Museo delle Alpi, Bard

233868990_04efdc2e15_o Come ve la immaginate la vita di una cinefila? Tranquilla, comodamente spaparanzata su un divano a vedere pellicole vecchie e nuove.. e invece no! Qualche cinefila demente (il riferimento e’ totalmente personale) puo’ ritrovarsi su un sentiero di montagna “pericoloso e non protetto” come diceva la segnaletica e come e’ visibile dall’illustrazione in alto a destra, perche’ in visita al Museo delle Alpi del Forte di Bard. Non mi sono ancora soffermata a meditare sul fatto che quest’anno io mi sia gia’ trovata almeno 3 volte su sentieri montani dove piu’ che la vertigine mi terrorizza il possibile incontro con una vipera, ma perche’ ieri zompettassi come un daino tra cumuli di ardesia (dove una vipera potrebbe mettere su casa tranquillamente!) e rocce lo so benissimo: e’ tutta colpa di un film del 1936, che non ha nulla di memorabile se non la recitazione di Emma Gramatica, ma che per qualche bislacco motivo mi e’ rimasto stampato nella memoria, cosi’ tutte le volte che vado in Vald d’Aosta e vedo la Fortezza di Bard penso a La damigella di Bard (che ovviamente non e’ neppure ambientato a Bard!) e ora che la fortezza e’ stata restaurata e trasformata nel Museo delle Alpi non potevo esimermi dal visitarla, ma potevo benissimo usare i comodi parcheggi sotto il Forte invece che inerpicarmi come una capra, come consiglio caldamente di fare a chi volesse visitare questo nuovo Museo, nato sull’onda delle Olimpiadi torinesi.
Tutte le mie fatiche sono state pero’ abbondantemente ripagate visto che la prima didascalia ad introdurre il viaggio verso la conoscenza del mondo alpino e’ del mio venerato Lubitsch (cfr in basso a destra).
Drammi cinefili a parte, il Museo delle Alpi offre una visita godibilissima ed estremamente interessante visto che e’ stato concepito seguendo tutte le piu’ moderne regole della multimedialita’; la sua modernita’ e’ testimoniata anche dai tre ascensori panoramici che permettono di raggiungere il Forte dal borgo sottostante.
Il viaggio inizia dalla natura alpina e nella prima sala si incontra il Dahù, fantasioso animale che avrebbe due zampe (quelle dello stesso lato) piu’ corte delle altre per poter meglio percorrere i pendii scoscesi, ma quanto sarebbe dura la vita per un animale siffatto lo dimostrano tre divertenti cartoni animati.
Gli esemplari della flora e della fauna non sono conservati in teche polverose, ma su una parete molto eterogenea convivono disegni, filmati, plastici ed animali impagliati mentre gli altoparlanti trasmettono l’ululato del lupo a cui e’ dedicata una sezione a parte. Molto poetici due filmati, uno che narra l’evoluzione delle stagioni mostrando i cambiamenti della natura, costato dieci mesi di lavoro in diversi luoghi dell’arco alpino e l’altro che mostra attraverso riprese in elicottero il viaggio di un’aquila dal Monte Bianco a Bard.
Grazie alle ricostruzioni informatiche e’ possibile vedere com’era la Pangea di trecento milioni di anni fa nella sezione che narra come si sono formate le Alpi, e mentre un dinosauro stilizzato zampetta sulla riproduzione di una parete dolomitica che reca le impronte dei famigerati animali preistorici, il visitatore si trova a dover attraversare “sentieri” formati da video al plasma, il tutto in un ambiente molto rumoroso dove convivono le spiegazioni dei video degli esperti e i suoni naturali.
Si prosegue con l’avvento dell’uomo e la ricostruzione della vita umana in montagna con le trasformazioni che ha subito fino a diventare luogo di turismo e di sport: ci sono la ricostruzione della classica stube, ed anche le statue lignee dei santi la cui festa ricorre nelle date che scandiscono la vita alpina.
Le Alpi viste come luogo di sport e vacanza, si contrappongono alle Alpi, avamposto di guerra, nella stessa sala, costruita come un vecchio treno: da un lato scorrono le immagini di partenze festanti e sui sedili sono poggiati sci e valigie, mentre dall’altro lo straziante saluto dei militari scorre dietro ai sedili su cui fanno bella mostra elmetti e baionette.
Fino al 17 settembre e’ aperta anche una mostra temporanea, Alpi da Sogno, rassegna di opere dell’immaginario alpino nella pittura del XIX e del XX secolo, il pezzo piu’ bello e’ un bozzetto in gesso proveniente del Bistolfil, proveniente dalla gipsoteca di Casale Monferrato.

