il suo matrimonio con il dottore.
Con questa celebrazione Siodmak sembra voler sottolineare l’importanza della vista sugli altri sensi: Elena si salva scorgendo il piede dell’assassino celato nell’ombra, la vecchia signora Warren finge spesso di dormire salvo poi lanciare occhiate penetranti e poi c’è la peculiarità più famosa della pellicola: il dettaglio dell’occhio dell’assassino inquadrato prima di compiere l’omicidio, occhio in cui si riflette la vittima, un’anticipazione dell’analisi voyeristica dello spettatore che trova il suo acme in Peeping Tom.
La copia che gira in televisione vanta ancora il doppiaggio originale, per questo chiamo la protagonista con il nome italianizzato e si segnala tra i doppiatori la presenza della voce inconfondibile di Alberto Sordi nel ruolo del minore dei Warren l’indolente playboy Stefano.

Anarchia – La notte del giudizio

Anarchia 2023: da nove anni negli Stati Uniti d’America vige un nuovo ordine, quello dei Nuovi Padri Fondatori, che ha portato ai minimi storici la disoccupazione e la criminalità. Il segreto di questa florida situazione politica sembra essere la Notte della Purificazione, 12 ore in cui ogni forma di tutela è sospesa e la gente può farsi giustizia da sola. Eva e la figlia Kali vengono catturate da una squadra paramilitare ma salvate da un individuo che sta andando a compiere la sua personale vendetta, a loro si uniscono Shane e Liz, una coppia presa di mira da una banda di ragazzi dediti alla Purificazione: riusciranno a sopravvivere nella notte senza legge di Los Angeles?

Sequel di uscito nel 2013, Anarchia è un gran bel film su cui non pesa il marchio del sequel (pare essere migliore della pellicola che l’ha preceduto).
Cita espressamente I guerrieri della notte e Fuga da New York e rimanda interamente all’action movie anni ’80 per le atmosfere cupe ma poco splatter e i personaggi granitici schierati in maniera netta tra bene e male.
Quello che più vale è però il messaggio del film, fortemente critico con la cultura delle armi tipicamente americana e quella ormai globalizzata del profitto a ogni costo. Come sostiene il gruppo combattente antagonista al potere, non è purificandosi degli istinti più biechi che l’ordine creato dei Nuovi Padri Fondatori prospera, ma in quelle dodici ore di caos totale vengono eliminati i più deboli e poveri con un grande risparmio per lo stato sociale. La violenza legalizzata genera solo nuova violenza che sia quella raffinata dei gruppi organizzati che spadroneggiano per le città o che esploda improvvisa in una famiglia apparentemente contraria alla notte della purificazione.
Da vedere.

Duran Duran: unstaged

Duranduran

Recuperato all’ultimo dei tre giorni di programmazione, spinta più dalla necessità fisiologica di vedere un film in sala che dal richiamo della regia di David Lynch o dall’introduzione di Morgan (per altro omessa bellamente), la riedizione del concerto al Mayan Theater di Los Angeles nel 2011, passato all’epoca in live streaming su Vevo, è stato sorprendente per la riscoperta del gruppo musicale che ha segnato gli anni ’80.
Ai tempi della mia gioventù non ho mai preso posizione tra Duran Duran e Spandau Ballet simpatizzando però fortemente per i primi affascinata più dall’immaginario dei video che dalla qualità musicale, sorprende quindi entrare in sala pensando di fare un tuffo nostalgico negli spensierati anni’80 e ritrovare una band che tra alti e bassi ha messo insieme trent’anni di carriera continuativa senza reunion clamorose per attirare il pubblico, un gruppo cresciuto musicalmente che non fa concerti ripronendo solo le vecchie hit ma anche interessanti novità e riveste i vecchi successi di un sound più arricchito duettando con cantanti del calibro di Beth Ditto o Kelis per arrivare a una vera chicca, trasformando il loro brano per il Bond dell’85, Bersaglio Mobile (l’ultimo con Roger Moore) in una suite d’archi, omaggio al celebre 007 partendo dalle note di Goldfinger per arrivare a A view to a Kill.
Se il lato musicale è stato molto soddisfacente altrettanto non si può dire della regia di Lynch: tutto il concerto è stato ripreso in bianco e nero con immagini sovrapposte, a volte didascaliche (un lupo per Hungry Like the Wolf o la Terra per This is Planet Earth) a volte anche suggestive come nel caso della bella The man who stole a leopard (2010) o le riprese del pubblico col fish eye ma più spesso fintamente psichedeliche: personalmente non ho retto la ruota di bicicletta a commento di Rio brano accompagnato all’epoca (1982) da un meraviglioso video che anticipa tutto lo spirito edonista del periodo.
Di certo colpisce il contrasto tra il ricordo molto glam, rutilante e colorato dei Duran Duran anni ’80 e questo bianco e nero molto understatement scelto dal regista ma, ripeto, la band inglese non è solo la rievocazione di quel periodo dorato.

