Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola

Saturninifarandola Italia 1913 Ambrosio Film
con Marcel Fabre, Nilde Baracchi
regia di Marcel Fabre

Quando un fortunale si abbatte sul loro naviglio, Barnaba e Sofia Farandola decidono di affidare il figlio in fasce alla clemenza delle onde. Saturnino approda all’Isola delle Scimmie dove viene allevato da genitori quadrumani che sono preoccupati per la sua mancanza di peli e di coda. Le cure proposte dallo stregone non servono e a 17 anni Saturnino viene emarginato per manifesta inferiorità. Il giovane decide di abbandonare l’isola e viene raccolto da una nave. Il capitano Lombrico legge il testamento che i genitori gli hanno lasciato al collo e si prende cura del ragazzo. Quando il capitano muore durante un attacco di pirati la ciurma sceglie Saturnino come nuovo comandante. Incontrerà anche la bella Mjsadorà che diventa sua sposa e compagna di mille avventure, come la restituzione dell’elefante bianco al re del Siam e la battaglia tra le nuvole contro il traditore Fileas Fogg. Alla fine di tante avventure Saturnino decide di tornare sull’Isola delle Scimmie

Robidalocandina

Gloriosa pellicola della torinese Ambrosio Film che spicca per le fantasione avventure del protagonista tratte dal romanzo di Albert Robida che partecipò anche alla stesura del soggetto e disegnò la locandina. Le avventure spaziano in mille ambiti che vengono messi in scena con raffinata attenzione: nella sequenza sottomarina Mjsorà e Saturnino passeggiano sui fondali con tuta da palombaro quando la donna viene ingoiata da una balena che la risputerà solo dopo esser finita nell’acquario del dottor Cocknuff, a Melbourne. Nell’acquario oltre alla balena c’e’ anche una piovra, i cui tentacoli sono le gambe di (almeno) due comparse che ne indossano il costume. Tanto dispendio di creatività è per un animale che sta sempre sul fondo dell’inquadratura, coperto dal dottore in primo piano e solo nello scontro finale tra lo scienziato e Saturnino che rivuole Mjsadorà, la piovra avrà il suo momento di gloria divorando il perfido dottor Cocknuff.
E’ un continuo miscuglio tra animali veri e costumi di scena: nell’Isola delle Scimmie non mancano vere scimmiette, l’elefante bianco è un vero elefante, ci sono anche due leonesse e un leone in un turbine di fantasmagoria comica che culmina nella bellissima guerra tra le nuvole tra mongolfiere dalle fogge più strane, non a caso il film viene considerato uno dei primi film di fantascienza.
Merita qualche parola anche l’attore/ regista Marcel Fabre (celebre per le comiche di Robinet) che interpreta Saturnino: la sua recitazione è meno forzata in gestualità e sottolineature mimiche di tanti suoi colleghi anche del decennio successivo.
La pellicola, pur nelle sue ingenuità di effetti speciali è godibilissima ancora oggi e a testimoniarlo sono state le sonore risate del pubblico che ha visto la pellicola mercoledì 8 agosto ad Aosta nell’ambito della rassegna Strade del cinema. La musicazione dal vivo era affidata al gruppo Manasonics che ha saputo creare musiche coinvolgenti e suoni di ogni risma grazie al rumorista Nicolas Becker la cui fama internazionale si deve anche a grandi successi del cinema contemporaneo come Cosmopolis.

Fricotel'estintore

Il film era preceduto da una comica sempre della Ambrosio Film e sempre del 1913, Fricot e l’estintore, dove l’ingenuo Fricot usa l’estintore nuovo per spegnere una sigaretta, irrorare l’uomo che accende i lampioni, penetrare in una cucina per spegnere i fornelli e quando scoppierà un vero incendio l’idrante sarà ormai vuoto. Fricot è interpretato dal torinese Ernesto Vaser che fu il primo comico italiano della nostra cinematografia, molto esterofila anche agli esordi. Per certi versi la maschera comica di Fricot mi ha ricordato Macario, si vede che un certa ingenua lunarità e’ un tratto tipicamente torinese.

