Non ci sono più le quattro stagioni

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Non ci sono più le quattro stagioni è uno spettacolo teatrale -gratuito- che ha iniziato la sua tournée venerdì scorso a Genova, ai Magazzini del Cotone.
Il tema è quello de cambiamento climatico, illustrato dal metereologo Luca Mercalli senza immagini catastrofiche o previsioni apocalittiche ma dimostrando le variazione climatiche che sono negate ancora oggi attraverso l’arte: quadri come Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio, sono la conferma della “piccola glaciazione” che ha coinvolto l’Europa nel XVI secolo.
Se le fluttuazioni termiche sono connaturate al nostro pianeta, gli influssi umani stanno alterando pericolosamente questi dati verso il rialzo e quello che possiamo fare dopo l’approvazione del Patto di Parigi (entrato in vigore proprio il 4/11) ma soprattutto con scelte di vita personali incentrate sul risparmio e il riciclo energetico, possono oramai solo fermare la “febbre” del pianeta a una situazione tollerabile ma non farla regredire del tutto, mentre l’uso insistito di energia fossile, progetto caro al nuovo presidente Donald Trump, potrebbe avere esiti disastrosi e non reversibili.

Stagioni

Ad inframmezzare le spiegazioni di Mercalli gli estrosi interventi della Banda Osiris, un gruppo di quattro strumentisti classici che mi auguro abbiate tutti visto almeno una volta nella vita: nei loro spettacoli stravolgono l’approccio serioso alla musica classica.
Il primo intervento partiva dalla Primavera di Vivaldi per tornarvi saltando da Oyo como va di Santana alla sigla de La famiglia Addams. Molto divertente anche la sfilata sui termini della musica: lento, allegro ecc..
Il mio vivo consiglio è di partecipare alle date future.

Numero Primo. Studio per un nuovo Album

Marco Paolini nel suo nuovo spettacolo work in progress "Numero Primo. Studio per un nuovo Album"

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

L’ultimo spettacolo di Marco Paolini è un work in progress per cui suscettibile di cambiamenti ad ogni rappresentazione: la messa in scena a cui ho assistito venerdì 2 settembre a Monforte d’Alba nella rassegna Attraverso Festival inizia con il racconto dell’Orologio Wagner del Pantheon di Parigi restaurato senza i permessi statali dal gruppo clandestino degli Huntergunther e per quest’opera di miglioria di un bene pubblico l’associazione culturale è stata processata (la storia è raccontata sul loro sito)
Ma a Paolini non interessa raccontare una vicenda di paradosso burocratico, l’orologio serve per scandire il tempo di uno spettacolo in divenire ma soprattutto raccontando un episodio di 5000 giorni nel passato l’artista prende lo spunto per narrare quello che sarà tra 5000 giorni nel futuro.
La differenza con gli altri Album di Paolini è proprio questa: non più lo sguardo verso il passato dell’alter ego Nicola ma una proiezione verso il futuro di Achille, un fotografo che si vede affidato da una donna con cui intrattiene una relazione virtuale il figlio di lei, Nicola Fermat che preferisce essere chiamato Numero Primo. Questo padre per procura che si consola nel non essere il primo nella storia, si ritrova a dover gestire un bambino di cinque anni, curioso vivace.. speciale.
Nella storia di Achille e suo figlio, per quanto futuribile, ritorna tutta la capacità affabulatoria del Paolini che conosciamo, in grado d’immergere lo spettatore nella realtà del racconto di un futuro leggermente più distopico di quello che conosciamo oggi: cosa potrà mai cambiare in 5000 giorni? Forse davvero Marghera si riconvertirà in una fabbrica della neve che salverà Venezia dall’acqua alta e di sicuro la tecnologia a cui siamo ormai perennemente connessi e forse dipendenti assumerà forme nuove e l’uomo ritroverà la sua natura di accudente anziché di accudito, un po’ come gli Huntergunther dell’apertura che si prendono carico di una responsabilità senza avere nessun obbligo, se non morale.

Circo de los horrores

Venerdì 6 giugno a Torino riprenderà la tournée italiana del Circo degli Orrori, Circo de los Horrores, variante gotica del Cirque du Soleil, cioè uno spettacolo circense senza animali improntato tutto sull’abilità degli acrobati.