Time

TimeSeh-hee e’ follemente gelosa di Ji-woo, il fidanzato con cui sta da due anni: teme che lui si stanchi di lei e la lasci per un nuovo amore. Ossessionata da questa paura la ragazza decide di sparire per affidarsi alla chirurgia plastica e costruirsi un nuovo volto con cui tornare nella vita di Ji-woo e conquistarlo nuovamente..

Sono molto sorpresa dal silenzio che circonda Time: Film tv ne ha rimandato la recensione per anticipare quella di Superman Returns che si apre dicendo di non leggerla se non si e’ ancora visto il film (allora non potevi aspettare una settimana, mi chiedo?) ed anche i cineblogger tacciono su questo che si rivela uno scomodo Kim Ki Duk.
Certo, il film non ha la perfezione rigorosa di Ferro 3, ma la sua tormentata imperfezione ben riflette un tema complesso come quello dell’amore, declinato ai nostri tempi.
I protagonisti di quest’opera sono giovani che potremmo definire “di tendenza”, ossessionati dalle immagini, dalle mille foto che cercano di fermare i momenti piu’ belli del loro amore e per giunta il ragazzo e’ computer grafico (lo vediamo elaborare al computer proprio Ferro 3).
Le paure che diventano ossessioni per Seh-hee sono tipiche di una generazione di ragazze che si vede sfuggire l’amore di mano per la passione, o meglio la curiosita’ per un nuovo corpo, per qualcuno che sappia dare nuove emozioni.
Il ricorso alla chirurgia plastica e’ un altro rimando ai nostri tempi e la figura del chirurgo plastico ha quasi la valenza di un demiurgo mefistofelico a cui far ricorso nei momenti di necessita’; un supporto del tutto inutile pero’, come dimostra l’ultima immagine del film che da’ un andamento circolare alla vicenda.
Su questa trama complessa si innesta la grande capacita’ del regista coreano di creare immagini poetiche e simboliche, aiutato dall’ambientazione nel parco delle sculture di Baemigumi, sull’isola di Mo.

Time

Ci sono grossi rimandi alla cultura occidentale: Magritte, evocato nelle scene in cui la protagonista si copre il viso con un lenzuolo, la simbologia della maschera: da quella che la ragazza porta quando e’ convalescente, alla foto del suo vecchio volto, per arrivare alla mitologia greca: una scena in cui la ragazza, alla ricerca del suo amore, si illude di trovarlo in un fotografo, il dialogo tra i due si svolge con un alternanza di luce continuamente accesa e spenta, ricordando il mito di Amore e Psiche; ma c’e anche una grossa autoreferenzialita’: dalla gia’ citata scena del montaggio di Ferro3, al poster di Wild animals alla parete, alla scena di Seh-hee che, mentre matura la propria decisione, cammina sulle foto che scandiscono la sua storia con Ji-woo, cercando di tornare all’inizio, proprio come la protagonista de La Samaritana seguiva i sassi gialli.

Addio a Glenn Ford

Glennford
Aveva compiuto 90 anni il 1° maggio di quest’anno, essendo nato nel 1916 in Canada. La famiglia si trasferisce ben presto in California e Gwyllyn Samuel Newton Ford viene naturalizzato come cittadino statunitense nel ‘39, mentre sta muovendo i primi passi nel mondo cinematografico.
Il primo film di un certo spessore e’ Seduzione , diretto da Charles Vidor nel 1940 dove per la prima volta si forma la coppia esplosiva Rita Hayworth/Glenn Ford che insieme girera’ cinque film diventando celeberrima con Gilda del 1946.

