L’odore della notte

L'odoredellanotteItalia !998 Filmauro
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Little Tony, Alessia Fugardi, Francesca D’Aloja, Raffaele Vannoli
regia di Claudio Caligari

Ascesa e caduta di Remo Guerra, poliziotto, ben presto ex, che dalle borgate romane crea una banda che per anni terrorizza la Roma bene con violente rapine in villa.

Il secondo film dei tre diretti in oltre 30 anni da Claudio Caligari è spirato al romanzo Le notti di Arancia meccanica di Dido Sacchettoni ispirato a fatti veri di una banda di rapinatori particolarmente violenti che hanno terrorizzato Roma tra il 1979 e il 1983.
Dopo la morte del regista nel 2015 e l’uscita postuma di Non essere cattivo, anche i suoi due lavori precedenti sono stati rivalutati dato che formano una sorta di trilogia sulla vita tossica e/o violenta delle borgate romane indagando particolarmente il periodo che dai tardi anni’70 arriva agli anni ’90 dell’ultimo lavoro.




L'odoredellanotte


L’odore della notte è forse l’opera più ambiziosa delle tre: non manca l’imprescindibile sguardo pasoliniano verso i ragazzi di borgata che possiamo riconoscere soprattutto nel personaggio di Giorgio Tirabassi, il rapinatore “che ci mette il cuore” e finisce per riciclarsi come barista del locale rilevato con i soldi delle rapine. All’eredità pasoliniana Caligari unisce una cultura cinefila internazionale che parte dal nichilismo di Pickcpocket di Robert Bresson e tramite Melville lambisce anche l’ondata di noir di Hong Kong dei tardi anni 80: quel cappotto così lungo e nero indossato da Remo ricorda gli spolverini di A Better Tomorrow, nella violenza della prima scena quando Remo, Maurizio e Roberto si trovano incastrati tra le auto dei ricconi e inseguiti dalla polizia con il lancio al rallenti dei soldi quando riescono a imboccare il raccordo vedo molto dello stile di John Woo.
Anche il noir americano è presente: Remo davanti allo specchio o che scalcia il televisore dopo aver puntato con la pistola le ballerine del balletto di Cicale di Heather Parisi richiamano Taxi Driver e l’ironia che pervade tutto il film ha un sapore tarantiniano: di culto a scena in cui Little Tony, nei panni di sé stesso, viene costretto a cantare Un cuore matto.
Non solo il noir contemporaneo è espressamente citato da Caligari ma mostra in televisione la famosa inquadratura di Assalto al treno del 1903 in cui il bandito spara direttamente alla macchina da presa (ergo allo spettatore), scena che viene ripresa nei titoli di coda con Mastandrea che spara in camera il titolo del film.




Lodoredellanotte


Se l’ironico gioco citazionista non fu capito all’epoca di certo L’odore della notte è stato fondamentale per Romanzo Criminale la serie: basta pensare che nel film di Caligari si vedono le nozze di Maurizio e sempre Marco Giallini nei panni del Teribbile viene ucciso mentre si svolge un matrimonio in Romanzo Criminale. Sospetto, ma dovrei controllare, che la fontana dove muore il Freddo sia la stessa dove viene trovato moribondo Remo ferito da un poliziotto.
Se Non essere cattivo ci ha confermato il talento dei due protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Borghi, anche ne L’odore della notte Caligari ha confermato la sua capacità di scovare talenti: Mastandrea, Giallini e Tirabassi sono attualmente tra gli attori più noti e quotati del piccolo e del grande schermo

L’anno del dragone

LannodeldragoneYear of the Dragon
USA 1985 MGM
con Mickey Rourke, John Lone, Ariane Koizumi, Dennis Dun, Raymond Barry
regia di Michael Cimino

Dopo un eclatante omicidio, al capitano di polizia Stanley White viene affidata la zona di Chinatown in preda alla ribellione delle gang giovanili. White capisce subito che quella delle gang è un manovra per nascondere un sanguinoso cambio di potere ai vertici della triade e il poliziotto va allo scontro diretto con il nuovo capo Joey Tai lasciandosi una scia di morti alle spalle, moglie compresa..

