La cripta e l’incubo

Italia 1964
con Christopher Lee, José Campos, Adriana Ambesi, Carla Calò, Véra Valmont, Pieranna Quaglia, Nela Conju, John Karlsen, José Villasante, Angel Midlin, Cicely Clayton, James Brightman, Billy Curtis
regia di Camillo Mastrocinque



La cripta e l'incubo


Sull’antica casata dei Karnstein grava una terribile maledizione che profetizza la vendicativa reincarnazione di un’antenata, Sheena Karnstein, mandata a morte come strega; il conte Ludwig teme che il destino infausto si sia abbattuto sulla figlia Laura da quando la ragazza fa incubi spaventosi in cui prevede le morti violente dei Karnstein, per risolvere il mistero il conte chiama uno studioso restauratore, Friedrich Klauss, affinché scopra il vero volto di Sheena per vedere se ha le stesse fattezze della figlia che sta scivolando in una melanconica pazzia. Un giorno, al castello viene ospitata Ljuba, in seguito ad un incidente in carrozza e la sua presenza è un balsamo per Laura ma le morti al castello continuano fino a quando il conte e il giovane Friedrich scoprono il vero volto di Sheena…



La criptaielncubo


Camillo Mastrocinque è noto soprattutto per le regie dei film di Totò e di altri comici, da Macario a Rascel, a Noi Duri interpretato da Fred Buscaglione, il regista fece solo due incursioni nel genere horror, o meglio gotico: La Cripta e l’incubo e Un angelo per Satana. Il primo è il più noto anche per la chiara derivazione dal romanzo Carmilla di Le Fanu, primo romanzo ad avere per protagonista una vampira, per giunta venata di lesbismo e la scena in cui Ljuba irrompe nel film riprende fedelmente il romanzo.
Anche le allusioni lesbiche sono presenti nel film che pure non ebbe problemi con la censura, credo che la spiegazione stia nella colonna sonora che ho trovato molto divertente: durante i lunghi e languidi sguardi tra le due protagoniste risuona la musica del theremin il più antico strumento musicale elettronico usato al cinema per sottolineare il sovrannaturale o la presenza di extraterrestri, mi diverte molto il fatto che le vibranti note del theremin sottolineino la natura sovrannaturale di Ljuba e anche il rapporto -permettetemi la brutta espressione- “contro natura” tra le due fanciulle.
Pur non essendoci nessuna scena esplicita, il film di Mastrocinque è considerato l’ispirazione per la trilogia Kernstein della Hammer che tra il 1970 e il 1974 spinse molto sul registro erotico legato alla figura dei vampiri attraverso questo trittico.



La cripta e l'incubo


Un altro debito è sicuramente verso La maschera del Demonio di Bava, da cui deriva la malefica profezia di Sheena sul suo ritorno per vendicarsi dei Karnstein che hanno denunciato le sue pratiche occulte. Del resto il film è molto fedele agli stilemi del gotico italiano basato più su un’eleganza fotografica e compositiva che su scene veramente paurose anche se qualche momento orrorifico c’è, penso soprattutto alla nutrice di Laura Rowena, che vaga per il castello con una perfetta mano di gloria.

Il pranzo di Babette

Babettes gæstebud
Danimarca 1987
con Stéphane Audran, Jean Philippe Lafont, Jarl Kulle, Bodil Kier, Birgitte Federspiel, Vibeke Hastrup, Bibi Andersson, Preben Lerdorff Rye, Ebbe Rode, Hanne Stensgaard, Axel Strobye, Lisbeth Movin
regia di Gabriel Axel