My essential Marilyn

Nell’occasione del cinquantenario dalla scomparsa, l’elenco dei miei cinque film preferiti interpetati da Marilyn Monroe

Gli Spostati The Misfits 1961

Glispostati

Scritto da Henry Miller, diretto da John Huston, The Misfit occupa il primo posto nella mia personale classifica non solo per la la dolente bellezza della pellicola sottolineata dal bianco e nero. Lo struggimento aumenta perchè questo e’ l’ultimo film portato a termine non sono la Marilyn ma anche da Clark Gable che morì il giorno dopo le riprese. In un colpo solo Hollywood perde la sua regina e il suo re.

Fermata d’autobus Bus Stop 1956

Busstop

Forse il meno famoso tra le commedie degli anni d’oro della carriera di Marilyn, Bus stop regala una grande prova d’attrice con un personaggio, Cherie in grado di vacillare tra il tenero e il patetico

A qualcuno piace caldo Some like it hot 1959

Aqualcunopiacecaldo

Capolavoro indiscusso della commedia brillante, firmato da un maestro come Billy Wilder con un cast grandioso e una Marilyn ormai diva affermata ma definitivamente preda delle sue insicurezze. I ritardi e i problemi sul set sono entrati a far parte della storia del cinema e per questo la magia portata sullo schermo è ancora più incredibile.

La tua bocca brucia Don’t Bother to Knock 1952

Latuaboccabrucia

Il primo film da protagonista della Monroe (il diciottesimo della carriera) in cui l’attrice dimostra anche di saper recitare. E’ una baby-sitter psicotica che finisce per confondere il datore di lavoro con il fidanzato morto e tenta il suicidio. inutile dire che amo la pellicola non solo per la prova di Marilyn ma anche per le latenti analogie con il suo destino personale.

Niagara 1953

Niagara

Il film che lancia definitivamente Marilyn. L’attrice recita forse per l’unica volta un ruolo negativo (una moglie che progetta di uccidere il marito con l’aiuto dell’amante) la prova attoriale è anche buona ma a lasciare il segno è la sua sfolgorante bellezza glorificata nella locandina dove dalle sue curve nascono le cascate più famose d’America.

Auguri a Peter O’Toole

Peterotoole L’attore è scomparso il 14 dicembre 2013

Compie 80 anni un mito del cinema, nominato sei volte all’Oscar, senza mai riuscire a vincere l’ambito premio; ha fondato la sua carriera sul fascino ambiguo ed elegante dei suoi tratti efebici regalando alla storia del cinema un personaggio indimenticabile come Lawrence d’Arabia.
Peter Seamus O’Toole nasce in Irlanda, a Connemara, il 2 agosto 1932. A causa della grave carestia la famiglia si sposta Inghilterra nella città di Leeds dove il giovane Peter cresce tra i pub facendo delle bevute una sua nota e solidissima passione. Abbandona presto gli studi, ma vince una borsa di studio alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra e inizia ben presto a calcare i palcoscenici teatrali.
Si avvicina prima alla televisione e solo nel 1960 debutta nel cinema ne Il ragazzo rapito di di Robert Stevenson. Il terzo film è ambientato tra gli Innuit, Ombre bianche diretto da Nicholas Ray sempre nel 1960, ma è il quarto lavoro a dargli un ruolo definitivo nella cinematografia mondiale, il kolossal Lawrence d’Arabia di David Lean del 1962. La leggenda narra che il regista volesse Albert Finney come protagonista, ma Katharine Hepburn grande amica di O’Toole, fece pressioni perchè il ruolo fosse affidato al suo amico pressoché sconosciuto. E come al solito il fiuto di Kate ebbe ragione.

