Complotto di famiglia

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Family Plot
USA 1976, Universal Pictures
con Karen Black, Bruce Dern, Barbara Harris, William Devane, Ed Lauter, Cathleen Nesbitt, Katherine Helmond, Warren J. Kemmerling, Edith Atwater, William Prince, Nicholas Colasanto, Marge Redmond
regia di Alfred Hitchcock

Una vecchia signora che quarant’anni prima aveva costretto la sorella a dare in adozione il figlio illegittimo, contatta una medium, Madama Blanche per ritrovare l’uomo e farlo erede universale dei suoi beni. Blanche Tyler è ovviamente un’imbrogliona e con l’aiuto del suo amante, il tassista George Lumley, si mette sulle tracce del bambino scomparso. Il guaio è che l’individuo in questione è un malvivente che ha inscenato la propria morte e ha una passione per i diamanti, l’unica forma di riscatto che accetta per rilasciare le personalità che rapisce. Quando l’uomo scopre che qualcuno sta indagando sul suo passato decide di liberarsi dei ficcanaso…

Ultimo film di Hitchcock che punta sui toni giallorosa evidenziando più questi ultimi con allusioni sessuali più esplicite che nei suoi film precedenti: innovatore fino all’ultimo, il regista si adegua alla rivoluzione dei costumi.
Prevalgono i toni da commedia e se il risultato non è eccezionale ma “solo” buono la cifra stilistica del maestro del brivido non si smentisce tanto che non manca il suo ultimo cameo.

Mentre nel viaggio di ritorno Blanche ragguaglia il compagno sull’incarico ricevuto dalla signora Rainbird, i due rischiano di investire una donna bionda tutta vestita di nero, ovviamente è Fran la compagna e complice dell’uomo che Blanche e George dovranno trovare.
Come sempre Hitch rivela “il colpevole” fin dalle prime inquadrature. Dalla coppia pasticciona e approssimativa della finta medium e del suo amante si passa a seguire le gesta dei due raffinati sequestratori che hanno una gioielleria come copertura, vivono in una villa lussuosa nel cui garage è nascosta la cella in cui tengono le loro vittime.

Pur non sapendo di essere alla sua ultima opera, Hitchcock gioca a citarsi: la bionda che in realtà porta una parrucca, come in Labirinto di Passioni, la guida spericolata lungo strade piene di tornanti c’era già ne Il Sospetto e in Caccia al ladro, qui diventa un momento topico di tensione e umorismo visto che i protagonisti hanno la macchina manomessa dal complice storico di Anderson e lo spettatore viene informato con il metodo classico di Hitchcock: il dettaglio dei freni tagliati con il liquido che gocciola. George a un certo punto si toglie le scarpe come Marnie mentre Blanche rischia di strozzarlo con una cravatta come Frenzy.

Il film è tutto un gioco di contrasti tra le due coppie e il percorso di avvicinamento alla soluzione è rappresentato dalla ripresa aerea del cimitero che mostra i vialetti come un labirinto.
Se le simpatie sono per i due improvvisati investigatori che in fondo hanno buone intenzioni non bisogna dimenticare che anche loro sono truffatori, o forse no stando al colpo di scena finale.


The Broken Key

Italia 2016
con Andrea Cocco, Diana Dell’Erba, Marco Deambrogio, Walter Lippa, Christopher Lambert, Rutger Hauer, Geraldine Chaplin, Michael Madsen, Franco Nero, Maria de Medeiros, Kabir Bedi, William Baldwin, Marc Fiorini
regia di Louis Nero



Thebroken key


Futuro prossimo: Arthur Adams, giovane archeologo segnato dalla morte del padre a cui ha assistito in giovane età, viene coinvolto dal suo mentore nella ricerca di un frammento mancante di un papiro egizio, inizia una quest attraverso la Torino alchemica con rimandi a Dante e Hieronymus Bosch, segnata da un gran numero di omicidi…



The brokenkey


Dopo aver visto Hans viene da essere molto accondiscendenti con l’ultimo lavoro di Louis Nero, il regista torinese lascia le elucubrazioni più ermetiche per indirizzarsi verso generi più popolari come la fantascienza distopica: il futuro imminente (2023-2033) prevede che la carta sia proibita da un’apposita legge in nome dell’ecologia ma probabilmente per impedire la diffusione del sapere, controllando le informazioni che possono passare dai dispositivi elettronici. Uno spunto interessante che però non viene mai approfondito, resta solo un elemento scenografico per creare un’ambientazione futuribile e -appunto- distopica.