Ilpranzodibabette


Martina e Philippa sono le figlie di un austero pastore protestante alla cui visione religiosa hanno sacrificato la vita anche se in gioventù avrebbero potuto avere amori importanti, Martina con un ufficiale di cavalleria e Philippa, con le sue doti canore avrebbe potuto avere una brillante carriera da cantante se avesse seguito il baritono Achille Papin. E’ lo stesso Papin che dopo trent’anni indirizza presso le due sorelle, Babette Hersant una parigina in fuga dalle violenze che si sono abbattute sulla Francia. Martina e Philippa accolgono Babette che diventa la loro governante. Una quindicina d’anni dopo Babette vince diecimila franchi alla lotteria francese e le due sorelle sono convinte che tornerà in patria ma Babette sorprende tutti chiedendo di poter organizzare un pasto “alla francese” in commemorazione del compleanno del pastore. Al pranzo sono invitati i membri della congrega e a loro si unisce il generale Lowenhielm, il vecchio spasimante di Martine. Le temute gioie della gola si trasformano in una vera festa in grado di appianare rancori e malinconie. Alla fine del banchetto si scopre che Babette era una rinomata cuoca e che ha speso tutta la vincita per poter eseguire ancora una volta la sua arte.

Dall’omonimo racconto di Karen Blixen, il regista Gabriel Axel trae un film pluripremiato, anche con l’Oscar come miglior film straniero nel 1988.
Nella storia delle due sorelle rimaste zitelle nonostante la loro avvenenza e incontri che hanno fatto loro battere il cuore, si cela una critica verso i rigori della religione protestante ma il tema si amplia diventando un inno all’arte, declinata in diverse forme, soprattutto quella materica di Babette, che sa trasformare le vivande in un atto d’amore, che arriva anche a chi lo gusta e così la rinsecchita congrega, vittima dei pregiudizi verso i peccati di gola, riesce addirittura superare i vecchi e stupidi rancori attraverso la convivialità.
Se la joie de vivre è un’arte, notevoli sono anche i riferimenti artistici in particolare al pittore danese della seconda metà dell’Ottocento, Vilhelm Hammershøi che trasforma la luce fredda dei paesi nordici e la solitudine delle figure nei suoi quadri in un grido malinconico, le stesse atmosfere sono presenti soprattutto nella prima parte del film dove la malinconia di aver perso le grandi occasioni della vita è l’atmosfera dominante del film, l’arrivo di Babette e soprattutto il suo pranzo scaldano il cuore dei commensali e anche la fotografia del film.

Luci della città

City Lights
con Charlie Chaplin, Virginia Cherrill, Florence Lee, Harris Myers, Allan Garcia, Hank Mann, Robert Parrish, Jean Harlow, James Donnelly, Victor Alexander, Eddie Baker, Albert Austin, Henry Bergman, John Rand, Stanhope Wheatcroft, Tom Dempsey, Willie Keeler, Eddie McAuliffe, Tony Stabeman, Emmett Wagner, T.S. Alexander, Harry Ayers, Joe Van Meter
regia di CharlieChaplin


Citylights


Charlot s’invaghisce di una bella fioraia cieca e fa di tutto per cercare di soccorrerla: dall’aiutarla a non essere sfrattata con la nonna fino a pagarle l’operazione a Vienna che le può ridare la vista. Ci riesce con l’aiuto di un milionario che lo riconosce solo quando è ubriaco e non si ricorda di lui quando è sobrio, Accusato di aver rubato i soldi che il milionario gli ha donato da brillo, Charlot sconta la sua generosità con un anno di prigione, appena uscito va a cercare la fioraia e la trova a pochi metri dal suo vecchio posto: ora ha riacquistato la vista e gestisce un elegante negozio di fiori, la ragazza fa la carità a Charlot e toccandogli la mano riconosce il suo benefattore.

