La donna della spiaggia

The Woman on the Beach
USA 1947, RKO
con Joan Bennett, Robert Ryan, Charles Bickford, Nan Leslie, Walter Sande Irene Ryan
regia di Jean Renoir

Scott Burnett è un ufficiale di marina sopravvissuto a un bombardamento navale perseguitato da terribili incubi che lo spingono a chiedere alla sua ragazza di accelerare le nozze, quando Eve cerca di farlo ragionare, l’ufficiale deluso si ferma a parlare con Peg, una donna che ha già visto sulla spiaggia e la accompagna a casa. Qui conosce Todd, suo marito, un pittore diventato cieco. Todd si mostra molto interessato a Scott e fa di tutto per stringere amicizia con lui. Scott dubita che l’uomo sia veramente cieco e nel tentativo di scoprire la sua reale condizione lo fa cadere da una scogliera. Mentre Todd viene curato, Scott scopre che Peg ha avuto una relazione anche con Billy il fratello di Eve partito volontario per il fronte. Dopo un chiarimento Todd mostra i suoi dipinti a Scott scoprendo che Peg ha sottratto il suo preferito. La reazione violenta del marito induce Scott a causare un incidente mortale ma sarà proprio Peg ad allertare i soccorsi e dopo il rogo dei dipinti, decide di rimanere con Todd.

Ultimo film della parentesi americana di Jean Renoir, uscito in una versione sforbiciata dalla produzione che non lo salvò dal flop al botteghino.

L’incipit è comunque strepitoso con la scena dell’incubo di Scott: cammina in fondo al mare tra i detriti della nave affondata, tra gli scheletri e cerca di raggiungere Eve, vestita da sposa, ma nuove esplosioni impediscono il contatto, una sequenza muta che anticipa lo sviluppo della trama.

Il relitto del sogno si trova in realtà sulla spiaggia, attorno ad esso si aggira Peg in cerca di legna, è il suo rifugio quando vuole stare sola e diventa il luogo degli incontri con Scott.

Il personaggio di Peg è diverso dalla solita dark lady, fino al sottofinale possiamo pensare che sia la classica donna venale che utilizza l’amante per uccidere il marito ed ereditare così i quadri, invece decide di sventare il piano criminale avvisando la guardia costiera che Scott e il marito sono usciti per una battuta di pesca nonostante il maltempo. 

Anche Scott comunque non ha il coraggio di portare a termine l’intento e i soccorsi li trovano abbracciati alla barca da cui entrambi sono caduti. 
Tornato a casa il pittore dà fuoco ai dipinti e lascia la moglie libera e Peg decide di seguirlo. 

Un finale così complesso e irresoluto non poteva certo soddisfare il pubblico del noir, genere allora in ascesa.

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Quello di Renoir non è un film su una donna pericolosa che irretisce un uomo ma è lo studio psicologico di un triangolo tra tre persone disperatamente chiuse nella loro solitudine, il paesaggio metafisico della spiaggia con il relitto lo testimonia.

Di quest’opera mi colpisce il fatto che il regista, figlio del grande maestro impressionista, giri un’opera dove si parli molto di quadri senza mai mostrarne uno, eppure già dal 1945 con Il ritratto di Dorian Gray la commistione tra cinema e pittura si fa più stretto ed è un legame che dura fino ai primi anni ’50, coinvolgendo artisti di fama.

La confessione della signora Doyle

Clash by Night
USA 1952 RKO
con Barbara Stanwyck, Robert Ryan, Paul Douglas, Marilyn Monroe, Keith Andes, J. Carrol Naish, Silvio Minciotti
regia di Fritz Lang



Laconfessionedella signora doyle


Martha Kent torna disillusa nel paese natio dopo una decina d’anni in cui ha cercato di sfruttare il suo fascino e ottenere una vita migliore. Finisce per sposare l’ingenuo Jerry Doyle per la stabilità che l’uomo può offrirle anche se da subito è scattata una forte attrazione per l’inquieto amico di lui, Fred. I Doyle hanno una figlia e Fred ottiene il divorzio. Inevitabilmente scoppia la passione trattenuta dal primo incontro. Jerry lo scopre e rischia di uccidere Fred, Martha capisce che l’amante non è contento di portare con loro la figlioletta e preferirebbe che rimanesse con Jerry, la scoperta riporta la donna sui suoi passi e torna dal marito.



