Là-bas Educazione Criminale

Là-bas Yssouf arriva a Castel Volturno dove dovrebbe aspettarlo lo zio Moses ma l’uomo non si presenta all’appuntamento e il ragazzo si arrangia in una casa di prima accoglienza gestita da altri africani che iniziano a spiegargli come funzionano le cose in Italia. Casualmente Yssouf riesce a trovare lo zio che a causa di un incidente non era potuto andare a prenderlo in stazione. Ben presto il ragazzo si accorge che lo zio gestisce un traffico di droga e lo affianca nelle sue operazioni ma quando il nuovo racket inizia a dar fastidio a quello più consolidato dei nigeriani le bande camorristiche che stanno dietro ai due gruppi iniziano a sparare e a Yssouf la vita d’avventuriero non pare più così facile..

Dedicato ai ragazzi di colore uccisi nel 2008 a Castel Volturno, il film che pure aveva una genesi precedente al tragico fatto, vuole raccontare la vita degli africani nella città italiana che ne ospita il numero maggiore sotto il controllo della camorra che cerca tra di loro la bassa manovalanza del crimine. Lo stile dell’esordiente Guido Lombardi è quasi neorealista con la macchina da presa incollata ai protagonisti.
Yssouf rappresenta un’anima candida finita in questo girone infernale: ligio ai precetti musulmani, è un’artista che è venuto in Italia per cercare di guadagnare in fretta 40,000 euro per una macchina computerizzata con cui mandare avanti l’attività in Africa. Appena arrivato gli vengono aperti gli occhi: probabilmente lo zio non si è presentato all’appuntamento perchè si vergogna di far vedere che la buona posizione di cui si vanta con i familiari è solo una menzogna.
La verità per Yssouf sarà peggiore perchè lo zio se la passa bene ma il denaro arriva da affari sporchi, droga e altri traffici. Ben presto zio Moses mette il nipote davanti alla scelta più dura: spaccarsi la schiena ed essere sfruttati per una miseria oppure scendere a compromessi per ottenere il denaro che serve e tornare a casa a vivere una vita agiata e serena e il ragazzo accetta di sporcarsi un po’ la coscienza, fino ad arrivare a far parte di una spedizione punitiva verso quella casa che lo ha accolto nei suoi primi giorni randagi in Italia e intanto trova l’amore in Suad, una bella ragazza per cui rompe il precetto di non bere alcolici, ma anche Suad gli riserverà un’amara sorpresa perchè è una prostituta e il momento in cui i due ragazzi si incontrano sul lungomare è uno dei più belli del film, fatto solo di silenzi e distanze lo stupore negli occhi di lui, la vergogna in quelli di lei. La regia, del resto è sempre molto delicata non cerca di sorprendere lo spettatore: le morti ad esempio, sono raccontate e restano fuori quadro fino alla fine quando la macchina da presa allarga a riprendere anche il corpo della vittima.
Una delicatezza che si riscontra anche nel protagonista il cui destino pare segnato invece una sana paura favorirà il riscatto a cui Yssouf arriva nudo di tutte le sue illusioni.

Le paludi della morte

Le paludi della morte

Nel profondo Texas che ruota attorno alle raffinerie di petrolio e paesini di case mobili, i due agenti Mike e Brian devono occuparsi della morte di una giovane prostituta ma uno di loro, Brian, è più interessato al caso di una donna scomparsa in una contea vicina perchè sembra opera di un serial killer che prenderà in ostaggio proprio Anne, la ragazzina sbandata che Brian ha preso a cuore.

Trama convenzionale per quanto complicata dai due casi di omicidio, con il colpevole che si intuisce da subito, perchè è l’unico a rispondere ai poliziotti e anche per la scelta dell’attore, un bravo caratterista (di cui taccio il nome per non far troppo spoiler) specializzato in ruoli cattivissimi sul piccolo e sul grande schermo.
Lasciar intendere da subito chi sia il colpevole non è necessariamente un difetto, Ami Canaan Mann sa gestire bene la tensione (meglio della sceneggiatura) e riesce a discostarsi dagli aspetti più ovvi del poliziesco lavorando sul non detto e la contrapposizione tra i due colleghi che hanno idee completamente diverse del loro lavoro di poliziotti. Aanche se la storia di Brian non viene mai rivelata è chiaro che l’uomo si è trasferito in Texas da New York con famiglia al seguito per qualche caso fallito per cui prova un forte senso di colpa (non a caso è cattolico).