Il più noto e più celebre tra i capolavori di Charlie Chaplin, frutto di una lavorazione complessa durata tre anni con un girato lunghissimo, licenziamenti -anche della protagonista Virginia Cherrill- ciack rifatti centinaia di volte per trovare le soluzioni ideali, il perfezionismo di Chaplin fu premiato dal grande successo della prima a cui partecipò anche Albert Einstein.
Il successo del film non era scontato perché nel frattempo era esploso il cinema sonoro, a cui Chaplin si rifiutò di cedere per tutti gli anni ’30 e in Luci della città non esita a prendere in giro la nuova tecnica: nella scena iniziale dell’inaugurazione della statua, i discorsi dell’autorità sono parodiati dai suoni dei kazoos, e il collega di lavoro che inizia a inveire contro Charlot nella pausa pranzo produce vacue bolle di sapone.
Seppur critico verso il sonoro, Chaplin è attento alle novità stilistiche dei primi anni ’30 come la nascita dei gangster movie di cui ricostruisce l’atmosfera e le luci cupe nella sequenza della fuga dopo esser stato accusato di aver derubato il milionario.
Oltre che per la toccante storia d’amore con, o meglio per, la fioraia, Luci della città è importante anche per la critica sociale che emerge fin dalla prima scena: tra le braccia del gruppo marmoreo dedicato alla Pace e alla Prosperità dorme un barbone che con la sola presenza mette in ridicolo la pomposa cerimonia inaugurale tenuta dalle autorità cittadine. La città fantasiosa ricostruita nel film, misto di esterni reali e quartieri ricostruiti in studio è lo scenario dove ricchi e poveri si sfiorano senza toccarsi, senza vedersi presi dal loro tran tran quotidiano. L’incontro può avvenire solo lontano dalle LUCI della città: nel buio della cecità della fioraia o nel buio della notte dove il nevrotico milionario in preda ai fumi dell’alcol può essere amico del barbone che lo ha casualmente salvato dai suoi propositi di suicidio, ed è ancora paradossale che sia un vagabondo a illustrare le gioie della vita a un uomo che ha tutto.
Il fulcro del film è la scena finale dove finalmente la fioraia riconosce il suo benefattore, dopo averne riso per gli scherzi inflittigli dagli strilloni: la ragazza ha sempre immaginato di esser stata aiutata da un ricco milionario e nonostante la riconoscenza non può celare una certa delusione, ma ad esser veramente commovente è la ritrosia e la vergogna di Charlot per essersi spacciato per un milionario, dimentico della sua buona azione anche se il sorriso e l’inizio del dialogo tra i due su cui si chiude il film, è di buon auspicio per il futuro.

Terrore sul Mar Nero

Journey into Fear
USA 1943 RKO
con Joseph Cotten, Dolores Del Rio, Ruth Warrick, Agnes Moorehead, Jack Durant, Everett Sloane, Eustace Wyatt, Frank Readick, Edgar Barrier, Orson Welles, Jack Moss, Richard Bennett
regia di Norman Foster


Terrore sulmarnero


L’ingegnere americano Howard Graham, con moglie al seguito, è in missione tra la Turchia e la Russia per effettuare vendite di armi. Ad Istanbul viene portato in un nightclub da Kopeikin, l’impiegato turco della sua azienda. Coinvolto in un gioco di magia, Graham si salva fortunosamente da un tentativo di omicidio in cui muore l’illusionista. Il colonnello Haki costringe l’americano a cambiare i suoi progetti e a proseguire il suo viaggio verso il porto di Batumi su un vecchio piroscafo dove ritrova la ballerina Josette Martel, stella del night dove ha subito il tentativo di omicidio ma sulla nave ci sono anche il killer e il suo mandante nazista che hanno intenzione di fermare Graham. Non riuscendo ad eliminare l’ingegnere, Muller decide di farlo internare in un sanatorio per qualche settimana, pur di bloccare la compravendita di armi e dare un vantaggio ai nazisti ma Graham riesce a sfuggire un’altra volta e a raggiungere la moglie in hotel ma i due nazisti l’hanno preceduto…