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La confessione della signora Doyle è un melodramma sentimentale che si può considerare minore nella filmografia di Lang ma stiamo sempre parlando di un maestro del cinema che sfrutta l’occasione di trasformare l’ambientazione in un anonimo villaggetto di pescatori quasi in un documentario sulla pesca e la sequenza d’apertura è anticipatoria e offre una profonda corrispondenza tra gli animali mostrati e il senso del film: al ritorno delle barche si tuffano in acqua le foche allontanando i gabbiani, Jerry Doyle è un ormone buono e gentile fino a rasentare l’ingenuità, il corrispettivo di una foca, la sua presenza ingombrante e impacciata allontana gli uccelli, simbolo di libertà e anche la cinica Martha finirà per rinunciare ai suoi sogni di fuga perenne per prendersi la responsabilità della figlioletta.



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Lang sa creare le atmosfere da par suo, come abbiamo detto anche grazie agli elementi naturali, nubi che coprono il cielo e mari tempestosi quando l’attrazione tra la donna e Fred si fa insostenibile. Dopo aver rischiato di uccidere l’amante della moglie Jerry si rifugia sul peschereccio con la figlia, il dubbio che l’uomo possa compiere un’insano gesto è stato insinuato da dialoghi apparentemente casuali che nel corso del film riportano per ben due volte le notizie di bambini affogati.



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Ottimamente recitato il film presenta anche dei personaggi non banali: Barbara Stanwyck incarna una donna disillusa, vicina alla mezz’età che ha ancora la forza di mettersi in gioco, Robert Ryan amico idolatrato da Jerry, è il più debole, anticipazione dei loser che caratterizzeranno gli anni ’50 e di cui sfoggia già la canottiera.



Clashbynight


Marilyn è la fidanzata di Joe, il fratello di Martha: i problemi sentimentali della cognata rischiano di influire anche sul rapporto dei due che però si dimostrano una coppia più solida (potere della gioventù?). Nonostante quello di Peggy sia un ruolo piuttosto concreto, Marilyn si fa notare per la sensualità che emana in uno degli ultimi ruoli da comprimaria.

Neve Rossa

On Dangerous Ground
USA 1951 RKO
con Robert Ryan, Ida Lupino, Ward Bond, Charles Kemper, Anthony Ross, Ed Begley
regia di Nicholas Ray


On Dangerous Ground

 

Jim Wilson e’ un poliziotto che la solitudine ha abbrutito, dopo l’ennesimo violento pestaggio di un delinquente viene inviato fuori citta’, in un paesino di montagna dove e’ stata uccisa una ragazza. Nel corso delle indagini conosce Mary, la sorella dello squilibrato autore del delitto…



Neverossa

Lo stesso Ray riconosce che quest’opera fu un’occasione mancata, anche se alcune intuizioni sono geniali.
Il biancoenero della pellicola viene esaltato dal contrasto tra bianco e nero della fotografia: il nero della notte metropolitana punteggiata dal lucore delle insegne si contrappone al bianco delle distese nevose su cui si muovono le figure nere dei personaggi, spesso ripresi in controluce.
L’inseguimento del delinquente nei vicoli ricorda le famose riprese cittadine di Griffith in The musketeer of Pig Alley a cui Ray unisce un uso molto concitato della macchina da presa che anticipa di decenni l’effetto della steadycam.
Se nella prima parte il film e’ un tipico noir, nella seconda lascia spazio al melodramma caratterizzato da continui slittamenti di prospettiva, ce lo conferma l’entrata in scena di Mary (interpretata da Ida Lupino): la ragazza e’ cieca ma il suo personaggio viene presentato attraverso due soggettive: Jim e il padre della ragazza uccisa bussano alla sua porta che si apre e noi crediamo che il dialogo di presentazione avvenga come lo vede Mary ed anche il controcampo successivo, dalla porta all’interno della casa mentre i due entrano, ci illude ancora di seguire lo sguardo di Mary.
Il personaggio di Danny, l’assassino, presenza inquietante ma incorporea della parte centrale del film, entra in scena con un dialogo con la sorella che cerca di convincerlo a costituirsi: Ray ci mostra solo il suo corpo, mai il suo viso che verra’ mostrato sono nello scontro fisico con Jim, poco prima che l’intervento del padre della ragazza che ha ucciso ne causi accidentalmente la morte, quest’ultimo ne vedra’ il volto solo dopo l’incidente scoprendo che si tratta di un ragazzo e nella figura del giovane disturbato possiamo riconoscere un perdente, uno dei losers tanto cari alla poetica di Nicholas Ray.