Lepaludidellamorte

Il valore aggiunto del film comunque, è l’ambientazione nei luoghi spettrali delle paludi della morte, una piana melmosa punteggiata da alberi riarsi e contorti che ospitano funghi maligni, degna ambientazione di una fiaba horror e probabilmente è così che la piccola Anne vede il mondo, come un’orrenda favola.
Per certi versi questo film mi ha ricordato Collateral nel film del 2004 Michael Mann (padre della regista) descriveva una metropoli ormai mossa da vita propria a cui non serve più il contributo umano per funzionare mentre in Texas killing fields l’uomo è un parassita che vive nella propria immondizia ai margini di una natura spaventosa e indifferente; mi è molto piaciuta l’inquadratura iniziale, un paesaggio desertico visto dall’alto che appena la mdp apre un po’ si intuisce essere il dettaglio della corteccia di un albero.

Rock of Ages

Rockofages Alla fine degli anni ‘80 la biondina Sherry arriva da Tulsa a Los Angeles per sfondare come cantante. Trova lavoro nello storico locale da concerti Barbour Room grazie a Drew, un altro cameriere con ambizioni canore; ben presto i due si innamorano ma un equivoco li farà allontanare e scendere a patti con i loro sogni di gloria mentre il Barbour rischia la chiusura sulla spinta moralizzatrice della moglie del sindaco.

Trama insulsa per un musical pesante che è stato un flop ai botteghini USA e non fatico a comprenderne il motivo, anzi i motivi perchè non so proprio da quale iniziare.
Il più irritante è di certo lo sfacciato perbenismo della pellicola che dovrebbe raccontare il mondo eccessivo del rock con continue allusioni sessuali mentre poi la trama è candidamente collegiale: Drew molla Sherry perchè crede che la ragazza abbia fatto sesso con Stacee Jaxx, dio del rock e macchina da sesso mentre OVVIAMENTE è tutto un equivoco: sia mai che l’angelica protagonista perda l’aura virginale anche se finisce ad esibirsi in un locale di spogliarelliste, raccolta per la strada dalla tenutaria dal cuore d’oro (Mary J. Blige).
Tom Cruise, sull’orlo dei cinquanta offre la prova più dignitosa del film interpretando la stella del rock in declino sempre strafatto e pieno di donne. Quando la giornalista novellina del Rolling Stones lo incalza con domande scomode scoppia una torrida passione sessuale che ovviamente ha il merito di scuotere l’artista e far nascere l’amore tra i due. Tanto sesso ovviamente porta al suo più giusto sbocco, nella scena finale lei esibisce un bel pancione!
Incommentabile la pantomima amorosa gay (immancabile per il politically correct!) tra il bolso Alec Baldwin che regge comunque l’interpretazione e l’odioso Russel Brand; di Paul Giamatti dirò solo che è conciato come Ricky Gianco.
Venendo alle musiche in questo film cantano troppo, anche per un musical. Molte canzoni sono anche pezzi famosi ma riarrangiati in maniera così melensa tra gorgheggi e svisate r’n’b (infilate anche in Dead or Alive dei Bon Jovi) che molti brani sono irriconoscibili.
Del rock anni’80 resta solo la tamarraggine.

Marilyn

Marilyn Il giovane rampollo inglese Colin Clark lascia il castello avito per cercare fortuna a Londra nel mondo del cinema: diventerà terzo aiuto regista ne Il principe e la ballerina il film che Marilyn Monroe girò in Inghilterra accanto a Lawrence Olivier, accaparrandosi le simpatie della diva americana.

