Cose dell’altro mondo

Cosedell’AltroMondo Piu’ che la riflessione sul tema dell’immigrazione, a portarmi in sala a vedere Cose dell’altro mondo e’ stata la curiosita’ di capire come si sarebbe risolto l’intreccio narrativo, dato un incipit cosi prorompente come quello dell’improvvisa sparizione di tutti gli extracomunitari dal suolo italico. Il punto di partenza cosi’ tosto mi ha ricordato quella lezione di Hitchcok riportata nel libro intervista di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, dove il grande maestro del thriller raccontava di un inizio di trama troppo avvincente (se non erro una nave che ritorna vuota o con tutto l’equipaggio morto) per mantenere il tasso di interesse dello spettatore cosi’ alto per tutta la durata della pellicola e soprattutto per trovare una chiusa degna dell’exploit iniziale. Ovviamente aveva ragione il grande Hitch e il film di Patierno finisce ben presto per avvitarsi su se’ stesso, proponendo qua e la’ alcune situazioni divertenti ma non sapendo poi trovare un finale (siamo ben oltre il finale aperto per cui personalmente sto sviluppando un’idiosincrasia).
L’incoerenza regna sovrana: la scomparsa degli immigrati comporta la salita vertiginosa dei prezzi e si ricorre a delle simil tessere annonarie, la benzina manca ma i protagonisti non risentono di questi problemi, quello del carburante in particolare. Marta, la moglie di Golfetto, si ritrova a gestire la casa e passa le ore a stirare ma lo fa con improbabili tacchi dodici e una messa in piega impeccabile, sarebbe stato logico assistere a una sciatteria progressiva nella sua trasformazione da siora a casalinga disperata.
L’antica tradizione di bruciare la vecia, ultima risorsa per far tornare gli immigrati, mi sarebbe piaciuta leggerla positivamente come una riscoperta delle proprie origini perche’ personalmente credo che chi sia sicuro delle proprie radici non abbia paura di confrontarsi con il diverso, invece il rogo diventa l’emblema di una nazione provinciale e d arretrata.
Anche il tono della pellicola mi e’ parso un po’ sfilacciato: una vena di surrealta’ piu’ spinta avrebbe di certo giovato ad imbrigliare un soggetto cosi’ traballante.

I cammelli

Icammelli Italia 1988 Medusa
con Diego Abatantuono, Giulia Boschi, Paolo Rossi, Sabina Guzzanti
regia di Giuseppe Bertolucci

Ferruccio Ferri e’ un giovane di provincia appassionato di cammelli che sta per partecipare alla finale di un telequiz di successo dove potrebbe vincere cinquecento milioni. L’aspirante vincitore e’ sotto contratto con Camillo, un manager senza scrupoli che lo conduce a tappe forzate verso Milano a dorso di cammello ma dopo vari tentativi di fuga da parte di Ferruccio la strampalata compagnia di Camillo si scioglie proprio il giorno prima della finale del quiz. Al gioco televisivo non viene ritenuta esatta una risposta di Ferruccio che decide di far ricorso. Intanto torna a casa in treno. Durante il viaggio incontra Anna che per sfuggire al matrimonio e a una vita gia’ decisa dai genitori, gli chiede di fingersi il suo amante..

La cesura in due parti nettamente distinte e il ritmo altalenante inficiano pesantemente l’opera sostenuta dallo sguardo surreale tipico di Giuseppe Bertolucci che dimostra anche un certo gusto per l’eleganza della composizione facendo agire i suoi bislacchi personaggi in una Bassa Padana fatta di archeologie industriali ancora fascinose senza gli orrendi capannoni che oggi guastano irrimediabilmente il paesaggio. L’interesse che si puo’ trovare nella pellicola e’ infatti quello di uno spaccato dell’Italia di venti anni fa con un sottobosco televisivo ruspante ma fondamentalmente ingenuo e una televisione privata che ancora reclamava il diritto alla diretta.
Stesso discorso per il cast con giovanissimi attori che sono diventati i protagonisti della scena artistica di oggi: oltre a Paolo Rossi e Sabina Guzzanti nel corso del film si possono scoprire gustosi camei (anche solo vocali) di star oggi indiscusse.
E’ l’occasione anche per rivedere Giulia Boschi, bellissima attrice allora lanciatissima che ha rinunciato alla carriera cinematografica per dedicarsi con altrettanto successo alla medicina tradizionale cinese.

Happy family

HappyFamily Ezio decide di improvvisarsi autore e inizia a scrivere una sceneggiatura riguardante due famiglie milanesi molto diverse tra loro, una alto borghese l’altra dalle reminiscenze hippy, costrette ad incontrarsi perche’ i figli sedicenni, appena messisi insieme, hanno deciso di sposarsi..

Debbo ammettere che il trailer del film non mi aveva convinto molto, invece dopo pochi minuti dall’inzio della proiezione mi si e’ stampato in faccia un sorriso soddisfatto che durato quanto la pellicola, tanto mi son fatta ammaliare dalla leggerezza dell’ultimo lavoro di Salvatores. Forse a causa della sua parentesi noir avevo dimenticato la sua capacita’ di sorridere su temi importanti: in questo caso, come proclama Ezio in un monologo, l’attenzione del film e’ sulla paura. Tutti i protagonisti, autore in primis, sono spaventati da qualcosa, timori gravi oppure paure minime.
Piu’ di questo sottotesto che regge una trama sinceramente esilina, quello che colpisce della pellicola e’ la riflessione sulla creativita’. Andando oltre all’ovvio rapporto autore-personaggi pirandelliano, e’ proprio l’esilita’ della trama che sottolinea la valenza autoriale. In fondo il tema della famiglia e’ connaturato al cinema italiano e questa vicenda di famiglie allargate e un po’ strambe e’ caratteristica del nostro tempo e la stessa trama avrebbe potuto avere tagli diversi a seconda della volonta’ autoriale: si poteva mettere l’accento sulla vicenda di Marta e Filippo, i due adolescenti desiderosi di convolare a nozze creando un film giovanilistico alla Moccia; mettendo in primo piano la vicenda dei due trentenni avremmo avuto una commedia romantica mentre l’accento sull’amicizia tra Vincenzo e il papa’ di Marta avrebbe creato un film melanconico.
Il potere e’ nelle mani dell’autore che deve decidere quale piano prediligere. Un gioco di finzione sottolineato dalla inquadratura iniziale attraverso il modellino del teatro (ma che e’ un modellino ce ne accorgiamo al secondo sguardo, quando cambia la messa a fuoco) chiaro omaggio alla sceneggiatura teatrale di Alessandro Genovesi che sta alla base del film di Salvatores. Ci pensa poi la magnifica fotografia di Italo Petriccione a sottolineare che siamo in un mondo di finzione: Milano cosi’ bella e luminosa chi l’ha mai vista? Se poi non vi siete commossi sull’inserto in bianco e nero che accompagnava il concerto di Chopin.. beh allora siete senza cuore, ecco!