Un marito per Anna Zaccheo

Italia, 1953
con Silvana Pampanini, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Umberto Spadaro, Agostino Salvietti, Enrico Glori, Enzo Maggio
regia di Giuseppe De Santis

Anna Zaccheo è una bellissima ma altrettanto povera ragazza napoletana il cui sogno è quello di trovare marito. I pretendenti non le mancano e Anna s’innamora di Andrea, un marinaio che presto deve partire per quattro mesi di navigazione. Anna in quel periodo cerca lavoro per farsi il corredo trovando lavoro come modella. Il direttore dell’agenzia fotografica è molto gentile ma finisce per approfittare di lei. Anna tenta il suicidio e Andrea, tornato dalla trasferta, la lascia. La ragazza accetta la corte del ricco pescivendolo vicino di casa però non riesce ad accettare l’idea di sposarsi per interesse così lo lascia e cerca nuovamente lavoro, incontra nuovamente Andrea ma dopo una notte d’amore il marinaio la lascia definitivamente perché non riesce a perdonarla.

Un marito per Anna Zaccheo viene considerato un film minore nella produzione di De Santis, certamente non aiuta la scenografia ricostruita e l’abbondante uso di canzoni napoletane si salva Era de maggio solo arpeggiata -e non nel ritornello- come colonna sonora dei momenti malinconici e degli addii di Anna, ma visto oggi il film sembra anticipare una visione anti patriarcale ante litteram. 

Tutte le mattine la bella ragazza si alza e sa che dovrà dribblare una masnada di galli italiani pur cercando tra essi un futuro marito. Anna è una ragazza molto pragmatica e in realtà vorrebbe lavorare ma sono i suoi familiari in primis che la spingono verso il matrimonio, possibilmente economicamente vantaggioso per salvare le sorti di tutta la famiglia.

Nei primi anni ’50 quando il matrimonio era l’unico progetto di vita per una donna (ridicolizzato dalla figura dell’amica che quando trova il fidanzato è costretta ad andare in giro col saio per rispettare il voto esaudito) raccontare le disavventure di una donna troppo bella per trovare un lavoro senza implicazioni maliziose è una bella stigmatizzazione della condizione femminile e anche dal punto di vista sentimentale quella di Anna è una favola amara: nessuno degli uomini che incontra è una figura positiva. Andrea si dichiara innamorato ma non è in grado di perdonarla e non si fa scrupoli a cercarla una seconda volta per passare una notte d’amore salvo poi confermare la sua impossibilità al perdono.

Il dottor Illuminato, direttore dell’agenzia sembra una persona molto gentile e premurosa ma non esita a far bere un po’ troppo Anna per poi sedurla, salvo poi pentirsi e giustificarsi ricorrendo alla solita solfa del matrimonio infelice, tutta la piccineria del personaggio viene rivelata nel secondo incontro in metropolitana.

Don Antonio apparentemente è il meno peggio: l’unico a continuare a corteggiare Anna nonostante i suoi “errori” in realtà vuole solo una bella moglie da esibire a conferma della sua ascesa e la confessione che ha sempre desiderato Anna guardandola crescere dà una patina viscida al figuro.

I toni della pellicola sono un po’ eccessivi come si confà al melodramma di stile matarazziano, ma forse De Santis cerca anche di rivolgersi a un pubblico ben preciso: a quelle ragazze che invece di andare al cinema negli anni ’50 andavano a vedere la sceneggiata e oggi si nutrono di programmi tv alla Temptation Island dove ragazze bellissime e talvolta anche intelligenti si sono lasciate irretire da individui di poco spessore e pure assai bruttarelli.

Cavalleria

Italia 1936
con Elisa Cegani, Amedeo Nazzari, Silvana Jachino, Anna Magnani, Mario Ferrari, Enrico Viarisio, Fausto Guerzoni, Romolo Costa, Silvio Bagolini, Rita Livesi, Fedele Gentile, Adolfo Geri, Felice Minotti, Michele Malaspina, Luigi Carini, Cecyl Tryan, Oreste Fares, Walter Grant, Albino Principe
regia di Goffredo Alessandrini



