Living

GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood, Alex Sharp, Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris, Michael Cochrane, Zoe Boyle, Lia Williams, Richard Cunningham, Patsy Ferran, John MacKay, Robert Burton Hubele, Anant Varman, Jessica Flood
regia di Oliver Hermanus


Living


Un anziano burocrate scopre di essere malato di cancro e di avere ancora pochi mesi da vivere, decide così di provare a cambiare vita, dandosi alla bella vita in una località balneare ma sensa successo, casualmente reincontra una giovane impiegata nel suo ufficio che ha lasciato il lavoro e si avvicina a lei per cercare di capire il segreto della sua gioia di vivere; proprio durante una chiacchierata con la ragazza Mr Williams ha un’illuminazione: tornare a fare il proprio lavoro con la passione che ha perso negli anni, prende quindi a cuore la pratica di un parco per bambini chieda tempo rimbalzava tra i vari uffici comunali e ne fa la propria ragione di vita. Il suo entusiasmo scuote, anche se solo per breve tempo, i colleghi…



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Il remake del film Vivere di Akira Kurosawa che si era ispirato a un racconto di Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič vanta la sceneggiatura del premio nobel Kazuo Ishiguro autore del romanzo Quel che resta del giorno da cui James Ivory ha tratto l’omonimo film.
Il film è ambientato nella Londra del 1952, ancora segnata dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e dal rigido conformismo sociale: Mr. Williams è un vecchio caposezione di un ufficio pubblico londinese, vive in un sobborgo m come i suoi sottoposti ma pur prendendo tutte le mattine lo stesso treno non condivide il viaggio con loro. E’ vedovo da anni e vive nella casa di famiglia con il figlio e la nuora insofferente.
Quando scopre di avere pochi mesi di vita, l’uomo reagisce prelevando parte dei risparmi e trasferendosi in una località balneare per cercare di godersi gli ultimi mesi ma questa fuga non è consolatoria così torna alla vita quotidiana, cosciente della pochezza della sua esistenza: anche il legame con il figlio è poco più che formale e infatti non gli confida il suo stato di salute, preferisce farlo con Miss Harris, una giovanissima impiegata che ha lasciato l’ufficio per un lavoro più soddisfacente, la verve della ragazza ha sempre affascinato il vecchio capoufficio e ora che gli resta poco da vivere, Mr. Williams si lascia andare al piacere della sua compagnia anche se scopre che la ragazza lo aveva soprannominato Mr. Zombie. Williams capisce di essere stato per lungo tempo un “morto vivente” e si interroga su come sfruttare al meglio il poco tempo gli resta da vivere, si accorge di aver sempre voluto fare il lavoro che ha fatto, solo si è lasciato divorare dalla routine così torna in ufficio e prende a cuore la pratica di alcune mamme che chiedono la trasformazione di un angolo abbandonato del loro quartiere in un parco per bambini. Il burocrate riuscirà a far realizzare il parco e la morte lo coglie soddisfatto e amato, più di quanto non lo sia mai stato in vita sua. Anche i suoi sottoposti rievocando l’impresa di Mr. William giurano di seguire il suo esempio ma ben presto il tran tran riprende il sopravvento, l’unico a rimanere fedele all’insegnamento di Mr. Williams è Mr. Wakeling, l’ultimo assunto che si fidanza anche con la signorina Harris.
Vidi il film di Kurosawa troppo tempo fa per poter confrontare le due opere ma trovo nel minimalismo dell’opera di Hermanus un certo gusto giapponese o quantomeno orientale: il riuscire a trovare il senso della vita nelle piccole cose, coscienti che quel piccolo cambiamento non rivoluzionerà il mondo ma avrà comunque la propria utilità: la riconoscenza delle persone del quartiere e la ripresa dei mortiferi ingranaggi della burocrazia. Anche il trovare la propria ragione di vita fuori dalla famiglia è molto poco occidentale e una tematica cara a Ishiguro: per noi sarebbe più ovvio il tentativo di recuperare il rapporto col figlio, messo in ulteriore crisi dai pettegolezzi sul vecchio Williams e la sua giovane amica.

La traversata di Parigi

La Traversée de Paris
Francia 1956
con Jean Gabin, Bourvil, Jeannette Batti, Georgette Anys, Robert Arnoux, Monette Dinay, Louis de Funès, Myno Burney
regia di Claude Autant-Lara


La traversee de Paris


Nella Parigi occupata dai nazisti, l’ex tassista Marcel Martin tira a campare facendo la borsa nera. La notte in cui deve attraversare Parigi con un maiale macellato di nascosto e stipato in quattro valige, il suo complice non si presenta all’appuntamento perchè è stato arrestato. Martin accetta l’aiuto di uno sconosciuto, tale Grandgil solo perché crede sia uno spasimente della moglie e preferisce controllarlo. Tra mille peripezie, cani che inseguono le valigie dal succulento odorino, ronde da evitare, bombardamenti, Martin scoprirà che l’estroso compagno è in realtà un pittore di successo che ha deciso di seguirlo per provare il brivido del rischio. Catturati dai tedeschi, Grandgil viene riconosciuto dall’ufficiale che ammira il suo lavoro, il pittore vorrebbe intercedere anche per il compagno ma non fa in tempo e Martin viene spedito in un campo di prigionia, si ricontreranno casualmente alcuni anni dopo: l’artista azzimato sale su un treno e nel facchino riconosce il vecchio compagno di una notte di avventure.



