L’innocente 

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Italia 1976, Rizzoli Film
con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Rina Morelli, Massimo Girotti, Didier Haudepin, Marie Dubois, Roberta Paladini, Claude Mann, Marc Porel, Jennifer O’Neill, Enzo Musumeci Greco
regia di Luchino Visconti

Tullio Hermil non si perita di tradire la moglie Giuliana in modo plateale e quando s’innamora della contessa Teresa Raffo arriva a confidare le sue pene d’amore alla consorte. Giuliana, pur ferita, accetta che il marito segua l’amante a Firenze, ma un giorno non sentendosi bene si reca nelle stanze del fratello del marito dove incontra un suo amico, lo scrittore Filippo d’Arborio con cui inizia una relazione. Sospettando che la moglie lo tradisca, Tullio ricomincia a corteggiarla ma scopre che la moglie è incinta dell’amante. Tullio decide di restare con la moglie ma vorrebbe che abortisse, Giuliana rifiuta e porta avanti la gravidanza e per rabbonire il marito finge indifferenza verso il figlio. Trovandosi solo con lui la notte di Natale, Tullio decide di esporre il neonato al gelo per causarne la morte. Giuliana gli rivelerà tutto il suo odio e anche la contessa Raffo a cui confida l’omicidio lo vede per quello che è; a Tullio non resta che il suicidio.

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L’innocente è l’ultimo film di Visconti, presentato a Cannes postumo. La versione è il primo montaggio del film, non più ritoccato doo la scomparsa dell’autore.

L’incompletezza dell’opera si avverte ma L’innocente conserva tutta maestria di Visconti, soprattutto nell’opulenza della messa in scena di un mondo che Visconti conosceva bene dato che nacque nel 1906 nel medesimo ambiente socio economico narrato dal film che è ambientato negli anni ’90 del IXX secolo.
Mi commuove molto l’idea di un Visconti malato che ricostruisce il mondo della sua prima infanzia.

Le tematiche dell’opera però sono contemporanee ai tempi in cui L’innocente fu realizzato: erano gli anni delle battaglie femminili con le leggi e i referendum sul divorzio e l’aborto e Visconti modifica il racconto di D’Annunzio in questa prospettiva facendo del protagonista maschile un personaggio meschino che rincorre solo quello che non può avere nascondendosi dietro elucubrazioni filosofiche per giustificare il proprio modo di vivere.

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Visconti di schiera dalla parte delle due figure femminili: Teresa Raffo è una vedova che vuole essere padrona del suo destino, costringe i suoi amanti a gesti plateali che scandalizzano il bel mondo. I costumi ispirati alle donne di Boldini rappresentano bene il suo essere maliarda.

Giuliana è una donna più remissiva che ha accettato per lungo tempo le scappatelle del marito ma non è disposta a rinunciare al figlio anche a costo di lasciare il marito e tornare dalla sua famiglia senza la certezza di essere riaccolta. Si rende conto della pochezza del marito: la scena in cui Tullio mette il giornale che riporta la morte di d’Arborio sul vassoio della colazione della moglie rivela molto del suo carattere mediocre che si nasconde dietro tante parole ma poi non ha il coraggio di informare Giuliana della morte dell’amante e resta ad origliare la sua reazione dietro la porta.

Per tutelare il bambino Giuliana finge di rifiutarlo per non ingelosire ulteriormente Tullio ma l’uomo nel suo delirio di onnipotenza crede anche di interpretare il volere della moglie esponendo il neonato all’aperto in una nevosa notte di natale mentre in lontananza risuonano i versi di Tu scendi dalle stelle “E vieni in una grotta al freddo e al gelo”

Persa Giuliana, Tullio si confida con la contessa Raffo che a sua volta gli rivela che quello che pensa di lui è ben diverso da quel che credeva, un altro abissale abbaglio per Tullio che si suicida per vanità e non certo per rimorso.

Un marito per Anna Zaccheo

Italia, 1953
con Silvana Pampanini, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Umberto Spadaro, Agostino Salvietti, Enrico Glori, Enzo Maggio
regia di Giuseppe De Santis

Anna Zaccheo è una bellissima ma altrettanto povera ragazza napoletana il cui sogno è quello di trovare marito. I pretendenti non le mancano e Anna s’innamora di Andrea, un marinaio che presto deve partire per quattro mesi di navigazione. Anna in quel periodo cerca lavoro per farsi il corredo trovando lavoro come modella. Il direttore dell’agenzia fotografica è molto gentile ma finisce per approfittare di lei. Anna tenta il suicidio e Andrea, tornato dalla trasferta, la lascia. La ragazza accetta la corte del ricco pescivendolo vicino di casa però non riesce ad accettare l’idea di sposarsi per interesse così lo lascia e cerca nuovamente lavoro, incontra nuovamente Andrea ma dopo una notte d’amore il marinaio la lascia definitivamente perché non riesce a perdonarla.