Tornato a cinque anni dal flop de I Cancelli del Cielo, Cimino racconta la violenza della metropoli in un film che all’uscita, fu tacciato di razzismo e criticato dalla comunità cinese per l’immagine che dava di Chinatown.
Di certo la figura di White è estremamente scomoda per il personaggio protagonista di un film: alla bidimensionalità di un eroe degli anni ’80 (e non dimentichiamo che Cimino sceneggiò anche il secondo Callaghan) si unisce l’antipatia di un uomo che cambia il proprio cognome polacco nel più anonimo White, un quarantenne colto nel momento di una crisi sentimentale per cui tradisce la moglie con la giovane giornalista che sicuramente lo attrae ma di cui intende anche sfruttare l’appeal televisivo per condurre in porto la sua operazione di pulizia di Chinatown, un poliziotto pluridecorato che si muove ancor come un soldato, ossessionato dal Vietnam. Eppure è proprio l’assurda caparbietà di White che finisce per farci schierare dalla sua parte, la sua ostinazione che ovviamente non porta a nulla: eliminato Tai, figura per certi versi speculare a quella del poliziotto, tornano gli accordi sottobanco tra mafia e polizia, a White non resta che il nuovo amore in un happy end che sa di posticcio nel mondo dei losers tanto cari a Cimino.
Il regista dirige da par suo con i fish eye che deformano gli spazi, gli improvvisi scoppi di violenza che alterano il ritmo della pellicola: basti pensare all’addio tra Stanley e Connie che si trasforma nell’omicidio della moglie da parte dei sicari di Tai.

Yearofthedragon

Cimino anticipa un cinema che sta per arrivare prima dall’Oriente con i noir di Hong Kong, poi con Tarantino che ha sempre messo L’anno del Dragone tra i suoi film preferiti e tutta la sequenza al Crystal Palace, scenografia compresa, mi ha ricordato lo scontro con gli 88 Folli nello showdown finale di Kill Bill vol.I.

The Departed

Thedeparted USA 2006,
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg
regia di Martin Scorsese

Boston: nell’eterno scontro tra mafia e polizia si intrecciano le storie speculari di Colin Sullivan, poliziotto apparentemente modello, ma in realta’ corrotto: e’ la talpa del boss Frank Costello, mentre il giovane Billy Costigan, proveniente dai bassifondi della citta’ viene infiltrato nel piu’ stretto entourage del gangster per riferire direttamente al Capitano Quinnan..

Scorsese torna, con ottimi risultati, a cimentarsi con un tema a lui caro, le dinamiche della malavita, ma questa volta abbandona i familiari bassifondi newyorchesi per Boston dove ambienta la vicenda in seno alla mafia irlandese (che pero’ ha molti punti in contatto con quella italiana, tanto che il boss ha un nome tipicamente nostrano).
L’opera si ispira al primo capitolo alla trilogia noir di Hong Kong, Infernal affairs di Andrew Lau e Alan Mak per costruire un gioco di scatole cinesi, un rimando di specchi dove niente e nessuno e’ realmente quello che dice di essere, ma vive perennemente nella menzogna.
In questo mondo dove la bugia e’ all’ordine del giorno quello che conta sono le origini, le gesta dei morti, quei defunti citati nel titolo originale del film, un titolo che ha anche valenze anticipatorie della storia, rovinato, al solito, dalla infelice traduzione libera italiana.
Per questo motivo Colin Sullivan e’ il rappresentante ideale degli irlandesi buoni e volenterosi perche’ il padre ha sempre lavorato onestamente e poco importa se il figlio ha preferito lasciarsi irretire fin da ragazzino dal fascino perverso di Costello che lo incanta con il mito del denaro facile, viceversa Billy Costigan e’ il perfetto prototipo del ragazzo di strada dato che proviene da una famiglia che da sempre intrattiene rapporti con la mafia locale ed ha avuto il suo piu’ fulgido rappresentante nello zio, tirapiedi di Costello, trovato assassinato.
Il gioco di realta’ falsate diventa parossistico con le figure dalla psicologa fidanzata con Sullivan, che si occupa del rinserimento di Costigan (non restando insensibile al suo fascino): piu’ volte giustifica il bisogno di menzogne come unico modo per non ferire gli altri o evitare situazioni troppo complesse; anche la figura di Costello nasconde delle ombre imprevedibili e cosi’ quelle di tanti personaggi di contorno.
Che dietro questa stigmatizzazione della falsita’ ci sia un messaggio politico, una denuncia dei metodi disinvolti del governo americano e’ lampante, basta pensare alla “bugia” delle armi di distruzioni di massa che hanno giustificato la guerra ed e’ sottolineata dall’ultima immagine del film: un topo di fogna che insozza la meravigliosa vista sul Palazzo di Giustizia del lussuoso appartamento di Sullivan.
La regia secca e precisa di Scorsese e’ supportata da un cast stellare forse non sempre smagliante: se Di Caprio conferma ancora una volta il suo talento nella delineazione nervosa e fragile di Billy Costigan, Matt Damon non e’ sempre alla sua altezza nel dipingere l’antagonista Sullivan; Martin Sheen e’ misurato nei panni del Capitano Quinnan mentre, ho trovato eccessivamente sopra le righe, per un film cosi’ asciutto, la prova di Jack Nicholson che interpreta il boss Frank Costello.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Vendicami