Cavalleria


Torino 1901: la contessina Speranza de Frasseneto è innamorata dell’ufficiale di cavalleria Umberto Solaro ma quando scopre che il padre è sull’orlo del fallimento e lo stress mina il suo cuore, si sacrifica e sposa il ricco barone von Osterreich. Solaro per dimentare l’amata si butta nel lavoro e diventa uno migliori cavallerizzi dell’esercito. Dopo alcuni anni si trova come allievo il fratello minore di Speranza, Vittorio e quando il giovane finisce all’infermeria per una caduta da cavallo Speranza e Umberto si rincontrano. Solaro si fa trasferire a Roma per essere vicino all’amata ma presto la loro relazione diventa fonte di pettegolezzi e Vittorio per salvare l’onore della sorella, ricorre a un duello. Speranza decide di troncare definitivamente la sua relazione con Solaro e glielo comunica prima di una gara importante, l’ufficiale cade e Mughetto, l’amato cavallo dev’essere abbattuto. Il soldato allora decide di entrare in aviazione diventando un asso dell’aria e morendo durante la prima guerra mondiale.



Cavalleria


Cavalleria è il film che lancia la carriera di Amedeo Nazzari, innegabilmente molto affascinante in divisa e nei panni di un eroe romantico che non riesce a dimenticare la donna amata.
La trama un po’ sdolcinata e retorica non è certo il punto di forza del film, che pure si lascia seguire senza fatica, fondendo nel personaggio del romantico protagonista la figura di Federico Caprilli, campione e innovatore dell’equitazione italiana e quella di Francesco Baracca, l’asso dell’aviazione che proveniva dal reggimento di cavalleria tanto che il suo simbolo era un cavallo rampante poi passato alla casa automobilistica Ferrari.
A funzionare è lo stile di Alessandrini, grande patito di cavalli come emerge dal film: affronta con lo stesso stile le panoramiche sui cavalli che le parate di signore del bel mondo in mise elegantissime e riprende con grande esperienza le scene delle acrobazie dei cavallerizzi.
E’ interessante notare come le prime inquadrature del film siano strettissime sui volti dei giovani de Frasseneto e Solaro a cavallo, facendoli rientrare in un’unica inquadratura mentre poi il regista prediliga i campi lunghi, anche la scena dell’esibizione di Fanny, la canzonettista interpretata da Anna Magnani che aveva sposato il regista nel 1935, è ripresa dal fondo del teatro.
La pellicola è girata quasi tutta in esterni con una bella fotografia e la silhouette dei soldati in controluce ha un che di fordiano. Ancora più intrigante la scena della battaglia dove i fili d’erba fuori fuoco davanti ai soldati regalano un tocco di lirico realismo.

Il brigante di Tacca del Lupo

Italia 1952 Lux
con Amedeo Nazzari, Cosetta Greco, Saro Urzì, Fausto Tozzi, Aldo Bufi Landi, Vincenzo Musolino
regia di Pietro Germi



Il brigante di taccadellupo

Dopo l’ennesimo saccheggio di Melfi da parte del brigante Raffa Raffa, il capitano Giordani viene incaricato di sgominare i briganti. Arrivato sul posto Giordani trova i bersaglieri vittima del lassismo e i maggiorenti del paese piuttosto servili nei confronti dei banditi. Il militare decide di usare il pugno di ferro anche se  il commissario Siceli lo invita alla pazienza. Mentre i bersaglieri partono per rastrellare i paesi vicini, Siceli seguendo una donna che è riuscita a sfuggire ai briganti che l’avevano rapita e stuprata, scopre il nascondiglio del brigante e sollecita l’intervento dell’esercito riuscendo a sgominare la sua banda.



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Uno dei primi film a raccontare la valenza politica del brigantaggio meridionale post unitario: i contadini meridionali s’illudevano che il nuovo re li liberasse dalla loro secolare condizione di povertà e ignoranza ma i Savoia non fanno alcuna riforma a favore del popolo imponendo nuove tasse e gabelle; nasce una ribellione organizzata anche dai fuoriusciti dell’esercito borbonico, nostalgici del vecchio ordinamento.


Il brigante di tacca del lupo

Se le motivazioni politiche sono valide, i briganti sono mostrati come gente senza scrupoli che mettono a ferro e fuoco i paesi razziando e stuprando; anche i bersaglieri però non sono stinchi di santo e nella pattuglia ce n’è uno che trasforma le perquisizioni alle case in occasioni per rubare i pochi ori dei contadini.