Un marito per Anna Zaccheo viene considerato un film minore nella produzione di De Santis, certamente non aiuta la scenografia ricostruita e l’abbondante uso di canzoni napoletane si salva Era de maggio solo arpeggiata -e non nel ritornello- come colonna sonora dei momenti malinconici e degli addii di Anna, ma visto oggi il film sembra anticipare una visione anti patriarcale ante litteram. 

Tutte le mattine la bella ragazza si alza e sa che dovrà dribblare una masnada di galli italiani pur cercando tra essi un futuro marito. Anna è una ragazza molto pragmatica e in realtà vorrebbe lavorare ma sono i suoi familiari in primis che la spingono verso il matrimonio, possibilmente economicamente vantaggioso per salvare le sorti di tutta la famiglia.

Nei primi anni ’50 quando il matrimonio era l’unico progetto di vita per una donna (ridicolizzato dalla figura dell’amica che quando trova il fidanzato è costretta ad andare in giro col saio per rispettare il voto esaudito) raccontare le disavventure di una donna troppo bella per trovare un lavoro senza implicazioni maliziose è una bella stigmatizzazione della condizione femminile e anche dal punto di vista sentimentale quella di Anna è una favola amara: nessuno degli uomini che incontra è una figura positiva. Andrea si dichiara innamorato ma non è in grado di perdonarla e non si fa scrupoli a cercarla una seconda volta per passare una notte d’amore salvo poi confermare la sua impossibilità al perdono.

Il dottor Illuminato, direttore dell’agenzia sembra una persona molto gentile e premurosa ma non esita a far bere un po’ troppo Anna per poi sedurla, salvo poi pentirsi e giustificarsi ricorrendo alla solita solfa del matrimonio infelice, tutta la piccineria del personaggio viene rivelata nel secondo incontro in metropolitana.

Don Antonio apparentemente è il meno peggio: l’unico a continuare a corteggiare Anna nonostante i suoi “errori” in realtà vuole solo una bella moglie da esibire a conferma della sua ascesa e la confessione che ha sempre desiderato Anna guardandola crescere dà una patina viscida al figuro.

I toni della pellicola sono un po’ eccessivi come si confà al melodramma di stile matarazziano, ma forse De Santis cerca anche di rivolgersi a un pubblico ben preciso: a quelle ragazze che invece di andare al cinema negli anni ’50 andavano a vedere la sceneggiata e oggi si nutrono di programmi tv alla Temptation Island dove ragazze bellissime e talvolta anche intelligenti si sono lasciate irretire da individui di poco spessore e pure assai bruttarelli.

Anni difficili

Italia 1948
con Umberto Spadaro, Massimo Girotti, Ave Ninchi, Milly Vitale, Delia Scala, Ernesto Almirante, Agostino Salvietti, Loris Gizzi, Aldo Silvani, Peppino Spadaro, Giovanni Grasso
regia di Luigi Zampa



Annidifficili


Modica 1935: l’impiegato comunale Aldo Piscitello viene convocato dal podestà che lo avvisa che se non prenderà la tessera fascista verrà licenziato. Tra mille titubanze Piscitello lascia fare alla moglie che lo iscrive al fascio di un paese vicino dandolo per aderente già dal 1921. Il cruccio più grande dell’impiegato è però la sorte del figlio primogenito, Giovanni che passa attraverso tutte le campagne dell’impero: dalla guerra d’Etiopia, alla campagna di Russia, nelle brevi licenze tra una guerra e l’altra Giovanni riesce a sposare Maria, la nipote del farmacista antifascista. Il destino di Giovanni sarò tragico: subito dopo l’armistizio, mentre cerca di raggiungere i famigliari sfollati, viene sparato alle spalle da un soldato tedesco a un posto di blocco. Con lo sbarco degli americani tutti i ferventi fascisti sono pronti a cambiare casacca e Piscitiello, ormai segnato dalla morte del figlio, riceve una dura reprimenda dall’ex podestà ora sindaco che lo biasima per la sua aderenza al partito fascista.