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Il regista Autant-Lara s’ispira all’omonimo racconto di Marcel Aymé ma ne sfuma i toni tragici in una commedia cinica e amara: nel racconto Martin uccide il ricco pittore mettendo in scena uno scontro di classe mentre nel film i due compagni di avventura diventano quasi amici e il regista preferisce sottolineare cinicamente l’ineluttabilità del destino, anche nei momenti più drammatici della Storia c’è chi può permettersi di giocare con la sorte e chi è predestinato al ruolo di vittima.
Il film fece piuttosto scalpore all’epoca perché mostra un lato piuttosto inconsueto della Francia sotto l’occupazione nazista: non c’è nessun atto eroico solo un popolo rassegnato e affamato che cerca di sopravvivere, ogni incontro dei due protagonisti è con personaggi che pensano solo alla propria sopravvivenza, anche la ragazza che sogna di aiutare dei sovversivi non si scompone quando scopre che i due fuggitivi che ha nascosto nell’androne stanno praticando la borsa nera.
Persino Jean Gabin recita in un ruolo insolito: l’attore simbolo del cinema del Fronte Popolare ha spesso vestito i panni dell’omicida o del fuorilegge ma le sue gesta erano giustificate dal fato avverso o da una legge morale superiore a quella umana, ne La traversata di Parigi è una simpatica canaglia che agisce per noia, la certezza di essere un privilegiato sta alla base del suo atteggiamento sbruffone che spesso rischia di far scoprire lui e il compagno fino alla cattura quando ormai sono arrivati a destinazione. Anche il suo tentativo di far scarcerare Martin nasce da un impulso di amicizia per l’avventura che li ha legati, certamente una buona azione ma la superficialità dell’artista resta evidente.
Il film fu girato ricostruendo gran parte degli esterni parigini in studio, fondamentalmente per questioni di budget comunque l’effetto è notevole: una Parigi appena accennata che emerge a fatica dal nero più cupo, metafora del momento più buio della sua storia recente.

Il prato macchiato di rosso

Itala 1975
con Marina Malfatti, Enzo Tarascio, Daniela Caroli, Georg Willing, Nino Castelnuovo, Lucio Dalla, Claudio Biava, Dominique Boschero, Barbara Marzano
regia di Riccardo Ghione



Il prato macchiato di rosso


Mentre l’investigatore di un’agenzia internazionale scopre che alcune bottiglie di vino in realtà contengono sangue, nella provincia di Piacenza, un ricco ragazzotto raccoglie prostitute, zingare, ubriaconi e hippies per ospitarli a casa della sorella e del cognato. Il trio ospita la “feccia della società” per ucciderli senza suscitare clamore e utilizzarne il sangue ma mentre il dottor Genovese vorrebbe usarlo per creare un superuomo, la moglie più prosaicamente lo rivende a peso d’oro nei paesi in guerra. Il poliziotto arriverà per salvare almeno due delle tante vittime.


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Bizzarro e sconclusionato horror dalle venature fantascientifiche che nella sua assurdità diventa persino affascinante anche se non c’è mai un brivido di paura.
Come dice una vecchia locandina è l’unico film girato interamente a Fiorenzuola: la provincia piacentina, il tema del vino anticipano in parte le tematiche del gotico padano che l’anno successivo avrebbe avuto il suo momento di gloria con La casa dalle finestre che ridono.
Se vogliamo inserire la pellicola in una categoria horror potremmo dire che rappresenta un’evoluzione del vampirismo: il robottone costruito da professor Genovese ha un lungo braccio uncinato che preleva tutto il sangue della vittima imbottigliandolo per gli usi più beceri della pazza famiglia: nel suo delirio nazistoide Genovese vorrebbe creare un superuomo di stampo ariano ma non se ne vedono i risultati nonostante la visita offerta alla ragazza hippie del laboratorio. La moglie Nina e suo fratello Alfiero preferiscono rivendere il sangue spedendolo come bottiglie di Gutturnio nelle zone di guerra dove il liquido non ha prezzo. La critica sociale è chiara tanto che a salvarsi sono solo i due giovani hippies che nella scena finale riprendono a il loro girovagare incuranti della brutta avventura.
Del tutto inconsistente la trama dell’indagine dell’agente dell’UNESCO, la fantomatica agenzia antifrode internazionale che non ha nulla a che fare con l’organizzazione culturale che tutti conosciamo, Nino Castelnuovo procede sicuro verso la destinazione finale, la villa dei Genovese, dove sbaraglia con ben poca fatica l’aitante Alfiero armato di fucile e il resto della famiglia.