The broken key


Anche la carrellata di personaggi che il giovane Arthur incontra per continuare la sua ricerca sono appena abbozzati, apparizioni evanescenti nobilitate dagli interpreti di fama internazionale: da Kabir Bedi a Rutger Hauer, il regista attraversa tutto l’immaginario televisivo e cinematografico degli anni ’70-’80 regalando però solo dei bei camei, almeno quasi sempre perché l’ex sex symbol anni ’90 William Boldwin nelle vesti di frate goloso con il vocione di Pannofino è davvero poco credibile.


Thebrokenkey


Spiace l’occasione mancata perché il viaggio nei misteri del Piemonte è intrigante e anche se manca tutta la parte action e thrilling resta la fascinazione e la miscellanea che va dagli antichi egizi a Tesla passando per i templari avrebbe avuto sicuro impatto sul pubblico se il film avesse avuto uno svolgimento più pop, forse un giorno il regista raggiungerà il giusto compromesso tra le sue tematiche filosofiche e un approccio comprensibile a un pubblico più vasto.
Personalmente, nonostante gli errori evidenti, subisco il fascino del mondo di Louis Nero ad esempio ho trovato commovente l’idea di mettere Geraldine Chaplin come entità a guardia della Mole, cioè del Museo del Cinema.

Il pensionante

The Lodger – A Story of the London Fog
GB 1927
con Ivor Novello, June Tripp, Malcolm Keene, Marie Ault, Arthur Chesney
regia di Alfred Hitchcock


The lodger


Mentre Londra è sconvolta dagli omicidi a cadenza settimanale di un serial killer, un ambiguo individuo affitta una stanza presso una pensione, Daisy, la bella figlia dei locatari finisce per innamorarsi di lui anche se sarebbe quasi promessa al detective che conduce le indagini. Il comportamento bizzarro del pensionante porta ben presto i genitori di Daisy e il detective a sospettare che sia il killer; ormai ammanettato l’uomo sfugge ai poliziotti ma rischia di essere linciato dalla folla…


Thelodger


Terza regia di Alfred Hitchcock ma il primo film che il regista riteneva pienamente suo nonostante i contrasti con la produzione: il futuro maestro del brivido avrebbe voluto lasciare il mistero sulla presunta colpevolezza del pensionante ma la scelta dell’affascinante divo Ivor Novello imponeva che fosse fatta chiarezza sull’innocenza del protagonista che allora Hitchcock trasforma in un martire: l’ombra degli infissi che gli disegnano una croce sul volto, la scena in cui il pensionante viene liberato dall’inferriata dove si era impigliato con le manette costruita come una deposizione.



Ilpensionante


Il tema dell’innocente sospettato ingiustamente -il pensionante è il fratello della prima vittima che ha giurato alla madre morente di scoprire l’assassino- diventa un tema portante della teoretica hitchcockiana, come l’ossessione per le bionde: le vittime sono tutte bionde, il pensionante non sopporta i quadri di ragazze bionde alle pareti della sua stanza (capiremo che gli ricordano la sorella) e l’insegna del locale notturno che promette riccioli biondi compare anche in lontananza dalla finestra della magione mentre i protagonisti si baciano nell’happy end.