Il brigante di tacca del lupo

Per lo stile Germi si affida a John Ford, anche grazie allo scabro paesaggio della Basilicata, trasformando il romanzo di Riccardo Bacchelli in un perfetto episodio di guerra di frontiera:
Ilbriganteditaccadellupocome nei più classici film fordiani i nemici sono quasi assenti, c’è qualche lontano filo di fumo che ne segnala la presenza, le tracce violente del loro passaggio irrompono a turbare la marcia che riserva momenti di umanità e dramma (l’amputazione della mano con l’anello nuziale raccolto da Giordani).
Il capitano è un soldato retto e severo costretto a richiamare all’ordine un plotone quasi allo sbando ma non siamo negli States e il rigore non basta; a risolvere il caso saranno i mezzi trasversali del commissario: quando Zitamaria torna a casa si mette sulle tracce di Carmine, il marito che dal giorno del rapimento della moglie ha giurato di vendicarsi di Raffa Raffa. Trovato il covo dei briganti, Siceli manda proprio Carmine ad avvisare i bersaglieri; temendo una trappola, Giordani va a controllare di persona con cinque volontari, rischiando la vita ma come nella migliore tradizione western all’ultimo minuto arrivano i rinforzi a capovolgere la situazione.

La cena delle beffe

Italia 1942 Cines
con Amedeo Nazzari, Oscar Valenti, Clara Calamai, Memo Benassi, Alfredo Varelli, Valentina Cortese, Elisa Cegani, Luisa Ferida, Lauro Gazzolo, Piero Carnabuci
regia di Alessandro Blasetti



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Nella Firenze rinascimentale Giannetto Malespini è da sempre vittima delle angherie dei fratelli Chiaramantesi, finchè sotto l’egida del Tornaquinci, suo amico e protettore decide di vendicarsi facendo allontanare Gabriello e facendo passare Neri per pazzo. L’uomo incantenato nelle segrete del palazzo di Tornaquinci viene torturato e costretto a subire le rivalse di tutte le persone che ha perseguitato ma Lisabetta, da sempre innamorata di lui lo convince ad assecondare i suoi aguzzini per essere liberato. Giannetto, compreso l’inganno chiede ancora una volta la pace a Neri ma dopo l’ennesimo rifiuto gli fa credere che si troverà a casa di Ginevra di cui è innamorato anche Gabriello Chiaramentesi ed è proprio il fratello a morire sotto i colpi di Neri convinto di uccidere Giannetto: incapace di affrontare l’ultima beffa Neri impazzisce veramente.




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Uno dei più celebri film del periodo bellico, noto per il primo seno nudo ufficiale della storia del cinema italiano e la celebre battuta di Neri Chiaramantesi “chi non beve con me peste lo colga”.
La pellicola venne realizzata subito dopo La Corona di Ferro riadattando costumi e scenografie per ricostruire una Firenze medicea ricca in ornamenti ma fosca, piena di ombre di gusto espressionista che si riflettono sui volti, anticipatrice nelle segrete e nelle camere di tortura della futura stagione gotica italiana.




La cena delle beffe


Pur essendo film di pura evasione, La Corona di Ferro sembrava contenere un monito verso la dittatura fascista mentre La cena delle beffe sembra prevedere il finale tragico della guerra civile: la ribellione di chi ha sempre subito mille angherie da parte del più forte che anche nella ritorsione continua a riproporre una pacificazione che negata definitivamente sfocia nella vendetta sanguinaria ed è davvero toccante la scena finale con Giannetto che si porta le mani al volto disperato, conscio tropp o tardi della portata della sua beffa, anche pensando al destino che sarebbe toccato all’interprete Oscar Valenti che avrebbe pagato con la fucilazione assieme alla compagna (innocente) Luisa Ferida l’adesione alla repubblica di Salò e alla Decima Mas.
Quando il film fu rieditato nel 1946 il suo nome fu cancellato dai cartelloni, pratica ipocrita tornata che è tornata improvvisamente di moda per uno dei cinepanettoni attualmente in uscita.




