Il mondo dei robot

Westworld
USA 1973, MGM
con Yul Brynner, Richard Benjamin, James Brolin, Alan Oppenheimer, Norman Bartold, Victoria Shaw, Dick Van Patten, Linda Gaye Scott
regia di Michael Crichton

Nel 2000 la tecnologia permette di creare robot così perfetti da interagire con gli umani. Viene così creato un parco tematico dove per 1000 dollari al giorno si potranno vivere tre diverse realtà: la dissolutezza dell’impero romano di Romamunda, la vita di corte di Medioevonia e la rude vita del West a Westernlandia.
Peter, reduce dal fallimento del proprio matrimonio, accompagna l’amico John che è un assiduo frequentatore di Westernlandia ma le macchine cominciano a ribellarsi all’uomo, infettate da un virus. L’unico a salvarsi sarà Peter, nonostante lo strenuo inseguimento di un pistolero robot che lo ha preso di mira.

Un classico della fantascienza che vanta alcuni primati: prima regia dello scrittore Michael Crichton, che è anche sceneggiatore; l’autore introduce il concetto di virus causa del malfunzionamento di una rete di computer.

Anche le soggettive pixelate del pistolero dovrebbero rappresentare il primo utilizzo di computer grafica negli effetti speciali.

Il mondo dei robot non è un capolavoro, penalizzato anche dal basso budget ma è un’opera che apre interi filoni: la caparbietà con cui il pistolero insegue Peter sarà ripreso nell’angosciante scena finale di Terminator.

Le scoperte della tecnologia usate come parco giochi daranno vita al franchise di Jurassic Park che ancora ci intrattiene.
Nel 2016 è uscita anche la serie di culto Westworld che ha ripreso e ampliato l’idea di coscienza delle macchine e l’utilizzo incosciente a scopo di lucro.

Insomma il B movie del 73 parrebbe aver esaurito la sua carica e meriterebbe di esser visto solo come ripasso o omaggio alla magnifica interpretazione di Yul Brynner e invece quel geniaccio di Crichton non s’inventa che l’unico modo per riconoscere i robot sono le mani, l’unico pezzo anatomico non ancora perfettamente riproducibile? Proprio come nell’emergente A.I. dove spesso immagini ricreate sono riconoscibili solo dagli errori sulle mani…

Westworld stagione 2

Fin dalla prima stagione si era capito che Westworld prendeva solo spunto da Il mondo dei robot di Michael Crichton per andare in un’altra direzione, nella seconda stagione l’obbiettivo della serie si focalizza sui veri temi portanti che riguardano l’uomo e il nostro tempo, se l’evoluzione della coscienza dei robot ha molto a che fare con i temi della psicanalisi e della neuroscienza che supportano l’idea mindfulness della consapevolezza nata dall’attenzione senza pregiudizio dell’emozioni umane (e chi meglio di un robot può farlo?) molto più interessante e spaventoso è il controllo dei dati degli ospiti, la possibilità di duplicare la mente umana nel tentativo di rendere immortali pochi eletti.
Con la solita rapidità americana gli sceneggiatori hanno fornito un punto di vista originale sugli ultimi scandali dei big data, i residenti che camminano verso la loro terra promessa ricordano da vicino il dramma dei migranti, ovviamente quelli che cercano di entrare negli USA dal Messico.


Westworld


Più che la ricomposizione del gioco temporale, quello che mi ha folgorato in questa seconda stagione è stata la riflessione sul controllo: un giovane William sottolinea come gli ospiti vengano a Westworld e negli altri parchi per poter essere liberi di essere se stessi, lontano dagli occhi indiscreti e dal giudizio di chi li circonda. Nei secoli passati, quando non era l’occhio elettronico a controllarci, c’era la convinzione religiosa di essere osservati da Dio e sottoposti al suo giudizio, uccisa quasi ogni forma di religione l’uomo contemporaneo si è lasciato imprigionare dal controllo tecnologico, in fondo è buffo e dice molto della nostra natura e della semplicità del logaritmo che ci forma.