I Medici

Imedici

Grande successo di ascolti e sui social per le prime due puntate de I Medici che vede il serial di carattere storico sbarcare su RaiUno, scelta coraggiosa perché il genere ha avuto successo in questo decennio di cavalcata gloriosa delle serie tv per la facilità con cui si mostravano scene di sesso e violenza: ricordiamo sempre Giacobbo spiegare su Raidue perché il pubblico italiano non era pronto per la versione integrale di Roma.
Forse Il trono di Spade, con cui I Medici non disdegna legami quasi metatelevisivi, ha rappresentato il punto di saturazione per le scene di sesso esplicito (nella sesta stagione sono state praticamente abolite con buona pace della Durex che deve aver pagato un botto per la pubblicità pre sigla in cui invitava ad esser “eroi della notte”) fatto sta che il sesso non è stato molto presente ne I Medici anche se la serie si prende anche il merito di aver sdoganato l’omosessualità nel canale più bigotto di mamma rai mostrando due uomini nello stesso letto: i social distratti dall’entusiasmo non hanno notato la censura alla scena di violenza, cioè il taglio decisamente malfatto nella scena in cui Albizzi svuota un sacco probabilmente di teste mozzate davanti al consiglio fiorentino per aver altro denaro per la guerra.

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A parte il sesso e la violenza, le serie storiche hanno il merito di affascinare lo spettatore con la ricostruzione piuttosto fedele dell’epoca salvo poi fare qualche errore macroscopico, soprattutto di carattere architettonico, secondo me sotto sotto voluto per compiacere lo spettatore un po’ più colto che presta particolare attenzione a questi dettagli.
La peculiarità de I Medici rispetto agli altri serial del genere è l’uso del flashback, solitamente il serial storico segue una trama lineare mentre questa serie di apre con la morte di Giovanni de’ Medici, interpretato da Dustin Hoffman che comunque continua ad aleggiare sul destino dei figli, destino da lui stesso forgiato come dimostrato i significativi salti nel passato.
Un’altra caratteristica che mi pare di aver notato, forse suggestionata dal momento storico che stiamo vivendo, è la lettura politica della trama: quella sorta di “new deal ante litteram” legato alla cupola sembra voler dire qualcosa a questa Italia che stenta a ripartire.

Straziami ma di baci saziami

Straziamimadibacisaziami Italia 1968
con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Pamela Tiffin, Moira Orfei
regia di Dino Risi

Balestrini Marino e Di Giovanni Marisa si incontrano a una manifestazione di gruppi folkloristici allo stadio Olimpico, per i festeggiamenti del compleanno di Roma; si ritrovano dopo qualche mese quando lui si trasferisce in cerca di lavoro al paese marchigiano di lei e nasce l’amore ma a un passo dal matrimonio, Adelaide, la piacente vedova presso cui Marino sta a pensione, gli racconta che Marisa ha dei trascorsi poco onorevoli.
I due si lasciano ma quando a Marino capisce che era solo una bugia, Marisa se n’è già andata a Roma in cerca di fortuna. Marino la insegue e si mette disperatamente alla sua ricerca e quando finalmente si ritrovano lei è sposata a Umberto Ciceri, un sarto sordomuto. Tra Marisa e Marino rinasce l’amore e ci potrebbe scappare il morto se non intervenisse (nuovamente) la Provvidenza..