Anni difficili


Tratto da Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati, il film fece molto scalpore all’uscita suscitando un acceso dibattito politico ricevendo attacchi sia da destra che da sinistra: la denuncia del trasformismo politico era così evidente che toccò sicuramente molti nervi scoperti.



Annidifficili


Il tema principale è quello della gente comune travolta dalla Storia, la materia viene trattata in maniera umanissima, giocando con toni scherzosi che mettono alla berlina i vizi italiani e quelli drammatici legati al tragico destino di guerra.
Anni difficili è una pellicola che va assolutamente recuperata non solo perché un ottimo film, ma per la sua stringente attualità: ci sono dialoghi che sembrano usciti da un social di oggi: Piscitello che riprende la moglie perché gode delle notizie passate alla radio della distruzione etiope e le domanda come una buona cristiana come lei possa gioire delle disgrazie di tanta povera gente.
La figlia, persa dietro ai suoi romanzetti rosa e succube della propaganda fascista, arriva a difendere una sconfitta italiana dando la colpa ai soldati non all’altezza del genio militare del duce, dimenticando che il fratello ha partecipato a quella battaglia.
Gli amici antifascisti di Piscitello che si riuniscono nella farmacia, spiegano per quale motivo non si schierano apertamente e perché finiscono sempre per dividersi durante le discussioni. I mali italiani sono dunque sempre gli stessi, cambia solo il modo di comunicarli.

Passione d’amore

Passionedamore

Italia 1981
con Valeria D’Obici, Bernard Giraudeau, Laura Antonelli, Massimo Girotti, Jean-Louis Trintignant, Bernard Blier, Sandro Ghiani, Saverio Vallone, Gerardo Amato, Alberto Incrocci, Francesco Piastra, Rosaria Schemmari
regia di Ettore Scola

Torino 1862, il capitano di cavalleria Giorgio Bacchetti ha una relazione con una donna sposata, Clara ma viene distaccato in una postazione di montagna dove gli ufficiali, per sfuggire alla noia si riuniscono nella casa del colonnello della guarnigione. Unica e misteriosa donna dell’avamposto, è Fosca parente del colonnello che vive con lui conducendo una vita molto ritirata a causa della sua salute cagionevole.
Quando Bacchetti incontra Fosca come tutti prova ribrezzo per la sua bruttezza ma si sforza si esserle amico e la donna s’innamora di lui. Rifiutata la sua salute peggiora così il medico della guarnigione consiglia il capitano di fingere un po’ d’interesse per la donna. Bacchetti accetta e tra lui e Fosca si crea un torbido legame per cui il giovane capitano arriva a lasciare l’amata Clara per Fosca, affascinato dalla forza dell’amore che la donna gli dimostra, abbandonando per lui ogni dignità e sfidando anche le regole sociali.



Passioned'Amore


Dal celebre romanzo dello scrittore scapigliato Igino Ugo Tarchetti, Scola tra un film che trascende il tema dell’amour fou nella dimensione gotica.
Quando la pellicola uscì fece molto scalpore l’imbruttimento a cui si era sottoposta la protagonista Valeria D’obici che vinse un David Di Donatello e altri premi per la sua performance.



Passioned'amore


La bruttezza di Fosca va oltre la magrezza e la malattia nervosa in cui è caduta dopo una delusione d’amore, nelle fattezze della donna si può ravvedere il Nosferatu di Murnau e in fondo Fosca è una di quelle persone che vengon definite “vampiri psichici” per la capacità di assorbire l’energia di chi li circonda. La costruzione stessa del film avvalora la tesi: è Giorgio stesso a raccontare la sua storia con Fosca dopo alcuni anni e solo alla fine vediamo il protagonista/narratore ormai anche lui ridotto all’ombra di sé stesso, avventore di locali malfamati dove racconta il bizzarro amore che lo ha devastato.



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Tutto nel film sottolinea l’atmosfera orrorifica: a parte i pochi momenti con Clara, il tempo è sempre uggioso, i discorsi tra ufficiali sono intollerabili per la loro ripetitiva acuità, le rovine di un castello fanno da sfondo delle poche passeggiate e del duello tra Giorgio e il colonnello, Fosca stessa è una presenza spesso evocata che si fa notare per la sua assenza dovuta agli improvvisi attacchi di malattia fino alla ferale apparizione.