Policarpo, ufficiale di scrittura

Italia, 1959, Titanus
con Renato Rascel, Peppino De Filippo, Carla Gravina, Luigi De Filippo, Renato Salvatori, Romolo Valli, Lidia Martora Maresca, Ernesto Calindri, Massimo Pianforini, Tony Soler, Trini Montero, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Mario Riva, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Memmo Carotenuto, Maurizio Arena
regia di Mario Soldati



Policarpoufficialediscrittura


Policarpo De’ Tappetti, pignolo ufficiale di scrittura nell’amministrazione della Roma umbertina, per troppa solerzia finisce per inimicarsi il capoufficio, il cavalier Cesare Pancarano di Rondò dalle ambizioni nobiliari. Il figlio di Pancarano però s’invaghisce della bella Celeste De’ Tappetti ma il padre è talmente insofferente verso il futuro suocero che preferisce ributtare il figlio tra le braccia della ballerina con cui aveva una precedente relazione. Intanto Celeste, che non si era mai interessata troppo a Gegè Pancarano, preferisce cercare lavoro per risollevare le sempre pessime sorti famigliari e così conosce l’operaio di una fabbrica di macchine da scrivere, Mario Marchetti che le insegna a scrivere a macchina, cosa che si rivelerà molto utile anche a Policarpo che per ottenere il famoso scatto di carriera dovrà abbandonare l’amato pennino per l’odiata macchina da scrivere.




Policarpo ufficilale di scrittura


Presentato alla 12ª edizione del Festival di Cannes e premiato come miglior commedia, l’ultimo film diretto da Mario Soldati è tratto dal romanzo satirico La Famiglia De’ Tappetti di Luigi Arnaldo Vassallo.
Il regista vena la commedia di una patina malinconica per il passato sopraffatto dall’inarrestabile marcia della modernità sottolineata anche dalla canzone scritta e interpretata da Renato Rascel, Il mondo cambia.
Soldati aveva già raccontato il mondo della piccola borghesia ne Le miserie del Signor Travet e qui il rapporto tra le varie gerarchie si fa sempre più cinico con la sudditanza verso i superiori che si sfoga nella cattiveria verso i sottoposti, del resto mancano solo 15 anni all’arrivo di Fantozzi, emblema massimo della sadica gerarchia dei colletti bianchi.




Policarpo


Nonostante la perfetta ricostruzione dell’Italia d’inizio secolo con i bellissimi costumi di Pietro Tosi (premiati con il Nastro d’Argento) la situazione descritta si adatta perfettamente al presente: le donne che vogliono andare a lavorare in fabbrica sono scacciate dagli operai non per motivi di genere, spiega Mario a Celeste ma perché chiunque si renda disponibile a fare un lavoro sottopagato svaluta il settore costringendo tutti ad adeguarsi al nuovo corso.
Viene mostrato il solito gioco di mazzette tra l’imprenditore svizzero (ma naturalizzato italiano!) di macchine da scrivere e il capo sezione dell’amministrazione pubblica per scegliere la ditta Franquinet come fornitrice ufficiale di macchine da scrivere della Pubblica Amministrazione e nel finale De’ Tappetti e Pancarano finalmente amici, scopriranno che i sudati aumenti di stipendio sono già spariti nel gorgo del rincaro dei prezzi.




