The Avengers

AvengersL’uso dell’energia generata dal Tesseract apre un portale spaziotemporale da cui i Chitauri si riversano sulla Terra guidati da Loki, il fratellastro esiliato di Thor. Anche se il progetto Avengers era stato abbandonato solo l’alleanza dei supereroi potrà salvare il pianeta dalla distruzione…

Finalmente è arrivato l’epilogo a cui ci avevano a lungo introdotto i due film dedicati a Iron Man, e quelli su Captain America, Thor e la seconda versione di Hulk, il supereroe più sfortunato visto che dal 2003 è stato interpretato da tre diversi protagonisti, Ang Lee aveva scelto Eric Bana, poi Ed Norton ne aveva vestito i panni nel film propedeutico a The avengers e oggi tocca a Mark Ruffalo cedere alle lusinghe del blockbuster targato Marvel e vestirne gli stracciatissimi panni. Sarà per ripagare tutti questi bistrattamenti che il rabbioso ed instabile professor Banner è il perno della vicenda di questo primo capitolo degli Avengers? Forse.

Avengers

La saga dei vendicatori non si discosta dallo stile delle pellicole che ne hanno creato l’attesa: un mix di scene d’azione convulse e battute ironiche. La ricetta funziona e lo spettatore esce soddisfatto per aver avuto quanto si aspettava, eppure dietro la vernice del blokbuster di puro intrattenimento si cela qualcosa di inquietante. L’immaginario a cui si rifà The avengers non è per niente originale anzi è una miscellanea dei più grandi successi degli ultimi quarant’anni: impossibile non pensare a Star Wars citato espressamente nella scena di avvicinamento di un veivolo alla portaerei volante, Nick Fury è vestito tale e quale a Morpheus di Matrix gli invasori hanno qualcosa di Alien e qualcosa degli orchetti de Il signore degli Anelli. Questo citazionismo esasperato non è (solo) mancanza di fantasia, del resto le astronavi chitauriane ispirate ai pliosauri (dinosauri marini) sono una bella novità; è come se The avengers volesse chiamare a raccolta tutti gli eroi dell’immaginario filmico americano e del resto il perchè diventa subito chiaro: si mette in scena la distruzione di New York riprendendo fedelmente l’attentato alle Torri Gemelle. The avengers non è un innocuo blockbuster, è uno scatto d’orgoglio a dieci anni dalla tragedia, un avvertimento ai nemici dell’America che ancora tramano nell’ombra.
Curiosità: l’aereo che attacca Capitan America mentre Iron Man cerca far ripartire uno dei quattro motori della portaerei volante è una leggera elaborazione dei discussi cacciabombardieri F-35 comprati dallo stato italiano.

Cosa piove dal cielo?

Cosapiovedalcielo Roberto De Cesare gestisce un negozio di ferramenta in quel di Buenos Aires ed è un uomo pignolo e solitario, ai limiti della misantropia. Un giorno mentre si rilassa guardando atterrare gli aeroplani, Roberto vede malmenare un ragazzo e buttarlo fuori da un taxi, li ragazzo gli chiede aiuto ma è cinese e i due non possono comunicare se non a gesti; Roberto presta i primi soccorsi al malcapitato senza immaginare che si troverà costretto a una lunga convivenza forzata con una persona con cui non può comunicare.