Gilda

Nel frattempo Ford era stato in guerra, distaccato in Francia e per le sue eroiche azioni la repubblica Francese lo insignira’ della Legion d’Onore nel 1992.
Del 1946 e’ un altro film, il melodrammatico L’anima e il volto che lo vede recitare accanto a Bette Davis, l’attrice veste il doppio ruolo di due gemelle sfoggiando trucchi simili a quelli di un altra pellicola dello stesso anno, Lo specchio scuro di Siodmak interpretato da Olivia De Havilland.
Dopo l’enorme successo di Gilda Glenn Ford diventa un attore acclamato e richiestissimo, nel 1950 lo troviamo anche accanto ad Alida Valli in uno dei film della sua parentesi americana, La Torre bianca, mediocre pellicola che narra una (dis)avventura alpinistica.
Nel 1953 e’ il protagonista di uno dei capolavori di Fritz Lang Il grande caldo, dove interpreta Dave Bannion, sergente di polizia che sventa in solitaria una banda di criminali che era arrivata a uccidergli la moglie e farlo dimettere dal corpo.
La collaborazione con Lang prosegue l’anno seguente con La bestia umana, rivisitazione del romanzo di Zola, accanto a Ford c’e’ ancora Gloria Grahame, come ne Il grande caldo.

Glennforddrama

Da ricordare anche il film del 1955, Il seme della violenza dove Ford e’ un insegnante in una scuola “difficile” dove fatichera’ non poco a guadagnarsi la stima dei propri allievi. La storia e’ banalissima e rivista piu’ volte, ma il film di Richard Brooks si segnala per essere il primo ad impiegare una canzone rock’n’ roll nella colonna sonora, niente meno che Rock around the clock.
Tra il ‘56 e il ‘57 Glenn Ford e’ protagonista di grandi film western firmati da Delmer Daves: Vento di terre lontane che rivista in chiave western l’Otello e l’immortale Quel treno per Yuma.

Fordwestern

Sempre della coppia Daves/Ford e’ uno dei western che prediligo in assoluto, non tanto per qualita’ artistica ma per una particolare impressione infantile, il film e‘ Cowboy che narra il realizzarsi del sogno di un ragazzo di citta: diventare cowboy. Frank Harris (Jack Lemmon) si unisce alla squadra del mandriano Tom Reese (Glenn Ford) e provera’ sulla sua pelle la dura vita del west che sgretola la sua ingenuita’: la scena del gioco col serpente che causa la morte di uno dei cowboy e il trafugamento degli stivali del cadavere rimarra’ sempre indelebilmente impressa nella mia memoria!
Oltre ai western che segneranno quasi tutta la carriera di Ford negli anni ‘60, l’attore non disdegna le commedie: in Angeli con la pistola del 1961 e’ il gangster dal cuore d’oro Dave Lo Sciccoso, che aiuta la barbona Annie (Bette Davis) convinto che le sue mele gli portino fortuna. Il film e’ un remake di Signora per un giorno del 1933 sempre diretto da Frank Capra.
Nel ‘63 e’ il padre vedovo a cui il figlio (un pestifero Ron Howard) trova la moglie ideale in Una fidanzata per papà firmato da Vincente Minnelli, regista che aveva diretto Glenn Ford anche l’anno precedente nel mediocre remake di un grande film degli anni ‘20 che aveva per protagonista Rodolfo Valentino, I quattro cavalieri dell’apocalisse.

Glennfordcomsuperman

A partire dagli anni ‘70 l’attore si dedica alla televisione, l’ultimo ruolo degno di nota la cinema e’ il ruolo del padre “terrestre” (Jonathan Kent) di Superman nell’omonimo film del 1978 ed e’ una triste coincidenza che l’attore sia venuto a mancare ieri, 30 agosto 2006 mentre nei cinema di tutto il mondo spopola il nuovo blockbuster dedicato al supereroe.

