I Compagni

Italia 1963, Cinelux
con Marcello Mastroianni, Bernard Blier, Folco Lulli, Annie Girardot, Renato Salvatori, François Périer, Mario Pisu, Piero Lulli, Vittorio Sanipoli, Bruno Scipioni, Pippo Starnazza, Giampiero Albertini, Gabriella Giorgelli, Raffaella Carrà, Giulio Bosetti, Kenneth Kove, Franco Ciolli
regia di Mario Monicelli



Icompagni


Torino fine ‘800: l’ennesimo incidente in una fabbrica tessile scatena il malcontento degli operai costretti a lavorare 15 ore al giorno, l’incontro fortuito con il professore Sinigaglia, sovversivo fuggito da Genova porta gli operai ad organizzare uno sciopero che dura trenta giorni e finirà nel sangue con la morte del giovane Omero



Icompagni


Film molto amato dall’autore che lo preferiva a La Grande Guerra, I compagni non ebbe grande riscontro in Italia e basta vedere il film per notare l’attualità di molti dialoghi e situazioni di lavoratori sfruttati e sottopagati.
La pellicola è un film corale che, con il solito spirito dissacrante di Monicelli, racconta la presa di coscienza della classe lavoratrice: i primi primi tentativi falliti di dissenso (la sirena di fine lavoro suonata un’ora prima del solito) l’organizzazione dello sciopero, i rapporti che si creano tra i vari protagonisti, comprese le storie d’amore: Adele, la figlia di Pautasso finito sotto il treno per fermare i “Krumiri” disoccupati fatti arrivare da Saluzzo s’innamora di Raoul, svagato sciupafemmine che la convivenza forzata con il professore trasforma suo malgrado in un espatriato, Bianca la sorella di Omero, s’innamora del soldato conosciuto durante una distribuzione di minestra per i poveri, soldato che si troverà in prima linea durante l’attacco ai manifestanti in cui muore Omero. La prostituta Niobe, figlia disconosciuta di un operaio s’invaghisce del bizzarro professore e lo accoglie in casa.



Icompagni


L’ambientazione di fine ‘800 permette di smorzare i toni drammatici del film con scene mutuate dalle comiche d’inizio secolo. molte situazioni, soprattutto negli scontri con quelli di Saluzzo rimandano alle battaglie da torte in faccia anche se qui finisce con la tragedia di Pautasso investito da un treno in transito.
Anche la svagatezza del professore, il suo arrivo fortuito da un un treno su cui ha viaggiato abusivamente rimanda a Chaplin e Buster Keaton ma di sicuro, i suoi modi impacciati in contrasto con l’eloquio convincente, il suo giocare con gli occhiali sono stati d’ispirazione per il Professore più famoso di questi ultimi anni, quello de La casa di carta.
Interessante e forse tristemente profetico il finale: mentre Bianca (una brava Raffaella Carrà) piange il fratello morto, unico sostegno della famiglia, il professore, prima di essere portato via dalle guardie, cerca disperatamente i suoi occhiali: una miopia dell’intellighenzia che, anche quando condivide la fame degli operai non può comprendere totalmente le ragioni?

Il mondo nuovo

Il mondo nuovo

La Nuit de Varennes
Francia, Italia 1982 Gaumont
con Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Jean-Louis Barrault, Harvey Keitel, Andréa Ferréol, Daniel Gélin, Laura Betti, Jean-Claude Brialy, Pierre Malet, Enzo Jannacci, Jean-Louis Trintignant, Didi Perego
regia di Ettore Scola

Giugno 1791: lo scrittore libertino Nicolas Edmé Restif de la Bretonne viene a sapere, in un postribolo di strani movimenti al palazzo reale e decide di controllare, finendo per salire su una carrozza di posta per seguire una contessa austriaca in incognito che sta portando gli abiti da parata al re in fuga per ricongiungersi con le forze realiste ma la fuga dei Borbone termina a Varennes con la cattura che li porterà alla ghigliottina..

Introdotto e chiuso dalla narrazione della rivoluzione francese da parte di un saltimbanco italiano interpretato da Enzo Jannacci, Il mondo nuovo è un film profondamente malinconico che sa giustificare le ragioni di una rivoluzione ma ha anche la capacità di guardare con affetto un mondo che sta scomparendo, incarnato dai suoi eroi ormai decrepiti, in primis il vecchio Casanova anche lui in incognito e in fuga dal suo ultimo padrone, il conte di Waldstein, i cui scagnozzi alla fine riusciranno a riacciuffarlo per riportarlo in Boemia.