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Colpisce il forte legame omoerotico che unisce i tre protagonisti maschili: indissolubile il rapporto tra di due fratelli Chiarmantesi la cui forza e baldanza da sempre ammirata da Giannetto lo trasforma in un succube delle loro beffe che subisce da sempre in silenzio pur di avere la loro accettazione fino a quando l’esasperazione lo porta alla vendetta.




Lacenadellebeffe


Fascinoso nella sua doppia natura Oscar Valenti, bellissima Clara Calamai che oltre alla famigerata scena a seno nudo recita diverse scene coperta solo da una veste da camera trasparente che non lascia nulla all’immaginazione e nel vederla così bionda e raffinata si capisce lo sconcerto che dovette provare il pubblico nel vederla negli abiti tristemente realistici di Ossessione.
Su tutti domina però Amedo Nazzari, aitante e amabile anche nella sua crudeltà, davvero una star da esportazione hollywoodiana e l’accento sardo non è poi così terribile come è diventato nella leggenda e nelle parodie.

Policarpo, ufficiale di scrittura

Italia, 1959, Titanus
con Renato Rascel, Peppino De Filippo, Carla Gravina, Luigi De Filippo, Renato Salvatori, Romolo Valli, Lidia Martora Maresca, Ernesto Calindri, Massimo Pianforini, Tony Soler, Trini Montero, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Mario Riva, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Memmo Carotenuto, Maurizio Arena
regia di Mario Soldati



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Policarpo De’ Tappetti, pignolo ufficiale di scrittura nell’amministrazione della Roma umbertina, per troppa solerzia finisce per inimicarsi il capoufficio, il cavalier Cesare Pancarano di Rondò dalle ambizioni nobiliari. Il figlio di Pancarano però s’invaghisce della bella Celeste De’ Tappetti ma il padre è talmente insofferente verso il futuro suocero che preferisce ributtare il figlio tra le braccia della ballerina con cui aveva una precedente relazione. Intanto Celeste, che non si era mai interessata troppo a Gegè Pancarano, preferisce cercare lavoro per risollevare le sempre pessime sorti famigliari e così conosce l’operaio di una fabbrica di macchine da scrivere, Mario Marchetti che le insegna a scrivere a macchina, cosa che si rivelerà molto utile anche a Policarpo che per ottenere il famoso scatto di carriera dovrà abbandonare l’amato pennino per l’odiata macchina da scrivere.




Policarpo ufficilale di scrittura


Presentato alla 12ª edizione del Festival di Cannes e premiato come miglior commedia, l’ultimo film diretto da Mario Soldati è tratto dal romanzo satirico La Famiglia De’ Tappetti di Luigi Arnaldo Vassallo.
Il regista vena la commedia di una patina malinconica per il passato sopraffatto dall’inarrestabile marcia della modernità sottolineata anche dalla canzone scritta e interpretata da Renato Rascel, Il mondo cambia.
Soldati aveva già raccontato il mondo della piccola borghesia ne Le miserie del Signor Travet e qui il rapporto tra le varie gerarchie si fa sempre più cinico con la sudditanza verso i superiori che si sfoga nella cattiveria verso i sottoposti, del resto mancano solo 15 anni all’arrivo di Fantozzi, emblema massimo della sadica gerarchia dei colletti bianchi.




Policarpo


Nonostante la perfetta ricostruzione dell’Italia d’inizio secolo con i bellissimi costumi di Pietro Tosi (premiati con il Nastro d’Argento) la situazione descritta si adatta perfettamente al presente: le donne che vogliono andare a lavorare in fabbrica sono scacciate dagli operai non per motivi di genere, spiega Mario a Celeste ma perché chiunque si renda disponibile a fare un lavoro sottopagato svaluta il settore costringendo tutti ad adeguarsi al nuovo corso.
Viene mostrato il solito gioco di mazzette tra l’imprenditore svizzero (ma naturalizzato italiano!) di macchine da scrivere e il capo sezione dell’amministrazione pubblica per scegliere la ditta Franquinet come fornitrice ufficiale di macchine da scrivere della Pubblica Amministrazione e nel finale De’ Tappetti e Pancarano finalmente amici, scopriranno che i sudati aumenti di stipendio sono già spariti nel gorgo del rincaro dei prezzi.




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La coppia Rascel-Peppino De Filippo funziona molto bene sul piano comico e il film che vanta un buon cast, ha la peculiarità di riservare tutta una serie di camei a grandi attori del cinema dell’epoca: da Alberto Sordi che fa l’ombrellaro per finire con Amedeo Nazzari che nell’ultima inquadratura ferma il cavallo imbizzarrito.




