Sangue e Arena

Locandina Blood and Sand
Usa 1922 Paramount
con Rodolfo Valentino, Nita Naldi, Lila Lee
regia di Fred Niblo

Juan Gallardo, povero ragazzo di Siviglia, diventa uno dei più grandi matador della Spagna, felice e sposato con la compagna d’infanzia Carmen, fino all’incontro con la marchesa Doña Sol che lo seduce e non vuole lasciarlo, mettendolo in imbarazzo anche davanti alla madre e alla sposa. Lo scandalo travolge anche la sua carriera di torero e Juan rimane mortalmente ferito nell’arena ma prima di spirare ottiene il perdono dell’amata Carmen.

Sangue e Arena ha aperto la settima edizione stagione del Gran Festival del Cinema Muto di Milano, quest’anno tutto dedicato a Rodolfo Valentino, di cui ricorre il novantesimo anniversario della morte.
Il film è noto per il remake del 1941 diretto da Rouben Mamoulian ed interpretato da Tyrone Power e Rita Hayworth, pellicola che riprende piuttosto fedelmente la trama della prima versione con Valentino.
Il film del 1922 non spicca per meriti artistici, è una grande produzione costruita su misura per il divo italiano che ha per comprimarie due grandi star del cinema muto come Nita Naldi e Lila Lee; ancora una volta, pur non trovando Valentino bellissimo nelle fotografie, sono rimasta affascinata dalla sua capacità di “bucare” lo schermo e ammaliare ancora oggi gli spettatori.

BloodAndSand

In questa pellicola l’attore dimostra una buona capacità recitativa, infatti non interpreta il solito ruolo di seduttore ma un uomo che, pur essendo molto innamorato della moglie, ha il solo torto di non saper resistere alla maliarda che lo seduce solo per la sua celebrità.
SangueearenaDella vamp d’inizio secolo la star Nita Naldi mette in scena tutto il repertorio: le mani artigliate che si avvinghiano all’uomo, l’anello serpentino che appartenne addirittura a Cleopatra, i molli divani con pelli di tigre dove fumare droghe lasciando sconcertato Gallardo, che in fondo rimane sempre un semplice popolano che ha avuto successo e al primo appuntamento con la seduttrice non vuole lasciare andare via l’amico che lo ha accompagnato nella fastosa residenza perché non sa cosa dire alla smaliziata marchesa.
La vicenda personale di Gallardo s’intreccia con la sua vicenda pubblica di eroe nazionale per il coraggio come matador: le riprese della corrida sono poche e girate da lontano a Valentino spetta il compito di sfoderare le sue capacità di ballerino in un flamenco nella taverna.
A dare ancora più spessore al lato tragico, e per certi versi scaramantico, della trama c’è il personaggio dello studioso che dal suo antro dove raccoglie strumenti di tortura osserva il destino di Gallardo e lo annota su un grande libro, è una chiara rappresentazione del Destino: quando gira la clessidra inizia il fato nefasto del torero, con l’incontro della donna che lo porta alla rovina.

Lassù qualcuno mi ama

Somebody Up There Likes Me
USa 1956 MGM
con Paul Newman, Pier Angeli, Sal Mineo, Everett Sloane, Eileen Heckart
regia di Robert Wise

Rocco Barbella, figlio di poveri immigrati italiani di New York, fin dalla più tenera infanzia dimostra uno spirito ribelle e l’insofferenza verso il padre ubriacone, pugile fallito. L’adolescenza trascorre tra case correzionali e riformatori da cui fugge regolarmente, diserta anche dall’esercito dove era stato arruolato forzatamente dopo il riformatorio.
Per guadagnare qualche soldo onestamente, Rocky si avvicina alla boxe e inizia ad avere successo anche se rischia di perdere la licenza il giorno che si scopre innamorato di Norma, una amica della sorella, dimenticando di presenziare all’incontro della serata. Dopo il matrimonio con Norma, Rocky sembra aver trovato un equilibrio ed è in lizza per il campionato del mondo, quando loschi figuri del suo passato lo ricattano: se non venderà il match riveleranno il suo passato di disertore. Marciano con una scusa rimanda l’incontro ma la commissione lo sospende, la squalifica non è ratificata in tutte le città e a Chicago, dopo una notte di ripensamenti e un incontro sanguinoso, Graziano guadagnerà l’ambito titolo mondiale.