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Nonostante siano più i difetti che i pregi della pellicola, ci sono alcune scene che potrebbero essere anche citazioni colte, ad esempio il festino nella camera con gli specchi deformanti in cui si entra attraverso un tendone-vagina di cui ridono persino gli ospiti, potrebbe essere solo un’idea per aggirare la censura ma poi mi è venuto in mente il lavoro del fotografo André Kertész sulle distorsioni allo specchio e anche l’odio che Nina ha verso lo stravagante marito, in una battuta mi ha richiamato alla mente niente meno che Madame Bovary, l’episodio dello storpio: anche Nina è zoppa ma durante la cena fissando il marito ricorda che anche lei una volta correva benissimo: un’allusione alla scarsa abilità medica di Genovese che rimanda a quella di Charles Bovary?
Resta buona la prova attoriale del malefico trio e anche quella stralunata di Lucio Dalla nei panni del barbone ubriaco ma abbastanza lucido da rendersi conto per primo delle stranezze della villa. Il cantante firma e interpreta anche la canzone omonima, colonna sonora dei titoli di testa e di coda.

Marcel the Shell

Marcel the Shell with Shoes On
USA 2021
regia di Dean Fleischer Camp


MarcelTheShell


Mardel è un gasteropode che vive con la nonna Connie in una casa messa in affitto su Airbnb dopo che la coppia che l’abitava si è separata. Dean, un cineasta che ha affittato la casa si accorge della conchiglia con le scarpe e inizia a girare un documentario su di lui, scoprendo che la separazione della coppia ha causato anche la perdita della comunità di Marcel: le altre conchiglie sono finite nella valigia dell’uomo che ha lasciato la casa. Il documentario inizia ad avere successo e Marcel spera di poter sfruttare l’inaspettata fama per ritrovare il resto della sua famiglia ma i fan dei social si limitano a aggirarsi attorno alla casa di Marcel per fare i selfie, causando anche un incidente a nonna Connie. Arriva anche una chiamata da 60 minutes, il programma preferito di Marcel e Connie ma preoccupato per la salute della nonna, la piccola conchiglia rifiuta di farsi intervistare, Connie allora finge di essersi ripresa per far sì che Marcel partecipi al programma, sarà la loro ultima avventura ma dopo qualche mese arriva la buona notizia e Marcel ritrova la sua comunità anche se la felicità resta una questione strettamente personale…



Marcel the shell


Paradossalmente quella di Marcel potrebbe essere una storia vera: non ho ancora 60 primavere ma mi ricordo benissimo di piccole lumachine dalla conchiglia a spirale allungata proprio come quella di Marcel che vivevano sotto gli arbusti e che sono state le prime vittime dell’inquinamento, infatti non le ho mai più viste dall’inizio degli anni ’80. La voglia di ritrovare questo ricordo d’infanzia mi ha riportata al cinema senza sapere nulla della fama sul web della “conchiglia con le scarpe”: il lungometraggio nasce sulla scia di tre corti virali che il regista ha realizzato tra il 2010 e il 2014 con l’allora compagna Jenny Slate, voce originale di Marcel anche nel lungometraggio.
Il mockumentary sulla bizzarra creatura parte mostrando l’ingegno che Marcel e Connie devono usare per sopravvivere alla perdita della comunità; un frullatore legato al ramo dell’albero fa cadere i frutti che ai tempi felici della vita in comune sarebbe stato scosso dalle altre conchiglie; Marcel vive in una camerfetta perché il letto della sua cameretta è composto da due fette di pancarré mentre nonna Connie è diventata un’abile giardiniera e ha stretto un legame molto forte con gli insetti del giardino. Tutto divertente, con bellissimi giochi di messa a fuoco che fanno la gioia degli amanti della macro tra stop motion e sfondi reali, ma un senso di malinconia e tragedia pervade impalpabilmente le interviste, fino a quando si svela il dramma che ha segnato la vita di Marcel, la rottura della coppia che abitava la casa ha segnato la dispersione della sua famiglia e della sua comunità: le piccole conchiglie che per sfuggire alle liti dei fidanzati si riparava nel cassetto dei calzini, vengono rovesciati in valigia e se ne vanno con l’uomo mentre Marcel e la nonna guardavano il loro programma preferito, quel 60 minutes che riunirà Marcel alla sua famiglia.
La decisione di pubblicare sul web le interviste a Marcel, portano una fama inaspettata quanto inutile: la diretta in cui Marcel chiede espressamente aiuto per ritrovare la sua famiglia ha successo ma resta letteralmente inascoltata, una pioggia di cuori e stelline ma nessuno si interessa al dramma del protagonista anzi i “fan” riescono a trovare l’abitazione della conchiglia che diventa meta per i selfie senza rispetto per i minuscoli abitanti e infatti l’unico giorno in cui Marcel è fuori casa la nonna rischia di restare travolta dall’ondata di ammiratori. Una visione realistica ma forse un po’ troppo pessimistica dei social, è vero che ci accontentiamo di una parvenza di amicizia virtuale sul web ma affidare ancora il ruolo risolutore a uno storico programma tv, (una via di mezzo tra Chi l’ha visto e C’è posta per te, mi par di capire) non mi sembra una presa di posizione così indie.
Toccante la parte finale del film con la nonna che si finge guarita pur di convincere Marcel ad affrontare la vita invece di chiudersi per paura di perdere quel poco che gli è rimasto, i mesi di solitudine dopo la morte di Connie con l’unico conforto dell’amicizia di Dean e poi il ritrovamento dei parenti grazie alla struttura più solida e giornalistica del medium televisivo, un film d’animazione si fermerebbe al lieto fine e Marcel the shell sarebbe un ottimo film anche così ma la coda finale è forse il tocco più umano, realistico e innovativo dell’opera: nonostante la gioia del ritrovamento dei genitori e della numerosa famiglia, Marcel non può più rinunciare alla sua solitudine e così si ritaglia uno spazio tutto per sé scoprendo di essere in connessione con l’intero universo, continua anche il legame con Dean che ha trovato una nuova casa e probabilmente un nuovo amore: la vita continua ma soprattutto cambia.