Ho trovato molti punti di contatto tra Straziami ma di baci saziami e Dramma della gelosia che Ettore Scola ha girato solo due anni dopo.
Straziamisaziami Tema centrale di entrambe le pellicole è il profondo mutamento culturale che l’Italia vive alla fine degli anni ’60 dovuto alla liberalizzazione dei costumi: le classi più deboli, i proletari di Scola e i provinciali di Risi cercano di adeguarsi al nuovo modus vivendi del sentimento amoroso attraverso il linguaggio: quello che è uno stile da fotoromanzo in Dramma della Gelosia, nel film di Risi si affida alla canzonetta con il momento di riflessione sul testo de L’immensità (il titolo stesso della pellicola è un verso di Creola, valzer degli anni ’20) e al cinema con parodia de Il dottor Zivago.
I riferimenti cinefili, soprattutto alle comiche del muto sono diversi e accentuano il contrasto tra melodramma sentimentale e lo stile comico del film che è davvero molto divertente.
Alludo alla scena dei due amanti stesi sul binario, scena classica del cinema muto ma stavolta i due fidanzati lo fanno volontariamente: cercano il suicidio perché il padre di lei si oppone al matrimonio.
L’entrata in scena di Tognazzi nei panni del sarto di buon cuore che accoglie Marisa è un altro rimando alle comiche dato che la figura di Ciceri è costruita, anche a livello fisico, sul modello di Harpo, il personaggio muto dei Fratelli Marx.

Tognazziharpo

Finale sardonico che sottolinea per la secondo volta nel film l’intervento bizzarro della Provvidenza, perché saremo anche nell’Italia del 1968 ma l’amore di Marisa e Marino, giovani dabbene della provincia più profonda, si svolge tutto in un ambito profondamente cattolico dalle gite parrocchiali del fidanzamento ai frati del matrimonio finale.

The Affair – Una relazione pericolosa

Theaffair

Pura avendo vinto due Golden Globe nel 2015 per la prima stagione, The affair è arrivato solo a settembre in Italia e come spesso accade tra i rimasugli di fine stagione si possono trovare delle vere perle come in questo caso e non credo essere l’unica a pensarlo visto che stasera parte la seconda stagione, immediatamente al seguito della fine della prima.
The affair racconta una storia di adulterio che sfocia in un delitto, l’originalità non sta tanto nella trama quanto nello sdoppiare i punti di vista: ogni puntata racconta gli stessi episodi salienti, l’incontro, il corteggiamento, ecc.. rivissuto secondo il ricordo di lui e di lei. L’escamotage per innescare questa doppia lettura è l’interrogatorio del Detective Jeffries che indaga sul caso di omicidio legato all’amore clandestino tra il quarantenne Noah e la trentenne cameriera Alison.
Anche i personaggi sono di quanto più scontato ci si aspetti: il quarantenne frustrato da una vita di coppia ostacolata da quattro figli, con un latente senso d’inferiorità verso una moglie ricca che in vacanza perde la testa per la bella cameriera di dieci anni più giovane.
Una banalità che diventa la forza della serie essendo unita a uno scavo molto interessante sui personaggi non per nulla gli autori sono Sarah Treem e Hagai Levi, lui noto per aver ideato In Treatment la serie israeliana incentrata sulla vita di uno psicologo e i suoi pazienti che ha avuto diverse versioni, compresa una italiana.
Notevole la recitazione di tutto il cast perché le due differenti visioni dei fatti narrati costringe tutti gli attori a ripeter la stessa scena con atteggiamenti diversi ad esempio per Noah Alison sarà sempre seduttiva e con i capelli sciolti mentre lei si narra in maniera più dolorosa e composta.
La peculiarità della seconda stagione è che raddoppiano i punti di vista sull’omicidio diventando quattro, dato che ormai Luke e Helen, i coniugi dei fedifraghi, sono a conoscenza della tresca: la verità presenterà ulteriori sfaccettature.
La serie è stata confermata per una terza stagione che negli States inizierà a fine novembre: chissà se si moltiplicheranno ulteriormente i punti di vista?

Dallas Buyers Club

DallasbuyersclubUSA 2013
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner
regia di Jean-Marc Vallée

Dalla storia vera di Ron Woodroof, il racconto di come l’elettricista texano omofobo, interessato solo alle donne e ai rodei, si trasformi in un eroe della battaglia contro l’AIDS e del diritto dei malati di scegliere le cure che ritengono più adatte.