Il pensionante


Pur con qualche debito all’espressionismo tedesco nei giochi d’ombra e un volto deformato da un vetro tra la folla che commenta l’omicidio iniziale, Hitchcock si dimostra un geniale inventore di soluzioni visive: il pensionante che passeggia nella propria camera facendo tremare il lampadario al piano inferiore diventa una ripresa dal basso del protagonista che cammina su un pavimento di vetro, la diffusione della notizia dell’ennesimo omicidio a mezzo stampa anticipa quello che diventerà una scena classica del cinema americano: la rotativa che sforna il titolo del giornale. Hitchcock insiste e oltre alla stampa sottolinea la psicosi di massa anche con la diffusione della notizia via radio e tra i volti che si susseguono c’è anche quello della moglie Alma Reville.
Anche il regista si ritaglia un cameo, anzi due, è la prima volta e diventerà un marchio di fabbrica dei suoi film.

Paura in palcoscenico

Stage Fright
USA 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich, Richard Todd, Michael Wilding, Alastair Sim, Sybil Thorndike, Patricia Hitchcock, Kay Walsh
regia di Alfred Hitchcock



Paurainpalcoscenico


Jonathan Cooper è un giovane attore, amante della diva del music-hall Charlotte Inwood. Quando la donna gli chiede aiuto dopo aver ucciso accidentalmente il marito, Jonathan si reca nel suo appartamento per prenderle un vestito pulito e creare la confusione sufficiente a far credere che si tratti di una rapina ma viene riconosciuto da Nellie Goode, la cameriera personale dell’attrice. Per sfuggire alla polizia, Jonathan chiede aiuto a Eve Gill, una ragazza da sempre innamorata di lui. Eve e il suo originale genitore credono che Jonathan sia vittima di un complotto di Charlotte e pur di dimostrarlo la ragazza pagherà Nellie per poterla sostituire come cameriera di Charlotte e scoprire la verità. Nel mettere in atto il suo piano Eve incontra e s’innamora, ricambiata, dell’ispettore di polizia Wilfred Smith..




StageFright


Paura in palcoscenico viene considerato un film minore del maestro del brivido, il che non vuol dire che non sia un film privo d’interesse a partire dalla collaborazione tra la diva Marlene Dietrich e Hitchcock: per la sequenza in cui l’attrice canta la canzone di Cole Porter, The Laziest Gal in Town il regista abbandona addirittura il suo maniacale controllo della messa in scena lasciando che la diva decida la disposizione delle luci che le erano più congeniali. Gli abiti sono di Christian Dior ed è la prima volta che una Maison si occupa dei costumi di una produzione americana, solitamente abituata a usare i propri costumisti.
PaurapalcoscenicoPer quanto riguarda il film, tutto ruota attorno al rapporto di falsità/verità inerente al mondo dello spettacolo e della recitazione: tutti ingannano tutti, a fin di bene come Eve o per evitare l’accusa di omicidio.
Il fatto che il flash back iniziale in cui Jonathan racconta sua versione dei fatti a Eve sia in realtà una bugia e che nel finale si scopra che l’uomo è davvero il colpevole, anche se manipolato dalla perfida Charlotte che si serve di lui per liberarsi del marito e avere via libera con l’altro suo amante, il produttore Freddie, attirò molte critiche negative alla pellicola che venne rivalutata anni dopo da Les  Cahiers du Cinéma.
Stagefright Se il contrasto verità bugia è il tema di Paura in Palcoscenico, l’antitesi si sviluppa nei vari aspetti del film: a partire dal decisivo contrasto tra le due protagoniste: la seducente femme fatale Marlene e la dolce ragazza della porta accanto Jane Wyman disposta ad aiutare l’uomo di cui è innamorata anche quando scopre che lui è l’amante di una donna sposata.
Opposti sono anche i caratteri dei due uomini da cui Eve è attratta e se “il solito” Smith pare un poliziotto svagato che la fanciulla e il genitore non riescono a mettere sulla pista giusta, in realtà le sue indagini fuori scena (forse questo il vero difetto del film) arrivano a scoprire il passato criminale di Cooper.
Forse il plot è un po’ macchinoso e il film funziona soprattutto nella parte finale quando si scopre la vera natura di Jonathan nella scena nella carrozza, con un fantastico gioco di luci sui volti e il dettaglio delle mani di lui che vorrebbe commettere un nuovo omicidio per puntare all’insanità mentale e la decisiva stretta della ragazza.
Se il meccanismo giallo non sembra essere la priorità di Hitchcock notevoli sono i tocchi di humor sparsi nel film: il dettaglio del marchio d’infrangibilità del vetro dopo che il poliziotto ha cercato di rompere il finestrino dell’auto in cui si è rifugiato Jonathan e una galleria di personaggi minori bislacchi dai tratti tipicamente inglese su cui spicca la coppia di genitori di Eve.