Nel cinquantesimo anniversario della scomparsa, il mondo del cinema non poteva esimersi dal celebrare la sua stella più splendente e lo fa con quest’opera inglese tratta dal libro di memorie di Colin Clark Il principe la ballerina ed io.
E’ la classica pellicola inglese che sfoggia i suoi grandi interpreti, l’immancabile Judy Dench, Kenneth Branagh nei panni di Sir Olivier, Emma “Hermione” Watson nel ruolo della costumista Lucy per cui batte il cuore di Colin prima di perdersi nella fantasia bionda di Marilyn. Della diva americana si dipinge un ritratto poco piacevole per i cultori del suo mito: le fragilità diventano insicurezze enfatizzate e tra le righe (i continui ammonimenti al giovane Colin) filtra l’immagine di una donna scaltra, che odia la solitudine e non esita ad usare scientemente gli uomini per trovare l’affetto che le è sempre mancato. Nella seconda parte del film i toni si fanno più accomodanti e prevale la piacevolezza ingenua del pomeriggio di fuga dagli studios.
Peccato che l’attenzione sia stata morbosamente posta sulla Monroe perchè ci sono sprazzi molto interessanti sulla lavorazione del film: le confessioni di Olivier che rivedendosi sullo schermo accanto a Marilyn si trova vecchio mentre sperava di rubare e riflettere un po’ della sua luminosa giovinezza. Anche Vivien Leigh è costretta ad accettare di vedersi portar via da un’attrice più giovane un ruolo che pure aveva interpretato con successo a teatro .
L’attenzione è morbosa anche nei confronti di Michelle Williams a cui tocca il compito di far rivivere Marilyn sul grande schermo e in certi momenti la magia riesce, la Williams riesce a cogliere le fragilità della donna più famosa del mondo, risulta meno credibile nel ricrearne la magica luminosità dei “momenti buoni” ma le movenze, il modo di toccarsi i capelli ecc.. sono studiati alla perfezione anche se è ben visibile il posticcio sui fianchi che l’attrice deve indossare per mostrare le morbide curve della Monroe.
Certi che l’attenzione fosse per la Williams gli altri attori han riposato un po’ sugli allori: bravo Branagh a interpretare Olivier anche se trovo irritanti certi piccoli particolari, il più grande attore inglese era bruno di capelli e di occhi, costava poi molto al buon Branagh indossare un paio di lenti colorate e risultare più fedele all’originale? Riesumata Julia Ormond per la parte di Vivien Leigh a cui non assomiglia per nulla, esagerato il reticolato di rughe sul volto dell’attrice allora quarantatreenne di Via col vento, spero che siano veramente della Ormond, così impara a rovinare Rossella dopo averci già provato con Sabrina!

Lorax – Il guardiano della foresta

Lorax Ted è un ragazzino che vive a Thneedville, dove tutto è colorato e di plastica, anche la vegetazione. L’aria è buona perché si compra in bottiglia dal magnate della città Mr. O’Hare. Per amore della bella Audrey che sogna alberi veri, Ted inizia un’avventura che lo porta fuori dalle mura della città dove tutto è desolazione, alla ricerca di Once-ler, l’unico che potrebbe sapere ancora qualcosa sugli alberi..