Ricomincio da tre

Italia 1981
con Massimo Troisi, Lello Arena, Fiorenza Marchegiani, Jeanne Mas, Marco Messeri, Michele Mirabella, Marta Bifano, Michetta Farinelli, Carmine Faraco, Vincent Gentile, Marina Pagano, Renato Scarpa, Giuliano Santi, Deddi Savagnone, Lino Troisi
regia di Massimo Troisi


Ricomincioda3


Gaetano decide di lasciare Napoli per trasferirsi a Firenze da una zia, qui incontra Marta, dottoressa in un centro d’igiene mentale e inizia una relazione con lei, quando la ragazza rimane incinta senza sapere chi è il padre, Gaetano decide di accettare la paternità

Il debutto alla regia di Troisi è sicuramente debitore al suo passato televisivo nel gruppo comico de La Smorfia soprattutto la prima parte è un po’ una successione di sketch che s’inanellano uno con l’altro facendo procedere la storia ma come Gaetano vuole girare il mondo per crescere, anche il film evolve e sia regia che sceneggiatura si fanno più sicuri nel procedere. L’inizio ha il sapore di una quinta teatrale anche anche se rappresenta tutta la tragicità della Napoli ferita dal terremoto, nella trasferta fiorentina invece gli esterni sono reali e riconoscibilissimi pur evitando l’effetto cartolina.
Un altro punto di vista interessante espresso dal film è il rapporto con la napoletanità: il fatto che il napoletano non possa viaggiare per piacere o per curiosità ma debba per forza emigrare è uno dei tormentoni più divertenti e innovativi del film, Troisi però non risparmia qualche stoccata alla tradizione soprattutto nella scena del matrimonio della sorella, la rappresentazione della tradizione più stantia e superficiale che spinge Gaetano a fare ritorno a Firenze.
Molto importante, e lo sottolinea il critico cinematografico Brunetta, lo sguardo sul femminile: Marta è una classica ragazza dei tardi anni’70 femminista, indipendente e disinibita, culturalmente predisposta alla coppia aperta anche se poi quando s’innamora si trova ad affrontare sentimenti che credeva superati come la gelosia. La timidezza di Gaetano non può che farlo soccombere davanti a un femminile così risolto e anche se molto brevemente e con il sorriso il personaggio di Troisi si trova ad affrontare tutti i sentimenti che il maschilismo atavico (non certo solo meridionale) gli ha inculcato eppure ha la forza di riconoscerli e superarli, cosa che il patriarcato contemporaneo non è più in grado di fare cedendo all’orrore del femminicidio.
Divertente ritrovare nel cast diversi personaggi che hanno avuto fortuna televisiva: Lello Arena spalla di Troisi anche ne La Smorfia, è il petulante amico di Gaetano, la sorella è Cloris Boschi, la zingara della Luna Nera di un game di qualche decennio fa, Fiorenza Marchegiani è stata la matriarca della soap di Canale 5, Vivere e non ha bisogno di presentazioni la carriera televisiva di Michele Mirabella che nel film è il depresso con manie suicida che carica l’autostoppista Gaetano e poi si fa accompagnare al centro d’igiene mentale dove avviene l’incontro con Marta.