Lanuitdevarennes


Vecchio e malato il grande seduttore riesce ancora ad affascinare le tre dame che viaggiano sulla diligenza: la contessa de la Borde che si è innamorata di lui quando lo vide a corte quindici anni prima, la vedova Gagnon che propone a Casanova di condividere con lei la vecchiaia e la cantante italiana Virginia Capacelli che con tutto il suo cinismo non disdegnerebbe le attenzioni del vecchio libertino.
Tra i due vecchi libertini, Restif e Casanova è simpatia immediata e a un certo punto si pensano anche suocero e genero ma solo per non deludere una vecchia amante: il settecento che sta per finire con loro è un secolo teatrale di parrucche e volti incipriati, di bugie dette per spirito di galanteria.




Ilmondonuovo


In carrozza viaggiano altri personaggi, l’inglese Thomas Paine, considerato uno dei padri della rivoluzione americana, un rivoluzionario che rischierà a sua volta la ghigliottina a Parigi per aver criticato l’esecuzione dei reali francesi. Nel 1791 è ancora un giovane studioso al seguito del ricco De Wendel di cui sta visitando le avveniristiche miniere, del resto siamo anche alle porte della rivoluzione industriale.
La carrozza è un piccolo mondo dove questi spiriti superiori s’incontrano e commentano inizialmente con superficialità gl’inconsueti accadimenti, forse non troppo consci della portata degli eventi ma l’incontro con un popolino sempre più violento fa capire quanto sia venuto meno il legame tra il popolo e il sovrano che non è più il “bon papa” e alla fine anche la contessa dovrà arrendersi all’evidenza nonostante s’inchini di fronte agli abiti del sovrano che rivestono solo un manichino.




Ilmondonuovo


I vecchi protagonisti di un’epoca che si sta concludendo anticipano il finale tragico che toccherà a Luigi XVI e Maria Antonietta ma anche le pagine più tragiche della Storia quando si compiono, si scrivono nell’inconsapevolezza e quanto è contemporaneo l’affollarsi della gente nella bottega del ceraio Monsier Sauce che sta ospitando i sovrani, com’è televisivo il raccontare dei Sauce a chiunque lo chieda, con le stesse parole l’incontro emozionante con i reali, di cui anche la contessa de la Borde intravede solo i piedi, ridotta ormai al rango di una spettatrice comune.




Lanuitdevarennes


La storia di un episodio storico di portata eccezionale, visto dagli occhi dei contemporanei, raccontata da un saltimbanco sotto un ponte della Senna offre un ennesimo coup de theatre quando Restif risale dal bordo della Senna per ritrovarsi nell’epoca contemporanea, mostrando gli effetti di quel mondo nuovo germinato due secoli prima che ha perso in grazia e bellezza guadagnando in libertà, bene così fragile da dover essere perennemente salvaguardato, come ammonisce il lungimirante Restif.

La decima vittima

LadecimavittimaItalia 1965
con Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Elsa Martinelli, Massimo Serato
regia di Elio Petri

Onde evitare guerre e istinti omicidi, in un futuro prossimo viene istituito un organismo mondiale, il Ministero della Grande Caccia che regola “il gioco” della grande caccia: su un totale di dieci incontri il giocatore è alternativamente vittima o cacciatore, chi riesce a vincere le dieci gare, eliminando le vittime designate o i cacciatori che l’inseguono, vincerà un premio di un milione di dollari, non dovrà più pagare le tasse e sarà considerato un eroe nazionale.
La bella americana Caroline Meredith ha vinto il nono incontro quando le viene assegnato come preda l’italiano Marcello Poletti, alla sua settima vittoria. Arrivata con il suo staff in città la ragazza sceglie la location più adatta al suo trionfo, il tempio di Venere e avvicina l’avversario ma quella tra Caroline e Marcello si rivela come un gioco di seduzione, più che di morte..