Ennesima dimostrazione che il cinema è la forma tipicamente americana dell’elaborazione storica e che questo genere di film drammatici in particolare, che ruotano attorno alla malattia sono congeniali agli americani che infatti riempiono di Oscar queste pellicole che rispecchiano il loro modo di essere.
Sappiamo esattamente cosa aspettarci da questo genere di film: trama drammatica con grandi attori che offrono grandi prove di trasformazione fisica (sia Mc Conaughey che Leto, premiati entrambi con l’Oscar, il Golden Globe e molti altri prestigiosi premi) eppure Dallas Buyers Club riesce ad affascinare lo spettatore innanzitutto evitando completamente il sentimentalismo e le scene strappalacrime, poi aggiornando lo stile che è scabro, molto lineare, senza pretese autoriali.
Il film riesce comunque ad essere toccante soprattutto per chi ha vissuto gli anni ’80 e la piaga dell’AIDS con il terrore del contagio e la perdita di almeno un conoscente sieropositivo.
Racconta poi un risvolto storico che forse qui in Europa è meno conosciuto: la battaglia per avere dei farmaci efficienti nella cura: il famigerato AZT era un medicinale per il cancro rivisto in funzione dell’AIDS che finiva per avere effetti controproducenti sull’organismo debilitato. Woodroof lo scopre recandosi in Messico per cercare una cura per la malattia che all’inizio aveva rifiutato poiché era ritenuta appannaggio solo dei gay. E con gli odiati gay Woodroof si trova a dover convivere nelle camere di ospedale, in particolare fa amicizia con Rayon transgender tossica e sieropositiva con cui forma la società Dallas Buyers Club: la necessità di trovare cure meno invasive spinge i malati ad unirsi in gruppi d’acquisto per procurarsi le medicine all’estero ma la FDA impone regole più restrittive per non far crollare il monopolio dell’AZT.
Una storia di crescita personale e di rivolta verso le lobby che si sposa bene con il sentimento sociale di questi anni.

Frantz

1919, il francese Adrien si reca in Germania a visitare la tomba del giovane Frantz, caduto al fronte; i famigliari del ragazzo, incuriositi dall’insolita presenza incontrano Adrien che dice di essere un amico di Frantz di prima della guerra, di quando il giovane tedesco studiava a Parigi. Il legame tra gli Hoffmeister e Adrien si fa molto stretto anche se il giovane francese non è ben visto in città.
Un giorno Adrien decide di rivelare la verità ad Anna, la fidanzata di Frantz che vive con gli Hoffmeister: non è un amico di Frantz ma ha avuto un ruolo ben più drammatico nella vita del suo fidanzato. Anna fa credere ad Adrien di aver rivelato la sua vera identità agli Hoffmeister, invece continua ad illuderli con la menzogna dell’amicizia franco tedesca, intanto si scopre innamorata del francese che è tornato a Parigi. Su consiglio degli Hoffmeister, la ragazza parte e va a cercare Adrien ma quando lo ritrova non avrà a sua volta la forza di rivelare il motivo del suo viaggio..