Coloratissima versione pop del racconto del Dr. Seuss, autore per l’infanzia amatissimo in America. Il film è destinato al pubblico più piccolo ed edulcora molto i temi scottanti posti dai racconti di Seuss (dalle sue opere sono stati tratti anche Ortone e il mondo dei Chi, Il Grinch e una precedente versione di Lorax).
La fiaba originale racconta solo le avventure di Once-ler che in nome del profitto distrugge una foresta anche se aveva promesso il contrario a Lorax, il guardiano degli alberi. Ma raccogliere ad uno ad uno i ciuffi di truffola non risponde alle esigenze di mercato, conviene abbattere senza comprendere che esaurire la materia prima significa anche mandare a monte la produzione.
La cornice al racconto originale con Ted che riscatterà gli errori di Once-ler grazie all’aiuto della furbissima nonnina è quasi più intrigante del racconto stesso: la canzone iniziale che descrive la vita a Thneedville è una rappresentazione puntuale dei desideri moderni, una via di mezzo tra Las Vegas, gli outlet e le navi da crociera dove le piste da sci convivono accanto alle spiagge tropicali.
Danny de Vito è la star del cartone: se l’attore ha doppiato in tutto il mondo il baffuto spirito della foresta, l’avido Mr O’Hare ne ricorda persino i tratti del volto sotto il caschetto di capelli.
Sorpresa del doppiaggio italiano è Marco Mengoni che recita e canta la parte di Once-ler: se non stupisce la sua abilità nel canto, è notevole la sua bravura di doppiatore e sia nel canto che nel parlato ha la grande qualità di non personalizzare troppo il personaggio rimanendo irriconoscibile.

Alta tensione

Altatensione Haute tension,
Francia 2003
con Cécile de France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon,
regia di Alexandre Aja

Alexia e’ una studentessa universitaria che torna a casa dai suoi, in campagna, per preparare un esame. Con lei c’e’ Marie, la sua migliore amica. La notte del loro arrivo uno psicopatico stermina la famiglia nel sonno..

Smentendo, per sua fortuna, la definizione del trailer che lo paragonava a Saw, uno dei piu’ brutti horror della stagione, Alta tensione mantiene cio’ che l’azzeccatissimo titolo promette: nonostante qualche ingenuita’ il film riesce a garantire un livello molto alto di tensione, soprattutto all’inizio quando il regista gioca astutamente con lo spettatore creando classiche situazioni horror che poi si rivelano del tutto innocenti, dimostrando come chi assista a uno spettacolo dell’orrore entri in sala gia’ predisposto a farsi spaventare; Alexandre Aja asseconda questo desiderio mettendo in scena tutto l’immaginario del terrore: case isolate in aperta campagna, luna piena, boschi, inquietanti furgoni che nascondono l’uomo nero. Il gioco continua richiamando i classici del thriller da Psyco alla cui scena della doccia si allude piu’ volte senza mai riproporre la stessa azione, alla motosega di Non aprite quella porta passando per gli inseguimenti di Duel. Le protagoniste hanno addirittura una fisionomia che richiama due “eroine” del genere: la mora Alexia assomiglia alla Wendy di Shining mentre la zazzera bionda di Marie gia’ dal trailer mi aveva ricordato l’acconciatura di Mia Farrow in Rosemary’s baby e quando entra nel bagno di hitchcockiana memoria ti sovviene che anche la Marion Crane di Psyco ha i capelli corti e biondi.
La pecca piu’ grande del film sta nel suo lato gore, affidato ad effetti speciali non sempre convincenti.
Poco chiaro il periodo storico in cui e’ ambientata la pellicola: look e macchina delle ragazze all’inizio, sembrano porre l’azione ai giorni nostri poi si entra in una dimensione atemporale con la casa isolata e il terrificante furgoncino, mentre ancora attuali sembrano le scene girate al distributore di benzina. Sarebbe bastata una didascalia iniziale e qualche piccolo accorgimento scenografico per ambientare definitivamente la trama nei primi anni ‘90, in un periodo appena precedente all’avvento del cellulare, ma in fondo il bello di assistere a un film dell’orrore e’ quello di chiedersi dove diavolo siano i telefonini quando ti servono veramente.
Il divertito gioco del regista prosegue anche nell’identificazione del colpevole che e’ facilmente individuabile se si presta attenzione alle battute iniziali e agli indumenti.

“Da paura” la colonna sonora che spazia dai Ricchi e Poveri ai Muse.

recensione pubblicata a suo tempo su Impatto Sonoro

The Departed

Thedeparted USA 2006,
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg
regia di Martin Scorsese

Boston: nell’eterno scontro tra mafia e polizia si intrecciano le storie speculari di Colin Sullivan, poliziotto apparentemente modello, ma in realta’ corrotto: e’ la talpa del boss Frank Costello, mentre il giovane Billy Costigan, proveniente dai bassifondi della citta’ viene infiltrato nel piu’ stretto entourage del gangster per riferire direttamente al Capitano Quinnan..