Lassùqualcunomiama

Seconda incursione di Robert Wise nel mondo della boxe, Lassù qualcuno mi ama è un biopic romanzato (anche se i titoli di testa riportano la didascalia “Questo è il modo in cui ricordo.. definitivamente. Rocky Graziano) ben diverso dall’amaro apologo di Stasera ho vinto anche io.
Una pellicola quindi più commerciale ma dalla confezione raffinata per il bianco e nero drammatico della fotografia (premiata con l’Oscar, come le scenografie) ed estremamente godibile ancora oggi grazie al racconto nervoso delle (dis)avventure da loser del protagonista perfettamente in linea con i tempi: il ruolo di Graziano, infatti, avrebbe dovuto andare a James Dean, tragicamente scomparso nell’incidente automobilistico del settembre 1955.
Nel cast compaiono attori legati alla figura di di Dean: Sal Mineo ancora una volta nei panni del sodale disperato del protagonista come fu in Gioventù Bruciata, e (Anna Maria) Pier Angeli, l’attrice cagliaritana che trovò fortuna in America e fu il grande amore del ribelle per eccellenza, anche lei scomparsa prematuramente a soli 39 anni il 10 settembre 1971 per overdose di barbiturici.
Per rimanere in tema di grandi ribelli dello schermo, nel film recita in un piccolo ruolo, non accreditato, anche Steve Mc Queen.
A sostituire l’attore scomparso arriva Paul Newman, al secondo ruolo da protagonista e trova la consacrazione: una recitazione in perfetto stile Actor’s Studio, con momenti di disperazione contenuta (il collo incassato sulle spalle) alternati alla boria nevrotica: Graziano saltella spesso come se fosse sul ring.
Film seminale per tutta la produzione media a venire sui film di boxe: la brava Pier Angeli incarna il modello della dolce mogliettina disgustata dalla violenza del pugilato ma disposta ad accettarla pur di restare accanto all’uomo che ama, Rocky Graziano perde l’incontro decisivo per il titolo prima dello scandalo delle scommesse e poi lo riconquista dopo un match sofferto che subisce per lunghi round prima della riscossa finale: materiale che in seguito verrà sviluppato in saghe pugilistiche anziché in un unica pellicola.
A perdersi per strada è solo qualche spunto comico (i rientri a casa col volto sempre più tumefatto di Graziano) in favore del melodramma.

Numero Primo. Studio per un nuovo Album

Marco Paolini nel suo nuovo spettacolo work in progress "Numero Primo. Studio per un nuovo Album"

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

L’ultimo spettacolo di Marco Paolini è un work in progress per cui suscettibile di cambiamenti ad ogni rappresentazione: la messa in scena a cui ho assistito venerdì 2 settembre a Monforte d’Alba nella rassegna Attraverso Festival inizia con il racconto dell’Orologio Wagner del Pantheon di Parigi restaurato senza i permessi statali dal gruppo clandestino degli Huntergunther e per quest’opera di miglioria di un bene pubblico l’associazione culturale è stata processata (la storia è raccontata sul loro sito)
Ma a Paolini non interessa raccontare una vicenda di paradosso burocratico, l’orologio serve per scandire il tempo di uno spettacolo in divenire ma soprattutto raccontando un episodio di 5000 giorni nel passato l’artista prende lo spunto per narrare quello che sarà tra 5000 giorni nel futuro.
La differenza con gli altri Album di Paolini è proprio questa: non più lo sguardo verso il passato dell’alter ego Nicola ma una proiezione verso il futuro di Achille, un fotografo che si vede affidato da una donna con cui intrattiene una relazione virtuale il figlio di lei, Nicola Fermat che preferisce essere chiamato Numero Primo. Questo padre per procura che si consola nel non essere il primo nella storia, si ritrova a dover gestire un bambino di cinque anni, curioso vivace.. speciale.
Nella storia di Achille e suo figlio, per quanto futuribile, ritorna tutta la capacità affabulatoria del Paolini che conosciamo, in grado d’immergere lo spettatore nella realtà del racconto di un futuro leggermente più distopico di quello che conosciamo oggi: cosa potrà mai cambiare in 5000 giorni? Forse davvero Marghera si riconvertirà in una fabbrica della neve che salverà Venezia dall’acqua alta e di sicuro la tecnologia a cui siamo ormai perennemente connessi e forse dipendenti assumerà forme nuove e l’uomo ritroverà la sua natura di accudente anziché di accudito, un po’ come gli Huntergunther dell’apertura che si prendono carico di una responsabilità senza avere nessun obbligo, se non morale.