Vendicami

Sulle sparatorie di Hong Kong
una volta volavano le colombe
oggi vola la rumenta.
Manco
Gomorra.
.
Sara’ contento Berlusconi

L’ex malavitoso Costello, ora ristoratore a Parigi, si reca a Macao, al capezzale della figlia Irene, unica sopravvissuta alla mattanza della sua famiglia voluta da un boss della triade. Irene da’ al padre qualche indicazione sommaria sugli assassini e gli chiede di vendicarla. Per mantenere la promessa, Costello ingaggia tre killer incontrati per caso che lo aiutano nella sua missione, ma il massacro del genero e dei nipoti di Costello era stato ordinato dal capo dei tre sicari che il francese ha assoldato..

Qualsiasi riflessione sulla vendetta vi venga in mente, implica sempre l’attesa e la lucida determinazione nel tenere a mente il torto subito. Ma che accade se la persona che medita vendetta soffre di una lenta ma inesorabile perdita di memoria? Costello, che deve convivere con una pallottola nel cranio che gli sta spegnendo i ricordi, si affida all’effimero appunto scritto sulle polaroid e con un po’ di fortuna riconosce dei simili per senso dell’onore a cui delegare la propria ritorsione. Quindi e’ una doppia richiesta quella sottintesa nel titolo del film, quella della figlia e quella di Costello stesso che i tre killer cinesi porteranno a termine in nome di una fratellanza appena nata; Frères e’ il nome del ristorante di Costello ceduto ai tre compagni di avventura.
Johnnie To avrebbe voluto Alain Delon per fargli vestire ancora una volta i panni di quel Frank Costello, faccia d’angelo de Le samurai di Melville, chiudendo definitivamente il cerchio che lega il noir di Hong Kong al polar francese. Delon rifiuta il ruolo e To ripiega sull’ex bello e maledetto di Francia, un Johnny Hallyday distrutto dal Botox credibilissimo nei panni del vecchio malvivente alle prese con un’ultima missione prima di scivolare serenamente nella demenza (i disastri della chirurgia plastica avvantaggiano piu’ gli uomini che le donne, tanto per cambiare!).

2046

2046 Nella Hong Kong degli anni ‘60 il giornalista Chow Mo Wan scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 nel quale convergono tutti i ricordi delle donne che hanno attraversato la sua vita.

Siamo di fronte a un film molto complesso da valutare, come e’ difficile spiegare cosa sia effettivamente il 2046 del titolo: un anno del futuro (quello in cui Hong Kong tornera’ definitivamente a far parte della Cina), il numero di una camera d’albergo che ritorna sempre (anche volutamente) nelle peregrinazioni del protagonista, il luogo dove confluiscono i ricordi e da cui non e’ possibile tornare nel romanzo di fantascienza che Chow sta scrivendo.
Sulla pellicola grava anche una genesi sofferta: idealmente sequel del bellissimo In the mood for love, il film si e’ staccato sempre piu’ dal precedente lavoro di Kar-Wai anche se il protagonista maschile mantiene lo stesso nome e svolge il medesimo mestiere.
La complessita’ della trama, e conseguentemente del giudizio, e’ dato dall’argomento trattato : Kar-Wai non sceglie di raccontare una vicenda personale ma di sviscerare un tema che ha sempre avuto un ruolo importante nella sua teoretica: la memoria.
E allora ecco una pellicola affascinate e coinvolgente, dove la logicita’ della trama puo’ avere degli scossoni, ma sfido chiunque a ricordare i fatti nella loro esatta consequenzialita’, soprattutto quando l’esperienza e’ a sua volta il tentativo di rivivere una vicenda gia’ passata, perche’ il segreto del protagonista e’ quello di aver amato e perduto una donna, Su Li Zhien, che tenta di ritrovare in tutte quelle che incontra dopo di lei.
Un film sul rimpianto, dunque? anche, ma non solo dato che nel romanzo che fa da contrappunto alle vincende sentimentali di Chow, il protagonista e’ l’unico ad esser ritornato da 2046, il luogo dove tutti i ricordi rivivono e da cui piu’ nessuno torna.