Nel 1964 l’attore è Enrico II nello scandaloso Becket e il suo re dove si insinuava che tra i due personaggi storici vi fosse una liason sentimentale, regia di Peter Glenville. Nonostante lo scandalo il film fece incetta di premi e nomination nelle principali kermesse.
Nel 1965 è protagonista del Lord Jim di Richard Brooks tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Conrad.
Il film seguente è Ciao Pussycat dove O’Toole interpreta un dongiovanni impenitente che si rivolge a uno psicanalista ancora più fissato di lui con le donne, interpretato da Peter Sellers. Nel cast c’e’ anche Woody Allen e una serie di bellissime protagoniste femminili.
Nel 1966 ancora una commedia accanto alla raffinata Audrey Hepburn in Come rubare un milione di dollari e vivere felici per la regia di William Wyler.
Nel kolossal di John Huston, La Bibbia l’attore incarna gli angeli di Dio.
Dopo La notte dei generali, curioso film bellico dai risvolti thriller diretto da Anatole Litvak che vale a Peter O’Toole il secondo David di Donatello per il miglior attore straniero nel 1967, troviamo l’artista anche nel primo James Bond 007 – Casinò Royale dove il celeberrimo agente segreto britannico è interpretato da David Niven.
Nel 1968 è ancora Enrico II ne Il leone d’inverno accanto a Katharine Hepburn che vince l’Oscar come miglior protagonista femminile mentre il nostro Peter si deve accontentare della terza nomination non andata a buon fine. Per la quarta nomination deve solo aspettare il 1969, con Goodbye Mr. Chips di Herbert Ross remake di Addio, mr. Chips! diretto nel 1939 da Sam Wood.
Altra prova superlativa che gli vale una nomination è quella del 1972 per il ruolo di Jack Arnold Alexander Tancred Gurney – 14º Conte di Gurney ne La classe dirigente, feroce satira di Peter Medak sull’establishment britannico.
Una nomination ai Golden Globe gli vale anche L’uomo della Mancha dove l’attore ha il doppio ruolo di Cervantes e Don Chisciotte accanto a Sophia Loren (Dulcinea) diretto sempre nel ‘72 da Arthur Hiller.
Dopo il ruolo di Tiberius in Io, Caligola di Tinto Brass, O’Toole guadagna una nuova nomination con Professione Pericolo dove interpreta Eli Cross, un regista ossessionato dal realismo al punto tale da far rischiare più volte la vita a uno stuntman dal passato losco.
Anche L’ospite d’onore diretto nel 1982 da Richard Benjamin gli vale l’ennesima nomination senza costrutto.
Nel 1987 è Reginald Johnston, precettore de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci che gli fa guadagnare il David di Donatello come miglior attore non protagonista.
Quasi tutti gli anni ‘90 preferisce passarli lontani dalle scene per dedicarsi al cricket.
Torna al cinema con il ruolo di Arthur Conan Doyle in Favole (1997) di Charles Sturridge e nel 2006, dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera nel 2003, arriva la sesta nomination agli Oscar per Venus, film inedito in Italia.
Purtroppo la sua battaglia con gli Oscar sembra essere definitivamente persa: l’11 luglio scorso l’attore ha annunciato il ritiro dalle scene.

Resurrectio

Resurrectio Italia 1931, Cines
con Lia Franca, Daniele Crespi, Venera Alexandescu
regia di Alessandro Blasetti

Abbandonato dall’amante maliarda, il direttore d’orchestra Pietro Gaddi medita il suicidio ma un bambino che rischia di finire sotto un automezzo lo distoglie dal suo fosco proposito. Decide allora di rivolgere il disegno omicida sull’ex amante che lo ha prontamente sostituito con un nuovo spasimante. Sull’autobus che lo porta a casa della donna, Pietro attira l’attenzione di una fanciulla che si accorge della pistola che ha in tasca e lo segue quando scende dal mezzo. La maliarda non teme la gelosia di Pietro e infatti l’uomo finisce per sparare a un suo ritratto. Uscito dalla villa Pietro trova la fanciulla ad aspettarlo e tra i due nasce una forte simpatia..