Paurainpalcoscenicocameo


Anche in Paura in palcoscenico non manca il cameo del regista, che si volta dopo aver sorpassato Eve incuriosito d quanto mormora la ragazza che si sta preparando al ruolo della cameriera Doris.

Django Unchained

Djangounchained Nel 1858 il cacciatore di taglie Dr. King Schultz, libera uno schiavo per avere la sua collaborazione e riuscire a catturare tre ricercati. Tra Schultz e Django si instaura un rapporto di amicizia e il cacciatore di taglie decide di aiutare l’uomo a rintracciare e liberare la moglie, Broomhilda, che si scopre essere nelle mani del proprietario terriero Calvin Candie la cui fama di feroce schiavista è leggendaria in tutti gli Stati del Sud.

Secondo film, dopo Inglourious Basterds, in cui Tarantino rilegge (a modo suo) la Storia, avvalendosi di un quartetto di attori (Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson) in stato di grazia.
Il regista pulp per eccellenza sembra avvertire la necessità di contestualizzare storicamente la violenza per dare una valenza morale alle sue pellicole facendole uscire dal sottobosco criminale di cui ha raccontato le dinamiche fino a Grindhouse – A prova di morte.
Se in Bastardi senza gloria la distinzione tra buoni e cattivi era manichea: ebrei e partigiani contro i nazisti, in Django Unchained c’è un ulteriore scatto morale perché il film si può leggere come l’epopoea dello schiavo liberato Django o come il percorso di presa di coscienza dell’adorabile Dr. Schultz che lo porta all’estremo sacrificio. Perchè proprio nel momento in cui la messa in scena per liberare Broomhilda sta per andare in porto, Schultz non riesce più a restare nei limiti del personaggio che si era costruito, proprio lui che più volte ha ripetuto a Django che una volta entrati nel personaggio non è più possibile uscirne? Non certo per permettere a Tarantino di regalarsi il cameo più lungo e divertente della sua carriera!
Schultz si presenta a Django equiparandosi a uno schiavista: anche lui vive vendendo carne umana un tanto al chilo, si reputa migliore di un proprietario di schiavi perché elimina solo persone che la legge ha riconosciuto come criminali (anche se li uccide davanti ai loro figli) ma nel momento in cui entra in contatto con il perverso Candie si rende conto che se vuole essere davvero superiore a un individuo così viscido deve uscire dal personaggio e rivendicare la propria dignità rifiutando una stretta di mano.
Un’altissima lezione morale che Tarantino racconta con il suo solito stile grondante ironia il che non è un male perché la scena che meglio stigmatizza l’idiozia dei membri del nascente Ku Klux Klan è quella che li mostra come una banda di cazzoni che perde tempo discutendo sulla qualità dei sacchetti che usano per mascherarsi, talmente pessima da non fargli vedere nulla.
Nella sua geniale capacità di mescolare stili e suggestioni, Tarantino in Django unchained riesce a coniugare l’omaggio filologico (musiche, scene e Franco Nero) dello spaghetti western Django di Corbucci con la leggenda nibelunga di Sigfrido, facendo vestire i panni di uno degli eroi ariani per eccellenza a uno schiavo nero, ulteriore raffinato sberleffo al razzismo.