Journeyinto fear


Al terzo film, i rapporti sempre complicati di Orson Welles con le major esplodono: quella che doveva essere la sua terza regia vede la quasi completa estromissione del regista sostituito da Norman Foster, non gli viene neppure accreditata la partecipazione alla stesura della sceneggiatura e soprattutto il film subisce grossi tagli durante il montaggio che comporta un taglio di una ventina di minuti passando dai previsti 92 minuti ai 69′ della versione ufficiale. non viene accreditato neppure il ruolo del produttore, anche se gran parte del cast arriva dalla compagnia del Mercury Theatre fondata da Welles. La protagonista femminile è Dolores Del Rio, esotica stella della cinematografia americana anni ’30 all’epoca legata al regista; Terrore sul Mar Nero fu il suo ultimo film americano prima di tornare in patria e consolidare la sua immagine di icona cinematografica nazionale.
A Welles è riconosciuta la paternità della scena che precede i titoli di testa e che introduce il personaggio dello sgradevole killer Banat sulle note di un disco gracchiante e stonato al grammofono, lo stile inconfondibile del regista permea comunque gran parte dell’opera: i forti chiaroscuri, le angolazioni inusuali delle riprese, il piano sequenza nel piroscafo, ambiente claustrofobico in cui il protagonista tenta di sfuggire al proprio destino fino all’inseguimento finale sotto la pioggia scosciante tra le finestre dell’ultimo piano dell’hotel che costarono la brutta caduta di uno stuntman.
Al di là delle complesse vicende legate alla produzione, Terrore sul Mar Nero resta un film piacevole, una pellicola di spionaggio che riprende alcune tematiche tipiche dei film anni ’30 con un gruppo eterogeneo di personaggi costretti a interagire in un luogo chiuso, da Shangai Express a Ombre rosse, tanto per citare due film cult.
Non mancano i tocchi ironici nei personaggi minori (il marito di Agnes Moorehead che diventa socialista solo per infastidire la moglie megera, lo stesso Welles che costruisce il personaggio del colonnello Haki sulla figura di Stalin) e nelle situazioni, vedi il coltellino multiuso e la punta dell’ombrello che si rivelano armi più efficaci di quanto appaiano inizialmente.
La storia è rievocata sotto forma di lettera in cui Graham cerca di raccontare alla moglie i fatti successi sul piroscafo, giustificando il suo rapporto con la seducente Josette come puramente amicale, la lettera nel finale viene stracciata prima di essere consegnata: il suo ruolo nell’economia narrativa del film si è concluso e la mancata consegna si allinea alla tematica wellesiana dell’impossibilità di conoscere a fondo un’individuo, il tema base di Quarto Potere si adatta perfettamente alla spy story dove tutti sono diversi da quel che appaiono.

Le tombe dei resuscitati ciechi

La noche del terror ciego
Spagna 1972
con César Burner, María Elena Arpón, José Thelman, Lone Fleming, Rufino Inglés, Verónica Llimerá, Simón Arriaga, Francisco Sanz, Juan Cortés, Andrés Isbert, Antonio Orengo, José Camoiras, María Silva, Carmen Yazalde
regia di Amando De Ossorio


Letombe deiresuscitaticiechi


Due amiche dei tempi del liceo si rincontrano casualmente dopo anni, in vacanza. Virginia è col fidanzato Roger che invita Betty a unirsi a loro in una gita su un treno a vapore. Virginia un po’ per gelosia e un po’ per vergogna per l’amore lesbo con l’ex compagna di scuola decide di scendere dal treno in aperta campagna. Raggiunge una vecchia abbazia diroccata dove decide di passare la notte, non immaginando che il luogo sia infestato da una congrega di templari scomunicati che resuscitano ogni notte per ripetere i loro riti satanici. Il giorno dopo Virginia viene ritrovata cadavere, Betty e Roger indagano sul mistero della sua morte e scoprono la leggenda dei templari ciechi, mentre Virginia resuscita a sua volta e uccide fino a quando non finisce divorata dalle fiamme. Roger e Betty sono più propensi a credere che gli omicidi attorno al villaggio abbandonato siano opera di una banda di contrabbandieri che sfrutta la leggenda per tenere lontane le persone dalla zona dei loro traffici, Roger decide quindi di sfidare il capobanda Pedro e così Betty, Roger, Pedro e la sua amante trascorrono la notte nell’abbazia finendo vittime dei resuscitati ciechi, si salva solo Betty perché il fuochista ferma il treno a vapore per salvarla ma ne seguirà una strage…



Le tombe dei resuscitaticiechi


Amando de Ossorio viene considerato il maestro dell’horror iberico grazie all’invenzione dei resuscitati ciechi, una congrega di templari che si sono votati al demonio e per questo sono stati scomunicati e uccisi dopo essere stati accecati, le pratiche immonde di vampirismo che vediamo in apertura del film, li hanno resi immortali per cui ogni notte i templari resuscitano e cercano di replicare i loro riti sui malcapitati che incontrano, le vittime terrorizzate dal vedere gli scheletrici esseri non possono fare a meno di urlare e così i monaci li individuano facilmente pur essendo ciechi.