Circodegliorrori

Il genere horror al cinema sta vivendo una stagione piuttosto fiacca dove gli effetti speciali hanno sostituito i meccanismi che fanno scattare la paura, ben venga allora questo spettacolo circense che gioca con molta allegria con il repertorio classico del genere horror: la colonna sonora è composta da urla, ululati, tuoni e cancelli cigolanti, ad accogliere il pubblico in sala gli inservienti vestiti da monaci, i clown e i giocolieri con le maschere inquietanti che rincorrono il pubblico con la motosega entrata nell’immaginario horror grazie a Non aprite quella porta. Il presentatore ha ovviamente le fattezze di Nosferatu e inizia lo spettacolo uscendo dalla sua bara, tutti gli esercizi sono introdotti da una cornice gotica e se ho apprezzato molto la braura dei due ginnasti con stupefacenti esercizi di equilibrio, vedere a pochi metri le due contorsioniste asiatiche che camminano velocemente facendo il ponte fa molta impressione, proprio perché è un classico del l’horror contemporaneo solo che sulla pellicola l’effetto è ottenuto al computer.
Esorcizzare la paura con la paura è un rito antichissimo che include anche lo sberleffo (soprattutto con allusioni sessuali) e la risata e il finale è davvero esilarante giocando con il pubblico invitato ad interagire e simulando di girare un film, speriamo che ancora una volta il vaudeville faccia ripartire la Settima Arte.

Antonio Albanese -Personaggi

Antonioalbanese Ho visto Antonio Albanese per la prima volta 17/18 anni fa, ai tempi di Su la testa!: un centinaio di chilometri nella nebbia padana per ritrovarsi in una discoteca brianzola dove il comico, con l‘ausilio del solo cappotto, passava da Alex Drastico ad Epifanio sottolineando come le ragazze fossero intenerite da quest’ultimo mentre gli uomini preferissero il cinico siculo. A distanza di tanti anni si constata con piacere la centralita’ dei due capisaldi della comicita’ di Albanese nella galleria di personaggi che il comico sta portando nei teatri.
Lo spettacolo comincia con L’ottimista alle prese con una valigia, a lui segue Il ministro della paura, il personaggio di Albanese che di solito mi inquieta di piu’. L’unico che puo’ futtersene del ministro della paura e’ ovviamente Alex Drastico e lo spazio dedicato a questo personaggio e’ forse il migliore dello spettacolo. Albanese domina il pubblico: gli basta fare una mossetta e strappa risate a crepapelle, ma a questo gioco segue il monologo piu’ inquietante dello spettacolo.
Non c’e’ intervallo ma il recital riparte idealmente dal Perego seguito dal comizio di Cetto Laqualunque. E’ noto quanto questo personaggio inquieti il suo interprete e Albanese passa buona parte del tempo fuori dai panni di Cetto per raccontare come il personaggio sia nato, dell’assurdita’ dei comizi a cui ha assistito per documentarsi. Si chiude con il sempre adorabile Epifanio che ci ripropone i suoi classici tormentoni (Sotto un mazzo di rose scarlatte..) e poi racconta la sua esperienza al servizio di leva.
Chicca finale Il sommelier, l’assurdo ma irresistibile personaggio che conferma quanto sia fondamentale la fisicita’ nella comicita’ di Albanese, assieme all’attenzione con cui il comico coglie i tic e l manie contemporanee.

Il pianeta proibito – Musical

Ilpianetaproibito L’astronave William S. e’ adibita al turismo spaziale. La guida il comandante Tempesta, playboy fanfarone alla testa di un equipaggio altrettanto balzano a cui si aggiunge un nuovo enigmatico elemento. Una pioggia di meteoriti costringe l’astronave a un atterraggio forzato su un misterioso pianeta abitato esclusivamente dalla bella Miranda, da suo padre Prospero, geniale scienziato dato per scomparso e dal robot Ariel…