Ressurectio è il primo film della nuova Cines di Stefano Pittaluga nonchè il primo film sonoro italiano distribuito però dopo La canzone dell’amore di Gennaro Righelli (sempre della Cines) che quindi gli ruba il primato sui testi di storia cinematografica.
La vicenda è un dramma sentimentale piuttosto banale con l’artista traviato dalla vamp che si redime tra le braccia dell’innocente fanciulla. A far meditare il suicidio al direttore d’orchestra probabilmente è più il fallimento della carriera artistica sperperata in notti bianche al tavolo da gioco con la maliarda che l’amore respinto dalla donna. L’incontro con la fanciulla gli permette di ritrovare la vena artistica e quando lo spettacolo teatrale, dove tutto il bel mondo lo attende al varco, rischia di trasformarsi in tragedia per il panico creato da un forte temporale, Pietro Gaddi ha il sangue freddo di tranquillizzare il pubblico accalcato all’uscita con la sua maestria al pianoforte. Il fatto di essere diventato un eroe provoca il riavvicinamento della maliarda ma il musicista le preferisce la dolce fanciulla.

Resurrectio venera Se la trama non spicca per originalità il film invece ha un gusto sperimentale molto accentuato: molte scene sono girate in esterna e la scena del mancato investimento del ragazzino è molto ben costruita con un‘inquadratura finale da sotto l’automezzo.
Molta attenzione, anche ironica, alla fisionomia delle persone sull’autobus, sequenza di cui si ricorderà due anno dopo Raffaello Matarazzo per Treno Popolare.
C’è il contrasto tra chi alle prime luci dell’alba si deve svegliare per andare a lavorare e chi rientra dalle notti all’esclusivo Hotel Astoria e che nel primo film sonoro italiano sia presente un dialogo tra operai in dialetto ciociaro sottolinea la vocazione realista insita nel nostro cinema.
I dialoghi nel film sono minimi, come in tutti i film che aprono la via al sonoro però è molto intelligente la scelta di porre la musica e i suoni della città tra i protagonisti della pellicola: soprattutto nella sequenza di panico a teatro è notevole come la musica del pianoforte riesca a vincere la cacofonia delle urla terrorizzate del pubblico e lo strepitìo dei tuoni.
Anche nei caratteri dei personaggi si riflette il momento di passaggio cinematografico. Da notare che le due protagoniste femminili non hanno nome: la vamp interpretata da Venera Alexandrescu rispecchia in pieno la figura della donna rapace dei film muti con abili scollatissimi e tiare improponibili; l’unica scena parlata la recita nuda immersa nella schiuma della vasca da bagno. A lei, ultima esponente di donna interessata più al denaro e alla vita notturna che alla passione, si oppone il nuovo modello di moderna semplicità della ragazza interpretata da Lya Franca: indipendente perchè lavora, intraprendente perché è lei a puntare il bel tenebroso sull’autobus e linguacciuta quanto basta per risultare spigliata ma pronta a sacrificare tutto in nome del sentimento.