Il film, ispirato a una storia vera accaduta in Giappone, si apre con la scena surreale di una mucca che cade dal cielo centrando una barca dove due fidanzatini si stanno giurando amore eterno e uccidendo la promessa sposa. Nel corso del film scopriremo che tra questo episodio incredibile e i due protagonisti c’è un legame. Potrebbe essere una storia tragica, sullo sfondo c’e’ lo spettro della guerra delle Falkland di cui quest’anno ricorre il trentennale e Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino) è uno dei pochi film (se non il primo) distribuito in Italia a raccontarci il punto di vista argentino sul conflitto delle Malvinas piuttosto che quello inglese come nei recenti This is England o The Iron Lady.
Del resto è facile intuire cosa si nasconda dietro alla pignoleria estrema di Roberto che passa la giornata a contare se nelle scatole di viti ci sono il numero esatto di elementi, che rifiuta l’amore della vicina Mary e si muove tra oggetti che sono rimasti fermi alla fine degli anni ‘70: tutte queste idiosincrasie sono il sintomo di una vita spezzata. Il regista Sebastián Borensztein sceglie però il tono della commedia e grazie all’ottima prova dei due protagonisti (superlativo Ricardo Darín) ogni piccolo gesto e scontro diventa motivo di sorriso o risata. La trama corre su binari piuttosto prevedibili ma il cliché della strana coppia funziona perfettamente e il film si segnala per l’ironica freschezza che ne ha fatto il vincitore sia del Premio della Critica che di quello del Pubblico al Roma Film Festival 2011.

Cesare deve morire

Cesaredevemorire Nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia si organizza annualmente un laboratorio di teatro, questa volta il testo da portare in scena è il Giulio Cesare di Shakespeare; il film documentario dei Fratelli Taviani segue tutte le fasi del progetto, dalla scelta degli attori alle prove fino alla prima dello spettacolo.

Il paragone che mi viene ripensando a Cesare deve morire è con un libro, Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: solo in quel testo scritto ho trovato la stessa densità di concetti in un linguaggio estremamente asciutto.
Girato prevalentemente in un bianco e nero fortemente contrastato (solo le immagini dello spettacolo sono a colori) il film riesce a restituire con poche pennellate il mondo dei carcerati quando le battute riportano alla memoria situazioni reali vissute in passato: con una sola scena si riesce a raccontare una vita e al contempo a sottolineare l’eterna attualità dell’opera di Shakespeare, quindi dell’arte. Di grande umanità è il momento del rientro in cella dopo lo spettacolo, quello che nella vita normale sarebbe il momento dell’adrenalina a mille, tra le congratulazioni del pubblico e della cena qui diventa uno spaccato di profonda tristezza e solitudine e si prova compassione, nel senso più alto del termine, per uomini che hanno un passato giudiziario molto pesante che viene raccontato da una didascalia quando alla fine dei provini si scelgono gli interpreti.
Cesare deve morire non racconta solo la realtà carceraria, ci parla anche di noi, della nostra civiltà: lo scontro così alto raccontato dalla pièce teatrale, la scelta tra repubblica o impero si svolge in seno una civiltà primitiva e violenta. A raccontare il nostro presente è la fotografia: il volo notturno sul complesso di Rebibbia, gli esterni in corridoi stretti, cinti da muraglioni grigi non identificano immediatamente il luogo “galera”, ma potrebbero essere tranquillamente scorci di angoli metropolitani: siamo tutti imprigionati nel brutto.

Il primo uomo

Ilprimouomo Nel 1957 lo scrittore Jacques Cormery torna in Algeria, dove era nato quarantatré anni prima, per una contestata conferenza sulla soluzione pacifica del conflitto nella colonia francese e intanto va a trovare la madre che non vede da tempo. La permanenza nella casa materna fa riaffiorare i ricordi dell’infanzia quando Jacques era un bambino povero, legatissimo alla madre, vedova di un caduto della prima guerra mondiale; insieme allo zio Etienne, Jacques e la madre formavano una famiglia retta con pugno d’acciaio dalla nonna.

