L’ultimo spettacolo di Marco Paolini è un work in progress per cui suscettibile di cambiamenti ad ogni rappresentazione: la messa in scena a cui ho assistito venerdì 2 settembre a Monforte d’Alba nella rassegna Attraverso Festival inizia con il racconto dell’Orologio Wagner del Pantheon di Parigi restaurato senza i permessi statali dal gruppo clandestino degli Huntergunther e per quest’opera di miglioria di un bene pubblico l’associazione culturale è stata processata (la storia è raccontata sul loro sito)
Ma a Paolini non interessa raccontare una vicenda di paradosso burocratico, l’orologio serve per scandire il tempo di uno spettacolo in divenire ma soprattutto raccontando un episodio di 5000 giorni nel passato l’artista prende lo spunto per narrare quello che sarà tra 5000 giorni nel futuro.
La differenza con gli altri Album di Paolini è proprio questa: non più lo sguardo verso il passato dell’alter ego Nicola ma una proiezione verso il futuro di Achille, un fotografo che si vede affidato da una donna con cui intrattiene una relazione virtuale il figlio di lei, Nicola Fermat che preferisce essere chiamato Numero Primo. Questo padre per procura che si consola nel non essere il primo nella storia, si ritrova a dover gestire un bambino di cinque anni, curioso vivace.. speciale.
Nella storia di Achille e suo figlio, per quanto futuribile, ritorna tutta la capacità affabulatoria del Paolini che conosciamo, in grado d’immergere lo spettatore nella realtà del racconto di un futuro leggermente più distopico di quello che conosciamo oggi: cosa potrà mai cambiare in 5000 giorni? Forse davvero Marghera si riconvertirà in una fabbrica della neve che salverà Venezia dall’acqua alta e di sicuro la tecnologia a cui siamo ormai perennemente connessi e forse dipendenti assumerà forme nuove e l’uomo ritroverà la sua natura di accudente anziché di accudito, un po’ come gli Huntergunther dell’apertura che si prendono carico di una responsabilità senza avere nessun obbligo, se non morale.
Tag: Marco Paolini
Io sono Li
Shun Li e’ una giovane donna cinese che lavora duramente per far arrivare in Italia anche il suo bambino. Da una camiceria di Roma viene mandata a lavorare in un bar di Chioggia. Qui la donna fa amicizia con Bepi, un pescatore slavo da trent’anni in Italia. Il legame tra i due suscita i pettegolezzi del paese e la disapprovazione della comunita’ cinese che costringe Li ad interrompere il rapporto e la trasferisce altrove..
Con pacata tenerezza lo sguardo antropologico di Andrea Segre indaga oltre che la comunita’ cinese in Italia, anche la comunita’ di pescatori di Chioggia, dove il lavoro e’ altrettanto duro e solitario. Al regista non interessa dare giudizi piu’ o meno moralistici su situazioni che intuiamo al limite della schiavitu’ e dello sfruttamento ma preferisce porre l’attenzione sulla solitudine di due vite raminghe che si incrociano per un momento. Nessuna recriminazione su cio’ che poteva essere tra Li e Bepi ma la malinconica accettazione dell’ineluttabilita’ di un destino che sembra essere proprio della storia dell’umanita’ piu’ che appartenere alla realta’ contingente di quest’ondata migratoria in Occidente, non per nulla a consolare Shun Li ci sono i versi di un antico poeta cinese a cui e’ dedicata una festa delle luci.
La malinconica dolcezza della storia trova corrispondenza nell’altrettanto malinconica bellezza della scenografia: le nebbie sulla laguna squarciate da improvvisi raggi di sole, l’acqua alta mostrata nel suo fascino inconsueto e contemporaneamente nella fatica che richiede a chi la vive quotidianamente.