L’ispettore Coliandro

Coliandro_2 Su Coliandro avrebbero gia’ detto tutto loro: lui annunciando per tempo la trasmissione del telefilm rimasto per anni a pigliar polvere nei magazzini Rai, lei commentando la prima puntata con la sua solita sagacia; qualche riga la voglio scrivere anche io, se non altro con l’intento di fungere da promemoria ricordando che stasera andra’ in onda la seconda puntata: il telefilm gode infatti du una doppia programmazione settimanale, e l’intento di sbrogliarselo al piu’ presto credo non dipenda tanto dalla “scomodita’” del personaggio, ma dal fatto che a breve inizieranno i pezzi forti dei palinsesti televisivi, cioe’ L’isola dei famosi.
Premesso che non ho letto i romanzi di Lucarelli che hanno per protagonista Coliandro, devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo ritratto anomalo di poliziotto, anomalo per una fiction italiana (ed anche straniera, tutto sommato) perche’ Coliandro mi ricorda qualche esponente dell’Arma di mia conoscenza, non una persona in particolare ma una somma di caratteristiche di personaggi bizzarri che forse in provincia e’ piu’ facile incontrare, sara’ per questo che Coliandro mi ha fatto un po’ di tenerezza coi suoi sogni di grande carriera “all’americana” , vissuta all’ombra di un padre morto facendo la scorta ad un giudice. La collaborazione coi Manetti Bros esaspera le caratteristiche ironiche del telefilm per cui, almeno nella prima puntata, l’ispettore si trova coinvolto in un caso piu’ grosso di lui e di cui capisce poco. Un caso dove il caso (mi si conceda il gioco di parole) la fa da padrone, per cui una guerra di mafia scoppia per un ritardo nella consegna di un pacco, e penso che anche la casualita’ sia una componente fondamentale di tante male situazioni italiane che Lucarelli studia da tempo.

Il Conte Ugolino

Italia, 1949
con Carlo Ninchi, Gianna Maria Canale
regia di Riccardo Freda

Ilconteugolino

Ugolino della Gherardesca e’ tra le personalita’ piu’ potenti di Pisa: orgoglioso e sbruffone, ma anche fedele e generoso, arriva a liberare Fortebraccio, condannato alla morte per digiuno dopo esser stato murato nella Torre Civica, inimicandosi cosi’ tutto il Consiglio della citta’, convinta che Ugolino voglia prendere il potere. L’unico amico su cui puo’ contare, o almeno cosi’ crede il conte, e’ l’arcivescovo Ruggeri, che sara’ il vero artefice della sua rovina…

Il film si apre sull’illustrazione del Dore’ che rappresenta il fiero pasto da cui il conte alza la testa quando Dante lo incontra all’Inferno nel nono cerchio , quello dei traditori (XXXII canto).
Il film si svolge in maniera piuttosto didascalica con poche scene di cappa e spada che solitamente contraddistinguono l’opera di Freda, si preferisce seguire i maneggi dell‘arcivescovo Ruggeri interpretato (malissimo a mio parere) da Peter Trent.
Carlo Ninchi invece interpreta il Conte Ugolino in maniera molto sanguigna e la rilettura che la pellicola offre del presunto tradimento del Conte ha fruttato al regista il ringraziamento della famiglia Della Gherardesca per aver riabilitato l’avo; ricordiamo la presenza di Mario Monicelli tra gli sceneggiatori.
Di interessante c’e’ la ricostruzione d’epoca, molto realistica, senza scenografie di cartapesta; Freda cerca di sfruttare anche in maniera emotiva, quasi espressionista le ambientazioni con qualche inquadratura sghemba e giochi d’ombe che incombono sui personaggi. Portato a termine il suo piano, l’arcivescovo Ruggeri viene mostrato mentre accarezza un gatto che ha in grembo, classico simbolo di falsita’.
Il film merita la visione per la famosa ellissi finale: la trama presenta anche il personaggio di Emila, interpretato da Gianna Maria Canale, figlia prediletta del conte, innamorata del nipote di Ruggeri che Ugolino uccide perche’ il vero traditore di Pisa. La ragazza diventa complice inconsapevole dell’imprigionamento del padre e dei fratelli poi si reca Roma per ottenere giustizia dal Papa che le concede la liberazione dei familiari, tornata a Pisa ed entrata nella torre, la povera Emilia si guarda attorno con aria orripilata e scoppia in un grido terribile mentre sotto il suo fermoimmagine compare il celebre verso poscia, piu’ che ‘l dolor, pote’ ‘l digiuno. Una scena che puo’ considerarsi capostipite della nascente stagione dell’ horror all’italiana.

Domino

DominoDomino Harvey figlia dell’attore inglese Laurence Harvey e di una celebre modella, abbandona il dorato mondo del jet set per diventare una bounty hunter..