L’omonima opera incompiuta di Albert Camus, dai risvolti autobiografici pubblicata postuma, a cura della figlia nel 1994, offre l’occasione a Gianni Amelio per tornare su uno dei temi più cari alla teoretica dell’autore, quello dell’infanzia. C’e’ estrema partecipazione nelle parti ambientate nel 1924, quando Jacques ha dieci anni e inizia a porsi alcune domande sulla propria condizione di bambino povero e orfano di padre. Destinato dalla nonna al duro lavoro insieme allo zio Etienne, Jacques può’ permettersi di continuare la scuola grazie all’interessamento del maestro che gli fa destinare una borsa di studio. Se il maestro Bernard è una figura paterna sostitutiva, tutto il film ruota attorno al rapporto tra il bambino e le due donne che hanno segnato la sua infanzia: la nonna severa che non esita a frustarlo e la madre dolcissima che lo appoggia sempre, soprattutto il giorno in cui il ragazzino decide di rifiutare l’autorità sottraendosi alla punizione imposta dalla nonna.
La guerra d’Algeria viene evocata anche nelle sequenze del ’24 proprio nell’assenza del popolo algerino: la vita di Jacques e i suoi amici si svolge senza accorgersi degli arabi (la ragazzina che lava le scale) se non per prenderli in giro (la liberazione dei cani randagi). Il conflitto tra i coloni e gli autoctoni è rappresentato dalla rissa tra Jacques e Hamoud, il compagno di scuola arabo, quando i due uomini si ritrovano nel ‘57, nonostante Hamoud chieda un favore a Jacques, il ricordo degli anni d’infanzia è opposto: se per lo scrittore il compagno di scuola era un amico, quest’ultimo ribadisce una mancanza di stima (in quanto oppresso) che continua anche nel ‘57.
Se il piccolo Jacques può accontetarsi di essere il figlio di un soldato morto per la patria, l’intellettuale, che ha perso il senso retorico della parola patria, ha bisogno di ritrovare l’uomo e infatti la pellicola si apre con Jacques adulto che cerca la tomba del padre nel cimitero di guerra e termina con la brevissima comparsa del genitore sullo schermo nel flashback della nascita di Jacques.
Maya Sansa è l’unica interprete italiana della pellicola che dovrebbe vantare un doppiaggio di tutto rispetto (PierFrancesco Favino per Cormery adulto, Kim Rossi Stuart per lo zio Etienne) ma sinceramente non ho riconosciuto neppure una voce e non saprei se interpretarlo come un bene o come un difetto; detto questo possiamo concludere che Il primo uomo è il viaggio dentro la memoria personale e collettiva di un individuo, che Amelio racconta con estrema grazia e raffinatezza.

Diaz – Don’t clean up this blood

Diaz Il rewind dei frammenti di vetro di una bottiglia che si ricompongono e il suo volo al contrario per tornare nella mano del ragazzo che la lancia contro la volante di polizia che provocatoriamente passa davanti alla scuola Diaz. Quel lancio di bottiglia tornerà più volte a scandire la pellicola di Vicari, per distinguere i diversi punti di vista di chi quella terribile notte si trovò coinvolto in una delle vicende più tragiche e vergognose della nostra storia che il film ricostruisce seguendo gli atti giudiziari del processo contro i responsabili delle violenze alla Scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante l’ultimo giorno del G8 di Genova nel 2001.
Benchè gli eventi di quel G8 siano stati i primi in cui le riprese (amatoriali o meno) abbiano seguito quasi ogni momento di quel disastroso vertice e il materiale sia stato rimontato in diversi documentari, non ultimo Black block andato in onda su Rai3 domenica 15 aprile, a due giorni dall’uscita nelle sale del film di Vicari, l’opera di fiction ha un alto valore civile e politico che rende universale una storia di cui era possibile, e da tempo, sapere tutto o quasi.
La mattanza nella scuola che sembra la sequenza di un film horror è sicuramente il segmento più ruscito di un film nel complesso molto buono che riesce a “far volare” i 127 minuti di durata inchiodando lo spettatore a una realtà terribile e incredibile.
Le torture nella caserma di Bolzaneto sono invece un contraltare anche stilistico alla violenza della Diaz se nella scuola la violenza esplode inattesa e violenta, di Bolzaneto rimane impressa la stupidita’ del torturatore (ecco il messaggio universale che trascende la vergognosa pagina di storia italiana) farò l’esempio più leggero: quando Alma viene introdotta in caserma la poliziotta che la trascina malamente per i capelli si ferma come secondo un copione stabilito davanti a un poliziotto che sputa in faccia alla ragazza e più che indignare l’offesa (si è già assistito a trattamenti più disumani) colpisce la stupidità di uno che sta lì, con l’unico compito di sputare in faccia alla gente. Chi ci starebbe? verrebbe da chiedersi se non ci fosse stato l’esperimento della prigione di Stanford che ha dimostrato scientificamente che l’individuo demanda il suo giudizio critico e la sua umanità al gruppo di appartenenza. Quello scioccante esperimento è stato narrato anche in alcuni film, The experiment (rifatto nel 2010) uscì proprio nel 2001, nel 2002 in Italia. Vorrei chiarire che il fatto che l’individuo perda la sua libertà di giudizio quando viene inserito in un gruppo, non è certo una giustificazione per gli atti di Bolzaneto, casomai un ulteriore colpa per chi dirige le forze dell’ordine che non dovrebbe mai creare il presupposto per situazioni così esplosive.
La validità nella pellicola sta quindi nel raccontare quanto accadde in luoghi preclusi alle telecamere, mostrarne l’orrore e la follia riuscendo a mantenere una lucidità di giudizio per cui i poliziotti non vengono visti solo come colpevoli e c’e’ un finale tenerissimo che forse è la scena che resta più impressa: Alma che quando vede la madre si mette una mano davanti alla bocca: quello che a prima vista sembra un’innato gesto di stupore è il tentativo dignitoso di nascondere alla madre la vistosa ferita sul labbro.