Il pianeta proibito e‘ un celebre film di fantascienza del 1956, ispirato a La tempesta di Shakespeare; nel film compare uno dei primi robot della storia del cinema, Robbie, che divenne un giocattolo di grande successo. Da questo film, nel 1988, il commediografo inglese Bob Carlton trasse Return to the Forbidden Planet un rock musical, anzi un juke box musical, dato che le canzoni usate non sono inedite ma grandi successi anni ‘60 e’70 un po’ come Baz Luhrmann ha fatto per il suo Moulin rouge!.
Il musical con Lorella Cuccarini che e’ attualmente nei teatri, e’ l’adattamento italiano di questo spettacolo inglese, realizzato da un brillante Luca Tommassini che non teme di aggiungere al pastiche citazionistico, teatro elisabettiano, cinema e musica pop, il media televisivo. La possiblita’ di produrre un musical innovativo e grandioso nasce dal successo di X Factor e Tommassini compone meta’ del cast con ragazzi usciti dalle tre edizioni del talent show di Rai2, fa intervenire in maniera virtuale le tre icone del programma: Dj Francesco nelle vesti di uno speaker del telegiornale, Morgan nei panni quanto mai attuali del mostro sulla musica di Sympathy for the devil dei Rolling Stones e la Maionchi nientemeno che nel ruolo del presidente degli Stati Uniti che, come tutti i fan di X Factor sanno, non sa parlare l’inglese e a un certo punto dice le parolacce regolarmente bippate; una metateatralita’ che fa riferimento al mito televisivo che l’autore usa anche per la Cuccarini, quando nel corteggiamento con Tempesta gioca a fare Grease (la Cuccarini e’ stata protagonista dell’omonimo musical) e quando nel finale Prospero declama un monologo dove le citazioni di Shakespeare si mischiano con i versi di Vola.
Questo spettacolo mi ha anche riconciliato con Lorella Cuccarini, di cui devo ammettere non avevo una gran stima: dopo gli esordi con Pippo Baudo, la soubrette e’ passata a Mediaset finendo (si’, finendo!) a fare Paperissima, quando e’ diventata la regina del musical con Grease credevo che fosse l’ennessimo esempio di star televisa riciclatasi a teatro, in quel periodo lo facevano tutte, dalla Marini alla Parietti e ho sinceramente creduto che anche la Cuccarini avesse colto l’occasione. Invece vederla sul palco e’ stata una piacevolissima sorpresa: bravissima nel canto e nel ballo (ma non e’ una novita’) ha dimostrato una presenza scenica eccezionale soprattutto nell’assolo contro lo schermo bianco che man mano proiettava figurazioni astratte e quant’altro, uno spettacolo magnifico, che ho trovato piu’ innovativo del tanto decantato Avatar, mostrato anche a Sanremo ma che dal vivo e’ incredibile.
Eppure piu’ che su quel pezzo assoluto di bravura, l’emozione mi ha colto nel duetto tra Miranda e Tempesta dove l’amore scocca sui refrain delle piu’ note canzoni d’amore degli ultimi tempi, da Tre minuti dei Negramaro a Meravigliosa creatura della Nannini, da Gocce di memoria di Giorgia a Luce di Elisa e mentre gli interpreti duettavano, alle loro spalle si proiettavano immagini dell’edera che ricopre il balcone di Giulietta a Verona e tripudi di cuori e cupidi; a raccontarlo e’ una cosa melensa e anche la parte razionale del mio cervello era conscia di cio’ eppure sara’ stata l’onda dell’entusiasmo, la bravura degli attori, l’energia della sala.. fatto sta che la commozione prevaleva!
A Tommassini va quindi riconosciuto il merito di aver sprovincializzato il musical italiano con uno spettacolo ironico e divertente ma con estrema leggerezza il nostro ha anche dimostrato che si puo’ giocare con le citazioni del mezzo televisivo (la Vaudetti che fa gli annunci con un ditone all’E.T. con cui tocca lo schermo come le signorine buonasera di nuova generazione, la vecchia sigla rai di fine delle programmazione che scandisce l’intervallo), senza scadere nell’autoreferenzialita’ che la televisione ha verso se stessa e per cui viene notoriamente demonizzata. Se poi, intrigati dai risultati dell’ultimo Sanremo, sorvolando sulla boutade del Principe e del Pupo, ci si chiede il valore del talent show televisivo, questo o spettacolo e’ la risposta di un uso intelligente del talento canoro e soprattutto del consenso mediatico che puo’ portare anche su strade ben diverse dalla previdibile vittoria sanremese.

Momix: Bothanica

Momixbothanica

Venerdi’ sera sono andata a vedere, per la prima volta in vita mia, i Momix; un’esperienza esaltante che raccontero’ attraverso le due espressioni facciali che hanno monopolizzato il mio viso.
Fortunatamente era una sera ventosa e quindi le zanzare erano assenti altrimenti la prima parte dello spettacolo sarebbe sta abbastanza complicata per me visto che sono stata quasi tutto il tempo a bocca aperta per lo stupore delle meraviglie inventate da questi geniali ballerini illusionisti: l’elegante assolo sullo specchio che permetteva a una sola ballerina di inventare figure fantasmagoriche con il suo corpo, la visione fantastica dell’eta’ primitiva con l’incredibile triceratopo ma soprattutto il gioioso gioco con guanti e gambali fosforescenti che ha ripercorso la storia della vita sulla terra dagli organismi unicellulari fino alle intelligenze artificiali con i simpaticissimi emoticon che facevano la faccina triste per strappare l’applauso e poi strizzavano l’occhio.
Momix.bothanica