DecimavittimaTratto dal racconto La settima vittima dell’autore di fantascienza statunitense Robert Sheckley, La decima vittima è un film molto interessante che cade nel finale, un po’ sopra le righe che rischia di rovinare una pellicola caratterizzata soprattutto dal punto di vista formale. Le scenografie mettono in scena un ‘ideale di modernità che è futuribile ancora oggi, sostenuto dai bellissimi costumi anni ’60 (Ursula Andress è vestita dalle Sorelle Fontana) e il look biondo platino di Mastroianni è quanto mai attuale.
Il contrasto tra architetture moderne e le antiche rovine romane creano uno spazio quasi metafisico, grazie alla scarsa presenza di figure umane.
Funziona anche il divertito cinismo degli omicidi: Ursula Andress elimina la sua ultima vittima grazie alle pistole inserite nelle coppe del reggiseno mentre Poletti uccide il tedesco dalle reminiscenze naziste inserendo dell’esplosivo nel tacco delle scarpe che entra in funzione al saluto militare.
Di grande attualità la critica ai mass media per cui i partecipanti al gioco diventano ben presto delle star dei media, inseguite dai pubblicitari che li vogliono testimonial dei loro brand.
Fortunatamente abbiamo superato il problema del matrimonio: il quarantenne Poletti ha una moglie da cui non si può separare perché in Italia non esiste il divorzio (toccherà aspettare ancora un decennio) quindi deve ricorrere all’annullamento della Sacra Rota, nel frattempo ha un’amante che illude di sposare appena liberato dalla prima e cade vittima delle mire matrimoniali della determinata americana, perché bella e disinibita quanto vuole la donna sempre a quello mira, conclude (in caciara) il film.

Dramma della Gelosia – tutti i particolari in cronaca

Drammadellagelosia Italia 1970
con Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Giancarlo Giannini, Marisa Merlini
regia di Ettore Scola

Al Festival dell’Unità la fioraia Adelaide s’innamora di Oreste, un manovale già sposato. Ben presto però la donna cede anche alle lusinghe di Nello, un pizzaiolo che è diventato amico di Oreste grazie alla militanza comunista. Quando Oreste scopre la tresca si cercheranno soluzioni “moderne” ma il triangolo non potrà che sfociare in tragedia.

Dramma della Gelosia è un film che si fa ricordare per le sua peculiarità, soprattutto quella linguistica.
Il triangolo amoroso viene raccontato in maniera lineare, rivissuto durante il processo per la morte di Adelaide. Da qui le voci fuori campo del giudice e degli avvocati, gli interventi delle comparse che devono testimoniare quanto visto, lo sdoppiamento delle scene per cui il protagonista si mette a parlare in macchina per chiarire le motivazioni di quanto appena accaduto. Il tutto crea una situazione surreale che va ad arricchire il cotè farsesco della pellicola.
Indimenticabile resta il linguaggio usato nel film: per darsi un tono o per interloquire con la giustizia i proletari non si esprimono con il loro gergo abituale che compare solo nei momenti più sentiti e sinceri ma cercano di fare buona impressione utilizzando una fraseologia che ritengono forbita ma che ricalca lo stile dei fotoromanzi, delle canzonette, di quella bassa editoria allora dominante in un periodo che precede l’omologazione televisiva.
Anche la messa in scena miscela diversi stili: la scenografia è farsesca sottolineando il degrado urbano, quindi morale, di una Roma che resta uno sfondo irriconoscibile: geniale la trovata del moscone, putrido simbolo dell’amore tra Adelaide e Oreste; il montaggio è eccellente, divertono gli inserti accelerati come le comiche dell’autoambulanza che porta più volte Adelaide più volte all’ospedale dove diventa una conoscenza abituale fino al tragico finale.
Sotto la dimensione farsesca del triangolo amoroso si dibatte l’anima popolare di un proletariato che non ha i mezzi per affrontare coscientemente la delusione amorosa: mentre Adelaide cerca conforto nella psicanalisi (della mutua) con esiti catastrofici, Oreste cerca di trovare una lettura politica al suo dramma quando Adelaide per uscire dal triangolo si sistema con un ricco macellaio ma neppure il comunismo, che ha accompagnato in filigrana tutto il film fino a quel momento, riuscirà a offrire una consolazione al dramma amoroso ed esistenziale di Oreste.
I protagonisti sono bravissimi: eccelsa Monica Vitti e Mastroianni, al suo primo film con Scola vince la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile.

Latin Lover

Latinlover

Saverio Crispo è stato un grandissimo attore del cinema italiano dalla vita sentimentale molto complicata: cinque figlie avute da cinque donne di nazionalità diverse. Per celebrare il decennale della morte del divo le due vedove e quattro delle figlie si riuniscono nella casa di famiglia: la convivenza non è facile sull’onda di antiche rivalità e nuovi conflitti, per giunta la cerimonia sembra foriera di scandalose scoperte sul mitico attore su cui pareva fosse già stato detto tutto..