Biancaneve

Biancaneve Tarsem Singh vorrebbe ribaltare la fiaba di Biancaneve ma la rivoluzione riesce solo a metà e questo inficia lo spettacolo la cui trama risulta altalenante e questo è un vero peccato perchè il film è una vera gioia per gli occhi.
Dovrebbe essere la storia della matrigna di Biancaneve, donna bellissima che ha fatto innamorare il padre della sua figliastra con la magia per poi eliminarlo e usare le ricchezze del regno per la propria vanità, sulla soglia della bancarotta la regina è pronta a sposare il principe Alcott più per il suo denaro che per la sua avvenenza. Purtroppo come ci dice anche lo specchio nel finale, il film ritorna ad essere la storia di Biancaneve in versione eroina moderna che si salva da sola, archetipo di ragazza contemporanea a cui ci hanno già abituato le ultime eroine di casa Disney


Mirrormirror

Spostare l’attenzione sulla Regina crea un’interessante e quanto mai attuale lettura della fiaba: il rapporto conflittuale tra una fanciulla in fiore e una donna matura che non vuole rinunciare la proprio fascino (azzeccata la scena della cura di bellezza a base di guano di uccelli e altre bestioline disgustose e la precisa citazione di Via col Vento nella scena del busto). Che la matrigna sia più vanitosa che cattiva lo dimostrano gli evidenti riferimenti al mito di Narciso: come il bel giovane la donna ama specchiarsi (Mirror Mirror è il titolo originale della pellicola) e il magico specchio parlante è riposto sulle rive di un lago in un’altra dimensione dove emerge la regina per i suoi colloqui, al pari di Narciso che cadeva nell’acqua per raggiungere il proprio riflesso. Col procedere della storia l’attenzione si sposta verso altri aspetti più convenzionali e il confronto tra le due donne, vero motore del film, viene a mancare..