Letombedeiresuscitaticiechi


Il regista ambienta parte delle gesta dei resuscitati ciechi in veri monasteri gotici che ben suppliscono alla mediocrità degli effetti speciali degli avelli che si scoperchiano, la vera genialata è però quella di usare un rallenti esasperato che rende indimenticabile la cavalcata dei templari, facendo passare in secondo piano la debole trama che non sa bene dove andare: l’inizio che punta sul presunto triangolo tra i protagonisti, la figura del lavorante all’obitorio un po’ sadico e un po’ necrofilo, prima vittima della resuscitata Virginia; i buchi di sceneggiatura dei cavalli in carne ed ossa a perenne disposizione dei morti viventi senza una plausibile spiegazione e l’evidente derivazione del film da La notte dei morti viventi di George Romero a cui s’ispira l’inopinata invasione finale del treno da parte dei resuscitati ciechi: non sempre le buone azioni pagano.
Il film ebbe tre sequel tra il 1973 e il 1975.

La Primula Rossa

The Scarlet Pimpernel
GB 1934 London Film
con Leslie Howard, Merle Oberon, Raymond Massey, Nigel Bruce, Walter Rilla, Anthony Bushell, O.B. Clarence, Mabel Terry-Lewis, Ernest Milton



La primularossa


Durante gli anni del Terrore un inafferrabile nobile inglese salva diversi nobili francesi dalla ghigliottina, Robespierre incarica Chauvelin, l’ambasciatore del governo rivoluzionario presso la corte d’Inghilterra, di scoprire l’identità della Primula rossa. Chauvelin ricatta Lady Blakeney, una giovane francese che ha sposato il vanesio damerino Lord Blakeney: nessuno dei due sospetta che quello delll’insulso dandy è l’ennesimo travestimento della Primula Rossa.


Laprimula rossa


Quinta trasposizione cinematografica del celebre romanzo della baronessa Orczy, la fastosa produzione inglese prodotta da Alexander Korda, è quella più famosa e lancia definitivamente la carriera di Leslie Howard che sarà l’Ashley Wilkes di Via col vento.
Purtroppo la regia anonima di Harold Young ha fatto invecchiare male il film che a tratti si rivela un po’ noioso: manca quasi del tutto la dimensione avventurosa del romanzo che ho letto di recente trovandolo una lettura piacevole; nonostante i tocchi ironici e la buona prova del cast si perde anche il continuo gioco di specchi tra verità e menzogna: lo stesso rapporto amoroso dei Blakeney è inficiato da una serie di menzogne e mezze verità: pur innamorato della bellissima moglie, Blakeney non le perdona di aver condotto la famiglia dei St Cyr alla ghigliottina con la sua delazione senza conoscere le motivazioni della moglie. Solo quando Marguerite confida al marito il ricatto di Chauvelin che ha fatto incarcerare suo fratello Armand, la tensione tra i due sposi si scioglie e nella casa di campagna dove si svolge la scena lady Blakeney nota in un ritratto il dettaglio dell’anello con la primula rossa che le permette di intuire l’identità segreta del marito e nel tentativo di raggiungerlo in Francia rischierà di mandare a monte la missione per salvare Armand e il conte di Tournay. Ad interpretare Marguerite c’è Merle Oberon che darà il meglio di sé ne La voce nella tempesta, titolo italiano della versione di Cime tempestose del 1939.
Leslie Howard è invece perfetto nel ruolo della primula rossa, ha l’occasione di travestirsi in buffi personaggi come la vecchia sanculotta che riesce a liberare la famiglia de Tournay, è credibilissimo nelle movenze del fatuo dandy, travestimento ufficiale della volitiva e imprendibile Primula Rossa.