Chinese Contemporary Art from Shandong

IMG-20120722-00102 C’è tempo fino a domenica 29 luglio per visitare la mostra che getta uno sguardo su sei artisti contemporanei cinesi che hanno in comune il luogo di provenienza, la provincia dello Shandong, regione dal grande fermento culturale e non a caso patria di numerosi artisti.
Il percorso espositivo si apre con una sala dedicata a Huang Keha, la veterana degli artisti presenti, classe 1943 il cui lavoro fotografico è di grande suggestione, come dice nell’introduzione del catalogo il curatore della mostra Vincenzo Sanfo le sue immagini rubate alla natura riescono a rievocare la storia dell’arte moderna e debbo dire che in una sua opera in cui le case riflettono nell’acqua ho ritrovato il luccichìo dorato e la frammentazione mosaicata dei quadri di Klimt.
La seconda sala è dedicata a Xu De Qi, celebre per i suoi quadri pop dove campeggia Mao circondato da simboli del capitalismo occidentale, di solito riflessi in un paio di Ray-Ban indossati dal padre della rivoluzione culturale cinese. Avevo già visto le opere di Xu de Qi alla biennale di Sabbioneta nel 2010 e mi ha sorpreso vedere l’evoluzione della sua opera: l’onnipresente Mao non flirta più con gli States ma si circonda dell’arte della vecchia Europa in particolare di Magritte; il ciclo di opere in mostra si chiama infatto Maogritte e non è presente nel catalogo della mostra che presenta invece opere del ciclo China Girl.
La terza sala è dedicata all’artista più promettente Zhang Hong Mei che il professor Sanfo definisce la Sonia Delaunay cinese per il lavoro sui tessuti compiuti dalla giovane artista nata nel 1973. Il suo lavoro è interessante perchè sta introducendo lentamente il concetto di arte astratta nella pittura cinese che è sempre stata fortemente figurativa. Zhang Hong Mei ha iniziato dipingendo tratti geometrici su antiche stoffe che rappresentano ritratti familiari, il suo lavoro ora si evolve verso un astrattismo puro colorato e dinamico che ricorda Mondrian. Anche lei aveva una sala dedicata alla Biennale di Sabbioneta e ha disegnato il logo per il Premio Tenco del 2010.
Degno di menzione è anche l’ultimo artista in mostra, il fotografo Zheng Hi le cui opere indagano una Cina tradizionale che va scomparendo: sono fotogrammi che sanno rinchiudere intere esistenze di persone anziane che vivono in povere abitazioni ben lontane dal confort delle moderne metropoli cinesi, narrando una dignitosa povertà e arretratezza con grande pathos.
Quello che emerge dalla mostra è una situazione artistica molto vivace che sembra conoscere bene la cultura occidentale tanto da trarne ispirazione pur restando fedele alla propria tradizione, l’ennesima apparente contraddizione di quel rompicapo cinese con cui dobbiamo inesorabilmente confrontarci.

Chinese Contemprary Art from Shandong
Palazzo Monferrato
via San Lorenzo 21
Alessandria
18 Giugno 2012 – 29 Luglio 2012

In viaggio contromano

Inviaggiocontromano Ella e John sono una coppia di ottantenni: lei obesa e distrutta dal cancro, lui con l’Alzheimer. A dispetto del parere dei medici e dei figli i due vecchietti, da sempre patiti camperisti, decidono di attraversare l’America sulla mitica Route 66 e dalla natia Detroit si spostano a Chicago, punto iniziale ufficiale della più celebre strada americana per percorrerla tutta fino in California e concedersi una gita a Disneyland.

Il romanzo di Michael Zadoorian è uno dei libri più interessanti letti da tempo, di quelli che ti entrano dentro e ti accompagnano anche quando hai terminato di leggerli. Il viaggio è narrato in prima persona da Ella e ci si innamora di questi due strampalati vecchi con ben più di un piede nella fossa che decidono di attraversare tutta l’America con il Leisure Seeker, un glorioso camper che ha almeno la metà dei loro anni e li ha accompagnati lungo i viaggi di tutta una vita in luoghi che ora la coppia riattraversa e ricorda anche attraverso le migliaia di diapositive che Ella e John guardano alla sera condividendole spesso con altri campeggiatori.
Il romanzo ha una componente molto liberatoria, la vecchiaia come ultima frontiera di libertà e anticonformismo: Ella ben presto getterà la parrucca che nascondeva la sua testa spelacchiata per coprirla con un berretto ma poi sceglierà la libertà totale.

Passi la vita a preoccuparti di quel che penserà la gente, quando, in realtà, gli altri, perlopiù non pensano niente. Nelle rare occasioni in cui accade, è vero, di solito è qualcosa di brutto, ma almeno bisogna apprezzare che abbiano fatto lo sforzo di pensare.