Mirror mirror

Resta comunque il divertimento dei dialoghi e di alcune scene molto spassose grazie al segretario personale Brighton interpretato da Nathan Lane degna spalla comica di una Julia Roberts che regala la prova più interessante della sua carriera.
La pellicola è un’ulteriore conferma del talento visivo del regista e l’apoteosi (purtroppo postuma) della costumista Eiko Ishioka (autrice anche dei costumi di Dracula di Bram Stoker) che se stupisce con i trampoli pressurizzati dei nani, riesce a incantare con l’elmo delle guardie ispirato ai comignoli modernisti di Casa Milà a Barcellona. Di derivazione art nouveau sono anche parte delle magnifiche scenografie (di Tom Foden) che ci riportano all’epoca d’oro di Hollywood: ormai il film storico pretende una minuziosa ricostruzione filologica quindi le fiabe e le storie fantastiche restano l’ultimo baluardo per fantasmagoriche scenografie.

I più grandi di tutti

Ipiùgrandiditutti Loris, sulla soglia dei quaranta, vive facendo lavoretti saltuari con cui aiutare il budget familiare sostenuto prevalentemente dalla moglie sotto lo sguardo critico del figlio Alessio di sette anni. Un giorno riceve la lettera calorosa di un fan che vorrebbe intervistare Loris e gli altri componenti del gruppo Pluto, attivo sulla scena musicale labronica sul finire degli anni ’90. Loris si reca all’apputamento con l’intenzione di spiegare che non è più in contatto con i membri della band ma si trova davanti un ragazzo entusiasta e paraplegico. Per accontentarlo e guadagnarsi la caparra dell’ingaggio Loris si mette sulle tracce degli altri musicisti..

Carlo Virzì, fratello minore di Paolo, ebbe un discreto successo con il gruppo Snaporaz sciolto nel 2001, da allora si è dedicato prevalentemente alla composizione delle colonne sonore dei film del fratello. Il suo secondo lungometraggio è un’opera che sicuramente risente dell’influenza dello stile dolce amaro da commedia all’italiana di Paolo Virzì ma che risulta credibile e piacevole perchè racconta un mondo che Virzì jr. conosce molto bene, la scena rock livornese a cavallo degli anni novanta e il duemila.
La storia è quella di un gruppo che in realtà era il più sfigato di tutti, il cui massimo successo fu quello di prestare un brano per la pubblicità di un anticalcare. Quando i membri si ritrovano si capisce che si sono lasciati in malo modo e la stima reciproca e’ bassissima: Mao (diminutivo di Maurilio) il front man vivacchia facendo il cameriere con il solito stile sbruffone di sempre, Sabrina la bassista, si è rifatta una vita borghese che le sta stretta dopo essere uscita dalla droga, Loris ex batterista, ha una famiglia ma ha problemi con il lavoro e Rino il chitarrista è l’unico ad avere un lavoro a tempo indeterminato come operaio suscitando l’invidia di tutti. I componenti dei Pluto non hanno grandi ricordi del loro periodo musicale e rimangono colpiti dalla caparbietà con cui Federico, il giornalista si ostina a volerli ricordare come star potenziali del rock italiano; si scoprirà che la sua determinazione è legata al ricordo della fidanzata morta nell’incidente che lo ha paralizzato. Il quadro di una generazione fallita che non vuole o (non può?) crescere ben rappresentato da un cast di attori che da sempre ruota nell’orbita dei Verzì con l’aggiunta di un bravissimo Alessandro Roja, bolso e timido ben diverso dal Dandy elegantone e spavaldo che abbiamo imparato a conoscere on Romanzo Criminale – La serie.
La compiacenza verso Federico si trasforma nella speranza di una nuova opportunità musicale ma il beffardo destino dei Pluto è segnato, del resto nomen omen: il piccolo Alessio spiega al padre che che lo stesso pianeta Plutone è stato declassato da pianeta a satellite. Finiscono i sogni di gloria ma resta la voglia di suonare per il gusto della musica, perchè cari ggggiovani d’oggi fino a qualche tempo fa amare la musica non significava solo prepararsi per il provino di un talent show.