Le streghe

Italia 1967
con Silvana Mangano

La strega bruciata viva Annie Girardot, Francisco Rabal, Massimo Girotti, Véronique Vendell, Elsa Albani, Clara Calamai, Marilù Tolo, Nora Ricci, Dino Mele, Helmut Berger, Bruno Filippini, Leslie French,
Senso civico Alberto Sordi
La Terra vista dalla Luna Totò, Ninetto Davoli, Mario Cipriani, Laura Betti,
La siciliana Luigi Leoni, Pietro Tordi
Una sera come le altre Clint Eastwood, Valentino Macchi, Armando Bottin, Gianni Gori, Paolo Gozlino, Franco Moruzzi, Angelo Santi, Pietro Torrisi, Cesarino Miceli Picardi, Marcella Rovena, Poldo Bendandi, Corinne Fontaine
regia di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica

Film a episodi con protagonista Silvana Mangano in una produzione del marito Dino de Laurentiis che esalta il talento e la duttilità dell’attrice.



Lestreghe

Il primo episodio, La strega bruciata viva, è un esercizio di gelida crudeltà di Visconti, visto anche le attinenze con le vicende personali della Mangano; una diva raggiunge degli amici in montagna: uomini sedotti, donne ingelosite dal suo fascino ma quando Gloria (nomen omen) ha un malore la spogliazione per farla respirare si trasforma in un rito denigratorio: via i tiranti, le ciglia di visone.. Quando Valeria, l’amica della diva, sospetta che i malori siano causati da una gravidanza, l’attrice informa il marito, manager della sua attività e dalla telefonata si capisce che, nonostante le rimostranze della donna, la maternità sarà rimandata per non rinunciare a impegni lavorativi già presi, la mattina la diva si fa rivestire e riparte.



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Il secondo episodio, Senso civico, diretto da Mauro Bolognini, è brevissimo, quasi uno sketch: una donna elegante si offre di portare all’ospedale un uomo che ha appena avuto un’incidente ma è solo una scusa per poter attraversare in fretta tutta la città e raggiungere l’amante, lasciando il ferito al proprio destino in periferia.



La terra vista dalla luna

L’episodio più noto è La Terra vista dalla luna di Pier Paolo Pasolini dove Ciancicato Miao rimasto vedovo di Crisantema con il figlio Baciù si mette alla ricerca di una nuova moglie che possa occuparsi della famiglia, dopo un anno di ricerche infruttuose i due incontrano una ragazza sordomuta, Assurdina che accetta di sposare Ciancicato. La donna trasforma il tugurio in cui vivono Ciancicato e Baciù in una casa dignitosa ma sogna di vivere in una casa più bella che sorge lì accanto e quando l’immobile viene messo in vendita Ciancicato suggerisce alla moglie di fingersi disperata e di voler buttarsi giù dal Colosseo per raccogliere un po’ di soldi ma purtroppo Assurdina scivola sulla buccia di banana gettata da due turisti e cade davvero salvo tornare ad occuparsi dei due uomini come fantasma.
L’episodio è il più scanzonato e colorato tra i cinque, la morale è che vivi o morti non cambia nulla dice il cartello finale e lo sottolinea anche la risata del popolino alla caduta di Assurdina, lo stesso popolino che un attimo prima partecipava al dolore della donna facendo la colletta.
L’omaggio di Pasolini è chiaramente al mondo delle comiche, nella comicità fisica, le corse e soprattutto il poster di Chaplin che Assurdina accarezza con amore e mette al posto d’onore nella casa ripulita.



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Altro breve intermezzo con La siciliana di Franco Rossi, giocato sugli stereotipi dell’onore siciliano: una figlia confessa al padre di essere stata sedotta agli sguardi di un uomo, inizia una faida raccontata con uno stile western che porta alla morte di tutti gli uomini delle due famiglie, scena madre di Nunzia al funerale: non capisce cosa abbia potuto scatenare la mattanza.



Lestreghe

L’ultimo episodio è diretto da Vittorio De Sica, Una sera come le altre racconta le insicurezze e i desideri di rivalsa di una moglie che si sente trascurata dal marito interpretato da un inaspettato Clint Eastwood. Giocando con le atmosfere felliniane De Sica mette in scena i sogni della casalinga: molto glamour negli abiti di Piero Tosi, fantasiose le scenografie ma il risultato a tratti è un po’ noioso.