La scala musicale

The Music Box
USA 1932, MGM
con Stan Laurel, Oliver Hardy, Billy Gilbert, Lilyan Irene, Sam Lufkin, Hazel Howell, Charlie Hall
regia di James Parrott


Themusicbox


Una signora compra una pianola meccanica per fare una sorpresa al marito, la consegna viene affidata alla ditta di Stanlio e Ollio che scoprono che la residenza si trova in cima a una ripida e stretta scalinata. Il trasporto sarà complicato da alcuni incontri che fanno scivolare la pianola al punto di partenza. Dopo altri inconvenienti i nostri trasportatori arrivano a destinazione ma non trovando nessuno in casa, decidono comunque di entrare distruggendo gran parte dell’arredo. A quel punto arriva il proprietario che Stanlio e Ollio avevano già incontrato durante la salita, che da in escandescenze perché odia le pianole ma dovrà tenersela per far felice la moglie che ha scoperto il che il regalo non è stato gradito.

Jolanda, la figlia del Corsaro Nero

Italia 1953, Lux
con May Britt, Marc Lawrence, Renato Salvatori, Barbara Florian, Umberto Spadaro, Guido Celano, Ignazio Balsamo, Joop van Hulsen, Domenico Serra, Marga Cella, Amedeo Deiana, Gianni De Montero, Alberto Sorrentino, Gianni Luda, Pina Piovani, Ettore Jannetti, Felice Minotti, Ubaldo Lay, Piero Capanna, Umberto Aquilino, Silvio Bagolini
regia di Mario Soldati


Jolanda la figliadel corsaronero


Una carovana di zingari trova un uomo stremato, Sam, con una bambina e li accoglie offrendogli di lavorare con loro. Sam mette una particolare attenzione nel coltivare le abilità cavallerizze e spadaccine della bambina, il perché verrà rivelato dall’uomo in punto di morte dopo aver aiutato la ragazza a salvare la figlia del governatore dall’attacco dei briganti. Jolanda scopre così di essere la figlia del Corsaro Nero, unica erede dei suoi beni usurpati da Van Guld, ora conte di Medina e governatore di Maracaibo.
La ragazza ritrova Ben Stiller e Agonia, fedeli compagni del padre e con loro chiede l’aiuto degli altri pirati per ottenere la sua vendetta. Il pirata Morgan che ora combatte sotto la bandiera inglese, accetta di aiutare Jolanda di cui s’innamora a prima vista il figlio Ralf. Van Gould con uno stratagemma politico riesce a far recedere Morgan dall’intento e a condannare a morte tutta la Filibusta. Jolanda allora usa il suo ascendente su Consuelo che l’aveva scambiata per un ragazzo, per rapirla e ricattare così Van Gould ma viene catturata e viene scoperta la sua vera identità, Morgan però la salva e mentre Van Gould finisce su una nave di lebbrosi, Jolanda ritrova il tesoro di famiglia e l’amore di Ralf.



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Jolanda, la figlia del Corsaro Nero tratto dall’omonimo romanzo di Salgari, è il film più famoso sui corsari della cinematografia italiana, diretto da Mario Soldati che lo girò in contemporanea con I tre corsari. La fama la deve probabilmente al gioco sull’identità sessuale della protagonista cresciuta come un maschio e scambiata per un ragazzo sia dai nemici che dalla romantica Consuelo, giocando ironicamente sul classico topos salgariano dell’amore tra l’eroe e la figlia/protetta del suo acerrimo nemico.
Purtroppo il film è invecchiato male e anche i tocchi ironici e pruriginosi oggi sono più che risibili: quando Jolanda viene catturata viene legata con catene che s’incrociano sul petto e già da lì non capire che fosse una ragazza risulta poco credibile, viene frustata prima sul petto e la macchina da presa si sposta su una statua di Cristo incatenato come la protagonista su cui si riflettono le ombre della fustigazione e ancora il vilain non capisce il sesso del nemico, solo dopo averla fatta frustare sulla schiena e strattonando la camicia lacerata che lascia intravedere un seno della protagonista scopre la vera identità di Jolanda: probabilmente ai tempi tutta questa costruzione parodiava scene di film di cappa e spada oggi risulta poco credibile e noiosa.