Romanzo di una strage

Romanzodiunastrage Il 1969 è un anno di forti tensione in Italia: diverse bombe esplodono a scopo dimostrativo. La Polizia Politica di Milano guidata dal Commissario Luigi Calabresi segue la pista anarchica e la strada di Calabresi incrocia spesso quella di Giuseppe Pinelli, ferroviere quarantenne a capo del movimento anarchico meneghino. I due uomini si rispettano, pur restando su posizioni profondamente diverse ma tutto cambia il pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba che esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccide 17 persone e apre una scia di sangue che si concluderà oltre un decennio dopo.

Pare che non si possa parlare di questo film senza commentarne il titolo, quella parola “romanzo” applicata a un fatto realmente accaduto 43 anni fa che in una qualsiasi altra nazione avrebbe già avuto una sua codificazione processuale e storica mentre da noi resta una pagina incompiuta (la prima di tante) su cui si può solo costruire un romanzo.
Le teorie portate sullo schermo da Marco Tullio Giordana ovviamente hanno subito dato adito a recriminazioni di vario genere, resta il fatto che il regista riesce a costruire un romanzo avvincente, quei 130 minuti sono praticamente volati per l’abilità narrativa e sicuramente per la voglia di sapere e di capire di più quella strage che ci ha segnato profondamente.
Ritornano alla parola romanzo, mi è piaciuta molto la romanzatura lombrosiana dei personaggi i tre protagonisti destinati al martirio sono belli e portatori di valori: resta impresso lo sguardo buono e pulito del Pinelli di Favino, la postura eretta che corrisponde alla drittura morale di Calabresi di un Mastandrea che sorprende in un ruolo insolitamente compassato che valorizza la sua sottrazione recitativa e poi c’è l’Aldo Moro di Gifuni, tormentato da una politica che non cerca più il dignitoso compromesso ma il più bieco intrallazzo. Dietro i tre eroi si muovono le mogli di Calabresi e Pinelli e due caratteristi del cinema italiano che a me piacciono molto, Thomas Trabacchi nel ruolo del giornalista Marco Nozza e Antonio Pennarella, l’untuoso maresciallo Panessa a cui spettava il comando nel momento della caduta di Pinelli. Mi ha colpito la bellezza folle della faccia dei terroristi, l’imbiancato Giorgio Marchesi che interpretava Franco Freda mi ha ricordato il Marlon Brando de I giovani leoni. Dietro a questi personaggi che “ci mettono la faccia” arrivano i volti disgustosamente lombrosiani dei politicanti, dei servizi segreti, degli alti gradi della polizia e il film è riuscito a mettere in scena tutta la bruttura fisica e morale di chi da oltre 40 anni governa (e contemporaneamente) trama alle spalle di questa nazione.

Pirati! Briganti da strapazzo

Pirati Capitan Pirata, amatissimo dalla sua strampalata ciurma, non è certo il terrore dei sette mari e sogna da decenni, invano, di vincere il premio di Pirata dell’Anno. Un giorno assale il Beagle con a bordo un timido Charles Darwin e scopre così che l’amato pappagallo Polly in realtà è un rarissimo Dodo considerato estinto da oltre un secolo. Capitan Pirata pensa di mettera frutto i guadagni della scoperta scientifica per vincere l’agognato trofeo dei pirati e per farlo si reca fino a Londra, dove impera la regina Vittoria, acerrima nemica dei Fratelli della Costa..

