I Promessi Sposi (1913)

Italia 1913 Ambrosio Film “Serie d’Oro”
con Gigetta Morano, Mario Voller Buzzi, Umberto Scalpellini, Antonio Grisanti
regia di Eleuterio Rodolfi

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Venerdì 8 agosto si è concluso stradedelcinema, l’appuntamento aostano con il cinema muto musicato dal vivo con la proiezione de I Promessi Sposi del 1913, copia restaurata e presentata alle Giornate del cinema muto 2013 di Pordenone.
La pellicola diretta da Eleuterio Rodolfi era già la seconda trasposizione cinematografica del romanzo di Manzoni: quella del 1909 diretta da  Mario Morais è andata perduta e anche la versione del 1913 è stata recuperata partendo da una sola copia rimasta in circolazione e non in perfette condizioni, mancano quindi dei passaggi per cui il film non è consigliabile come “bignami” ma è fruibile solo se si rammenta bene la storia di Renzo e Lucia. Brevissima, ad esempio, è la comparsa della Monaca di Monza ma il suo modo di portare il velo su un lato solo come fossero capelli scarmigliati dalla passione ne dà una caratterizzazione straordinaria.
A colpirmi è stata la recitazione piuttosto contenuta, più teatrale che da cinema degli esordi e in qualche punto sono anche riuscita a leggere il labiale degli attori. Colpisce anche la composizione delle immagini che si ispira notevolmente alla tradizione pittorica italiana. Questo legame con la tradizione ha forse decretato il successo dell’opera visto che le cartoline del film ebbero grandissima diffusione tanto che esiste un’edizione Hoepli del romanzo, uscita nel 1917, illustrata proprio con le immagini della pellicola.

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Potenti sono le scene di massa, la rivolta del pane e soprattutto la peste, situazioni in cui Renzo si trova sempre precipitato suo malgrado, facendo anche un po’ la figura dello svampito (forse anche per colpa della parrucca palesemente finta). Grandi lodi sono sempre state tributate, fin dall’uscita della pellicola a Gigetta Morano, l’interprete di Lucia, attrice che alla Ambrosio fu anche protagonista di una serie di “comiche” che prendono il suo nome a partire da  Gigetta al reggimento del 1910.
Girato completamente in esterni il film termina con la compagnia che ringrazia pubblico e Autore nei pressi della tomba del Manzoni, confermando l’impronta teatrale della pellicola.

Policarpo, ufficiale di scrittura

Italia, 1959, Titanus
con Renato Rascel, Peppino De Filippo, Carla Gravina, Luigi De Filippo, Renato Salvatori, Romolo Valli, Lidia Martora Maresca, Ernesto Calindri, Massimo Pianforini, Tony Soler, Trini Montero, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Mario Riva, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Memmo Carotenuto, Maurizio Arena
regia di Mario Soldati



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Policarpo De’ Tappetti, pignolo ufficiale di scrittura nell’amministrazione della Roma umbertina, per troppa solerzia finisce per inimicarsi il capoufficio, il cavalier Cesare Pancarano di Rondò dalle ambizioni nobiliari. Il figlio di Pancarano però s’invaghisce della bella Celeste De’ Tappetti ma il padre è talmente insofferente verso il futuro suocero che preferisce ributtare il figlio tra le braccia della ballerina con cui aveva una precedente relazione. Intanto Celeste, che non si era mai interessata troppo a Gegè Pancarano, preferisce cercare lavoro per risollevare le sempre pessime sorti famigliari e così conosce l’operaio di una fabbrica di macchine da scrivere, Mario Marchetti che le insegna a scrivere a macchina, cosa che si rivelerà molto utile anche a Policarpo che per ottenere il famoso scatto di carriera dovrà abbandonare l’amato pennino per l’odiata macchina da scrivere.




Policarpo ufficilale di scrittura


Presentato alla 12ª edizione del Festival di Cannes e premiato come miglior commedia, l’ultimo film diretto da Mario Soldati è tratto dal romanzo satirico La Famiglia De’ Tappetti di Luigi Arnaldo Vassallo.
Il regista vena la commedia di una patina malinconica per il passato sopraffatto dall’inarrestabile marcia della modernità sottolineata anche dalla canzone scritta e interpretata da Renato Rascel, Il mondo cambia.
Soldati aveva già raccontato il mondo della piccola borghesia ne Le miserie del Signor Travet e qui il rapporto tra le varie gerarchie si fa sempre più cinico con la sudditanza verso i superiori che si sfoga nella cattiveria verso i sottoposti, del resto mancano solo 15 anni all’arrivo di Fantozzi, emblema massimo della sadica gerarchia dei colletti bianchi.




Policarpo


Nonostante la perfetta ricostruzione dell’Italia d’inizio secolo con i bellissimi costumi di Pietro Tosi (premiati con il Nastro d’Argento) la situazione descritta si adatta perfettamente al presente: le donne che vogliono andare a lavorare in fabbrica sono scacciate dagli operai non per motivi di genere, spiega Mario a Celeste ma perché chiunque si renda disponibile a fare un lavoro sottopagato svaluta il settore costringendo tutti ad adeguarsi al nuovo corso.
Viene mostrato il solito gioco di mazzette tra l’imprenditore svizzero (ma naturalizzato italiano!) di macchine da scrivere e il capo sezione dell’amministrazione pubblica per scegliere la ditta Franquinet come fornitrice ufficiale di macchine da scrivere della Pubblica Amministrazione e nel finale De’ Tappetti e Pancarano finalmente amici, scopriranno che i sudati aumenti di stipendio sono già spariti nel gorgo del rincaro dei prezzi.




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La coppia Rascel-Peppino De Filippo funziona molto bene sul piano comico e il film che vanta un buon cast, ha la peculiarità di riservare tutta una serie di camei a grandi attori del cinema dell’epoca: da Alberto Sordi che fa l’ombrellaro per finire con Amedeo Nazzari che nell’ultima inquadratura ferma il cavallo imbizzarrito.




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Altra piccola curiosità: nonostante l’idiosincrasia per la macchina da scrivere, Policarpo offre un meraviglioso saggio di bravura all’inaugurazione davanti al ministro e recitando il coro de Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni batte spedito sulla tastiera: non è che questo film del ’59 è stato d’ipsirazione alla celeberrima scena della macchina da scrivere di Jerry Lewis, tratta dal film Dove vai sono guai! del 1963?