Frantz

Ero molto curiosa di vedere l’ultima fatica di François Ozon, ispirata a L’uomo che ho ucciso di Ernst Lubitsch: non si può definire un remake perché il regista francese segue fedelmente, anche nella costruzione delle scene, il lavoro di Lubitsch e la pièce di Ronstand fino a metà film e poi decide sviluppare la trama in modo autonomo.
Parafrasando la celebre scritta che campeggiava nell’ufficio di Billy Wilder “cosa avrebbe fatto Lubitsch?” Ozon decide seguire il motto “cosa non avrebbe fatto Lubitsch”, nel bene e nel male.
Nel bene perché il regista francese non prova neanche ad imitare il celebre Lubitsch touch e sviluppa alcuni punti che oggi risultano poco credibili della pellicola lubitschiana e cioè l’accettazione quasi repentina dell’amore per l’assassino del fidanzato che Elsa fa in nome della serenità degli Holderlin mentre Anna impiega molto tempo ad accettare il sentimento per Adrien.
Mi è piaciuta anche la scelta di eliminare il prologo in Francia e iniziare il film con l’arrivo di Adrien in Germania: L’uomo che ho ucciso è un film pochissimo conosciuto quindi la gran parte degli spettatori s’identifica con lo shock di Anna quando scopre la vera identità del francese.
Molto interessante la scelta di mischiare l’uso del bianco e nero e del colore: al bianco e nero è riservato il grigiore e la desolazione della vita di un immediato dopoguerra con il suo peso quotidiano di dolore da affrontare, al colore spetta la dimensione del sogno, la serenità dell’illusione. Gli stacchi non sono improvvisi ma sfumati da un sapiente gioco di (de)saturazione.
Frantz indaga e aggiorna il tema del perdono, dell’accettazione del diverso, tema attualissimo ma quando inizia la seconda parte speculare alla prima con Anna che va in Francia e riveste il ruolo di straniera, si ripresenta la scena della confessione de L’uomo che ho ucciso e mentre lo spirito di anarchico e pacifista di Lubitsch aveva il coraggio di far rifiutare l’assoluzione a Paul, per Anna il discorso della colpa relativa di Adrien per ché ha ucciso un uomo in tempo di guerra è determinante per accettare il nuovo sentimento. Questa per me è la nota veramente dolente della pellicola: mi urta che nel nuovo millennio in cui guardiamo con sufficienza al passato, si sia poi più conservatori ed omologati che nel 1932 ma del resto tutta la ricerca di Anna ha dei risvolti molto banali e ovvi: Adrien è un ricco castellano perché il mito del principe azzurro anche se fragile è intramontabile, e Fanny, la fidanzata che pure è gentile, comprensiva e coraggiosa è ovviamente molto più brutta di Anna perché il cliché fiabesco della beltà dell’eroina deve continuare ad imperare.

L’uomo che ho ucciso

LuomochehouccisoBroken Lullaby
USA 1932 Paramount Pictures
con Phillips Holmes, Lionel Barrymore, Nancy Carroll
regia di Ernst Lubitsch

1919: a Parigi si festeggia il primo anniversario della fine della guerra con una grande parata e una messa solenne, alla fine della funzione l’ex soldato Paul Renard chiede conforto al sacerdote: non riesce a dimenticare Walter Holderlin, il soldato tedesco ucciso in trincea.
Il sacerdote lo assolve ma non è quello che il ragazzo cerca e, appoggiato dal prete, decide di recarsi in Germania per confessare tutto alla famiglia dell’uomo che ha ucciso. Incontrata la famiglia, Renard non ha il coraggio di confessare la verità e si fa passare per un amico francese che Walter aveva conosciuto prima della guerra, instaurando così un forte legame affettivo con la famiglia; nasce anche l’amore con Elsa, la fidanzata di Walter a cui Paul confida chi è veramente: dopo un primo momento di sconcerto, la ragazza fa in modo che Paul non riveli la sua vera identità ai genitori di Walter per non rovinare la loro ritrovata serenità.

Tratto dalla pièce teatrale scritta da Maurice Rostand, figlio dell’autore di Cyrano de Bergerac, Broken Lullaby è l’unico film drammatico girato negli Usa da Ernst Lubitsch, ciò non toglie che nel film siano presenti tutti i tratti distintivi della teoretica lubitschiana e anche il tocco ironico del maestro berlinese, il famoso Lubitsch touch risalta ancora di più nell’economia drammatica del film stemperandola dolcemente.
BrokenlullabyLa sequenza iniziale mi è rimasta in testa dalla prima volta che vidi la pellicola: più che l’inquadratura della parata attraverso la gamba mutilata del soldato, mi ha sempre colpito l’antinomia della Messa e i soldati inginocchiati con la spada: una contraddizione in termini che si esplicita nel dialogo tra Paul e il sacerdote quando il ragazzo rifiuta l’assoluzione per il crimine perché commesso in cause di forze maggiore: Lubitsch anticipa di oltre un decennio il problema della Seconda Guerra Mondiale con i campi di concentramento e che da allora pesa su tutte le guerre moderne: la responsabilità personale del singolo che non può essere abdicata per ordini superiori, del resto Paul ha ucciso un coetaneo disarmato, sorpreso in una trincea senza neppure dargli il tempo di difendersi, ha così modo di leggere la sua ultima lettera alla fidanzata e conoscere il suo nome e d indirizzo che lo porteranno in cerca di redenzione.



