Le baccanti

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Italia 1961
con Taina Elg, Pierre Brice, Alessandra Panaro, Alberto Lupo, Akim Tamiroff, Raf Mattioli, Erno Crisa, Miranda Campa, Gérard Landry, Nerio Bernardi, Enzo Fiermonte
regia di Giorgio Ferroni

Mentre una tremenda siccità incombe sulla città di Tebe, Manto la figlia dell’indovino Tiresia, sta per diventare una vergine del tempio di Minerva nonostante sia innamorata di Lacdamo. Durante il rito d’iniziazione il grande sacerdote vede avverarsi alcuni segni riguardanti una profezia che vuole che il re Penteo sia destinato a perdere il trono. Il sacerdote si consulta con Agave, la regina madre e i due convincono Penteo a offrire un sacrificio umano a Minerva per placare la siccità, la vittima prescelta è proprio Manto. Nel frattempo in città è arrivato uno straniero che si rivela essere Dioniso in persona…

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Liberamente ispirato a Le Baccanti di Euripide, un peplum che ancora una volta si rivela una critica al potere e alla censura: Penteo interpretato da un ottimo Alberto Lupo che rende credibili alcuni dialoghi ampollosi, vorrebbe anche essere un re saggio e morigerato che vieta il culto di Dioniso perché mette in pericolo la virtù delle donne tebane ma appena scopre che Lacdamo è il legittimo erede di Tebe cresciuto come uno schiavo, non esita ad accettare il sacrificio di Manto per tenersi il trono.

Il film si distingue per le coreografie di Herbert Ross, e anche un uso della fotografia che trasforma lo sgargiante technicolor in un gioco di luci molto pop -alla swinging London– nelle scene nella caverna, rendendo il film molto moderno. Modernità che ritorna anche nelle figure femminili: sia Manto che Dirce sono votate a un destino imposto loro dalla nascita, solo l’adesione al culto di Dioniso rappresentato in maniera molto androgina per i tempi, permette loro di autodeterminarsi.

C’è una commistione tra riprese in esterno e i classici reperti di polistirolo tipico dei “sandaloni”, tutti segni di una cura nella produzione superiore alla media tipica dei peplum.

Il mulino delle donne di pietra

IlmulinodelledonnedipietraItalia 1960
con Scilla Gabel, Pierre Brice, Herbert A.E. Böhme, Dany Carrel, Wolfgang Preiss, Liana Orfei, Marco Guglielmi
regia di Giorgio Ferroni

Il giovane Hans Von Arnim si reca dal professore  Gregorius Wahl per raccogliere il materiale per lo studio da pubblicare in occasione del macabro centenario del carillon che il nonno di Wahl ha impiantato nel mulino.
Hans viene sedotto da Elfi, la bella figlia di Wahl che vive reclusa perché ogni emozione può esserle fatale e infatti muore tra le braccia di Hans durante un litigio quando lui le confessa di amare Liselotte. Il giovane non sa che il padre e il dottor Bohlem strappano da anni Elfi dalla morte sacrificando fanciulle ignare i cui cadaveri entrano a far parte del carillon..

Un classico della stagione gotica italiana che, pur usando tutto il repertorio classico dell’orrore, cimiteri e porte cigolanti incluse, resta ancora godibile nonostante il ritmo lento per gli standard attuali, grazie alle inquietanti statue del carillon ispirate a personaggi storici dal destino fosco.




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E’ piuttosto inusuale l’ambientazione olandese che fa da sfondo, con la nebbia e le le chiatte sui canali, alla macabra storia che funziona anche grazie alla contrapposizione tra l’atmosfera plumbea del mulino dove si consuma la vita solitaria di Elfi e la vitalità dei giovani d’inizio secolo: Liselotte è una studentessa d’arte, Annelore una modella che finisce a far la statua nel mulino invece che la vedette in un cafè chantant parigino.




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Ferroni sa fondere con originalità diversi riferimenti, da quelli letterari di Edgar Allan Poe (la necrofilia e la resurrezione) a quelli cinematografici, il più lampante è quello con La Maschera di Cera di Andrè De Toth tanto che confesso di aver fuso i due film, nelcorso degli anni, in un introvabile Mulino delle donne di cera!
L’elemento di forza sta nella fotografia in technicolor che con una semplice variazione di filtro sa costruire l’allucinazione a cui è soggetto Hans dopo esser stato drogato e le statue molto più inquietanti di quelle de La Maschera di Cera.