Scorsese torna, con ottimi risultati, a cimentarsi con un tema a lui caro, le dinamiche della malavita, ma questa volta abbandona i familiari bassifondi newyorchesi per Boston dove ambienta la vicenda in seno alla mafia irlandese (che pero’ ha molti punti in contatto con quella italiana, tanto che il boss ha un nome tipicamente nostrano).
L’opera si ispira al primo capitolo alla trilogia noir di Hong Kong, Infernal affairs di Andrew Lau e Alan Mak per costruire un gioco di scatole cinesi, un rimando di specchi dove niente e nessuno e’ realmente quello che dice di essere, ma vive perennemente nella menzogna.
In questo mondo dove la bugia e’ all’ordine del giorno quello che conta sono le origini, le gesta dei morti, quei defunti citati nel titolo originale del film, un titolo che ha anche valenze anticipatorie della storia, rovinato, al solito, dalla infelice traduzione libera italiana.
Per questo motivo Colin Sullivan e’ il rappresentante ideale degli irlandesi buoni e volenterosi perche’ il padre ha sempre lavorato onestamente e poco importa se il figlio ha preferito lasciarsi irretire fin da ragazzino dal fascino perverso di Costello che lo incanta con il mito del denaro facile, viceversa Billy Costigan e’ il perfetto prototipo del ragazzo di strada dato che proviene da una famiglia che da sempre intrattiene rapporti con la mafia locale ed ha avuto il suo piu’ fulgido rappresentante nello zio, tirapiedi di Costello, trovato assassinato.
Il gioco di realta’ falsate diventa parossistico con le figure dalla psicologa fidanzata con Sullivan, che si occupa del rinserimento di Costigan (non restando insensibile al suo fascino): piu’ volte giustifica il bisogno di menzogne come unico modo per non ferire gli altri o evitare situazioni troppo complesse; anche la figura di Costello nasconde delle ombre imprevedibili e cosi’ quelle di tanti personaggi di contorno.
Che dietro questa stigmatizzazione della falsita’ ci sia un messaggio politico, una denuncia dei metodi disinvolti del governo americano e’ lampante, basta pensare alla “bugia” delle armi di distruzioni di massa che hanno giustificato la guerra ed e’ sottolineata dall’ultima immagine del film: un topo di fogna che insozza la meravigliosa vista sul Palazzo di Giustizia del lussuoso appartamento di Sullivan.
La regia secca e precisa di Scorsese e’ supportata da un cast stellare forse non sempre smagliante: se Di Caprio conferma ancora una volta il suo talento nella delineazione nervosa e fragile di Billy Costigan, Matt Damon non e’ sempre alla sua altezza nel dipingere l’antagonista Sullivan; Martin Sheen e’ misurato nei panni del Capitano Quinnan mentre, ho trovato eccessivamente sopra le righe, per un film cosi’ asciutto, la prova di Jack Nicholson che interpreta il boss Frank Costello.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

MIB3 – Men in Black III

MIB3 Il temibile boglodito Boris unico sopravvissuto della sua razza, fugge dalla prigione lunare di massima sicurezza in cui sono richiusi i soggetti pù pericolosi per le sorti del pianeta Terra. “Boris l’animale” torna nel luglio del 1969 al giorno in cui l’agente K lo arrestò, per uccidere l’agente dei MIB modificando così il futuro e permettere l’invasione boglodita.
Nel nuovo scenario l’unico a ricordarsi di K è il suo collega, l’agente J che affronterà un salto nel tempo per salvare la Terra e soprattutto il suo compagno.