L’udienza

Italia 1972
con Enzo Jannacci, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Vittorio Gassman, Alain Cuny, Dante Cleri, Daniele Dublino, Irene Oberberg, Sigelfrido Rossi
regia di Marco Ferreri



L udienza


Amedeo vorrebbe parlare con il Papa e si accoda a un’udienza pubblica ma quando il suo proposito viene scoperto, viene attenzionato dalla polizia. Data l’insistenza di Amedeo il commissario Diaz gli presenta Aiche una squillo introdotta nel mondo vaticano nella speranza che Amedeo si confidi con la donna. E’ la ragazza ad innamorarsi di Amedeo e a cercare di aiutarlo ad incontrare il Papa presentandogli una serie di personaggi che potrebbero essergli d’aiuto ma dall’esponente della nobiltà nera romana al prelato più innovativo, nessuno è in grado o vuole esaudire il desiderio di Amedeo. L’ossessione dell’uomo diventa tale da fargli rinunciare alla paternità del figlio di Aiche morendo di congestione polmonare sotto il colonnato di San Pietro nell’ennesimo tentativo di realizzare il suo sogno.


L'udienza


Il progetto a lungo accarezzato dal regista di trarre un film da Il Castello di Kafka si trasforma in quest’opera che indaga sul Potere e il Vaticano con il suo cerimoniale complesso e pubblico diventa il mondo ideale dove ambientare l’ossessione di Amedeo.
Il noto anticlericalismo di Ferreri diventa anche una riflessione sul mistero della fede: richiuso nelle segrete stanze vaticane, il Papa è a conoscenza delle esigenze dei suoi fedeli o ne è ignaro? Qual’è la misteriosa domanda che Amedeo vorrebbe porgli che stupisce anche il grande teologo che si alza ad abbracciare silenziosamente Amedeo per poi andarsene? Quesisti senza risposta, pensieri sfocati come l’immagine del Papa sorpreso a passeggiare da uno dei tanti appostamenti di Amedeo e che forse si volta al grido dell’uomo.
Anche se non perfettamente centrato, soprattutto nella seconda parte il film si rivela graffiante nella rappresentazione dei figuri più loschi che si aggirano attorno al Vaticano, in questo L’Udienza ha anche un sentore premonitore degli anni bui che si stavano addensando sulla Santa Sede: dal dolore di Paolo VI per il rapimento Moro, al caso di Manuela Orlandi fino al ferimento di Giovani Paolo II.
Anche da un punto di vista della storia del cinema, o se vogliamo dire metacinematografico, il film ha un suo peso. impossibile non pensare che a vestire i panni del giovane prelato progressista, Padre Amerin, ci sia Michael Piccoli, lo steso attore scelto da Nanni Moretti per interpretare il suo Papa renitente in Habemus Papam e anche che il prelato più conservatore de L’Udienza avesse l’accento napoletano mi ha fatto tornare in mente il Cardinale Voiello di Silvio Orlando in The Young Pope / The New Pope di Sorrentino.

La notte del demonio

Night of the Demon
GB 1957
con Dana Andrews, Peggy Cummings, Niall MacGinnis, Athene Seyler, Maurice Denham, Ewan Roberts
regia di Jacques Tourneur


Lanottedeldemonio


Il dottor John Holden arriva dall’America in Inghilterra per una convention sul satanismo e scopre che il principale relatore, il professor Harrington, è morto in maniera misteriosa, tanto da far sospettare una morte sovrannaturale, tesi avvalorata dalla nipote di Harrington che mostra a Holden il diario dello zio e i suoi terrori scatenati dal satanista Karswell. Le indagini di Holden vorrebbero smascherare il presunto satanista ma portano alla morte dell’uomo e al crollo delle certezze positiviste di Holden.