La pellicola prende spunto dalla storia vera della “trasgressiva” Domino, trasgressiva nel senso piu’ banale del termine: una VIP che lascia il suo dorato background per impantanarsi nello sporco mondo dei cacciatori di taglie e’ quanto di piu’ inconcepibile esista per l’occidentale medio, basti pensare al fatto di cronaca che ha dominato l’estate italica, il modesto cameriere che ha rifiutato una cospicua eredita’.
Su questo accenno di biopic Tony Scott innesta una complicatissima vicenda di soldi rubati girata secondo lo stile cinematografico piu’ cool del momento che omaggia le pellicole anni’70 (da Tarantino all’ultimo Rob Zombie, per citare due che lo sanno usare) con l’aggiunta di tutto il ciarpame televisivo imperante, dal videoclip sculettante al reality show.
Mi e’ parso lampante l’intento del regista di ritentare il colpaccio che gli riusci’ negli anni ‘80 con Miriam si sveglia a mezzanotte e Top Gun che definirono l’estetica di un decennio, ma la stigmatizzazione del XXI secolo fatta di dipendenza televisiva e verita’ falsate e destrutturate sono troppo per il furbastro Scott che finisce per girare una versione dopata e incazzosa di un telefilm dei primissimi anni ‘80, Professione Pericolo.
Del resto il cote’ televisivo dell’opera di Scott e’ sottolineato dalla presenza di due attori simbolo della tv, gli Steve e David di Beverly Hills 90210 nei panni di loro stessi, mentre il mafioso Cigliutti e’ sempre un retaggio della famosa serie, lo impersona Stanley Kamel, che in Beverly Hills era il mandante dell’omicido del padre di Dylan nonche’ il genitore del suo grande amore, Tony.
Su questa base televisiva si innesta un cast cinematografico di tutto rispetto come Jacqueline Bisset ed il sempre perfetto Christopher Walken. Dei protagonisti che dire? Per una sopravvissuta degli anni ‘80 il volto liftato di Mickey Rourke e’ un colpo al cuore, per quanto riguarda la bella Keira, non mi pare che faccia qualcos’altro, oltre che sbattere gli occhioni e socchiudere in maniera sexy la boccuccia.

Rodolfo Valentino

Rodolfovalentino A ottant’anni dalla morte, il mito del grande seduttore, su cui poggia molta dell’immagine del macho latino e’ certamente appannata: oggi nessuna misteriosa dama in nero avra’ portato fiori sulla sua tomba, come avvenne per lungo tempo dopo la sua scomparsa; evento che rpppresento’ il primo caso (e sicuramente il piu’ parossistico) di isteria mediatica. Di tanto in tanto in televisione passa un documentario che mostra le scene del funerale, con una folla impressionante di donne che si accalca attorno alla bara, con svenimenti ed anche suicidi alla notizia della fine prematura del mitico Rudy, causata da una peritonite il 23 agosto 1926.
Rodolfo Alfonzo Raffaelo Pierre Filibert Guglielmi di Valentina d’Antonguolla nacque il 6 maggio 1895 a Castellaneta, in provincia di Taranto, da una famiglia borghese: il padre era veterinario e la madre, di cui era il figlio prediletto, era francese.
Ragazzo ribelle, non porto’ a termine gli studi di agraria e venne espulso da un collegio perugino.
Se ne ando’ a Parigi dove apprese la danza e fu sotto l’ala dello chansonnier Claude Rambeau.
Nel 1913 arrivo’a New York e inizio’ col fare umili lavori per diventare poi “taxi boy”: accompagnatore danzante per le signore sole nei locali da ballo ed anche gigolo’.
Valentinoilfigliodellosceicco_1Dopo che una delle sue clienti uccise il marito a causa sua, il giovane Rudy si aggrego’ alla compagnia itinerante di di Al Jolson (il famigerato Jazz singer del primo film sonoro) ed arrivo’ ad Hollywood dove ebbe un primo ruolo significativo come comparsa danzante in Alimony del 1917.
La sua carriera non decollo’ subito e per alcuni anni gli fu affidata al parte del vilain losco e crudele. La trasformazione nel prototipo del maschio latino avvenne nel 1921 quando la talent-scout June Mathis lo propose per il ruolo de I quattro cavalieri dell’Apocalisse, questa la versione ufficiale della storia, secondo quella gay (consigliatissima la lettura del bel saggio di GiovanBattista Brambilla, interessante soprattutto per i controversi rapporti tra Valentino e l’Italia, gia’ pienamente fascista all’epoca del suo successo) fu la sua relazione con il regista del film, Rex Ingram a fargli ottenere la parte di Julio che entra in scena ballando uno sfrenato tango che fece subito innamorare milioni di donne.
Successo che divenne definitivo l’anno successivo quando l’attore lascia la Metro Goldwyn e per la Paramount gira Lo sceicco, il film che piu’ di tutti identifica il mito dell’attore come figura sensuale e dal fascino straniero, tanto che l’ultimo film girato da Valentino e proiettato dopo la sua morte, ne era il sequel, Il figlio dello sceicco che vedeva l’attore nel doppio ruolo dello sceicco, padre e figlio.