Jolandalafiglia del corsaronero


Il film segna il debutto dell’attrice svedese May Britt, lanciata come la nuova Garbo, l’attrice ebbe poi anche una carriera americana e fece scalpore il suo matrimonio con Sammy Davis Jr. in un’epoca in cui i matrimoni interraziali erano proibiti negli USA. Pur celando dietro un ironico quanto algido sorriso la propria identità femminile, la Britt è ben lontana dall’ambiguità della Garbo ma per un film a basso costo italiano l’esordiente è stata più che perfetta, flirtando discretamente con la svenevole Consuelo e subentrando nelle mosse finali delle scene di cappa e spada, anche questo un modo per rileggere ironicamente il genere.
La scena che mi è veramente piaciuta è quella in cui il conte di Medina scopre di essere sulla nave dei lebbrosi: le atmosfere e il trucco delle comparse si fanno gotiche, genere più consono al cinema italiano e anche ai miei gusti personali.

Un posto al sole

A Place in the Sun
USA 1951 Paramount
con
Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Shelley Winters, Anne Revere, Keefe Brasselle, Fred Clark, Raymond Burr, Herbert Heyes, Shepperd Strudwick, Frieda Inescort, Kathryn Givney, Walter Sande, Ted de Corsia, John Ridgely, Lois Chartrand, Paul Frees
regia di George Stevens



A place in the sun


George Eastman raggiunge lo zio ricco nella speranza di fare carriera nella sua azienda, benché trattato con disprezzo dal resto della famiglia, viene assunto. Le regole nell’azienda di costumi Eastman sono ferree e vietano i rapporti tra i colleghi ma George stringe una relazione con l’operaia Alice che rimane incinta. Nel frattempo George riesce davvero a fare carriera e a una festa a casa dello zio conosce la bellissima e ricca Angela Vickers che s’innamora di lui, a George non resta che liberarsi di Alice che pretende un matrimonio riparatore, pianifica quindi di ucciderla ma poi gli manca il coraggio di portare a termine il piano omicida, una caduta accidentale di Alice gli risolve il problema ma non lo salva dalla sedia elettrica.



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Un classico del cinema a stelle e strisce che sottolinea la profonda ambiguità morale della società americana, non a caso Charlie Chaplin lo definì “il più grande film mai realizzato sull’America” e Un posto al sole ci racconta il grande mito americano, l’opportunità per tutti di avere successo con il lavoro ma ce ne mostra anche il lato oscuro e va ricordato che il romanzo a cui s’ispira il film, Una tragedia americana di Theodore Dreiser, prendeva spunto da un fatto di cronaca.
L’impronta iniziale del film è quella del genere noir: un giovane attraversa gli States in autostop e si volta sorridendo verso un cartellone di costumi da bagno, scopriamo che l’azienda è la sua destinazione, dove viene assunto alla catena di montaggio unico uomo tra diverse operaie e a George è stato ribadito di non stringere legami con loro, ma il caso ci mette lo zampino e un giorno al cinema, George e Alice, l’operaia con cui c’erano stati solo timidi sorrisi si ritrovano seduti vicini e iniziano a frequentarsi: per Alice George rappresenta quello che per il ragazzo è Angela Vicker, la bella ragazza ricca amica dei suoi cugini che non lo ha neanche notato il giorno che è andato a presentarsi dallo zio. Anche se fa un lavoro umile, George ha un cognome importante che sicuramente gli aprirà le porte all’interno dell’azienda come puntualmente avviene e Alice si fa più insicura per le nuove conoscenze che il fidanzato può fare ed infatti al secondo incontro Angela nota il giovane cugino dei suoi amici e attacca bottone, ben presto i due s’innamorano e la rappresentazione dei loro sentimento è ben più coinvolgente delle tristi passeggiate tra Alice e George che devono nascondere il loro sentimento per non perdere il lavoro: Angela e George sono sempre abbracciati, si baciano.. sono la rappresentazione stessa della passione, a sottolineare che per George la ragazza è più di un simbolo di uno stato sociale superiore da raggiungere.
Il dramma si compie con la gravidanza di Alice e Un posto al sole affronta, anche se in maniera indiretta, il tema scabroso dell’aborto e già così la scena fu attenzionata dalla censura, comunque è interessante notare come ancora una volta il colloquio col medico abbia come tema principale il denaro, e più che a pensare alle gioie della maternità, il dottore incita Alice ad affrontare i sacrifici economici che ora le paiono insormontabili ma che riuscirà a risolvere con impegno e spirito di sacrificio, fino a quando la ragazza sbotta e confessa di non essere sposata e allora il medico la invita a chiedere aiuto alla famiglia d’origine.



