Duran Duran: unstaged

Duranduran

Recuperato all’ultimo dei tre giorni di programmazione, spinta più dalla necessità fisiologica di vedere un film in sala che dal richiamo della regia di David Lynch o dall’introduzione di Morgan (per altro omessa bellamente), la riedizione del concerto al Mayan Theater di Los Angeles nel 2011, passato all’epoca in live streaming su Vevo, è stato sorprendente per la riscoperta del gruppo musicale che ha segnato gli anni ’80.
Ai tempi della mia gioventù non ho mai preso posizione tra Duran Duran e Spandau Ballet simpatizzando però fortemente per i primi affascinata più dall’immaginario dei video che dalla qualità musicale, sorprende quindi entrare in sala pensando di fare un tuffo nostalgico negli spensierati anni’80 e ritrovare una band che tra alti e bassi ha messo insieme trent’anni di carriera continuativa senza reunion clamorose per attirare il pubblico, un gruppo cresciuto musicalmente che non fa concerti ripronendo solo le vecchie hit ma anche interessanti novità e riveste i vecchi successi di un sound più arricchito duettando con cantanti del calibro di Beth Ditto o Kelis per arrivare a una vera chicca, trasformando il loro brano per il Bond dell’85, Bersaglio Mobile (l’ultimo con Roger Moore) in una suite d’archi, omaggio al celebre 007 partendo dalle note di Goldfinger per arrivare a A view to a Kill.
Se il lato musicale è stato molto soddisfacente altrettanto non si può dire della regia di Lynch: tutto il concerto è stato ripreso in bianco e nero con immagini sovrapposte, a volte didascaliche (un lupo per Hungry Like the Wolf o la Terra per This is Planet Earth) a volte anche suggestive come nel caso della bella The man who stole a leopard (2010) o le riprese del pubblico col fish eye ma più spesso fintamente psichedeliche: personalmente non ho retto la ruota di bicicletta a commento di Rio brano accompagnato all’epoca (1982) da un meraviglioso video che anticipa tutto lo spirito edonista del periodo.
Di certo colpisce il contrasto tra il ricordo molto glam, rutilante e colorato dei Duran Duran anni ’80 e questo bianco e nero molto understatement scelto dal regista ma, ripeto, la band inglese non è solo la rievocazione di quel periodo dorato.

Skyfall

Skyfall Creduto morto durante un’operazione, James Bond si gode i vantaggi della presunta morte ma quando viene colpita la sede del MI6 a Londra, 007 torna operativo per dare alla caccia al nuovo nemico che si scoprirà essere un altro agente segreto al servizio di Sua Maestà in cerca di vendetta per esser stato sacrificato ai cinesi da M alla fine del protettorato di Macao.

Nel cinquantesimo anniversario della saga cinematografica più longeva del mondo, Bond muore e resuscita non tanto nel plot quanto nella mitologia del personaggio.
La scena iniziale è fortemente adrenalinica con un Bond quasi invulnerabile che si lancia sui treni in corsa nonostante sia ferito e viene abbattuto solo dal fuoco amico. Che questa scena sia posta prima dei bellissimi titoli di testa segna il cambio di passo della vicenda che segue, una rilettura socio politica del nostro tempo in cui la distinzione tra buoni e cattivi non è più netta nè tanto meno semplicistica: il nemico non arriva da un blocco contrapposto ma nasce dall’odio covato da qualcuno che ha condiviso le stesse posizioni diventando una sorta di alter ego oscuro (modello mutuato dal Batman di Nolan) venuto a chieder conto degli errori del passato (l’attacco come conseguenza di una colpa precedente è un tema presente anche in Argo).
Il Bond che torna dalla morte non è più un eroe invincibile, ma un uomo acciaccato che ha perso la sua mira infallibile, ancora una metafora di quest’Europa che per sopravvivere in un mondo di giganti deve puntare tutto sulla volontà.
A queste riletture contemporanee si unisce una buona dose di ironia e il coraggio di rivisitare in toto il mito bondiano: si comincia a lasciar cadere nei dialoghi la citazione di qualche titolo precedente (Solo per i tuoi occhi, Bersaglio mobile) poi si passa ad ironizzare sui gadget tecnologici ora scomparsi visti i tempi magri e si finisce per riesumare l’Aston Martin DB5 di Goldfinger per andarsi a rifugiare nella Scozia conneriana che cela le origini dell’agente segreto più famoso al mondo (Skyfall è il nome della tenuta di famiglia dove avviene la resa dei conti). La genialità sta nella furia iconoclasta con cui si opera sugli elementi del passato: la macchina viene distrutta, muore un personaggio chiave ma da queste ceneri Bond rinasce pronto per nuove avventure di cui vengono introdotti gli elementi portanti recuperati tra quelli che negli ultimi anni erano stati accantonati, come Moneypenny.
Questa capacità tutta british di rimodernare un archetipo senza stravolgerne i tratti peculiari non appartiene solo alla saga di James Bond, penso anche alla bella serie televisiva Sherlock dove l’investigatore di Baker Street viene riaggiornato ai nostri giorni con tanto di blog gestito da Watson per trovare nuovi clienti. Classici portati a nuova vita da espedienti grondanti ironia totalmente assenti alla nostra produzione cinematografica e televisiva con gli esiti poco proficui che conosciamo.

Leningrad Cowboys: Zombie Paradise

ZombieparadiseQuando alcuni mesi fa la Vodafone mi mando’ un sms in cui mi invitava sul sito per scoprire tutto sulla nuova canzone del loro spot, sorrisi e avrei voluto rispondere: “Abbbelli! Ho riconosciuto subito i Leningrad Cowboys e la loro versione di Happy Together: c’ho pure il disco, comprato alla Virgin di Amsterdam nel 1998 o giu’ di li’!”.
Ora che il laif is nao di Totti e’ stato sostituito da Silvio “zeppola” Muccino e al posto di The final countdown degli Europe c’e una non meglio identificata lagna di Ligabue, l’unica soddisfazione e’ quella di poter trovare anche in Italia il nuovo cd dei Leningrad Cowboys, Zombie Paradise.
Dopo sei anni di silenzio i surreali musicisti finlandesi dal lunghissimo ciuffo sono tornati e sono diventati cattivi, come dimostra anche la copertina del cd: uno scheletro dal lungo ciuffo che beve benzina da una tanica.
Abbandonate le divertenti rivisitazioni a suon di balalaike e cori dell’Armata Russa, in questo disco i Leningrad Cowboys rivedono alcuni classici americani in chiave hard rock, con venature punk: Goldfinger e’ arricchita da svisate di chitarre elettriche, che inacidiscono anche la malinconia di Perfect Day, mentre Puttin’on the Ritz, Manic Monday sono stravolte da un punk irriverente e Ring of fire (proprio quella scritta da June Carter!) ricorda un po’ lo stile in cui Marilyn Manson fece sua Sweet dreams degli Eurythmics, in piu’ ci sono le trombe campionate che sono un inquietante fantasma dei fiati dell’originale.
Potete farvi un’idea del loro nuovo stile guardando il loro nuovo video dove non manca una simpatica resurrezione come ai tempi di Leningrad Cowboys go America.