L’ultimo lavoro della casa di produzione Aardman che segna anche il debutto dei maestri della plastilina nel 3D, si ispira al romanzo per ragazzi Pirati di Gideon Defoe (l’autore ha anche collaborato alla sceneggiatura). L’opera si distacca dal filone corrente dei cartoon perchè non sfrutta il solito gioco cinefilo di riproporre in chiave comics scene di celebri film. Per gli adulti il divertimento ò dato da un surreale pastiche senza soluzione di continuità dove si ritrovano insieme protagonisti ed atmosfere dell’età vittoriana che in realtà non hanno nulla d spartire tra loro. Darwin è un represso sessuale che vorrebbe rubare il Dodo e accaparrarsi il merito della scoperta. Vive in una casa-studio degna del Dottor Jekyll in compagnia di Bobo, uno scimpanzè che funge da servitore muto. Le notti londinesi sono animate da Jane Austen e la popolarità di capitan Pirata eclissa quella della precedente attrazione, il povero Elephant Man che ormai siede solitario a un tavolo del pub con il suo telo a coprirgli la faccia. Il gioco sul positivismo londinese è la parte più divertente del film; la scoperta del lato oscuro della regina Vittoria segna una cesura nella trama e forse anche un calo nelle proposte di soluzioni fantastiche e surreali nonostante si sconfini nello steampunk.
Da sottolineare la colonna sonora che vanta perle della musica inglese, dai Pogues ai Clash, gruppi decisamente insoliti per la soundtrack di un cartone animato.
Anche il doppiaggio italiano è soddisfacente, se Christian DeSica aveva già convinto in Ortone, la scoperta di Pirati è probabilmente la Littizzetto che caratterizza molto bene la perfida regina Vittoria.

The Lady – L’amore per la Libertà

Thelady Nel 1988 Aung San Suu Kyi, figlia del generale Aung San, martire della democrazia birmana, rientra in patria per accudire la madre morente. Fino a quel momento aveva condotto una vita tranquilla accanto al marito e ai due figli a Oxford. Nella Birmania stritolata dalla dittatura militare gli oppositori del regime si stringono attorno alla donna vedendo in lei un legame con il processo di democratizzazione auspicato dal padre ucciso nel 1947. Aung San Suu Kyi accetta di entrare nell’agone politico andando incontro a vessazioni terribili: non potendo fare di lei una nuova martire, i generali al potere la costringono agli arresti domiciliari nonostante avesse vinto le prime elezioni libere, impedendole di vedere anche il marito morente e tenendola per anni lontani dai figli.

Il film di Besson si apre con un padre che racconta una favola a una bambina, scopriremo poi che è l’ultimo gesto compiuto dal generale Aung San verso la figlia prima di essere ucciso. La scena ci dà però l’idea del taglio che Besson vuole dare al suo film, raccontare la vicenda di Aung San Suu Kyi come una sorta di melodramma amoroso incentrando tutta la vicenda sul legame intenso tra l’eroina birmana e il marito Michael Aris, interpretato degnamente da David Thewlis, il “potteriano” Remus Lupin. Il professore di Oxford si batterà con ogni mezzo per tenere accesa l’attenzione sulla moglie facendole conferire anche il meritatissimo premio Nobel per la Pace nel ‘91. Besson è estremamente misurato (insolitamente aggiungerei) nel racconto portando lo spettatore alla soglia della commozione ma non indulgendo mai al pietismo a cui pure si prestano molto momenti della vicenda umana di Ang Su Kyi.
Quello che mi colpisce è che, tenendo conto delle debite differenze, si potrebbe fare un parallelo con The Iron Lady: entrambi i biopic su due grandi donne politiche praticamente agli antipodi, non possono esimersi dal raccontare le vite sentimentali di due figure così diverse lasciando in secondo piano le scelte politiche: Suu viene mostrata incidentalmente leggere gli scritti di Ghandi a cui si è ispirata la sua lotta politica che tutti speriamo essersi conclusa ieri con il seggio guadagnato nelle elezioni avvenute appunto il 1 aprile 2012.
The Lady resta comunque un film solido un biopic molto classico che ha il merito di farci conoscere meglio la figura della leader dell’opposizione birmana, delude pero’ il finale che condensa la tragica rivolta dei monaci buddisti del 2007 in una pacifica camminata verso la casa di San Suu kyi con lei che appare dietro il cancello in una luce quasi divinatoria, purtroppo sappiamo molto bene che alla protesta dei monaci seguì una violenta repressione solo la vittoria di ieri, se non sarà l’ennesimo bluff dei militari, puo’ rendere accettabile quel lieto fine posticcio.