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Interessante come il regista ci mostri il pensiero dell’omicidio farsi strada nella mente di George: nello studio dello zio c’è un quadro che rappresenta l’Ofelia di Millais, parlando del lago Angela racconta di un incidente accaduto l’anno precedente dove una coppia è caduta nel lago e uno dei due corpi non è neppure stato ritrovato, tutto sembra facile e quando Alice, scoperto dalle cronache mondane che il fidanzato è l’accompagnatore ufficiale delle vacanze della bella ereditiera, raggiunge la località di vacanza pronta a fare uno scandalo pur di riprendersi George, all’uomo non resta che mettere in atto il piano omicida.
La gita serale sul lago si trasforma in una scena quasi horror dove la bellezza del lago Tahoe, classica ambientazione degli esterni hollywoodiani, si trasforma in un luogo cupo e mortifero mentre Alice comprende che George non l’ama più e vorrebbe solo liberarsi di lei, una Alice finalmente comprensiva compassionevole che però non sfugge al destino di morte cadendo accidentalmente dalla barca. Non vediamo cosa accade in acqua, se Geroge tenti di salvare la donna o la lasci al suo destino, vediamo solo l’uomo uscire dal lago e infilare una serie di errori che porteranno ben presto la polizia sulle sue tracce e lo faranno arrestare proprio quando i Vickers hanno accettato che la figlia frequenti il ragazzo di umili origini.
Il film si trasforma in una pellicola giudiziaria con l’entrata in scena del procuratore Marlowe, determinato a mandare il giovane Eastman alla forca e ci riuscirà anche se non è ben chiaro se il proposito omicida del protagonista si sia concretizzato, in fondo George viene condannato a morte per non aver saputo essere prudente, per aver voluto tutto e non essere stato in grado di saper fare le scelte giuste al momento giusto, insomma per non aver rispettato le regole di duro impegno del sogno americano, o forse solo per non essere stato abbastanza furbo da nascondere meglio le sue responsabilità.

La donna eterna

She
USA 1935 RKO
con Helen Gahagan, Randolph Scott, Helen Mack, Nigel Bruce, Gustav von Seyffertitz, Lumsden Hare, Samuel S. Hinds, Noble Johnson
regia di Lansing C. Holden e Irving Pichel



She


L’aitante Leo Vincey viene chiamato al capezzale dello zio che gli rivela il segreto di famiglia: secoli prima un loro antenato si era avventurato in terre sperdute trovando l’elisir dell’eterna giovinezza, però solo la moglie era tornata dalla spedizione. Il vecchio scienziato affida al nipote il compito di continuare le ricerche assieme al suo assistente, il professor Horace Holly. I due partono per la Siberia e qui trovano solo un vecchio avido disposto a far loro da guida, assieme a Tugmore parte con loro anche la figlia Tanya. L’avidità della guida causa una valanga da cui Vincey, Holly e Tanya si salvano a stento infilandosi in una grotta che sembra portarli in un mondo lontani, vengono assaliti da dei cannibali ma salvati da dei soldati: è l’esercito di She, Colei che si deve obbedire, divina sovrana della città di Kor. Appena la donna vede Leo Vincey lo crede il vecchio amante redivivo, che secoli prima aveva ucciso per gelosia. She fa di tutto per sedurre Leo che però si sta innamorando di Tanya, la regina vuole condividere con Leo il segreto della sua eterna giovinezza ma gli tace che il rito prevede il sacrificio di Tanya. Leo la salva e nella fuga Leo Tanya e Holly arrivano nella sala della fiamma eterna dove la regina entra più volte rinunciando all’immortalità per spegnersi come una vecchia mummia.



La donna eterna


La donna eterna, tratto dal romanzo omonimo (She) di H. Rider Haggard è una classica poduzione Merian C. Cooper che definì la pellicola il peggior film che avesse mai fatto, nonostante questo il film ha avuto due remake, nel 1965 e nel 1982.
La donna eterna si credeva perduto, bruciato in un incendio dei magazzini della RKO invece una copia fu ritrovata nel garage di Buster Keaton. L’opera è stata restaurata e colorizzata perché il progetto nasceva in technicolor ma i problemi della casa di produzione portarono a girarlo in bianco e nero.



She ladonnaeterna


Per quanto il produttore non lo amasse, il film rispecchia il suo immaginario fantastico con la spedizione che si trova a contatto con una realtà aliena, il gigantesco gorilla di King Kong, il folle proprietario dell’isola de La pericolosa partita, l’oggetto sessuale qui però non è la donna ma forse per la prima volta il belloccio Randolph Scott che si destreggia a fatica tra la prolissa Tanya e l’altera e immortale regina di Kor.



La donnaeterna


Forse il cast è l’elemento più debole della pellicola: Nigel Bruce, noto Watson cinematografico, che non si accorge, come i compagni, del resto, che i cannibali non sono per nulla amichevoli e il paiolo incandescente viene preparato per essere un “simpatico” ornamento della sua testa è solo risibile senza nessuna venatura spaventevole.
Entusiasmante invece il reparto scenografico di chiara matrice deco in grado di ricostruire un’opulenta citta nascosta e creare fantastici balletti che preludono al cruento destino a cui Tanya si sottopone spontaneamente per amore; e al look di Colei a cui si deve obbedire si ispira la Regina Cattiva della Biancaneve disneyana.