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Altra piccola curiosità: nonostante l’idiosincrasia per la macchina da scrivere, Policarpo offre un meraviglioso saggio di bravura all’inaugurazione davanti al ministro e recitando il coro de Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni batte spedito sulla tastiera: non è che questo film del ’59 è stato d’ipsirazione alla celeberrima scena della macchina da scrivere di Jerry Lewis, tratta dal film Dove vai sono guai! del 1963?

La Maja desnuda

Lamajadesnuda Italia USA 1958, Titanus
con Ava Gardner, Anthony Franciosa, Gino Cervi, Amedeo Nazzari, Lea Padovani
regia di Henry Koster

Nella Spagna degli inizi del XIX secolo, ancora oppressa dal giogo dell’Inquisizione e sotto le mire dell’espansione napoleonica, il pittore spiantato Francisco Goya incontra la bellissima e anticonvenzionale duchessa d’Alba in una taverna di Madrid; la ritrova alla corte di Carlo IV di Borbone una volta diventato pittore di corte. L’attrazione tra i due è scoccata dal primo minuto ma il loro sarà un amore contrastato dalle incomprensioni e dagli intrighi politici al punto che la Duchessa, per salvare Goya dalla morte, finge di tradirlo per farlo allontanare. Si ritroveranno al capezzale di Maria Cayetana, fatta avvelenare dal nemico di sempre, il Primo Ministro amante della Regina, Manuel Godoy.

Mediocre pellicola di “Hollywood sul Tevere” che spreca un cast stellare: oltre ai due protagonisti americani, troviamo Gino Cervi e Lea Padovani nei panni dei Reali di Spagna e Amedeo Nazzari in quelli del Primo Ministro Godoy. Tutto si riduce a un melodrammone sentimentale (infinita la scena dell’ultimo addio tra i due sfortunati amanti) inficiato da troppi balletti e condito con tutte le dicerie sulla relazione tra il pittore e Maria Teresa Cayetana de Silva Duchessa de Alba: che la gran dama sia stata la modella per lo scabroso dipinto La Maja desnuda (visibile solo di straforo nel corso del film in cui non si menziona mai il quadro gemello della Maja vestida) e soprattutto che la nobildonna sia stata avvelenata su ordine di Godoy mentre è ormai accertato che la Duchessa d’Alba morì per cause naturali, presumibilmente di tisi.
Si salvano i titoli di testa che scorrono sulle opere di Francisco Goya e qualche bella inquadratura relativa all’incarceramento del pittore.
Vincitore di un David di Donatello nel 1959 per la miglior produzione.

Addio a Yvonne Sanson

YvonneSanson

Si e’ spenta all’eta’ di 77 anni la regina del melodramma italiano, con la sua bellezza piena e sofferta era l’interprete ideale dei film strappalacrime di Raffaello Matarazzo: la donna che nasconde un segreto,o che deve scontare la sua bellezza prorompente sempre unita all’ingenuita’, cadendo vittima di tranelli che la allontaneranno (spesso per sempre) dal suo grande amore (interpretato da Amedeo Nazzari) o addirittura dagli stessi figli.
I titoli piu’ famosi della sua carriera sono Catene, I figli di nessuno, Torna!, L’angelo bianco, titoli che sono gia’ tutto un programma: feuilletton cinematografici di grande successo, a cui Matarazzo seppe dare uno spessore e a volte incapparono anche nella rigida censura cattolica degli anni ’50: l’adulterio, vero o presunto, era sempre dietro l’angolo.

L’attrice era nata in Grecia, a Salonicco il 29 agosto 1925 e solo nel 1943 era arrivata in Italia in cerca di fortuna iniziando una carriera da indossatrice. Notata da un produttore appare per la prima volta sullo schermo nel 1946 in La grande aurora di Giuseppe Maria Scotese ma è il terzo film del 1947 diretto da Alberto Lattuada, Il delitto di Giovanni Episcopo a farla notare da critica e pubblico. Nel 1949 con Catene inizia la collaborazione con Matarazzo e Nazzari che segna un capitolo estremamente peculiare della storia del cinema italiano.