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La coppia Rascel-Peppino De Filippo funziona molto bene sul piano comico e il film che vanta un buon cast, ha la peculiarità di riservare tutta una serie di camei a grandi attori del cinema dell’epoca: da Alberto Sordi che fa l’ombrellaro per finire con Amedeo Nazzari che nell’ultima inquadratura ferma il cavallo imbizzarrito.




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Altra piccola curiosità: nonostante l’idiosincrasia per la macchina da scrivere, Policarpo offre un meraviglioso saggio di bravura all’inaugurazione davanti al ministro e recitando il coro de Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni batte spedito sulla tastiera: non è che questo film del ’59 è stato d’ipsirazione alla celeberrima scena della macchina da scrivere di Jerry Lewis, tratta dal film Dove vai sono guai! del 1963?

L’argent – Il denaro

L'argent Francia 1928
con Brigitte Helm, Pierre Alcover, Marie Glory, Alfred Abel, Henry Victor
regia di Marcel L’Herbier

L’aristocratico banchiere Gundermann cerca in ogni modi di far fallire il concorrente Saccard, uomo vulcanico e molto più terragno. Per risollevare le sorti della sua Banca Universale, Saccard finanzia l’impresa aviatoria dell’ingegnere Jacques Hamelin che vuole compiere una trasvolata in solitaria fino in Guyana dove impiantare dei pozzi petroliferi. L’impresa riesce tra mille peripezie, anche la presunta caduta dell’aereo e Saccard è all’apice del successo ma oltre che dal nemico storico Gundermann, il banchiere deve guardarsi anche dalla baronessa Sandorf, sua ex amante che ha scommesso sul fallimento della Banca Universale. A conoscenza del tentativo di Saccard di sedurre la moglie di Hamelin, Line, la baronessa induce la donna a denunciare il banchiere per operazioni poco chiare causando così anche guai processuali al marito. Disperata Line vorrebbe sparare al banchiere ma sarà proprio la Sandorf a sventare l’omicidio sempre per i propri interessi economici. Tornato dalla Guyana quasi cieco, Hamelin deve affrontare il processo, verrà assolto grazie all’aiuto di Gundermann mentre Saccard affronta sei mesi di detenzione con il suo spirito battagliero, coinvolgendo anche il secondino nelle sue future imprese economiche.

Tratto dall’ominimo romanzo di Emile Zola, il film di L’Herbier fu molto criticato per aver spostato l’azione del film dalla fine del XIX secolo all’epoca contemporanea. La pellicola ebbe poco successo perché uscito dopo l’avvento del sonoro del 1927 ma personalmente credo che non sia stata apprezzata la dura requisitoria contro il denaro a un passo dalla grande crisi del 1929 e oggi che riviviamo una crisi economica nata dalla stessa finanza spregiudicata il film torna prepotentemente attuale, soprattutto nell’ipocrisia del finale dove un giudice condanna con toni aspri degni di un Savonarola l’asservimento di Saccard al denaro portando sull’orlo della rovina un eroe del progresso come Hamelin. Peccato che i veri organizzatori del fallimento fisico e morale degli Hamelin e degli investitori della B.U., Gundermann e la Sandorf, non debbano pagare alcuno scotto per le loro malefatte ma ne escano addirittura rafforzati economicamente.
L’argent è un’opera ambiziosa e grandiosa nella lunghezza (200 minuti in versione integrale, 164 quella passata nelle sale) ma soprattutto nell’impianto visivo e per le soluzioni registiche: riprese dall’alto, sovraimpressioni, brevi carrelli in avanti (fenomenale quello che accompagna il galoppino di Gundermann tagliare la folla nella riunione iniziale).
Le scenografie sono quasi tutte originali (si girò nella Borsa di Parigi durante alcuni giorni di chiusura festiva) e i costumi rispecchiano fedelmente la moda deco dei tardi anni ’20 con grande profusione di gioielli dal valore anche simbolico poiché Saccard corteggia sempre regalando bracciali per legare a sé le donne che lo attraggono.
La ricchezza, filo conduttore dell’opera a cui dà anche il titolo, torna anche nelle scenografie ricostruite come la villa della baranessa con la sala da gioco nascosta dai paraventi e mentre la donna conduce il suo gioco con Saccard le ombre dei giocatori si riflettono sul soffitto sottolineando l’azzardo degli investimenti borsistici.
La Baronessa è interpretata da Brigitte Helm, celebre per il doppio ruolo in Metropolis, il robot e la dolce Maria. Solo un’anno dopo il capolavoro di Lang gira questo film dove interpreta il perfetto clichè della maliarda senza cuore anni ’20 votata solo all’interesse, una donna serpente anche nelle movenze tutte singulti con chiare allusioni sessuali.