Questa è la filosofia di Ella che non ci risparmia nulla, l’incontinenza del marito, la fatica del proprio corpo grasso e sofferente domato dagli antidolorifici, le tenerezze e i baci dagli aliti sulfurei, le liti.
Il viaggio prosegue tra alti e bassi, giornate buone in cui John è presente e altre in cui le loro malattie prendono il sopravvento, incontri gentili ma qualche volta anche pericolosi e ben presto ci si accorge che quei pochi tratti di originale Route 66 sopravvissuti all’autostrada sono desolati e mal ridotti come i due protagonisti, l’assurdità del Cadillac Ranch, gli enormi pupazzi che segnalano attrazioni scomparse o in sfacelo.. un crescendo fino al tratto notturno in Arizona accanto a città fantasma e a sagome di gigantesche creature preistoriche.
Ella e John rappresentano il declino di una generazione e di un’America che va scomparendo, quella dei lunghi viaggi in macchina lungo “la strada madre” se On the Road era il grido di ribellione dei giovani In viaggio contromano è l’urlo con cui i vecchi della medesima generazione si sollevano contro un destino di lenta agonia in case di riposo.

Orsola Maddalena Caccia

Omcloc C’è tempo fino al 29 luglio per andare a visitare la mostra dedicata alla figlia più artisticamente prolifica di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, pittore manierista monferrino (ha preso il nome del paese natale). Se il padre era soprannominato dai contemporanei “il Raffaello del Monferrato”, la figlia pur essendo una delle poche donne pittrici del suo tempo, ha ben poco a che spartire con la coeva Artemisia Gentileschi, a partire di una vita molto più riservata: come le altre cinque sorelle Theodora Caccia (nome secolare della futura badessa pittrice) fu indirizzata alla vita monastica e quando il padre fu in tarda età chiese al vescovo di Casale Monferrato di poter costruire un monastero a Moncalvo per avere vicine le figlie e negli ambienti convenutali trasferì anche la sua bottega.
Certamente il talento artistico di Orsola Maddalena è di gran lunga inferiore a quello di Artemisia, ma la mostra organizzata dalla Fondazione Cosso al Castello di Miradolo di Pinerolo è interessante perchè è la prima a porre il giusto accento sulla produzione della Caccia le cui opere per lungo tempo furono attribuite al padre o più genericamente alla sorelle Caccia riferendosi anche alla sorella Francesca morta in giovane età.
Le opere esposte mostrano uno stile piuttosto duttile che si adattava alle esigenze della commitenza, soprattutto di tipo religioso, ci sono però dei punti saldi nella produzione di Orsola Maddalena Caccia, innanzitutto ella è con ogni probabilità la prima artista specializzata in nature morte in area piemontese, i suoi dipinti con questo soggetto si distinguono per il gusto fiammingo del dettaglio e la simbologia religiosa dei fiori.
Nel riproporre i modelli tipici della bottega del padre la badessa pittrice rivela un’interesse maggiore rispetto al Moncalvo alla vita domestica femminile: la sua Natività di San Giovanni Battista è un tripudio di donne in vesti ricchissime i cui ori e pizzi sono resi con abilità da colpi di pennello, e la stessa Natività della Vergine si presenta molto più dettagliata del medesimo dipinto paterno.
Mentre di Guglielmo Caccia porto nel cuore Lo sposalizio della Vergine che riprende il modello di Raffaello esaltando la scena con i colori delle vesti dove il rosa dell’abito della Madonna esalta il verde smeraldo del mantello, l’opera della figlia che più mi ha colpito è Santa Margherita che si distingue nella produzione solitamente molto serena e composta della pittrice per il soggetto: la santa, abbigliata sempre in modo sfarzoso viene tentata da un demone che è una delle rappresentazioni più mostruose che abbia mai visto: un drago dalle nari fumanti, rivestito di serpi con la lingua che fuoriesce dalle fauci spalancate, rosse come il sangue e dalle zanne nere. Alla sua brutalità si oppone la grazia leziosa con cui la santa lo respinge volgendo lo sguardo al Crocifisso.