E’ piuttosto inusuale che un film italiano, soprattutto d’esordio, riesca a raccontare una vicenda corale, di solito si preferisce lavorare su realta’ molto piccole, Segre, che arriva dal documentario, riesce a portare alla nostra attenzione, sempre con la delicatezza del non detto, diverse figure sia cinesi che italiane, supportato in questo versante da un cast di tutto rispetto in cui si segnala l’ennesima trasformazione di Battiston, nei panni di Davis, uno sfaccendato invischiato in faccende poco chiare e si ricorda la bella faccia da cinema di Marco Paolini, coproduttore della pellicola.
Diverso dagli altri
Anders als die Andern
Germania 1919,
Con Conrad Veidt, Leo Connard, Ilse von Tasso-Lind, Fritz Schulz, Reinhold Schünzel
Regia di Richard Oswald
Il celebre violinista Paul Körner rimane colpito dal numero di suicidi riportati regolarmente dai quotidiani. L’artista sa bene che essi sono dovuti al Paragrafo 175 che condanna penalmente l’omosessualita’. Quello che Körner non sa e’ che anche lui entrera’ a far parte di quella tragica schiera in seguito al suo amore per l’allievo Kurt Sivers. Il sentimento viene scoperto da una vecchia conoscenza di Körner, Franz Bolleck, che ricatta il violinista. Quando Kurt scopre il maneggio fugge inorridito. Il violinista cerca di curare la propria omosessualita’ attraverso l’ipnosi, ma senza risultato e si rivolge quindi a un sessuologo che lo convince che la sua non e’ ne’ una malattia ne’ un’aberrazione. Körner trova cosi’ la forza per denunciare il ricattatore ma il processo si conclude con una lieve condanna anche per lui a causa del Paragrafo 175. Nei pochi giorni che precedono l’entrata in carcere, Körner si accorge che la gente lo scansa con imbarazzo e tutte le sue tournée sono state annullate. Disperato Paul Körner si toglie la vita.
Quasi certamente il primo film della storia del cinema a trattare espressamente il tema dell’omosessualita’ fondendo i generi del melodramma e del documentario. Se le pene d’amore di Paul Körner, con flashback dei suoi amori collegiali e il maledetto incontro con Bolleck rappresentano il lato sentimentale dell’opera, l’esposizione al convegno di sessuologia sull’omosessualita’ ha il rigore di un trattato scientifico con immagini che documentano una sessualita’ che si trova a punti intermedi tra i due estremi maschili e femminili (e’ l’assunto del film).
Ci e’ giunta una versione parziale della pellicola, una cinquantina di minuti a fronte di un lavoro che doveva durare circa il doppio. La trama e’ tenuta insieme da lunghe didascalie che riassumono le parti mancanti a cui segue qualche fotogramma sopravvissuto. Non e’ difficile intuire la totale censura che il film deve aver subito durante l’epoca nazista e possiamo ritenerci fortunati se il materiale sopravvissuto e’ bastevole a restituirci il senso e lo stile dell’opera.
La messa in scena e’ molto convenzionale, a camera fissa, con poca attenzione alle scenografie per concertrarsi tutta sui primi piani dei protagonisti ed utilizzando spesso il fondo nero che risulta di forte impatto come nella scena in cui una commissione decide l’espulsione dal collegio del giovane Körner puntandogli severamente il dito contro, anticipando il tragico additamento a cui il violinista sara’ soggetto quando il suo stile di vita viene rivelato.
Mi ha molto colpito vedere Diverso dagli altri a pochi giorni dalla messa in onda di Ausmerzen di Marco Paolini che racconta le drammatiche conseguenze degli studi di eugenetica di quella classe di medici progressisti di cui fa parte anche il celebre sessuologo Magnus Hirschfeld, che interpreta se’ stesso nel film e che assolve il violinista dalle sue preoccupazioni dicendogli che la sua condizione gli permette comunque di condurre una vita produttiva…
Commovente la didascalia che narra la chiusa del film: una mano che cancella con una croce il Paragrafo 175 da un testo di giurisprudenza. Purtroppo la scena non ha avuto dono di preveggenza: quella mano, vent’anni dopo, avrebbe apposto un triangolo rosa sulle casacche degli omosessuali nei campi di sterminio.