Seven Swords

7swords Cina, XV secolo: una nuova dinastia imperiale prende il comando della nazione e vieta la pratica delle arti marziali, pena la morte. Il generale Vento di Fuoco mette crudelmente in atto l’editto imperiale trasformando il suo esercito in cacciatori di taglie che uccidono donne e bambini. Ben presto si formera’ un alleanza di sette spadaccini con l’intento di fermare l’eccidio..

Tsui Hark e’ uno dei cineasti piu’ importanti della scuola di Hong Kong: regista e produttore, con le sue opere ha rivoluzionato il cinema orientale, soprattutto ai tempi della collaborazione con John Woo, dando vita a capolavori come The Killer e la triologia di A Better Tomorrow.
Dopo una parentesi piuttosto insoddisfacente con il cinema americano e’ tornato a lavorare in patria e questo suo ultimo film e’ stato scelto per aprire la 62° edizione della Mostra del Cinema di Venenzia attualmente in corso.
Il lavoro e’ un wuxia-pian (film di cappa e spada) che si rifa’ alla scuola classica del genere, cercando di evitare il piu’ possibile gli effetti speciali e gli acrobatici voli che tanto avevano stupito e affascinato ne La Tigre e il dragone o in Hero e puntando sull’impatto delle pure arti marziali che Hark sa gestire molto bene, in netto constrasto con le delicate scene di serenita’ bucolica.
Notelvole la potenza espressiva ricercata anche attraverso il rigore cromatico (eccelsa la scena di apertura virata tutta nei toni del grigio e rosso) dai colori meno saturi e vivaci, quindi piu’ naturali, di quelli a cui ci hanno abituato i lavori di Zhang Yimou.
Tsui Hark esula dall’eccesiva fedelta’ storica trasformando, grazie a trucco e tatuaggi, l’esercito di Vento di Fuoco in una mansada di pazzi dal look cyberpunk.
Purtroppo in alcuni momenti la storia sfugge di mano al maestro di Hong Kong diventanto di difficile e confusa comprensione per lo spettatore.
Bisogna premettere che nei progetti del regista questo e’ solo il primo capitolo di un’epopea composta da sei film, quindi e’ anche difficile giudicare un’opera cosi’ ambiziosa e complessa quale si potrebbe rivelare in futuro ma di certo alla pellicola in questione manca la cifra introduttiva che dovrebbe avere se la saga dovesse essere sviluppata per intero. Non ci si riesce ad affezionare ai personaggi, che restano un piccolo nucleo confuso che lotta contro il male, mentre le loro storie personali vengono appena accennate. Eccessivo anche le triangolazioni amorose che hanno come protagoniste tre donne combattute tra uomini diversi e spesso i sentimenti delle une o degli altri sono estremamente ambigui, cosa che puo’ risultare intrigante per l’economia filmica quando si tratta di una singola coppia ma che diventa motivo di ulteriore confusione quando si reitera in diversi rapporti.
In conclusione un lavoro di difficile comprensione, che merita una sospensione di giudizio, consigliabile solamente agli amanti del cinema orientale, ma poco adatto a chi si vuole avvicinare al genere per la prima volta.

36, Quai des Orfevres

Finalmente un poliziesco crudo, dove gli agenti non temono di
inzozzarsi con la melma dei bassifondi invece di analizzare tutto
attraverso asettici guanti di lattice; una sequela di facce inquietanti
che non farebbe piacere incontrare di sera per strada.. e a questo
punto la domanda sorge inevitabilmente spontanea: perche’ nel Bel
Paese, che pure vantava una tradizione non indifferente, il genere e’
diventato esclusiva della fiction tv, confinato in storielle insipide
che trasudano buoni sentimenti, solitamente ambientate in amene
localita’ turistiche e perennemente interpretate da attori bellocci e
signorine tutte curve?
…vabbe’ torniamo a parlare del film, che e’ meglio…

Parigi, una banda di criminali mette a segno impunemente diversi colpi a furgoni di trasporto valori; le due sezioni della polizia francese, investigativa ed anticrimine, di solito rivali, dovrebbero collaborare, ma in palio c’e’ la poltrona di direttore della gendarmeria che spettera’ al caposezione che per primo risolvera’ il caso: quali scorrettezze saranno disposti a compiere i due contendenti, amici in un passato ormai lontano, per ottenere questa carica?