Merita qualche parola anche il luogo della mostra, il Castello di Miradolo, semplice “cassina” della famiglia più ricca dei dintorni ma senza quarti di nobiltà che solo in un secondo tempo acquista il Marchesato di Caresana. Quando la marchesa di Massel si sposa con il Conte di Bricherasio nel 1866 questi le regala come dono di nozze la ristrutturazione della “cassina” trasformandola in un castello di in stile neogotico. La serra ricorda quella della Margaria di Racconigi a dimostrazione di come i nobili costruissero le loro dimore sul modello della “corona di delizie” dei Savoia. Gli interni sono raffinati con affreschi floreali dai colori chiari e oltre alla visita è imprescindibile una passeggiata nel bel parco di gusto romantico che vanta alcune piante secolari.

Orsola Maddalena Caccia
3 marzo – 29 luglio 2012
Castello di Miradolo
Pinerolo, TO

Barbara Stanwyck

Barbara Stanwyck 105 anni per una delle attrici più brave del cinema americano, modello di modernità ed emancipazione non solo nella recitazione: nel 1944 era l’attrice più pagata di Hollywood.
Ruby Catherine Sevens nasce a Brooklyn il 16 luglio 1907. A quattordici anni intraprende la carriera di danzatrice e diventa una ballerina delle Ziegfeld Folies nel 1922. Il cinema la nota e nel 1927 Barbara Stanwyck debutta con un piccolo ruolo non accreditato in Broadway Nights di Joseph C. Boyle e prosegue la sua attività teatrale che le farà incontrare il primo marito, l’attore Frank Fay che sposa nel ‘28 rima di trasferirsi insieme a lui a Hollywood. Nel 1929 il primo ruolo da protagonista ne La porta chiusa di George Fitzmaurice.

Stanwyckziegfeld

Benchè il film non abbia fortuna, come il seguente Rosa del Messico, Frank Capra la vuole per Femmine di lusso del 1930: il film racconta l’amore tra una modella e il pittore che vede incarnato in lei il suo ideale pittorico; la pellicola viene ricordata per le chiari allusioni erotiche di alcune scene.
Il connubio artistico con Capra sforna alcune pellicole molto significative dei primi anni ’30 quali La donna del miracolo (1931), Proibito (1932) e L’amaro tè del generale Yen (1933). Barbara Stanwyck è ormai un attrice affermata che nel 1937 riceve la sua prima nomination agli Oscar per Amore sublime diretto da King Vidor.

Stelladallas

L’attrice considerò sempre il ruolo di Stella Dallas la sua prova migliore ma i suoi lavori più famosi appartengono alla prima metà degli anni ‘40: la commedia degli equivoci Lady Eva accanto a Henry Fonda per la regia di Preston Sturges del 1941, lo stesso anno in cui ancora per Frank Capra interpreta Ann Mitchell, la furba giornalista che deve gestire la campagna di Gary Cooper in Arriva John Doe.

ArrivaJohnDoe

Nel 1942 è ancora accanto a Gary Cooper in Colpo di Fulmine: dirige Howard Hawks ma la sceneggiatura è di Billy Wilder che rovescia la favola di Biancaneve facendo della protagonista femminile “il principe” che risveglia il glottologo Bertram Potts. E sarà proprio Wilder a dirigere la Stanwyck nel ruolo della vita, quello di Phyllis Dietrichson, il prototipo della dark lady che dominerà gli schermi nella seconda metà degli anni ‘40, nel film La fiamma del peccato del 1944.

Fiammapeccato

Nel 1946 è protagonista del bellissimo noir Lo strano amore di Marta Ivers accanto a Van Heflin e Kirk Douglas per la regia di Lewis Milestone.
Ancora un film ad alta tensione in Il terrore corre sul filo (1948) di Anatole Litvak dove l’attrice è una donna bloccata a letto da una malattia che intercetta casualmente una telefonata da cui arguisce che il marito (Burt Lancaster) la vuole uccidere.