Il segno del comando

Ilsegnocomando
sceneggiato RAi trasmesso dal 16 maggio al 13 giugno 1971
con Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti, Rossella Falk
regia di Daniele D’Anza

Nel marzo del 1971, lo studioso di letteratura inglese Lancelot Edward Foster è a Roma per presentare i suoi ultimi studi sul diario romano di Lord Byron e confrontarsi con il pittore Marco Tagliaferri che contesta alcune delle sue scoperte. A casa del pittore, Foster incontra una bella e misteriosa ragazza, Lucia, la modella di Tagliaferri che gli segnala un hotel dove risiedere durante il soggiorno romano. All’Hotel Galba Foster incontra una vecchia amica londinese e nel frattempo scopre che Marco Tagliaferri è morto cento anni prima, il 28 marzo 1871 presunta reincarnazione dell’orefice alchimista Ilario Brendani, anche lui nato il 28 marzo del 1735 e scomparso lo stesso giorno del 1771. Il 28 marzo 1935 è anche la data di nascita di Foster: toccherà anche a lui il destino dei personaggi vissuti nei due secoli precedenti?

Primo dei celebri sceneggiati Rai firmati da Daniele D’Anza che creano un nuovo genere di grande successo intrecciando thriller e soprannaturale. Francamente io non me lo ricordavo (andò in onda che avevo 5 anni!) e ho trovato la visione lenta e a tratti noiosa, insomma per me non è la vetta di questo genere televisivo, trovo nettamente superiore Ritratto di donna velata (diretto però da Flaminio Bollini) sceneggiato che Rai2 riproporrà a partire da stasera alle 01,55 per riempire i palinsesti notturni..
Tornando a Il segno del comando ho apprezzato l’indubbio sforzo del regista di svecchiare lo sceneggiato dall’impostazione molto rigida e di taglio teatrale del decennio precedente: fin dalla prima puntata si nota un lavoro sulla composizione dell’immagine, ad esempio le deformazioni attraverso il vetro di un bicchiere per raccontare l’obnubilazione di Foster ignaro di esser stato drogato. C’e’ anche un intrigante lavoro sul motivo musicale (il celeberrimo “din don din don cento campane..”) che torna in dierse rivisitazioni musicali, da stornello romano a ritmo osessivo. La sequenza più bella è sicuramente l’incubo delirante del quarto capitolo che gioca sempre sulla scomposizione visiva ma la trama resta troppo arzigogolata infatti tutto il quinto ed ultimo episodio serve per spiegare l’intreccio della vicenda. Da notare che per quanto circondato e corteggiato da belle donne, vere o revenants, il bel Foster non da mai neppure un bacio.
Impressiona la rapida evoluzione del genere: dal ritmo ancora lento e pomposo de Il segno del comando arriviamo in soli 4 anni all’ironia e al ritmo di Ritratto di donna velata passando attraverso due soli altri sceneggiati ESP del 1973 e Ho incontrato un ombra del ’74, entrambi diretti da D’Anza che raggiunge il suo apice nel 1975 con L’amaro caso della Baronessa di Carini girato addirittura a colori e canto del cingo del genere giallo sovrannaturale, innovativo esperimento di una televisione che osava rischiare ben diversa dalla contemporanea bloccata su pochi generi che si ripetono sempre uguali.
Altra cosa che mi ha colpito è il fatto che gli episodi durassero poco più di 60 minuti, molto più in linea con gli attuali serial americani i cui episodi durano dai 40 ai 50 minuti mentre nell’attuale televisione italiana, anche quando le puntate della fiction durano un’ora persiste l’abitudine di dare due episodi consecutivi dilatando ulteriormente i tempi con la pubblicità.

Dora Nelson

Doranelson Italia 1939
con Assia Noris, Carlo Ninchi, Massimo Girotti, Carlo Campanini
regia di Mario Soldati

Dora Nelson, nobildonna russa decaduta diventata diva del cinema, lascia il set del suo ultimo film e il marito per fuggire con un principe. Per finire il film la produzione sostituisce la snobissima attrice con una modista, Pierina Costa, che le assomiglia come una goccia d’acqua. Anche il marito della diva, l’industriale Giovanni Ferrari, spaccera’ la sosia per la moglie per non compromettere il matrimonio della figlia, finendo per innamorarsi di Pierina; intanto la vera Dora Nelson scopre di essere stata raggirata da un falso principe.