Filmografia completa

Cars – Motori ruggenti

Cars Saetta McQueen e’ la promessa piu’ talentuosa della Piston Cup: potrebbe entrare nella storia vincendo il campionato da esordiente. Purtroppo il successo lo rende arrogante: non ha amici ed anche il team tecnico e’ decisamente stufo del suo fare presuntuoso. Mentre si sta trasferendo in California per l’ultima gara, Saetta scivola fuori dal camion che lo sta trasportando, il fedele Mack, e uscito dall’autostrada si perde nel deserto; finisce a Radiator Spring una cittadina tranquilla che sopravvive ai bordi della Route 66, la gloriosa strada madre d’America ora dimenticata in favore della piu’ rapida autostrada.
Saetta viene costretto a ripare i danni che ha causato alla cittadina con il suo turbolento arrivo: riuscira’ ad arrivare in tempo alla gara piu’ importante della sua vita?

Tecnicamente il film della Pixar e’ raffinato e perfetto, come testimonia l’inizio stupefacente. All’esemplare riproduzione del mondo delle corse si unisce l’inappuntabile umanizzazione delle automobili (la figura umana e’ totalmente bandita); la genialita’ del film di Lasseter sta proprio nell’utilizzare le macchine, simbolo di velocita’, consumo ed inquinamento, per raccontare una storia che celebra la gioia di godersi il viaggio, prestando attenzione alle piccole cose e alla bellezza del panorama, mitizzando un tempo andato “quando la strada seguiva il paesaggio” invece di deturparlo per far posto alle autostrade.
Lo script invece e’ il punto debole di questo film, che resta indubbiamente molto bello, ma la vicenda procede senza scossoni verso l’ovvio happy end e si nota qualche calo di ritmo nei (forse eccessivi) 116 minuti di durata della pellicola; in ogni caso va riconosciuto alla Pixar il merito di esser stata in grado di uscire dall’ormai consueto gioco delle citazioni cinematografiche, tipico di tutti i film di animazione degli ultimi anni: a parte una citazione da La guerra dei mondi di Spielberg che compare in un sogno ad occhi aperti di Saetta, si preferisce dare spazio alle atmosfere ed uno dei momenti piu’ belli del film e’ gioco sul gotico americano, corrente secondo la quale la provincia nasconde mostruosita’ ed orrori, con l’ingresso in campo della mietitrebbia Frank che per me e’ stato il momento piu’ esilarante del film.
SergefilmoreOttime le caratterizzazioni dei comprimari: piu’ che la Cinquecento gialla Luigi, fan sfegatata delle Ferrari, mi sono piaciuti i due amici/nemici: Sarge, l’integerrima jeep della seconda guerra mondiale (che nel finale terra’ un corso di sopravvivenza per Suv moderni) che battibecca sempre con Fillmore, il classico pulmino Wolksvagen dei figli dei fiori che vende carburante biologico fatto in casa.
Come sempre, da seguire fino alla fine i titoli di coda che tra l’altro riservano una divertente celebrazione dei vent’anni della Pixar rivisitando in chiave automobilistica alcuni dei piu’ grandi successi della casa d’animazione.

Altra tradizione rispettata e’ quella di far precedere il film da un corto, in questo caso One man band racconta la storia di due suonatori ambulanti che si contendono il soldino di una bambina con fantasmagoriche esibizioni delle loro abilita’ strumentistiche, ma al solito chi troppo vuole..
Esilarante.
Ratatouille Altra chicca e’ il primo trailer cinematografico di Ratatouille, il film d’animazione del prossimo anno che ha per protagonista un topo gourmet che non accetta di nutrirsi di rifiuti ma preferisce una vita pericolosa pur di assaggiare le prelibatezze dei migliori ristoranti parigini.