Poltergeist – Demoniache presenze

Poltergeist
USA 1982 MGM
con JoBeth Williams, Craig T. Nelson, Beatrice Straight, Dominique Dunne, Oliver Robins, Heather O’Rourke, Michael McManus, Virginia Kiser, Martin Casella, Richard Lawson, Zelda Rubinstein, Lou Perryman, Clair E. Leucart, James Karen, Dirk Blocker, Allan Graf, Joseph Walsh
regia di Tobe Hooper



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Steve Freeling è un agente immobiliare di successo che vive nel complesso residenziale appena costruito che deve vendere. E’ anche il padre amorevole della sua famiglia composta dai tre figli e dalla moglie Diane. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando i genitori scoprono la figlia più piccola, Carole Anne, ipnotizzarsi e dialogare con un canale televisivo che non trasmette. Iniziano strani fenomeni paranormali che culminano con il vecchio albero dinnanzi alla stanza dei due fratellini minori rapire Robbie, cercando di ingoiarlo nel tronco. Mentre tutta la famiglia è impegnata nel salvataggio del ragazzino, Carole Anne scompare misteriosamente e riesce a comunicare con la famiglia solo attraverso il canale televisivo. I Freeling si rivolgono a degli studiosi di parapsicologia ma solo l’intervento di una bizzarra medium nana riuscirà a far tornare la bambina nella nostra dimensione, tutto sembra risolto ma l’ultima notte di pernottamento nella casa di Cuesta Verde si rivelerà la peggiore per la famigliola, chiarendo perché i morti sono così arrabbiati…


Poltergeist


Un classico dell’horror anni’80 che nasce dall’incontro di due artisti molto diversi: il crudo Tobe Hooper alla regia e Steve Spielberg con la sua attenzione allo sguardo stupito dell’infanzia nel ruolo di produttore e sceneggiatore.
Diviso in due dall’intervento dei parapsicologi e della medium Tangina, la prima parte del film rispecchia le tematiche spilberghiane mentre la parte finale con lo scatenarsi delle forze demoniache è più vicina al mondo di Hooper che, a quanto raccontò per l’uscita del film, nell’adolescenza ebbe esperienze dirette di fenomeni poltergeist.
Poltergeist ebbe due sequel nel 1986 e nel 1988 e un remake nel 2015, numerose son le citazioni in diversi programmi televisivi, dai Griffin fino a Casa Vianello ed è facile capire perché: le scene iniziali rappresentano la classica famiglia americana da sit-com: figlia maggiore adolescente insofferente alle regole domestiche, i piccoli di casa irrequieti ma adorabili, madre perfetta e sempre presente, padre di successo ed amorevole, nucleo famigliare ovviamente perfettamente inserito nel vicinato che viene guardato con superiore bonomia.
Vedendo le riprese del complesso residenziale di Cuesta Verde non si può non pensare ai quartieri pastello che il decennio successivo Tim Burton avrebbe scelto come abitazione dei mostruosi persecutori dei suoi freaks: all’inizio degli anni’80 sono ancora abitate da famiglie ingenuamente felici, inconsapevoli vittime dei televisori che sono presenti in ogni stanza e della lettura di biografie di Reagan e frutto dell’avido edonismo reaganiano è il motivo che scatena la furia dei morti: il complesso residenziale è sorto su un vecchio cimitero ma per risparmiare il costruttore ha spostato solo le lapidi lasciando i cadaveri sottoterra e li vedremo emergere nella sarabanda finale nella fanghiglia della fossa che dovrà ospitare la piscina.
Interessante come il buon Spielberg, prossimo alla santificazione degli Oscar per ‎The Fabelmans non si sia comportato in maniera molto diversa dall’imprenditore che stigmatizza nella pellicola: gli scheletri usati per la scena in piscina sono veri, del resto costavano meno di quelli di plastica… chissà se la maledizione che pare gravare sulla saga e soprattutto sul primo film deriva dall’ira di quei corpi bistrattati? Morti violente e premature perseguitano infatti i protagonisti del film: l’attrice che ha interpretato Carole Anne è scomparsa a soli dodici anni poco prima della fine delle riprese del terzo film, Dominique Dunne che interpretava la sorella maggiore è stata vittima di femminicidio nel 1982, l’attore Lou Perry è stato vittima di morte violenta e altre morti improvvise hanno coinvolto altri personaggi o componenti della troupe.
Intanto il buon Lucas che curava gli effetti speciali con la sua Industrial Light & Magic dissemina la stanza dei bambini con il nascente merchandising di Guerre Stellari: poster di Dart Fener e giubbotto con Chewbecca però alla televisioni passano le immagini di Joe il Pilota di cui Spielberg avrebbe diretto il caramelloso remake Always – Per sempre nel 1989.