Brokenlullaby


La Germania del 1919 viene rappresentata come un paese ferito e umiliato dalla sconfitta coi i francesi, la scena più toccante dove interviene il Lubisch touch è l’incontro al cimitero tra la signora Holderin e un’altra madre venuta a piangere il figlio, quando la donna scopre che il figlio si recava sempre dagli Holderin a mangiare la torta vuole sapere la ricetta e scopre che Mrs. Holderin usava due tazze di zucchero anziché una: il momento melodrammatico del pianto di un figlio ventenne morto in guerra si risolve nella dolcezza di una tazza di zucchero che riporta la figura di un ragazzo alla più consona dimensione della golosità adolescenziale.
Il legame degli Holderin con il francese non è ben visto nel villaggio e ancora una volta Lubitsch è maestro nel rappresentare il disdoro attraverso i pettegolezzi, le comari che si chiamano dalle finestre quando Elsa e Paul passeggiano per le vie. I compagni di bevute del dottor Holderin iniziano a vederlo come un traditore, se non altro del sacrificio del figlio e qui parte il celebre monologo del padre prima orgoglioso di avere un figlio soldato e che ora si vergogna di averlo mandato a morire per salvare l’onore dei padri e della nazione.
La chiusa sentimentale con Paul che non regge più la bugia sul passato e Elsa che lo perdona in nome di una serenità famigliare è un auspicio di pace per il futuro, che come sappiamo va miseramente fallita.

Nella città l’inferno

Nellacittàlinferno Italia 1958
con Anna Magnani, Giulietta Masina, Renato Salvatori, Alberto Sordi
regia di Renato Castellani

La domestica Lina, finisce alle Mantellate con l’accusa di aver rubato nella casa dei suoi padroni, in carcere le spiegano che il fidanzato che ha protetto probabilmente ha organizzato il colpo. Lina si affeziona a Egle, la più scafata delle compagne di cella che sembra averla presa sotto la sua protezione ma quando Lina viene scarcerta sarà proprio Egle a spezzare la scaramanzia che dovrebbe fare in modo che Lina non torni più in carcere..

Film molto sofferto sia nella genesi, per la rivalità tra le due attrici protagonisti che nella distribuzione: la copia che gira in televisione ha subito dei tagli ma nonostante questo il film conserva una forza notevole. Nella città l’inferno è un solido dramma carcerario che fu interpretato anche da vere detenute; il drammatico spaccato di vita, anche psicologico, è reso magistralmente dalla bravura delle due protagoniste.
Bravissima Giulietta Masina nel costruire il personaggio di Lina Borsani, la servetta veneta ingannata dal fidanzato Adone, interpretato da Alberto Sordi che ha una breve ma significativa comparsa nella scena dell’interrogatorio del giudice.
L’attrice cesella ogni passaggio del cambiamento di Lina che in carcere perde la sua ingenuità paesana per trasformarsi in una smaliziata prostituta che torna in carcere dopo qualche tempo: se la prima notte in carcere di Lina era stata una caduta nell’incubo, il rientro è una festa nel ritrovare le vecchie compagne, Egle per prima che però non accetta la trasformazione di Lina e la respinge con violenza.

Nellacittàl'inferno Fu proprio la Masina a fare il nome della Magnani per il ruolo della coprotagonista ma l’arrivo di Nannarella stravolge la pellicola che diventa un film della Magnani: il personaggio di Egle le permette di portare in scena tutta la sua romanità, contemporaneamente impunita e di buon cuore. Indifferente a tutte le regole del carcere, dorme di giorno e canta tutta la notte, Egle ha facile presa su tutte le altre detenute, il suo cinismo è una maschera di finta indifferenza che lei porta alle estreme conseguenze, vedi il dialogo con l’infanticida, ma che crolla quando si ritrova davanti Lina ormai perduta, e la porta ad aiutare Marietta una giovane carcerata che si è innamorata, ricambiata di un meccanico che vede dalla finestra della prigione.