Una quindicina di anni dopo la celebre trilogia per la RKO di Val Lewton, Torneur torna all’horror dopo aver sperimentato diversi generi cinematografici e aver dato il meglio di sé nel noir. Se il noir è una detective story che scopre il colpevole, pur venando la soluzione di pessimismo e nichilismo, La notte del demonio, con la sua concezione di horror, diventa un percorso inverso, un’indagine che fa perdere tutte le certezze al protagonista che conclude la sua avventura dicendo che “è meglio non sapere troppo”.
Nella sua genesi travagliata, La notte del demonio, diventa la dimostrazione plastica che è meglio non mostrare troppo: fedele all’ideale di paura costruito con Lewton agli inizi degli anni ’40, dove l’allusione è più evocativa dell’immagine mostrata, il regista e lo sceneggiatore originale Charles Bennett ebbero forti scontri con il produttore Hal E. Chester che impose di mostrare il demone come un Godzillone di cartapesta nella scena iniziale che mostra la morte di Harrington e in quella finale della morte di Karswell e lo piazzò in bella mostra anche nella locandina.
Nonostante questo dissidio, i momenti più evocativi e potenti della pellicola restano l’ingresso nella biblioteca dove Karswell si presenterà a Holden: l’ambiente viene mostrato come una rilettura moderna e metafisica dei cerchi megalitici alla Stonehenge da cui nascono i poteri magici delle rune che si trovano sul malefico cartiglio. Il riferimento ad antichi riti e miti sono un omaggio alla trilogia della RKO e il capolavoro Il bacio della pantera è chiaramente citato quando Holden crede di vedere la trasformazione di un gatto in un leopardo: un’allucinazione che scompare quando Karswell accende la luce ma lo strappo sulla giacca di Holden è troppo grande per una baruffa per un gatto domestico, come i tagli sull’accappatoio di Alice dopo la scena della piscina.
Ne La notte del demonio la sequenza più inquietante resta quella della mano che si appoggia al corrimano della scala alle spalle di Holden quando si introduce in casa di Karswell: la certezza che non appartenga a nessuno dei protagonisti, è l’elemento davvero perturbante del film.
l’opera è tratta dal racconto Casting the runes (L’incantesimo dei runi) del celebre narratore gotico Montague Rhodes James, in America uscì con una modifica nel titolo Night of the Demon diventa Curse of the Demon e venne accorciato dagli iniziali 95 minuti a soli 82 minuti.

Elvis

USA 2022, Warner Bros
con Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, David Wenham, Kelvin Harrison Jr., Xavier Samuel, Kodi Smit-McPhee, Dacre Montgomery, Leon Ford, Kate Mulvany, Jay Chaydon, Charles Grounds, Josh McConville
regia di Baz Luhrmann



Elvis


La parabola di Elvis Presley dagli esordi per una etichetta locale di Memphis al successo interplanetario, dal sogno di una carriera hollywoodiana alla Jimmy Dean agli ultimi anni nella prigione durata dei resort di Las Vegas raccontata dal Colonnello Parker, misterioso imbonitore socio al 50% del re del rock’n’roll.

Confesso di avere una conoscenza superficiale della vita di Elvis Presley, conosco le canzoni più celebri, il legame indissolubile con Las Vegas e la rovinosa caduta nelle dipendenze che lo ha portato a una morte prematura imbolsito e sfatto. L’unica curiosità che sapevo è che il cantante nasce biondo e il nero corvino dei capelli è dovuto alla tintura, dettaglio rispettato nei flash back sull’infanzia povera dell’artista.
Ovviamente nulla sapevo del misterioso manager, l’imbonitore di origine olandese emigrato illegalmente negli USA riuscendo a spacciarsi per decenni come un ex ufficiale dell’esercito diventando noto come il Colonnello Tom Parker: se ci si ferma a riflettere, il fatto che la più grande stella del rock fosse in mano a un personaggio così ambiguo, suona veramente bizzarro e proprio sul mefistofelico rapporto tra il Colonnello e la sua creatura, Luhrmann incentra il film trasformando il biopic sul cantante in una favola nera sul successo di massa tipico della seconda metà del XX secolo venandolo di reminiscenze faustiane: il trucco caricaturale di Tom Hanks, il patto sulla ruota panoramica, i vari e fallimentari tentativi del cantante di liberarsi del suo ingombrante manager che ben presto ne ha svenduto la carriera per il proprio tornaconto personale.



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Con la sua solita cifra stilistica barocca il regista australiano realizza un film vorticoso caratterizzato dall’uso dello split screen e di immagini di repertorio di vario genere, che trascina lo spettatore nel mondo di Elvis lasciandogli molte suggestioni e ben poche risposte: il rapporto con i cantanti di colore, il suo gruppo di fedelissimi amici e parenti, il legame fortissimo con la famiglia, sia quella d’origine che con la moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie, sono tutti elementi, forse poco approfonditi, ma mostrati nei loro aspetti ambivalenti, nell’impatto sia negativo che positivo sulla parabola della prima grande rock star, che ancora oggi conserva alcuni primati artistici e mediatici mai più raggiunti.
In fondo però, più che il giudizio sul cantante, sicuramente molto amato dall’autore, è più interessante il rapporto ambivalente di Elvis con il suo manager, imbonitore da fiera, non dimentichiamolo mai, un personaggio che potrebbe essere uscito da La fiera delle Illusioni di Guillermo del Toro, talmente camaleontico da essere l’alter ego del cantante e del pubblico adorante che divora il suo idolo.