Un film che risuscita un genere, il polar (il poliziesco francese) che stava languendo, riportandolo a livelli altissimi con un plot avvincente e complesso in cui si intrecciano storie di criminalita’, denuncia politica e sentimento. Non poteva essere altrimenti visto che Olivier Marchal, il regista, e’ un ex poliziotto che per quest’opera si e’ ispirato alla vita di Christian Caron (a cui il film e’ dedicato) suo superiore morto poco tempo prima di andare in pensione per un intervento non concordato di un altro dipartimento di polizia; ed uno dei momenti piu’ intensi del film e’ proprio la scena del funerale del poliziotto ucciso con gli uomini della sua sezione che voltano le spalle al feretro per contestare la presenza di colui che con la sua azione ha causato la morte del loro collega.
Ottima la prova del cast, anche Daniel Auteil e’ piuttosto credibile in un ruolo tutto azione che non parrebbe nelle sue corde, ma di certo Gerard Depardieu e’ in uno stato di grazia come non lo si vedeva da tempo: raggelato in questa maschera di sbirro disposto a tutto, recita soprattutto con gli occhi che, in alcune scene riescono veramente a bucare lo schermo.
Le contaminazioni con la scuola di Hong Kong sono evidenti: scene molto crude ed azioni rapide, pero’ il finale rispecchia una morale tipicamente occidentale: mentre in un poliziesco asiatico il protagonista avrebbe perso la vita per portare a termine la vendetta riacquistando cosi’ l’onore, qui l’uomo si ricorda di esser padre e decide di ricostruirsi un futuro con la figlia, tanto il destino riesce beffardamente a compiere il suo corso.
Un punto che andrebbe approfondito e’ quello della partecipazione di grandi aziende nella produzione filmica: nella pellicola e’ evidente una massiccia presenza della BMW che sicuramente avra’ offerto gratuitamente le automobili in cambio della visualizzazione del marchio, purtroppo nel film c’e’ un salto temporale di sette anni, quelli che il protagonista sconta in prigione prima di tornare a regolare i conti, e dato che la parte ambientata ai giorni nostri rappresenta una percentuale molto piccola della vicenda, la nuova BMW 530 e’ protagonista assoluta anche nella storia ambientata nel passato: questo non crea soltanto un “blooper” ma causa piuttosto un senso di straniamento cronologico, dato che la vettura e’ riconoscibilissima e il solo cambio del parco macchine avrebbe permesso di comprendere il salto temporale senza l’aggiunta di didascalie: questo e’ il prezzo che purtroppo il cinema europeo deve pagare per trovare i fondi per grosse produzioni.

Italia70: il cinema a mano armata

Il documentario e’ stato la punta di diamante della serata conclusiva del  festival  cinematografico di Gavi,
di cui e’ stato protagonista l’immarcescibile Claudio G. Fava con il
suo spirito caustico; anche Ottavia Piccolo, che nel corso della serata
ha ritirato un premio si e’ dimostrata persona squisita ed ironica.

CabiriaDa sottolineare come, con la donazione da parte dell’associazione
Museo Nazionale del Cinema di uno spartito originale delle musiche di Cabiria, composte da Manlio Mazza contenenti la Sinfonia del fuoco
di Ildebrando Pizzetti, il Museo del Cinema di Torino sia in possesso
di tutto il materiale concernente l’opera di Pastrone, dato che
recentemente ha acquisito anche l’eredita’ di casa Pastrone, scoprendo
materiali inediti sul film che rivoluziono’ la cinematografia mondiale
(ispiro’ D.W. Griffith per Intolerance): di queste scoperte il
direttore Barbera non ha voluto parlare ma il Museo sta lavorando
perche’ tutto possa essere pronto per creare uno degli eventi di Torino
2006.

Veniamo finalmente al documentario, che sara’ in rotazione su Sky
tutto il mese di ottobre, ad apertura di un ciclo sul genere
“poliziottesco” italiano.