Brigittehelm

Frenetiche le seguenze della festa di Saccard, dove la resa dei conti tra lui e Line è montata in maniera alternata alle scene dello spettacolo che intrattiene gli ospiti: dei ballerini degni di un musical americano ballano su una passerella sopra la piscina, metafora chissà quanto voluta di un equilibrio economico sempre più precario che l’anno dopo si sarebbe definitivamente spezzato.

Gli uomini preferiscono le bionde

Gentlemen Prefer Blondes
USA 1953 20th Century Fox
con Marilyn Monroe, Jane Russell, Charles Coburn, Elliott Reid, Tommy Noonan, Taylor Holmes, Norma Varden, George Winslow, Marcel Dalio
regia di Howard Hawks




Gli uominipreferisconolebionde


Per impedire il matrimonio a Parigi tra il figlio Gus e la ballerina arrivista Lorelei, il magnate Esmond Sr. trattiene il figlio in America e spedisce un detective sulla nave perché controlli la ragazza che viaggia con l’amica e collega Dorothy. Tra il detective Malone e Dorothy scoppia l’amore anche se la ragazza crede che il detective la corteggi solo per spiare meglio l’amica che nel frattempo s’infila in situazioni che fanno saltare il fidanzamento..




Gentlemanpreferblondes


Uno dei più film più famosi di Marilyn grazie all’accoppiata vincente con Jane Russell, le due bellezze mozzafiato degli anni ’50 interpretano due ballerine di rivista che non potrebbero essere più diverse: finta scema Lorelei che punta solo al denaro, disincantata Dorothy che s’innamora solo di bellocci regolarmente spiantati.



Gentlemenpreferblondes


La presenza delle due ragazze sulla nave da crociera non passa inosservata, soprattutto agli occhi del vecchio “Piggy” diminutivo che lascia poco all’immaginazione, di Sir Beekman, proprietario di miniere ma tenuto al guinzaglio corto da Lady Beekman, l’astuta Lorelei, innamorata della tiara della signora Beekman, riesce a convincere Piggy a regalargliela ma la manovra,frutto di ricatto e moine sarà quella che porterà alla rottura del fidanzamento con Gus e alla fine della ricca vita parigina con conseguente rischio di galera. Le due intraprendenti amiche riusciranno a mettere le cose a posto: Lorelei seducendo per l’ennesima volta il suo milionario mentre Dorothy si spaccia per lei in tribunale scandalizzando la corte con una parodia molto più sexy del numero di Diamond are the girl’s best friends che Lorelei fa al cabaret e che Madonna ha omaggiato nel video di Material girl.
Malone intanto recupera la tiara e Lorelei convince anche il futuro suocero sull’onestà delle sue intenzioni.




Gliuominipreferisconolebionde


Un film scintillante, che finisce con un doppio matrimonio ma sotto i lustrini e lo sfavillio dei diamanti Howard Hawks racconta con candore crudele e spiazzante il diritto tutto femminile di accaparrarsi un uomo ricco, dove la ricchezza maschile fa il paio con la dote femminile più ambita dagli uomini: la bellezza.




Gentlemenpreferblondes


Il musical è il remake dell’omonimo film muto del 1928 oggi considerato perduto; al primo film e al musical teatrale del 1949 da cui provengono i numeri musicali del film del 1953, ha collaborato Anita Loos autrice del romanzo omonimo pubblicato nel 1925.