L’uomo fiammifero

Luomofiammifero1 Italia 2009
con Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna
regia di Marco Chiarini

Agosto del 1982: Simone ha undici anni, orfano di madre vive con il padre contadino che non capisce (e un po’ teme) il carattere solitario e svagato del figlio, perso in un suo mondo fantastico.
Simone è deciso a dimostrare al padre l’esistenza dei suoi amici immaginari fotografando l’Uomo Fiammifero, misterioso personaggio che vive sulla Luna, in grado di avverare i desideri: mancano cinque giorni al fatidico incontro quand’ecco che Simone fa amicizia con Lorenza, una ragazzina di poco più grande di lui che lo segue nelle sue avventure..

Opera prima di Marco Chiarini che nel 2010 è in lizza per il David di Donatello per il miglior esordio. L’uomo fiammifero è un film che mette al centro della narrazione il punto del vista del bambino, il suo modo di elaborare il lutto e lasciarselo alle spalle: l’uomo fiammifero era un pupazzo a cui la madre aveva assegnato un ruolo fantastico in cui Simone continua a credere per mantenere un rapporto con la figura materna ma l’arrivo di Lorenza e la scoperta dell’attrazione per l’altro sesso rappresenta la crescita e il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del protagonista.
Il padre, un po’ burbero, un po’ spettatore sconsolato del percorso del figlio, è un bravo Pannofino, allora non ancora famosissimo, unico attore professionista in scena.
Il rapporto esclusivo padre/figlio rimanda a Collodi ma se Simone – Pinocchio diventa adulto e si allontana dalla fantasia, nel finale sarà Don Pietro a vedere l’uomo fiammifero.

Uomofiammifero

Chiarini sa restituire anche le emozioni tipiche dell’infanzia di chi ha vissuto in campagna: l’estati assolate, un po’ noiose ma foriere di scoperte a volte dolorose, un mondo forse per i più perduto reso perfettamente dal calore della fotografia.
Anche negli effetti speciali si legge l’estrema attenzione al mondo dell’infanzia e una menzione speciale va ai titoli di coda.

Frankenstein Junior

FrankensteinjrYoung Frankenstein
Usa 1974
con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Peter Boyle, Teri Garr, Madeleine Kahn
regia di Mel Brooks

Frederick Frankenstein, nipote del celebre Victor, è un professore universtario che cerca di far scordare la nomea dell’ingombrante nonno cambiando anche la pronuncia del cognome. Quando riceve il lascito testamentario dell’avo è costretto a partire per la Transilvania e trovati gli appunti di Victor Frankenstein si convincerà che riportare in vita un morto.. si può fare!