Auguri a Robert Redford

Rredford Nel 1936 nasceva un bello per eccellenza di Hollywood, idolo incontrastato dei cuori femminili da almeno tre generazioni, anche se personalmente non appartengo alla schiera: troppo bello e perfettino per i miei gusti, gli preferisco il compare con cui formo’ una delle piu’ belle coppie cinematografiche degli anni ‘70, cioe’ Paul Newman.
Nato a Santa Monica, California il 18 agosto 1936, Charles Robert Redford Jr., scopre presto la passione per l’arte: dopo essersi avvicinato alla pittura ed alla scultura, arriva alla recitazione, iniziando a lavorare in diverse serie televisive a partire dal 1960.
Approda sul grande schermo nel 1965 e uno dei suoi primi film di quell’anno e’ Lo strano mondo di Daisy Glover triste ritratto della vita di una attrice, interpretata da una splendida Natalie Wood, di cui Redford era il marito omosessuale.

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Nel ‘66 e’ Charlie ‘Bubber’ Reeves, l’evaso inseguito dallo sceriffo Marlon Brando nel film di Arthur Penn, La caccia.
L’anno seguente Redford si cimenta con la commedia nel divertente A piedi nudi nel parco accanto a Jane Fonda.
E’ il 1969 a decretare il grande successo con il film Butch Cassidy recitato accanto a Paul Newman per la regia di George Roy Hill; il ruolo di Redford e’ quello di Sundance Kid da cui deriva il nome del festival di cinema indipendente creato dall’attore nel 1978, il Sundance Film Festival.

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Robert Redford diventa una star mentre ad Hollywood si sta affermando una nuova scuola di registi ed attori che rivoluzionano il cinema americano secondo quello stile che va comunemente sotto il nome di new cinema e di questa scuola Redford sara’ uno dei protagonisti principali, a partire dal ruolo di Bill McKay, avvocato idealista che corre per la Casa Bianca ne Il candidato di Michael Ritchie del 1972.
Nel medesimo anno sara’ anche Jeremiah Johnson il Corvo Rosso non avrai il mio scalpo in uno dei piu’ interessanti western “revisionisti” firmato da Sidney Pollack che l’anno successivo dirige Redford e Barbra Streisand in uno dei melodrammi piu’ significativi dell’epoca, Come eravamo.

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Nel 1975 l’attore torna a recitare in coppia con Paul Newman , ancora sotto la direzione di George Roy Hill, nel divertentissimo La stangata, pellicola che frutta a Redford il suo unico Oscar da attore.
Dopo essere stato anche Il Grande Gatsby nel ‘74, arrivano i ruoli che ancor oggi identificano meglio Robert Redford: quell dell’agente Joseph Turner ne I tre giorni del Condor nel film di Pollack del 1975 e quello del giornalista Bob Woodward in Tutti gli uomini del presidente diretto da Alan J. Pakula nel 1976.

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Ancora impegno civile nella pellicola del 1980, Brubaker, dove Redford veste i panni di un direttore di una prigione che si batte per migliorare le condizioni di vita dei carcerati.
Il 1980 e’ anche l’anno che vede il debutto di Redford dietro la macchina da presa con Gente Comune, dramma familiare premiato con quattro Oscar, tra cui miglior regia e miglior film.
Nel 1985 e’ il grande amore di Karen Blixen (Meryl Streep) nel celebre La mia Africa, ennesima collaborazione con il regista Sidney Pollack.
L’aver diradato l’attivita attoriale per l’impegno ambientalista e civile non porta l’attore a scegliere buone pellicole: dal mediocre thriller legale Pericolosamente insieme (1986), i film interpretati dall’attore peggiorano fino ad arrivare allo “scult” del 1993 Proposta indecente del sempre furbo Adrian Lyne.

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Anche le sue regie di Milagro (1988) ed In mezzo scorre il fiume del ‘92 non brillano, fortunatamente nel 1994 arriva la regia di Quiz Show che racconta il primo scandalo televisivo americano e nel 1998 il romantico L’uomo che sussurrava ai cavalli, dove per la prima volta Redford si propone contemporaneamente come attore e regista.
Da scordare la sua ultima prova registica del 2000, La leggenda di Bagger Vance ed anche i suoi ultimi film da attore non sono degni di nota, ma sicuramente Robert Redford potra’ ancora riservarci delle buone sorprese in futuro.

Film diretti da Redford dopo la pubblicazione di questo post

Leoni per agnelli

The conspirator

La regola del silenzio