75 minuti di pura verve in grado di trasformare la classica pochade sullo scambio di persona in un raffinato gioco di scatole cinesi in cui il vero e il falso si perdono l’uno nell’altro. Forse uno dei primi film italiani puramente metacinematografici: inizia con una scena del film che Dora Nelson sta girando, poi l’inquadratura si allarga per mostrare il set e la troupe piegati ai capricci dell’attrice. Comincia qui il gioco della finzione con inquadrature a stringersi sui volti dei protagonisti nei momenti presumibilmente topici: la promessa d’amore tra Dora e il principe in esilio (che un inatteso calcio nel sedere ci svelera’ essere solo un figurante) o il melodrammatico racconto di Dora su come e’ morto il primo marito, in realta’ fintosi morto per sfuggire all’isterica moglie e organizzatore della truffa ai suoi danni. Gli stessi carrelli a stringere sul volto dei protagonisti tornano anche quando comincia a nascere l’amore tra l’imprenditore e Pierina: il sentimento e’ vero ma i due simulano un legame che non esiste. Un gioco tra realta’ e finzione davvero intelligente.
Oltre ad essere il primo film che Mario Soldati dirige da solo, Dora Nelson si segnala per il debutto di Massimo Girotti nei panni del fidanzato di Renata, la figlia nubenda dell’industriale e di Carlo Campanini, l’ottico che rincorre Pierina di cui e’ innamorato senza speranza fino a Cannes, ma in realta’ insegue la falsa Pierina, cioe’ la vera Dora Nelson, chiaro, no?

La corona di ferro

Italia 1941
con Gino Cervi, Massimo Girotti, Elisa Cegani, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Primo Carnera
regia di Alessandro Blasetti



La corona di ferro


L’imperatore Costantino invia al Papa la miracolosa Corona di Ferro e nel lungo viaggio da Costantinopoli a Roma gli emissari dovranno attraversare una terra sconvolta dalla una sanguinosa guerra tra due popoli vicini. Il sovrano Licinio, sconfitto il popolo di Artace, vorrebbe siglare una pace onorevole ma ancora sul campo di battaglia viene ucciso a tradimento da una freccia e il suo crudele fratello Sedemondo si impossessa del potere, riducendo in schiavitù il popolo di Artace. Mentre torna a Kindaor, Sedemondo viene a conoscenza del passaggio sulle sue terre della Corona di Ferro e decide di impossessarsene ma una anziana donna che vive nel bosco lo avverte del futuro di morte che attende la sua unica figlia se tenterà di toccare la sacra corona. Sedemondo cerca di tutti i modi di sventare il destino arrivando a rinchiudere la figlia in una torre e gettando il figlio di Licinio nella Valle dei Leoni, ma dopo vent’anni Elsa si innamorera’ di Arcinio e sulla lora strada ci sarà Tundra, la ribelle figlia del re Artace..



Lacorona diferro


Il film vinse a sorpresa la IX Mostra di Venezia, facendo dire a Goebbels che “un regista tedesco ch avesse girato questo film, oggi in Germania sarebbe stato messo al muro”, La corona di Ferro appartiene infatti a quel filone di pellicole con venature sovversive benché nate sotto il controllo del Minculpop e in questo caso siamo di fronte a un chiaro apologo pacifista e nella figura di Sedemondo si può ravvisare anche una critica alla stesso Mussolini.
La pellicola di Blasetti riesce a divertire ancora oggi grazie alla grande abilità del regista di modulare i vari registri, dal drammatico al tono favolistico, dal comico alle scene d’azione senza mai scadere nella magniloquenza che un’opera così costosa poteva comportare.



La corona diferro


Si tratta infatti di un kolossal fantasy girato già in piena seconda guerra mondiale con grande dispendio di comparse e belve feroci sulla falsa riga dei kolossal storici di Pastrone. Si alternano senza soluzione di continuità scene en plein air e ricostruzioni in studio con fantasmagoriche invenzioni nei costumi e nelle scenografie (il palazzo di Kindaor racchiude reminiscenze del Castello Sforzesco di Milano e del Palazzo Ducale di Venezia mischiate alle solide architetture delle piazze umbro-toscane).
La raffinatezza della messa in scena è evidente già in apertura: la leggenda della corona di ferro viene raccontata con il classico escamogate di aprire un volume, espediente usato centinaia di volte per dare la dimensione favolistica della narrazione, ma mai all’apertura della copertina è seguita la lettura di didascalie in caratteri gotici con le iniziali e i bordi del foglio tutti perfettamente miniati, restituendo fedelmente la struttura di un codice medievale.
La corona di ferroCast all stars: Gino Cervi gigioneggia da par suo nelle vesti di Re Segemondo, Massimo Girotti ha il doppio ruolo di Licinio e suo figlio Arminio, bello come un dio greco, atletico come Tarzan e ribelle come Robin Hood. Doppio ruolo di madre e figlia anche per le due interpreti femminili: Elisa Cegani, la languida eroina di tanti film storici, veste la sua diafana Elsa di una vena di malignità mentre Luisa Ferida interpreta una passionale e malmostosa Tundra. Osvaldo Valenti è il cattivissimo principe dei Tartari, Eriberto (!) mentre la vecchia col fuso è un’arguta Lina Morelli. Il campione di boxe Primo Carnera è Klasa, fedele servo di Tundra.