Il tributo per la scomparsa di Gene Wilder, avvenuta ieri all’età di 83 anni, passa obbligatoriamente da Frankenstein Junior celeberrima parodia del genere horror di cui l’attore non fu solo protagonista, ma fu anche latore dell’idea da cui si sviluppò il film e collaborò alla sceneggiatura.
Premetto che il genere parodistico non è la mia passione però il valore di Frankenstein Junior è innegabile: personalmente ammiro la perfetta ricostruzione delle atmosfere degli horror anni ’30: ovviamente ci si ispira a Frankenstein e al seguito La Moglie di Frankenstein ma l’ambientazione in Transilvania che con il film e il romanzo originale mi pare proprio che non centri, rimanda a Dracula, altro classico mostro della Warner.
Si riproduce il più fedelmente possibile lo studio nel castello rivolgendosi allo scenografo, ormai ottantenne, dei film di James Whale.
FrankensteinjuniorIn realtà la citazione più fedele è verso un sequel del 1939 Il figlio di Frankenstein e infatti tutto il film mette in scena il “ciarpame” gotico che diventa caratteristica dei b movie ispirati ai grandi classici: la nebbia, il castello diroccato, le ragnatele secolari ecc..
Il film comprende anche citazioni di altri generi filmici in voga negli anni ’30:che cos’è l’inserto del balletto sulle note di Puttin’ on the Ritz portata al successo da Fred Astaire, se non un omaggio alle commedie musicali dell’epoca?
Su questo impianto visivo parodistico s’inserisce la comicità surreale dei protagonisti fatta di tormentoni: Igor/Aigor contrapposto a Frankenstein/Frankensteen e Frau Blücher il cui solo nome fa imbizzarrire i cavalli, per tacer del celebre Lupu ululà e castello ululì! entrato di diritto nella cultura pop.
Interessante anche l’uso di sguardi in macchina a cercare la complicità dello spettatore nelle situazioni più assurde e mi sovviene che questa è una caratteristica dei film di Stanlio&Ollio, continuando anche in ambito comico la citazione/tributo ai classici anni ’30.

Robert Walker

Robertwalker

Il 28 agosto 1951 moriva a soli 32 anni Robert Walker promettente star hollywoodiana la cui vita è stata distrutta, come ebbe modo di dire lui stesso dall’ossessione di Selznick per la moglie.
Robert Hudson Walker nasce il 13 ottobre 1918 a Salt Lake City, ultimo di quattro figli; il carattere sensibile del ragazzo rivela le sue debolezze quando i genitori si separano. L’attività recitativa sembra far bene alla sua indole e il giovane Walker rivela un certo talento tanto da esser mandato a studiare all’American Academy of Dramatic Arts di New York.
A scuola il ragazzo s’innamora quasi subito di una campagna di corso, Phylis Lee Isley, e i due convolano a giuste nozze nel 1939, un anno dopo il loro primo incontro.
Il viaggio di nozze è a Los Angeles in cerca di scritture ma non succede nulla di rilevante e la coppia torna a New York dove si mantengono recitando alla radio e in teatro intanto hanno due figli, Robert Walker Junior e Michael Walker che avranno anch’essi un futuro recitativo.
La nascita dei due figli non impedisce a Philys di proseguire con le audizioni e viene notata da David. O.Selznick che decide di farne una star con il nome di Jennifer Jones.
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Selznick dimostra interesse anche per la carriera del marito e lo fa assumere alla MGM: mentre nel 1943 Jennifer Jones vince l’oscar per Bernadette, Robert Walker si fa notare come uno dei soldati destinati al sacrificio nel film bellico Bataan di Tay Garnett. Il ruolo del soldato, visto anche il periodo storico, sarà tipico dei primi anni di carriera di Walker, lo ritroviamo ad esempio, in Missione segreta di Mervyn LeRoy girato nel 1944.
Dello stesso anno è anche Da quando te ne andasti dramma sentimentale sulle vicende di una famiglia il cui padre è al fronte, Jennifer Jones è Jane Deborah Hilton, figlia della signora Hilton (Claudette Colbert) che s’innamora di un giovane soldato prossimo alla partenza per la guerra interpretato da Robert Walker. I due erano ancora sposati anche se la relazione con Selznick ormai era cosa nota, creando a Walker un disagio che lo porta all’alcolismo.
Il ruolo del caporale Bill Smollett però è apprezzato dalla critica e l’anno successivo l’attore lavora con Judy Garland, che lo avrebbe voluto anche per Incontriamoci a Saint Louis; insieme girano l’adorabile pellicola L’ora di New York, storia di un incontro fortuito tra una ragazza e un militare in licenza che decidono di sposarsi nel giro di ventiquattro ore. Diretto dal marito della Garland, Vincente Minnelli, il film fu il primo ruolo senza cantato per la giovane diva che doveva la sua fama alla voce angelica.