Le dinamiche tra donne, sopratutto familiari,sono un tema molto caro alla regista, Cristina Comencini che in questo film riesce a contestualizzarle in una moderna pochade ricca di gag molto divertenti e di una sottile perfidia tipicamente femminile altrettanto gustosa e portata in scena con gran bravura da tutto il cast in cui brillano Virna Lisi e Valeria Bruni Tedeschi che riesce ad aggiungere una vena comica alla figura della quarantenne insicura che ha spesso recitato ultimamente (per esempio ne Il Capitale Umano).



Latinlover


Nella struttura si inserisce anche una piacevole rilettura del grande cinema italiano e negli spezzoni dei film di Saverio Crispo si possono riconoscere chiaramente omaggi ai più celebri artisti italiani, soprattutto a Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman e ai generi che hanno fatto la fortuna del nostro cinema: la commedia all’italiana, il film di denuncia, lo spaghetti western e anche incursioni nelle altre cinematografie europee che giustificano gli amori francesi e svedesi dell’attore.
Come è noto Latin Lover è l’ultimo film interpretato da Virna Lisi, scomparsa nel dicembre scorso ed è un vero piacere poterla ricordare in una commedia divertente ed intelligente.

La donna della domenica

Italia 1975
con Jacqueline Bisset, Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Aldo Reggiani, Pino Caruso, Lina Volonghi, Franco Nebbia, Maria Teresa Albani, Omero Antonutti, Claudio Gora, Gigi Ballista, Renato Cecilia, Tina Lattanzi, Antonino Faà Di Bruno, Gil Cagné
regia di Luigi Comencini



Ladonnadelladomenica


La morte dell’architetto Garrone personaggio volgare e maneggione del sottobosco del bel mondo torinese mette in subbuglio la questura anche perché, alla notizia della morte i camerieri appena licenziati dalla signora Anna Carla Dosio portano alla polizia un documento autografo della donna che confida al suo migliore amico, Massimo Campi la necessità di liberarsi del Garrone. I due esponenti della ricca borghesia torinesi sono innocenti e volenterosi di aiutare il commissario, soprattutto Anna Carla. Lello Riviera, impiegato al catasto e innamorato di Campi conduce una sua indagine parallela per cercare di scagionare l’amante: metterà Santamaria sulla pista giusta ma ci lascerà la pelle.



Ladonnadelladomenica

Dall’omonimo romanzo di Fruttero e Lucentini, un giallo disimpegnato ma ben diretto ed interpretato.
Il tono volutamente leggero della pellicola è anticipato dall’ironica locandina che punta tutto sull’insolita arma del delitto: un fallo di marmo.


La donna della domenica

E’ interessante questo taglio leggero che arriva nel pieno della stagione del giallo all’italiana più truculento: ricordiamo che il 1975 è l’anno di Profondo Rosso, che condivide la stessa ambientazione torinese anche se con esiti del tutto diversi: tanto la Torino di Dario Argento è cupa e gotica, tanto Comencini ci mostra il lato più sonnacchioso della capitale sabauda ravvivata solo dai toni grotteschi riservati agli immigrati e al mondo della prostituzione e se Argento non lesina lo splatter, nel film di Comencini entrambi i delitti avvengono fuori scena.



Ladonnadelladomenica

Mentre questo mondo “basso” s’impossessa della città, l’algida borghesia torinese finge indifferenza chiusa nel suo mondo di ville sulla collina anche se in realtà i grandi parchi vengono lottizzati per far posto a condominii o locali esclusivi.



Ladonna delladomenica

Anche l’omicidio dell’amante Lello sembra scuotere ben poco Massimo Campi che dimentica tutto per tornare alle sue snobistiche questioni di pronuncia con l’amica del cuore Anna Carla che ha vissuto il rischio di venire indagata e la partecipazione alle indagini come un diversivo alla noia che caratterizza la sua esistenza ben raccontata dalla scena iniziale; diversivo culminato nel pomeriggio di sesso con il commissario Santamaria, ciliegina sulla torta delle indagini felicemente concluse prima di partire per le vacanze mentre l’uomo ricade anche lui nella noia della solitudine di una vita lontano da casa.