Italia70Protagonista e’ Umberto Lenzi, maestro indiscusso dell’epoca che
racconta genesi e sviluppi del filone, recandosi anche sui luoghi che
trent’anni fa fecero da set ai suoi film.
Altri interventi importanti sono quelli di Enzo Castellari, noto
regista dell’epoca, di Ray Lovelock, attore oggi riciclato dalle
fiction ma che esordi’ in questi film, degli attori americani John
Saxon e Henry Silva che nei polizieschi italiani ebbero spesso ruoli da
antagonista per garantire la vendita sul mercato americano. Guest star
e’ Quentin Tarantino che spiega l’importanza che questi film ebbero
nella sua formazione.

Molto interessante e’ capire come nasce il genere: gli anni ‘70 sono
compresi tra la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Aldo Moro,
anni che videro il sorgere della lotta armata all’interno del Paese,
dove rapine e omicidi erano all’ordine del giorno e il cinema non fece
altro che ispirarisi a questa tragica realta’, questa genesi mi ricorda
quella del cinema horror americano che trovava le sue motivazioni piu’
profonde nella violenza della guerra del Vietnam come racconta il
documentario American Nightmare

La spericolatezza delle riprese, fatte di inseguimenti in mezzo
alle citta’, scene pericolose senza cascatori, di piccole bruciature
dovute alle cariche che simulavano le esplosioni di colpi di pistola,
ricorda invece gli action movie di Hong Kong, come sono raccontati
nella biografia di John Woo dove spesso la paura degli attori non era
solo simulata ma vissuta in prima persona.

Un documentario interessante, da non perdere che permette di conoscere meglio un filone del cinema italiano finora dimenticato.

Paycheck

Poster_lg02Un ingegnere informatico “affitta” periodi della sua vita a compagnie che lo
utilizzano per sviluppare progetti nati dallo spionaggio industriale, terminato
il lavoro la sua memoria viene ripulita perche’ egli stesso non possa rivendere
il materiale che ha creato. Un amico gli offre un lavoro piu’ lungo del solito:
tre anni della sua vita in cambio delle quote societarie, ma l’offerta nasconde
un trucco. e nel corso dei tre anni il protagonista si innamorera’ della bella
Rachel.


L’ultima fatica di John Woo e’ un action movie piu’ che dignitoso
ispirato a un racconto di Philip Dick: non so se i nomi di Rachel e Dekker
ricorrano anche nell’opera, ma credo siano piu’ un omaggio a Blade
Runner
.
Penso che la critica lo abbia accolto in maniera piuttosto fredda
perche’ il film non ci mostra il futuro in maniera cupa e angosciante, come
solitamente accade nelle opere tratte da Dick: Woo utilizza i toni del giallo
rosa di Once a Thief dove se non ricordo male c’era un inseguimento tra
auto e moto ben piu’ rocambolesco di quello che il regista mette abilmente in
scena in Paycheck, e forse i toni leggeri sono un escamotage per superare
i veti delle major americane sempre restie all’estremo sacrificio del
protagonista.
Ricorre l’eterna dualita’ tra bene e male che caratterizza
tutte le opere del maestro di Hong Kong, a cui va il merito di aver reso quasi
decente perfino la recitazione (?) di Ben Affleck, e scusate se e’ poco.

“auguri” a Nicholas Cage

FaceNicholas Cage compie 40 anni, sinceramente pensavo ne avesse
di piu’ vista la sua lunga filmografia.
Non capisco tutto il suo successo, il fatto che registi di indubbia fama lo
scelgano per i loro film: ha solo due espressioni, quella da pazzo che sfrutta
per i film d’azione e la faccia tristre che usa per impersonale l’uomo medio o
innamorato.
Qualcuno ha osato paragonarlo al nuovo James Stewart, ora ditemi
che ha una recitazione contenuta come quella di Bogart e il sacrilegio sara’
definitivo!
Chissa’ perche’ John Woo va pazzo per lui.. beh bisogna ammettere
che il genio di Hong Kong sa far far recitare perfino i sassi, speriamo che gli
riesca nuovamente il colpo con il protagonista del suo nuovo film, Ben Afflek,
intanto il trailer di Paycheck, film fantascientifico tratto dal
saccheggiatissimo Philip Dick e’ promettente e Uma Thurman e’, se possibile,
ancora piu’ bella che in Kill Bill.

                                        

                                             Paycheck