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La carriera di Walker procede senza grossi successi anche se in produzioni interessanti come Il Mare d’Erba, seconda regia di Elia Kazan che ha per protagonisti al coppia Tracy/Hepburn. Sempre del 1947 e ancora con Katharine Hepburn è Canto d’Amore, il convenzionale biopic diretto da Clarence Brown sull’amore tra Clara Wieck e Robert Schumann; Robert Walker veste i panni dell’amico Johannes Brahms.
Nel 1948 è Eddie Hatch, il timido vetrinista che si innamora di una statua di Venere che prende vita, interpretata da una smagliante Ava Gardner, nel musical fantasy Il Bacio di Venere diretto da  William A. Seiter (e Gregory La Cava non accreditato).

Ilbaciodivenere

Ancora segnato dalla fine della relazione con Jennifer Jones, dopo una relazione sul set con la Gardner, l’attore sposa impulsivamente Barbara Ford, figlia del celebre regista ma il matrimonio naufraga dopo alcuni mesi e Walker, per non perdere il contratto con la MGM accetta di farsi disintossicare in una clinica.
La carriera procede senza pellicole significative fino al 1951 quando Hitchcock sceglie Robert Walker per il ruolo di Bruno Anthony ne L’Altro Uomo (Delitto per delitto). Bruno Anthony è il losco personaggio che, durante un incontro in treno, propone al tennista Guy Haines uno scambio di delitti per avere entrambi un solido alibi e non essere incriminati.

Laltrouomo

La prima del film si tiene il 30 giugno 1951 e il film ha buone recensioni, Walker intanto lavora a un nuovo progetto, L’amore più grande di Leo McCarey: ma la sera del 28 agosto l’attore muore per un mix di farmaci e alcol: trovandolo in uno stato d’alterazione, la cameriera aveva chiamato il medico che lo aveva sedato causando l’overdose che uccide Robert Walker.
Il film in lavorazione viene modificato per poter essere terminato e vennero utilizzatati alcuni materiali de L’altro Uomo.

Dalì – materie dialoganti

Veneregiraffa

Chiuderà domenica 4 settembre la mostra antologica che Acqui Terme dedica al genio surrealista di Dalì, non ci sono i dipinti degli anni ’30 e ’40 ma le sei sculture attorno cui ruota tutta la mostra sono molto belle ed interessanti a partire dalla Venere Giraffa elegantissima nel suo essere surreale.
Di San Giorgio e il Drago colpisce la complessa monumentalità della scultura di grandi dimensioni, le altre, L’elefante Spaziale, La persistenza della memoria, la Donna del Tempo e il Profilo del Tempo (quest’ultima monumentale e posta all’esterno) pur essendo molto belle mi hanno colpito meno perché presentano temi classici dell’arte daliniana.
DalìgalaAlle pareti numerose opere su carta, anche quelle postume uscite nel 1999 che fecero molto scalpore. I soggetti sono disparati, dalle serie letterarie ispirate a Pantagruel, al Bestiario di Fontaine o il tema tipicamente spagnolo della Tauromachia, più soggetti surreali come il Telefono aragosta e in un’opera a tecnica mista c’è anche un ritaglio della stanza Mae West.
Molto interessanti, perché poco noti, gli altri oggetti esposti in mostra che vogliono sottolineare la capacità di Dalì di spaziare nei vari ambisti artistici, la Sedia Leda, i vetri per la cristalleria Daum tra cui spicca il piatto La Triomphale, i dodici oggetti d’oro esposti forse sono i più intriganti nella loro capacità di racchiudere l’arte di Dalì.


Mostradalì



DALÍ. Materie dialoganti
PALAZZO LICEO SARACCO
Vai Bagni 1, Acqui Terme AL
16 luglio /4 settembre 2016

Remember

Remember

Max Rosenbaum, ex deportato di Auschwitz che ha collaborato con Wiesenthal, ora è immobilizzato e chiuso in un ricovero ma con l’aiuto di Zew Guttman, un altro sopravvissuto conosciuto nella casa di riposo, potrà compiere l’ultimo atto di giustizia: eliminare l’SS che ha sterminato le loro famiglie e che ora vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander. Zew accetta di compiere la vendetta dopo la morte dell’adorata moglie Ruth e nonostante la demenza senile inizia un viaggio alla ricerca del proprio passato..