Priscilla, la regina del deserto

Priscillalareginadeldeserto The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert
Australia 1994
con Hugo Weaving, Guy Pearce, Terence Stamp
regia di Stephan Elliott

Anthony, detto Tick si esibisce come drag queen a Sidney quando riceve una telefonata a cui non può sottrarsi, così Mitzi parte con le colleghe Bernadette e Felicia per il centro dell’Australia per un’esibizione in un albergo da salvare..

Non avevo mai visto Priscilla la regina del deserto quindi sono rimasta un po’ spiazzata nel trovare questo film di culto una commedia carina tra musical e road movie, molto colorata ma piuttosto inconsistente, probabilmente sono arrivata fuori tempo massimo: ventidue anni fa mostrare con leggerezza la vita delle trans poteva essere ben più significativo di quanto è oggi, dopo che abbiamo avuto film come Transamerica, dove forse si esplicita il finale del film, con il figlio di Tick disposto ad accettare serenamente l’orientamento sessuale del padre.
Certo The Rocky Horror Picture Show vent’anni prima aveva tutto un altro spirito e non è un caso che Tim Curry abia rifiutato la parte di Bernadette, e anche le commedie di Almodovar erano molto più graffianti a partire dagli esordi ma del resto Almodovar è Almodovar e Stephan Elliott, con tutto il rispetto, ha una filmografia ben più risicata che comprende anche Un matrimonio all’inglese, altra commedia di fama che io non amo molto, stranamente per motivi opposti a quelli di Priscilla dove è l’inconsistenza dei dialoghi e delle scene (l’incontro tra le trans e gli aborigeni che si capiscono senza preconcetti è l’apoteosi della banalità sinistroide più becera), mentre la messa in scena è estremamente piacevole anche se il contrasto tra il deserto selvaggio e i costumi estrosi mi suona vagamente di furbetto.

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A salvare davvero il film è l’interpretazione di Terence Stamp, la sua Bernadette, composta e defilata ma pronta a scatenarsi quando serve si mangia le coprotagoniste perennemente sguaiate.

Anomalisa

AnomalisalocUsa 2015 Universal
regia di Charlie Kaufman, Duke Johnson

Michael Stone cinquantenne motivatore di successo, arriva a Cincinnati per una conferenza sul suo ultimo libro. Nella città dove vive l’ex compagna che Michael ha abbandonato dieci anni prima, esplode tutta la sua angoscia: Michael è perennemente insoddisfatto, vede gli altri come una massa indistinta fino a quando non rimane colpito da Lisa, una ragazza dall’apparenza insignificante che alloggia al suo stesso hotel proprio per seguire la convention: sarà l’occasione buona per ricominciare?

Di solito i film di Kaufman, Se mi lasci ti cancello compreso, hanno qualcosa che intimamente non mi convince, quindi mi sono avvicinata con un certo timore ad Anomalisa che invece si è rivelata, per me, l’opera più riuscita dello sceneggiatore ora regista.
Forse l’uso delle marionette in stop motion sono state davvero l’ideale per rappresentare questa storia che si presta a diverse letture, senza che nessuna infici l’altra.
Anomalisa è soprattutto una metafora perfetta della solitudine dei nostri tempi, dove quasi nessuno è mai all’altezza delle (presunte?) aspettative degli altri, a maggior ragione Lisa goffa, grassotella, poco brillante, sempre a ruota dell’amica più carina.
In lei Michael riesce a trovare finalmente una nota diversa, originale dalla poltiglia umana da cui è circondato, figlioletto compreso. Michael non trova più niente di nuovo negli altri, anche se l’assioma su cui si basa il successo del suo libro è proprio quello di trovare una peculiarità nei clienti che si ascoltano al telefono. Il senso di straniamento di Michael è reso perfettamente (e questo solo un film d’animazione poteva farlo) dai volti tutti uguali di chi incontra che hanno tutti la stessa voce piatta. L’unica anomalia è Lisa che compare con il suo volto, per altro segnato da una cicatrice e soprattutto ha una voce personale con cui aggettivare le proprie ansie e paure.
Ma Michael forse non è un classico uomo del nostro tempo stressato dal “logorio della vita moderna” che lo porta ad avere una visione superficiale degli altri, forse Michael è un uomo malato, affetto dalla sindrome di Fregoli (Fregoli è il nome dell’albergo dove si svolge l’azione del film) una rara forma di paranoia da cui non lo salva neppure l’incontro con Lisa e infatti dopo la notte d’amore Michael, l’originalità della donna comincia a svanire e la scena della colazione dei due amanti è il momento più interessante del film.
Di fatto il riferimento alla sindrome di Fregoli, può essere anche consolatorio: è meglio pensare Michael come un uomo affetto da una grave malattia piuttosto che come il classico mediocre che cerca consolazione nel sesso la prima notte fuori città: va bene tutto, pur di rinnegare la propria banalità.