Lacoronadiferro


Il film si può inserire nella diatriba su quale sia il primo film italiano a mostrare un seno nudo: notoriamente il primato spetta a Clara Calamai ne La cena delle beffe (film successivo di Blasetti) ma potrebbe essere anticipato dal vedo non vedo delle vesti stracciate della comparsa Vittoria Carpi proprio ne La corona di Ferro.

Senso

Italia, 1954
con Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Rina Morelli, Heinz Moog, Christian Marquand, Sergio Fantoni
regia di Luchino Visconti


Senso


Galvanizzate dalla kermesse veneziana le varie televisioni rispolverano i grandi successi del passato della Mostra, cosi’ sabato notte RaiUno ha trasmesso Senso , di Luchino Visconti, che mi sono rivista sempre con la vana speranza che a passare fosse la copia integrale del film.
Credo sia piuttosto noto che il quinto lavoro cinematografico di Visconti soffra di pesanti tagli, (115 minuti contro i 205 reali) fortunatamente una copia integrale gira tra festival ed aule universitarie, per il piacere di pochi iniziati.

I tagli riguardano il personaggio del conte Ussoni, interpretato da Massimo Girotti, che nella versione comunemente vista ha il solo
ruolo di favorire l’incontro tra la Contessa Serpieri (Alida Valli) e il bell’ufficiale austriaco (Farley Granger).
UssoniNell’originale il conte non e’ un personaggio marginale , ma riveste un profondo significato politico, infatti e’ il protagonista di tutte parti tagliate. Quando iniziano le scene della battaglia di Custoza, lo si vede salutare affabilmente un ufficiale dell’Esercito piemontese che gli da alcune indicazioni, ma e’ stato pesantemente censurato il dialogo precedente dove Girotti si reca al comando del suddetto esercito per offrire l’aiuto militare di un gruppo di patrioti: il comandante accetta il supporto irredentista chiarendo pero’ che non verra’ riconosciuto il loro ruolo e alla fine della guerra non potranno accampare alcun diritto (chiara metafora del rapporto tra esercito regolare e partigiani, in particolare di matrice comunista, durante la seconda guerra mondiale).
L’altro taglio riguarda lo scontro armato tra i due eserciti nel campo di covoni: le scene sono visibilmente disallineante perche’ mancano quelle in cui l’esercito decide la ritirata (censurate per vilipendio di forze armate).



Senso


Quello che sconvolge e’ che questo film ha cinquant’anni, fu presentato alla Mostra di Venezia del 1954, e ancora oggi c’e’ scarsa volonta’ di riportare all’originale significato un film che viene ricordato come un melodramma filmato, mentre ai tempi della sua uscita scateno’ un grandissimo dibattito culturale “che fiorì attorno alla tesi che Guido Aristarco aveva proposto su "Cinema nuovo": l’opera di Visconti avrebbe segnato un decisivo punto di svolta nella storia del cinema italiano, per la prima volta elevandolo dall’immediatezza cronachistica propria del neorealismo al distacco critico di un vasto affresco storico che ritrae la realtà nella sua complessità e nelle sue articolazioni dialettiche, e che quella realtà sa interpretare e infine giudicare. Fu questa, probabilmente, l’ultima grande battaglia culturale unitaria della sinistra italiana, prima che il XX Congresso del PCUS e i fatti d’Ungheria del ’56 ne vulnerassero per sempre la compattezza.
Un epifenomeno della straordinaria mole di dibattiti e polemiche che Senso seppe suscitare alla sua uscita fu la pubblicazione dei primi due volumi della collana "Dal soggetto al film" dell’editore Cappelli: Giulietta e Romeo e Senso, i due sfidanti di Venezia. Questa collana rappresenta a tutt’oggi un unicum nell’editoria cinematografica italiana: essa prevedeva di documentare le varie fasi del "progetto" dell’opera (nel caso di Senso la novella di Boito, la prima e la seconda elaborazione del copione, la sceneggiatura definitiva), rendendo disponibili al vasto pubblico materiali per solito patrimonio esclusivo degli studiosi. L’intenzione originaria si perse poi fatalmente nel prosieguo della collana, ma i primi numeri, oggi pressochè introvabili, si collocano tra i pezzi in assoluto più pregiati del nascente settore dell’antiquariato
cinematografico” (da Cinema Studio )

E con questa accusa mi ricollego al post sulla pizzicata di Raining Cats, che denuncia anche in campo di tradizione musicale un” revisionismo”  volto ad edulcorare la storia.