Non è un tema nuovo quello della vendetta dello smemorato, a partire da Memento passando per Vendicami dove la vendetta è l’unico motivo per vivere di un vecchio.
Nel film di Atom Egoyan, presentato al Festival di Venezia 2015, il tema centrale è però quello del ricordo, Remember è un thriller che si può ascrivere anche al genere del ricordo della Shoah, di cui esce almeno un film all’anno nell’anniverario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, e allora i quattro Rudy Kurlander che Zew incontra nel suo viaggio rappresentano quattro diversi aspetti del periodo nazista: il primo, interpretato da Bruno Ganz, è un soldato che ha fatto la guerra d’Africa al servizio di Rommel ed era all’oscuro della vera funzione dei campi di concentramento, il secondo era un tedesco ma internato perché omosessuale, il terzo sarebbe stato un ottimo nazista ma era troppo giovane per vivere appieno il momento storico e si è limitato a raccogliere cimeli nazisti e a indottrinare per bene il figlio poliziotto, al quarto incontro c’è la resa dei conti con un drammatico colpo di scena finale che non svelo nonostante il film sia uscito a gennaio ma la programmazione è stata talmente lasca che sicuramente molti dovranno ancora recuperarlo.
Rememberlandauplummer Senza immagini di repertorio o ricordi diretti, la Shoah è presente attraverso le suggestioni di Zew che ci arrivano senza bisogno di essere spiegate: il risveglio nella vasca da bagno e il sussulto vedendo i soffioni della doccia, la paura dei cani aggressivi, soprattutto pastori tedeschi, il suono opprimente della sirena della cava nel segmento dell’incontro con John Kurlander, il figlio del collezionista di cimeli, indubbiamente la parte più angosciante del film per la violenza psicologica a cui Zew è sottoposto che richiama ancora i maltrattamenti dei prigionieri nei lager.
Ma la memoria a cui allude il titolo non si riferisce solo alla tragedia dei campi di sterminio, allude alla perdita della memoria personale per sfuggire al proprio passato, alla capacità di crearsi falsi ricordi per sfuggire a sé stessi opposto alla memoria ferrea di Max Rosembaum che mette in piedi un beffardo gioco del destino perché sa, perché ricorda.
Se Martin Landau è mefistofelico come occulto manipolatore di destini relegato nella sua stanza, Christopher Plummer è superlativo nei panni di Zew Guttman: è sempre in scena tallonato dalla macchina da presa e sa restituire perfettamente la gamma di emozioni che suscita il suo personaggio, mostrandone gli imbarazzi per il senso di smarrimento dovuto alla malattia e la determinazione nel compiere la folle impresa.

La grande scommessa

Lagrandescommessa

Nel 2005 il gestore di fondi d’investimento Michael Burry si accorge che il mercato dei mutui sulla casa, da sempre considerato solidissimo e colonna portante dell’economia americana, è gonfiato oltremisura da emissioni fasulle, decide quindi di scommettere sul crollo del mercato, inventando di fatto un nuovo modo di investire contro l’economia di una nazione. La scelta è talmente bizzarra che la voce si sparge tra gli operatori di Wall Street ma solo pochissimi altri fondi d’investimento decidono di approfondire e seguire la scelta di Burry..

