Il dio dell’amore

Italia 2026
con Vanessa Scalera, Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni, Corrado Fortuna, Anna Bellato, Francesco Colella, Elia Nuzzolo, Marco Quaglia, Angelo Orlando, Benedetta Cimatti, Enrico Borello, Chiara Ferrara
regia di Francesco Lagi

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Ada finalmente rimane incinta del suo compagno, Filippo che per questo motivo lascia la sua amante, Silvia una sua studentessa che si mantiene facendo la cameriera ed è al ristorante che ha conosciuto Arianna, una cardiochirurga che si sta separando dalla moglie Ester che fa la psicologa ed è attratta da Jacopo un suo paziente che sviluppa un attaccamento ossessivo per le ragazze che ama, ne sa qualcosa Linda la sua ex, una maestra che ora si è innamorata del padre di un suo allievo, Pietro che scopre di essere il padre biologico della figlia che Ada avrà con Filippo…

La colonna sonora del film è di Stefano Bollani, quasi tutta strumentala a parte una canzone Il dio dell’amore, cantata da Valentina Cenni, che ricalca lo stile dei brani anni’60 e solo in un secondo tempo si intuisce che è un brano originale. Questo discorso vale un po’ per tutto il film: il girotondo amoroso che lega tutti i personaggi rimanda a La ronde di Ophüls, la Scalera in palese imbarazzo davanti a Jacopo ricorda un po’ i patemi della Tataranni davanti a Calogiuri; Jacopo fa l’autista di autobus e per colpa delle sue ossessioni gestisce le corse in maniera tale che nemmeno l'”autobussiere” Celentano di Innamorato Pazzo.

Per dire che c’è molto di già visto ne Il dio dell’amore eppure mentre tornano certi temi ti accorgi che è una musica nuova come la canzone di Bollani.
Sarà l’idea di far raccontare gli strani percorsi amorosi da Ovidio grande cantore dell’amore dell’età augustea che diventa anche genius loci dell’Urbe: La Grande Bellezza (altro possibile referente) di Roma è una componente importante del film, dai monumenti alle borgate la città diventa lo sfondo ideale per quest’umanità brulicante sempre in cerca d’amore e vittima del capricci di questo dio bambino.
C’è poi un lavoro interessante sul montaggio che alterna stili diversi, una fotografia più amatoriale che stacca dal racconto del film per indagare i sentimenti dei protagonisti tra ricordi e sguardi in macchina. 

Mapplethorpe o lo scandalo dell’arte in tv

RobertMapplethorpe Non sono state le demagogiche provocazioni messianiche di Celentano a dimostrare quale vuotezza culturale si nasconda dietro la televisione di oggi, cosi’ volgare e falsamente disinibita, ma due trasmissioni di nicchia che hanno dedicato quasi contemporaneamente un servizio alla mostra antologica di Robert Mapplethorpe che si tiene a Torino.
Se Galatea ha scelto una provocazione molto sottile inviando Don Mazzi a vedere la mostra e raccogliendo le sue impressioni che sono state montate alternate ad un’intervista alla curatrice dell’esposizione (per inciso il prete ha sdoganato la mostra), Chiambretti a Markette ha puntato su una provocazione piu’ diretta chiedendo al sindaco Chiamparino perche’ la citta’ di Torino abbia sovvenzionato una mostra cosi’ scandalosa: alcune sale sono interdette ai minorenni.
Il Pierino nazionale ha usato anche il termine pornografia, parola che non aveva pronunciato ieri quando l’editore Cairo aveva partecipato alla trasmissione con due delle sue calendar-girl di punta: Francesca Lodo e Magda Gomes.
Risatine vistosamente imbarazzate ed isteriche hanno accolto alcune delle foto “proibite” di Mapplethorpe dimostrando chiaramente come la televisione odierna che sembra non scandalizzarsi di fronte a nulla e voler superare qualsiasi tabu’ visivo, non abbia in realta’ gli strumenti per decodificare un nudo maschile che anche nelle sue espressioni piu’ trasgressive si ispira semplicemente all’arte classica greca.
Ma poi quei bacchettoni di AN non si sono accorti che alcune delle foto piu’ scandalose di Mapplethorpe erano gia’ state esposte a Il male, esercizi di pittura crudele, la mostra curata da Sgarbi la primavera scorsa a Stupinigi?

Robert Mapplethorpe. Tra antico e moderno. Un’antologia.
Dall’8 ottobre al 1 gennaio 2006,
Promotrice delle Belle Arti, Torino.