Dopo dieci anni torna la strana coppia Tommy Lee Jones e Willy Smith nei panni dei Men In Black, gli agenti che si occupano di ripulire la Terra dal fenomeni alieni e/o paranormali. I tempi però sono cambiati, nel frattempo Willy Smith si dato al cinema impegnato (?) in compagnia del nostro Gabriele Muccino e e sue battute da principe di bel air hanno perso colpi. Di questo ci si accorge durante il primo tempo decisamente mediocre dove bisogna imbastire la vicenda di Boris l’animale e dare modo agli spettatori di ricordare le dinamiche della coppia di colleghi. Il film decolla nel secondo tempo, con l’incursione nell’America del ‘69 nei giorni gloriosi che precedono il lancio dell’Apollo 11 che conquisterà la Luna: ricostruzione perfetta e la chicca nella Factory di Andy Warhol (un agente sotto copertura che in questo modo raduna attorno a sè controllandoli pià facilmente, un mucchio di freak alieni). Josh Brolin veste perfettamente i panni del giovane K, non ancora burbero come il vecchio Tommy Lee ma dallo stesso à plomb e soprattutto sa tenere a bada le smorfiette di Willy Smith che, ripeto, sono invecchiate male, cosa che sarebbe stata sottolineata dall’imperturbabilità del personaggio di Tommy Lee Jones.
La svolta vintage salva dunque la pellicola che resta prodotto di solo intrattenimento ma più che dignitoso nell’esaltazione nostalgica della fiduciosa America della fine degli anni ‘60 che ci regala soprattutto un arsenale di gadget divertenti come la moto a monoruota che ricorda quella del Generale Grievous nell’ultimo episodio di Star Wars.

Cosmopolis

Cosmopolis Eric Packer, giovane magnate della finanza decide di attraversare la città di New York per andare dal barbiere nel quartiere dei bassifondi dove è nato. Il capo della sicurezza gli sconsiglia il viaggio perchè quel giorno il Presidente degli Stati Uniti è in visita nella Grande Mela e il traffico è più caotico del solito ma il giovane Packard è determinato a raggiungere la destinazione..

Premetto che non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Don DeLillo da cui Cronenberg ha tratto il film e come al solito lo ritengo una fortuna perchè mi da la possibilità di farmi un’idea scevra da pregiudizi di una pellicola che ha diviso pubblico e critica. Mi schiero da subito dalla parte di chi ha amato l’opera, film certamente imperfetto ma dal fascino notevole.
Ho letto di critiche al doppiaggio italiano, personalmente credo che il tono volutamente piatto faccia il paio con l’inespressività dei volti di persone ricchissime ed annoiate. I presunti padroni della finanza speculativa che ha prodotto questa crisi economica sono in realtà divorati da quella materia che credono di maneggiare, qualcosa di intangibile che ha annullato la loro sensibilità che devono eccitare con dosi sempre più massicce di sesso e violenza. Un corpo diventato quasi obsoleto ai fini della vita pratica che ha bisogno però di essere perfetto solamente come ricettacolo di emozioni forti, tanto da sottoporlo inutilmente ogni giorno a un check up medico.
Nel suo lungo viaggio per attraversare la metropoli, Eric incontra vari personaggi, l’amante, la moglie, alcuni collaboratori, una filosofa con cui si diletta a ragionare, ogni figura con cui il protagonista entra in contatto serve per introdurre un tema che viene sviscerato attraverso dialoghi. Nonostante sia un film molto parlato a colpirmi maggiormente è stata l’estetica del film che ritengo il suo punto di forza. Se Cosmopolis narra gli effetti distruttivi del capitalismo globale, Cronenberg sottolinea il messaggio rovesciando alcuni miti cinematografici che sono nati agli inizi degli anni ‘80 quando è emerso questo tipo di finanza e anche il concetto di postmoderno, legato al sincretismo della globalizzazione.
Il postmoderno cinematografico ha tra le sue vette due film a cui rimanda l’estetica di Cosmopolis: I guerrieri della notte e Blade Runner.
Cronenberg infarcisce il suo film di reminiscenze di queste due pellicole ma ne rovescia il senso. I guerrieri della notte racconta di una gang, un gruppo di amici che deve attraversare New York per tornare a casa e il film si chiude all’alba con il ritorno vittorioso degli eroi. Se il capolavoro di Walter Hill si ispira all’Anabasi di Senofonte, Cronenberg costruisce una catabasi, un viaggio verso gli inferi che inizia di giorno e finisce tragicamente di notte. E’ sparito il valore fondante dell’amicizia e il protagonista è un uomo profondamente solo, inseguito dai suoi demoni e da una persona che lo vuole realmente uccidere con cui si scontrerà nel finale. Per quanto ambientata in una suburra immonda, lontana mille miglia dal fascino deco di Blade Runner, l’incontro tra Packer e il suo killer ricorda l’incontro tra Roy Batty e Tyrrell: Paul Giamatti interpreta un dipendente quarantenne licenziato dal giovane magnate, quindi è la “creatura” di Packer, ma a differenza di Blade Runner è l’uomo di potere a recarsi a casa del sottoposto cercando di capire perchè lo vuole eliminare. Se trent’anni fa era il prodotto ad essere bello ed aitante e si parteggiava per un replicante anche crudele, che si ribellava contro il padre padrone per chiedere il diritto a una vita più lunga, oggi il dipendente è squallido e ributtante mentre il padrone è giovane e bello: quale migliore metafora per descrivere i danni di un’economia che non mette più la qualità delle merci e il benessere dei lavoratori al primo posto ma la ricchezza egoistica di pochi?