La grande scommessa è un film molto interessante sia da un punto di vista stilistico che di contenuti. E’ la prima volta che un film di finzione e non un documentario affronta un tema astruso come l’alta finanza spiegando un crollo economico epocale in modo tale che lo capisca anche un bambino. Per fare questo si utilizza uno stile pop e veloce che ricorda il ritmo e il tono di The Wolf of Wall Street l’unico stile, del resto, che può riuscire a mantenere l’attenzione su un tema complesso come quello della macrofinanza; in aggiunta c’è il racconto fatto guardando direttamente in macchina della voce narrante del trader Jared Vennett (Ryan Gosling) e l’inserimento di alcuni personaggi estremamente popolari come Selena Gomez che spiegano, sempre rivolti al pubblico, certi meccanismi della finanza con esempi alla portata di tutti.
Lo sfondamento della quarta parete non è solo un elemento stilistico scelto per dare maggior vivacità alla pellicola, ma fa sentire maggiormente coinvolto lo spettatore perché quelle parole e quegli acronimi astrusi che altrimenti si rifiuta di ascoltare regolano di fatto la sua vita.
La recitazione è ottima, come sempre si distingue la prova di Christian Bale.
Quello che ho ritenuto davvero interessante è comunque il messaggio del film: da quando è scoppiata la bolla del 2008 chi investe contro un’economia è stato dipinto come il diavolo, un’entità cattiva che spinge verso il crollo di una nazione, invece La grande scommessa descrive Burry e Mark Baum come due persone profondamente diverse ma entrambe spinte da forme di rettitudine, in soldoni non sono stati loro a rovinare l’economia come si è cercato di far credere al grande pubblico, loro hanno visto per primi i segnali di un sistema malato e corrotto che è proseguito fino a contagiare l’economia mondiale, indifferente ai danni che sapeva benissimo di fare e che continua a fare senza che di fatto nulla sia cambiato, come conclude il film ci sono sempre gli emigrati a cui dare la colpa..

Vento caldo

Parrish
Usa 1961 Warner Bros
con Troy Donahue, Claudette Colbert, Karl Malden
regia di Delmer Daves

Ventocaldo

Parrish McLean si trasferisce nel Connetticut con la madre Ellen, che va a fare la governante nella casa di un coltivatore di tabacco, Sala Post. Mentre il ragazzo scopre la seduzione femminile e viene sfacciatamente corteggiato prima dalla contadina Lucy poi dalla viziata figlia di Sala, la madre si sposa con Judd Raike, il più ricco piantatore della valle. L’uomo è un padre padrone e vorrebbe assoggettare al suo volere anche Parrish che però si ribella ai metodi poco ortodossi con cui Raike guida la famiglia e gli affari.

Vento caldo è il classico melodramma con famiglie patriarcali che si rivelano covi di vipere e i popolani bianchi costretti a giocarsi la dignità; a dirigerlo con mano sapiente c’é Delmer Daves, regista prima di noir poi di western e infine di melodrammi: nel 1959 aveva diretto il celeberrimo Scandalo al Sole che aveva dato la fama a Troy Donahue. In questa pellicola ritroviamo l’ attore idolo delle ragazzine anni ’60, nei panni di un giovane ribelle che preferisce seguire ciò che gli detta la coscienza invece di piegarsi ai metodi poco ortodossi dei Raike che pure gli garantirebbero la sicurezza economica e l’amore della bella Alison Post che non lo segue nella sua decisione di farsi strada da solo e gli preferisce il matrimonio infelice con Wiley Raike.
Anche la madre, Ellen preferisce fingere di non vedere il carattere da desposta del marito in cambio della ricchezza, ma come dice il vecchio marinaio a Parrish nel dialogo introduttivo del film, i figli devono avere il coraggio di fare la propria strada come il ragazzo dimostrerà nel corso della pellicola, guadagnando l’amore di Paige, ultimogenita di Raike che a differenza dei fratelli, ha il coraggio di opporsi all’ingombrante figura paterna.
Parrish MaldenColbert Il carismatico e volitivo, per quanto gramo, Judd Raike è interpretato magistralmente da Karl Malden che io ricordo in ruoli magari anche perfidi ma sicuramente più remissivi. Quello di Ellen McLean è l’ultimo ruolo interpretato da Claudette Colbert sul grande schermo.
Come vuole la tradizione del melò la fotografia gioca un ruolo importante e simbolico, il colore dominante è il marrone simbolo della terra e del tabacco, a cui si oppone il blu quasi imperiale dei ricchi piantatori, è il colore di Alison e dopo essere stato baciato da lei, Parrish va al lavoro con un giubbotto azzurro quasi a significare che ormai appartiene alla viziata ragazza; il rosso è il colore della ribellione e nella seconda parte del film quando il ragazzo sfida apertamente il monopolio terriero del patrigno indossa sempre un maglione o un giubbotto rosso.