Terrorefilo

Ne I marciapiedi di New York del 1949 di Mervyn LeRoy, la Stanwyck deve badare a tenersi il marito James Mason tentato dal ritorno dell’amante Ava Gardner (e la Gardner fu una delle amanti del secondo marito di Barbara Stanwyck, il bellissimo Robert Taylor che l’attrice amò follemente e da cui divorzia nel 1951).
Il film di Fritz Lang La confessione della signora Doyle del 1952 si segnala più per una piccola partecipazione, ma esplosiva di Marilyn Monroe.
Nel 1954 e’ tra i protagonisti de La sete del potere il film di Robert Wise che racconta le lotte tra i vicepresidenti di un’industria alla morte improvvisa del presidente di cui la Stanwyck interpreta la vedova.
Nel 1960 l’attrice debutta in televisione con un suo show che vincerà un Emmy, The Barbara Stanwyck Show e alla televisione l’attrice consacrerà la parte finale della sua carriera.
Tra gli ultimi film per il grande schermo va segnalato Anime sporche (1962) di Edward Dmytryk accanto a Henry Fonda, nel film l’attrice interpreta la tenutaria lesbica di un bordello e proprio Henry Fonda alla fine della loro tempestosa relazione sentimentale sul set di Lady Eva si era lasciato sfuggire delle tendenze omosessuali dell’attrice.
L’ultimo film per il cinema è Passi nella notte del 1964 e il protagonista maschile è l’ex marito Robert Taylor.
Tra il 1965 e il ‘69 è la matriarca Victoria Barkley nella serie televisiva La grande Vallata, il telefilm segna l’inizio della carriera televisiva di Barbara Stanwyck che ritroviamo in Uccelli di rovo, nel ruolo di Constance Colby Patterson in Dinasty da cui nasce lo spin-off I Colby di cui è protagonista.

Grandevallata

Nel 1982 arriva l’Oscar alla carriera l’unica statuetta vinta dall’attrice che pure aveva avuto quattro nomination guadagnandosi il soprannome di “the best actress who never won an Oscar”.
Muore il 20 gennaio 1990 a Santa Monica, California.

The Amazing Spider-Man ***IMAX 3D***

Amazingspiderman Peter Parker ha pochissimi ricordi della sua infanzia e dei suoi genitori, ricorda solo la notte concitata in cui lo affidarono agli zii Ben e Mary. Quando Peter è un liceale dalla cantina riemerge una vecchia cartella appartenuta al padre di Peter, Richard. Contiene delle equazioni matematiche e la foto del collega e più caro amico di Richard, il dottor Curt Connors. Peter si mette in contatto con il professore e gli passa la formula paterna senza sapere che le conseguenze saranno inimmaginabili, anche per lui che curiosando nei laboratori della Oscorp viene morsicato da un ragno acquistando i superpoteri..

Non è un mistero che io non abbia amato la trilogia di Sam Raimi per cui sono entrata in sala con pochissime aspettative e invece devo dire che il reboot della saga di Spider, diretto da Marc Webb, mi ha divertito. Ammettiamo pure che gran parte del merito sia del protagonista: se avevo un’antipatia a pelle per Tobey Maguire, confesso di subire il fascino di Andrew Garfield che rientra nei mio canone ideale di uomo non bellissimo e tendenzialmente sfisicato (no, il beefcake non fa per me).
La parte iniziale è forse un po’ troppo “potteriana” con la famiglia in fuga da una forza oscura e lo stilema HP raggiunge l’acme quando Peter indossa gli occhiali del padre trovati nella vecchia borsa.
Ritengo degna di nota la parte che descrive come il protagonista debba riuscire a controllare i suoi nuovi poteri: ci sono momenti comici esilaranti (su tutte la scena liberatoria del pugno che sfracassa la sveglia mattutina) che mi hanno fatto venire in mente, con tutte le debite differenze, Buster Keaton: il maestro del muto raccontava l’inferiorità dell’essere umano verso le macchine (oggi diremmo la tecnologia) mentre in The amazing Spider-Man Peter Parker diventa inadeguato per manifesta superiorità verso la tecnologia a disposizione.
Nonostante questo paragone così alto il film è solamente un buon prodotto di intrattenimento, con effetti speciali notevoli che la visione in IMAX rende ancora più godibili.
Ricordatevi di aspettare la fine dei titoli di coda perché terminano con una piccola clip dell’inevitabile secondo episodio.