La grande bellezza

Jep Gambardella avrebbe potuto essere uno scrittore di successo, almeno stando alla promessa del suo unico romanzo, L’apparato umano, scritto in gioventù. L’uomo ha però preferito farsi ammaliare dalla mondanità diventando una delle anime della notte romana.

Lagrandebellezza

La dolce Vita cinquantatrè anni dopo: se nel film di Fellini “c’era già tutto” cioè la decadenza dei decenni a venire, ne La grande Bellezza “non c’è più nulla” e Sorrentino narra con il suo inconfondibile stile grottesco l’inutile agitarsi di una società morta, metafora dell’attualità italiana come ci ricorda l’appartamento vista Colosseo che richiama ovviamente la vicenda Scajola e la Concordia rovesciata al largo del Giglio.
Solo la morte riesce a scuotere l’imperturbabile superficialità di Jep Gambardella, sessantacinquenne disilluso che ha sacrificato tutto, talento e amore, alla vita mondana. Nella sua vacua leggerezza Gambardella ha anche flirtato con la morte: visitando vecchi palazzi nobiliari nelle ore più improbabili, facendo dei funerali una recita ad effetto per aumentare il proprio ascendente ma il flâneur vacilla quando la morte lo tocca da vicino con la scomparsa improvvisa di Ramona attraverso i cui occhi ingenui riusciva a (ri)trovare lo stupore perduto da tempo e soprattutto con la morte del primo amore giovanile. Sul primo piano dell’unico amore di Gambardella si chiude la pellicola come La dolce vita terminava con la ragazza che sorrideva a Mastroianni: il sorriso pulito oggi può appartenere solo a una gioventù e a un’innocenza scomparsa.
Se la morte è il tema dominante del film ciò non toglie che La grande bellezza sia ricco di battute fulminanti di perfida ironia. Un gioco di contrasti che riprende quello visivo del kitsch delle feste esclusive alternato alla languida bellezza di Roma, contrasto che Luca Bigazzi sa fotografare molto bene con le luci taglienti degli eventi alternate alla luce morbida e alle atmosfere cavaraggesche e barocche dei monumenti.

Romy Schneider

Romyschneider Se ne andava il 29 maggio 1982 Romy Schneider, una delle attrici più belle e dalla vita drammatica del cinema europeo.
Rosemarie Magdalena Albach-Retty nasce il 23 settembre 1938 a Vienna da due attori di successo. Il padre, Wolf Albach-Retty, ben presto abbandona la famiglia e il legame tra la madre Magda Schneider e la giovane figlia diventa molto intenso. E’ la madre a spingere la bella Romy a dedicarsi al cinema dove la ragazza debutta quindicenne nel film Wenn der weiße Flieder wieder blüht . Il successo arriva con il terzo film girato nel 1954 L’amore di una grande regina dove Romy che ha ormai adottato il cognome materno, interpreta il ruolo della giovane Regina Vittoria. Sarà un’altra sovrana però, a darle la fama imperitura, il ruolo dell’imperatrice Sissi che Romy interpreta in una trilogia che va dal 1955 al 1957. Nel film che inizia la saga La principessa Sissi la madre di Romy, Magda, interpreta la Duchessa di Baviera, madre della futura imperatrice austro ungarica.

Trilogiasissi

Gli altri due film sono Sissi – la giovane imperatrice (1956) e Sissi – destino di un’imperatrice. Esiste anche Sissi a Ischia del 1958 la cui trama non ha nulla a che fare con l’imperatrice d’Austria, si sfrutta solo il successo planetario che faceva identificare Romy con Sissi, in realtà il titolo originale della pellicola è Scampolo.