Dark shadows

Darkshadows Nella seconda metà del ’700 la famiglia Collins si trasferisce nel Nuovo Mondo ed impianta nel Maine l’impresa ittica di famiglia; gli affari prosperano e il villaggio prende il nome di Collinsport. Barnabas Collins è l’erede di questo impero ma commette l’errore di avere una tresca con una cameriera, Angelique. La ragazza che si è innamorata follemente, è una strega e quando vede Barnabas innamorarsi di Josette induce la ragazza al suicidio, maledice la famiglia e trasforma l’amato in un vampiro facendolo poi rinchiudere in una bara. Nel 1972 durante dei lavori stradali, Barnabas viene accidentalmente liberato dalla sua tomba prigione e si reca a casa dove trova gli eredi dei Collins sull’orlo della rovina mentre Angelique ha prosperato a loro spese ma la strega sarebbe ancora disposta a dividere il suo impero con l’indimenticato Barnabas..

Per la sua ultima fatica Tim Burton si ispira a una serie televisiva americana andata in onda sul finire degli anni ‘60, il risultato è un divertissement che ha innanzitutto il merito di ridare dignità gotica alla figura del vampiro dopo lo scempio che ne ha compiuto la saga di Twilight: come al solito non si può non amare lo sventurato Barnabas ridotto a vampiro dal maleficio di Angelique ma come sempre Burton non esita a mostrarci il lato oscuro del suo eroe, costretto ad uccidere brutalmente gli operai che lo hanno liberato dalla secolare prigionia per soddisfare l’attrettanto secolare sete di sangue. Si può parteggiare per un vampiro che uccide e dissangua senza la deviazione etica di Twilight o The Vampire Diaries o True Blood in cui i vampiri buoni scelgono di rifiutare il sangue umano e si limitano a quello animale o a dei surrogati. Dark Shadows andrebbe apprezzato solo per il fatto di aver rimesso le cose a posto una volta per tutte!
Il film non sarà una delle vette burtonianie ma personalmente la gioia di ritrovarmi nel mondo di Burton batte il rischio del manierismo e ritrovo con piacere certe espressioni di Edward Mani di Forbice sul viso nuovamente pallido del Barnabas di Johnny Depp e apprezzo anche che la nuova fidanzata appena trasformata trascolori in un volto assai simile a quello de La sposa cadavere. Tim Burton, comunque, non si limita ad aggiornare la sua galleria di personaggi strambi e mostri dal cuore umano, Dark Shadows indaga il tema dell’amour fou con il tormentato personaggio di Angelique Bouchard, strega divorata dall’”odi et amo” odiosa e disperata, ottimamente interpretata da Eva Green.