Cartoline dall’inferno veneziano

C’est Venice pour l’eternite’
Venice qu’il meurt jamais

Toto Cotugno

Mi ero ripromessa di non scrivere nulla della sessantesima mostra del cinema, ma subbissata dalle varie cartoline da Venezia che ogni rete televisiva, con notevole sfoggio di fantasia, ci ha propinato, non posso esimermi dal dire la mia.
Iniziamo da giovedi’ scorso quando nei palinsensti notturni di rai3 mi sono imbattuta in Pascal Vicedomini (pessimo pseudonimo, ma se e’ un nome vero.. pessimi genitori) che commentava la giornata di apertura informandoci dell’arrivo di Johnny Depp, attor giovane che (a suo parere) ha finalmente raggiunto la fama internazionale con La maledizione della prima luna (lo avevate notato in Edward mani di forbice? siete dei veggenti! Vi eravate innamorate di lui in Chocolat o La vera storia di Jack lo squartatore? vi attende senza ombra di dubbio una proficua carriera di talent scout!).
Il nostro solerte cronista ha voluto dirci la sua sulla bagarre riguardante le migliorie strutturali da apportare al palazzo della mostra riuscendo a intervistare al volo il ministro Lunardi la scenetta a cui hanno dato vita mi e’ rimasta impressa quasi alla lettera: -Ministro, che ne pensa del palazzo costruito durante il trentennio.. QUEL trentennio, dovrebbe essere ristrutturato?
Sguardo basito di Lunardi che come ministro di un governo di destra ha ripassato e sa che Mussolini e’ stato al potere solo 20 anni, ma si riprende con scatto felino e abile mossa ribattendo: – Ma no.. basta una rinfrescata! E’ bello quel sapore di VECCHIO!
Lunardi batte Vicedomini 1 a 0: una ripassata al linguaggio tecnico (oltre alle pareti di casa a cui stava evidentemente pensando) farebbe di lui un governante quasi credibile e meno nostalgico.

Venezia2003

Terzo ed ultimo (deo gratia) servizio: uno stralcio di intervista a Woody Allen in cui gli chiede se conosceva Alberto Sordi, una domanda al volo a Rutelli per chiedergli se Sordi e’ stato degnamente ricordato alla mostra.. Ora con tutto l’affetto e la stima per l’Albertone nazionale, oltre a Raf Vallone di cui miracolosamente si sono ricordati, personalmente avrei di molto gradito che qualcuno spendesse una parola di commemorazione per il grandissimo Massimo Girotti!
Gli altri spazi televisivi dedicati alla mostra sono stati condotti da giornalisti impacciati (qui si’ che ci voleva il Sordi dentone!) Rai2 costume e societa’ e’ arrivata a dedicare una puntata ai prezzi esorbitanti di Venezia, notizia talmente ovvia da far rigirare nella tomba anche il povero Lapalisse, per finire con un mini spot su una trattoria dove niente popo di meno che Paolo Villaggio e’ solito bere ombre e pasteggiare a sarde in saor (servizio vincitore del e chissenefrega lagunare).
Ho visto anche Marzullo che vedo con orrore tentare di specializzarsi in conduzioni di eventi cinematografici (vedi lo speciale sulla morte di Gregory Peck), oltre alla sua reiterata ossessione per vento e zanzare posso solo segnalare che da lui ho appreso la ferale notizia che Alberoni e’ il direttore del Centro di Cinematografia.
Salvo solo le cartoline di Barlozzetti che con leggerezza commentavano gli eventi; peccato che il piu’ delle volte i suoi quiz della memoria cinematografica si stemperavano su un primo piano di Sonia Grey!
Fortunatamente c’era Blob ed Enrico Ghezzi, ultimo eroico baluardo della critica cinematografica televisiva, che ieri da dato mostra di tutto il suo genio terminando il suo intervento precisando che lui non andra’ da Marzullo perche’ teme, come in un contatto tra materia e antimateria di essere inghiottito dal nulla: allora Dio c’e’!