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Romy2

L’attrice dimostra ben presto un’avversione per il ruolo che rischiava di ingabbiarla in ruoli fiabeschi ed ingenui. Non si discosta molto dal genere L’amante pura che narra dell’amore di un ufficiale dei Dragoni per la bella Christine nella Vienna del 1907. Remake di Amanti folli diretto da Max Ophüls nel 1933, il film si segnala per l’incontro tra Romy Schneider e Alain Delon che fece nascere un grande amore. Il legame dura fino al 1964 e l’attrice si trasferisce a Parigi per iniziare a lavorare in film internazionali (con prevalenza italiani e francesi) dal ben diverso spessore rispetto agli esordi austriaci.
Ricordiamo la partecipazione nel 1962 a Boccaccio ’70 dove interpreta Pupe nell’episodio diretto da Luchino Visconti. Sempre nel ‘62 partecipa a Il processo per la regia di Orson Welles. Nel 1968 ritrova Alain Delon ne La piscina, torbido dramma diretto da Jacques Deray (alcune scene del film con il bel Delon sono state recentemente usate per la pubblicità di un profumo Dior).
Claude Sautet la diresse nel 1969 ne L’amante e l’anno seguente ne Il commissario Pelissier, in entrambi i film il protagonista maschile è Michel Piccoli. L’attrice lavora ancora con Sautet in È simpatico, ma gli romperei il muso questa volta accanto a Yves Montand.
Nel 1970 è La califfa nella trasposizione cinematografica che Alberto Bevilacqua fece del suo omonimo romanzo. Il 1973 è l’anno in cui l’attrice torna a vestire i panni di Sissi, matura e delusa nel Ludwig di Luchino Visconti.
Nel ’74 è la volta del primo film francese del controverso regista polacco Andrzej Zulawski, L’importante è amare. Il 1975 la vede protagonista de Gli innocenti dalle mani sporche di Claude Chabrol; in Una donna semplice del 1978 viene diretta per la quinta volta da Sautet.
Nell’80 è la malata terminale seguita da un reporter negli ultimi giorni di vita ne La morte in diretta di Bernard Tavernier e nell’81 è il fantasma dell’amante scomparsa che viene a turbare Mastroianni in Fantasma d’amore di Dino Risi.
Il claustrofobico Guardato a vista di Claude Miller in cui la Schneider recita sempre nell’81, verrà rigirato nel 2000 a Holllywood (Under Suspicion).
Dalla principessina ingenua Romy Schneider si trasforma nella sua carriera in un’attrice intensa protagonista ideale di drammi che indagano la gamma dei sentimenti amorosi. Nella vita reale l’esistenza dell’attrice viene segnata da dolori profondi, il grande amore finito (ma mai scordato da entrambi) con Alain Delon, la tragica perdita di un figlio quattordicenne portarono l’attrice nel tunnel della depressione e dell’alcol fino alla morte venata di sospetti di suicidio avvenuta il 29 maggio 1982

Fantasmi a Roma

FantasmiaRoma Italia 1961 Lux
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli, Sandra Milo, Belinda Lee, Lilla Brignone
regia di Antonio Pietrangeli
Sceneggatura di Sergio Amidei, Ennio Flaiano, Ettore Scola
Musiche di Nino Rota
Fotografia di Giuseppe Rotunno
Montaggio di Eraldo Da Roma

Nonostante la “fortuna” di avere un edificio non vincolato dalle Belle Arti, il vecchio e squattrinato principe Annibale di Roviano rifiuta di vendere il palazzo di famiglia a un immobiliarista. Quando il principe muore, il palazzo passa in eredita’ al nipote Federico che non esita ad accettare la proposta del palazzinaro. I quattro fantasmi che da secoli vegliano sulla stirpe Roviano si vedono costretti ad intervenire con l’aiuto di un’iroso (e scomunicato!) pittore che dipingera’ un affresco che, una volta ritrovato fermera’ i lavori di demolizione.