American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Americancrimestory A un passo dalla consegna degli Emmy possiamo dire che la serie rivelazione dell’anno è stata American Crime Story – Il caso O.J. Simpson che tallona l’inarrivabile Trono di Spade con 22 nomination contro le 23 del fantasy di George R. R. Martin.
Come rivela il titolo, già diventato acrostico, ACS è legata ad American Horror Story: nasce sull’onda del successo della serie orrorifica e ritroviamo tra i protagonisti Sarah Paulson, veterana di AHS.
Se le serie dedicate al gotico sono un intrattenimento granduignolesco ed eccessivo ma leggero nel messaggio, American Crime Story entra in campo con una storia che ha segnato profondamente l’America: la vicenda di O.J. Simpson, star del football diventato attore che nel 1994 viene accusato di aver ucciso la ex moglie, Nicole Brown e il suo amico Ronald Lyle Goldman. Due giorni dopo l’omicidio, l’America e il mondo intero assiste in diretta all’inseguimento di OJ in fuga sulle interstates statunitensi.
Non ricordo più dove ho letto che la giustizia legale non è un modo per risarcire la vittima ma per ricostituire un patto sociale e questa massima si adatta perfettamente al racconto che il serial fa del caso in questione. La storia si apre con le rivolte di Los Angeles del 1992 in seguito al tremendo pestaggio del tassista nero Rodney King da parte dei poliziotti di L.A.; nel 1994 dunque la situazione è ancora molto incandescente ed è facile per il il dream team degli avvocati difensori trasformare il caso Simpson in una questione razziale anche se le prove contro di lui sono schiaccianti: l’accusa è talmente convinta di vincere che prende il caso sottogamba, soprattutto per quel che concerne il problema razziale.

ACSIlCasoOJSimpson

Il caso giudiziario assume delle connotazioni mediatiche spropositate: programmi televisivi sospesi per mostrare la diretta del processo, un gioco al massacro sulla pelle dell’avvocato della pubblica accusa Marcia Clark costretta a cambiare look per essere più amabile e di conseguenza credibile per gli spettatori.
Il caso O.J. Simpson non è la storia di un processo famoso ma è l’inizio della contrapposizione sociale bianchi/neri, uomini/donne, che tanti problemi causa ancora oggi ed è soprattutto l’inizio della spettacolarizzazione mediatica dei nostri tempi, non per nulla molto spazio è lasciato all’avvocato Robert Kardashian, amico fraterno di OJ nonché il padre delle sorelle Kardashian, odierne starlette dei reality e dei social e più che il suo ruolo di persona che si ricrede dell’innocenza dell’amico, il telefilm ne sottolinea gli aspetti allora inconsciamente mediatici: ad esempio durante il discorso sui Kardashian che preferiscono l’amicizia e l’onore alla fama, già la piccola Kimmy guarda con sufficienza il padre.
Cast di grido con John Travolta causticamente divertente nei panni dell’avvocato Robert Shapiro, Cuba Gooding, Jr. nelle vesti di OJ e la Paulson bravissima nel mostrare la determinazione e la fatica per le umiliazioni subite da una donna in carriera.