Alfie

GB 1966
con Michael Caine, Shelley Winters, Millicent Martin, Julia Foster, Jane Asher, Shirley Anne Field, Vivien Merchant, Eleanor Bron, Alfie Bass, Graham Stark, Murray Melvin, Sydney Tafler, Denholm Elliott
regia di Lewis Gilbert


Alfie


Alfie è un aitante garagista che pensa solo a conquistare le donne. Gilda, un’innamorata paziente che sopporta tue le sue scappatelle, rimane incinta e finisce per rifarsi una vita con uno spasimante più bruttino ma molto più serio, togliendo ad Alfie la possibilità di costruire un legame col figlio Malcom Alfred. Intanto il nostro garagista finisce al sanatorio per un problema ai polmoni e intreccia una relazione anche con Lily, la moglie del suo compagno di stanza, Harry. La donna rimane incinta ma questa volta, per salvare le apparenze, bisogna ricorrere all’aborto che viene effettuato in casa di Alfie. Il cinico casanova ha così modo di scontrarsi con la cruda realtà e come se non bastasse viene anche scaricato dalla ricca americana con cui pensava di sistemarsi che gli preferisce un amante più giovane.



Alfie


Un classico del Free Cinema inglese che rappresenta con un realismo che può scandalizzare ancora oggi, la nascente libertà sessuale inglese. Il film ha lanciato la carriera di Michael Caine con il ruolo del seducente e cinico ragazzo londinese della middle class, caratterizzato dall’accento cockney.
Una caratteristica dell’opera è il dialogo diretto del protagonista con il pubblico: sguardi in macchina, confidenze sulle “picchie” (assurda parola nella traduzione italiana per alludere alle ragazze) mentre Alfie sta amoreggiando: ma del resto il nostro eroe è così, convinto che l’onestà con cui propugna la sua libertà sessuale ne giustifichi la superficialità nei rapporti. C’è da dire che quando l’amaro finale lo mette di fronte alla cruda realtà della morte e del tempo che passa, Alfie sa accettare con dignità il suo destino di uomo votato alla solitudine per non aver saputo intrecciare rapporti solidi e se ne va incontro al suo destino con il cane randagio che aveva simbolicamente aperto il film.



Alfie


La pellicola ha un andamento circolare e ripresenta le medesime situazioni ma con declinazioni diverse: se Gilda non si era fatta problemi a portare avanti la gravidanza cercando di badare da sola al piccolo avuto da Alfie, che pure vuole instaurare un legame col figlio, sempre basato sulla libertà; Lily non può giustificare la nuova gravidanza al marito che da mesi è recluso in sanatorio, quindi bisogna ricorrere all’aborto: dopo aver messo a disposizione l’alloggio per l’operazione clandestina, Alfie se ne va a bighellonare e finisce per incontrare, non visto, Gilda che sta facendo battezzare il secondo figlio avuto da Humprey, l’eterno spasimante che si è rivelato un ottimo marito e un buon padre per Malcom. Nello stesso momento quindi, Alfie perde definitivamente le sue due occasioni di paternità ma per il giovanotto non è che un fastidio che può dimenticare tra le braccia della sua nuova amante, Ruby, l’attempata vedova americana con cui Alfie vorrebbe sistemarsi ma la donna è cinica quanto lui e non esita a preferirgli un amante più giovane; anche questa delusione è preceduta dall’incontro casuale con Siddie, la prima amante con cui Alfie era entrato in scena a inizio film, solo che la signora sposata che qualche anno prima pendeva dalle sue labbra, ora è molto vaga verso la richiesta di appuntamento proposta da Alfie, anticipando il declino del fascino seduttivo del protagonista che Ruby non avrà problemi a sbattergli in faccia.