Di solito mi limito a riprtare solo il regista e il cast, ma per quest’opera da sempre sottovalutata è giusto segnalare tutti grandi nomi del cinema italiano che vi hanno collaborato.
Dietro i toni eleganti di una favola a lieto fine e l’armosfera fortemente teatrale, infatti, si nasconde una bella zampata di Pietrangeli contro la modernita’ imperante. Il film e’ del 1961, centenario dell’Unita’ dItalia che segue le gloriose Olimpiadi di Roma ‘60 che sanciscono l’ingresso del paese nell’era del boom economico.
I quattro fantasmi di casa Roviano appartengono ognuno ad un secolo diverso e ne interpretano le varie anime: il secentesco frate Bartolomeo (Buazzelli) incarna la Roma del massimo splendore papalino, Reginaldo (un seduttivo Mastroianni che nel film recita ben tre ruoli) e’ il libertino del tardo settecento, Flora, (una Milo svampita ad hoc) novella Ofelia buttatasi nel Tevere per un amore infelice, rappresenta il romanticismo ottocentesco e il piccolo Poldino, fratello di Annibale e’ il fantasma di un novecento che ha prematuramente perso la sua innocenza con la Prima Guerra Mondiale. I rimpianti dei fantasmi che poco apprezzano l’era attuale sono un modo per mettere alla berlina l’Italia del 1960 e preconizzare i tempi che verranno soprattutto dal punto di vista immobiliare e culturale. Incisive le scene che raccontano come il palazzinaro ottiene i permessi per demolire un palazzo storico in centro di Roma per costruirvi il piu’ grande supermercato d’Europa con annesso garage: piu’ si sale la gerarchia degli enti preposti, piu’ grande diventa il modello del futuro edificio perche’ piu’ grandi sono le mazzette nascoste nel garage che placano gli scrupoli degli amministratori pubblici.
L’unico modo che i fantasmi hanno per salvare la loro casa e’ quello di convincere Giovanni Battista Villari detto il Caparra (interpretato da un sanguigno Gassman) a dipingere un affresco per dare un valore artistico al palazzo e salvarlo dalla distruzione. Capiti i giochi di denaro, i fantasmi sfruttano a proprio vantaggio la sensibilita’ pecuniaria del celebre critico venuto a studiare il dipinto. A rimanere fregato e’ il Caparra che ancora una volta deve vedersela con il suo nemico giurato, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio: se gia’ una volta gli era stata attribuita dallo stesso critico “una crosta del Caravaggio” ora il suo affresco viene attribuito al rivale ed è inutile spiegare la velata satira sulle attribuzioni spesso discutibili nel mondo dell’arte. Tutto sommato ai fantasmi di casa Roviano il Caravaggio torna piu’ utile del Caparra e il palazzo ricade nella sua sonnacchiosa incuria con la targa museale della “sala del Caravaggio”. Tutto estremamente attuale, vero? Veniamo allora alla scena finale del film, affidata a Regina, una barbona pazza convinta che un giorno gli americani verranno a rimetterla sul trono e lei gli regalerà il Colosseo, tanto che se ne fa? e’ tutto bucato…

Auguri a Monica Vitti

Maria Luisa Ceciarelli nasce a Roma il 3 novembre 1931; si diploma nel 1953 all’Accademia d’Arte Drammatica, il debutto cinematografico e’ del 1958 con Le dritte ma a darle la fama e’ il sodalizio lavorativo e sentimentale nato con Michelangelo Antonioni a partire da L’avventura del 1959, a cui seguiranno La notte nel 1960, L’eclisse del ‘62; la loro avventura si concludera’ nel 1964 con Deserto rosso.

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Dopo esser stata la musa ispiratrice di Antonioni, interpretando per lui ruoli di donne complesse e problematiche, Monica Vitti decide di mettere alla prova il suo talento in ruoli completamente diversi e la consacrazione di mostro sacro della comicita’ italiana arriva nel 1968 quando gira La ragazza con la pistola per Mario Monicelli: il film le fa vincere il Premio San Sebastian come migliore attrice protagonista.
La Vitti diventa la regina della commedia all’italiana degli anni ‘60 e ‘70 partecipando a capisaldi del genere come Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca (1970) di Ettore Scola dove interpreta una fioraia legata a un muratore (Marcello Mastroianni) che perde la testa per il pizzaiolo Giancarlo Giannini, scatenando la gelosia omicida del fidanzato.

Vitticomitaliana

Nel 1973 affianca Alberto Sordi (con cui aveva gia’ lavorato nel ‘69 in Amore mio aiutami) in Polvere di stelle, nostalgica ed amara rivisitazione del mondo dell’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale.

IlfantasmadellalibertaNel 1974 Bunuel la chiama per interpretare il suo surreale Il fantasma della libertà.
Nel 1980 ritrova Antonioni che la dirige ne Il mistero di Oberwald, opera piu’ interessante per le innovazioni tecniche che per il valore artistico.
Nel 1989 l’attrice tenta anche la regia dirigendo il film Scandalo segreto, l’analisi di una crisi coniugale che la vede protagonista con Elliott Gould e Catherine Spaak: il film le vale il Globo d’oro sia come attrice che come regista.


Monicavitti

Oltre all’attivita’ cinematografica Monica Vitti ha sempre portato avanti con passione la recitazione teatrale che le ha dato grandi soddisfazioni, altrettanto successo hanno ottenuto le sue partecipazioni televisive.
Nel 1993 esce l’autobiografia dell’attrice, Sette sottane e nel ‘95 le viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera.
Negli ultimi anni Monica Vitti conduce una vita molto ritirata, anche a causa della sua malattia.