Nel secondo tempo la mia faccia sfoggiava un sorriso completamente beota perche’  nel segmento dedicato agli eventi atmosferici mi era  diventata lampante  la filiazione diretta del genere di danza dei Momix dalle  danze serpentine o luminose della mia adorata Loie Fuller , danzatrice americana che porto’ la danza fuori dai canoni classici e con le sue movenze sinuose contribui’ alla creazione dello stile Art Nouveau.
Ero cosi’ felice che quando la mia insopportabile vicina, che fino a  quel momento aveva passato la maggior parte del tempo a far illuminare il display del suo cellulare, e’ esplosa in un "brava!" durante l’esibizione della pioggia volevo quasi chiederle se conosceva la Fuller, tanto era insopprimibile il mio desiderio di condividere la gioia della mia scoperta.

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Loie Fuller, Danse Serpentine



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Altra esibizione della Fuller che richiama l'inizio di Bothanica

Sola me ne vo’

Mariangelamelato02_2 Sono rimasta un po’ delusa dal decantatissimo one-(wo)man-show di Mariangela Melato, che ha inaugurato la stagione teatrale di Alessandria.
Che lei sia molto brava non si discute, e’ lo spettacolo che ho trovato un po’ altalenante: l’inizio e’ geniale con lo scioglilingua milanese “ti ca ta tac i tac, tacam i tac a mi. Mi tacat a ti i to tac? ma tacati ti i to tac, ti ca ta tac i tac” che si trasforma prima in un balletto di tiptap e poi di danza contemporanea ritmato da battiti di mani ed esclamazioni.
La parte sulla solitudine l’ho trovata invece banalotta: mi sono annoiata io a sentire la storia trita e ritrita che gli uomini non sono piu’ quelli di una volta, che si fanno le cerette ecc.. , figuriamoci i poveri spettatori di sesso maschile in sala!
Lo spettacolo mi ha davvero divertito quando la Melato ha raccontato alcuni episodi del suo passato: dalla Fedra coi calzerotti rossi alla pelliccetta di velluto imitazione astrakan: si sentiva la partecipazione dell’artista e la sua grande abilita’ di tenere in mano il pubblico interagendo con chi nelle prime file anticipava sulla pausa il proseguo dell’episodio.
Ho adorato il pezzo sul comunismo e quando si sono spente le luci in sala e tutti abbiamo fatto un lungo silenzio su richiesta dell’attrice, forse il momento piu’ sentito di tutto lo show.
Mi stavo, ahime’, annoiando durante il monologo sull’amore che trovato un po’ di maniera, davvero non riuscivo a partecipare emotivamente e la mia attenzione era concentrata sulla recitazione molto teatrale: pause ed toni ad effetto, quando la Melato con grande signorilita’ ha interrotto il pezzo per l’ennesimo squillo di cellulare che ha funestato lo spettacolo, confessando di aver perso la concentrazione.
Uno spettacolo sicuramente interessante e piacevole, che pero’ non osa quanto avrebbe potuto, forse per soddisfare il grosso pubblico e del resto la tournée di quest’anno ha sempre due date in ogni citta’ e l’altro ieri, alla seconda serata alessandrina, c’era il pienone.

Turandot

Turandot E cosi’, nella settimana piu’ complessa per la lirica italiana, anche Alessandria ha dato il suo contributo portando in scena venerdi’ scorso, la Turandot con un allestimento sponsorizzato dagli enti cittadini.
Questa e’ stata la seconda opera lirica a cui ho assistito in vita mia e mi sono divertita moltissimo anche perche’ grazie a lui ormai sono una assidua ascoltatrice de La barcaccia quindi e’ stato divertentissimo fare la melomane criticando la bella voce della soprano che pero’ aveva una pessima dizione, infatti non si capiva nulla, la star indiscussa della serata e’ stata la cantante Rim Sae Kyung nella parte di Liu’, mentre il tenore spagnolo Ignacio Encinas deve aver preso spunto dall’Alagna Gate perche’ per i due primi atti ha risparmiato la voce e all’inizio del terzo atto eravamo tutti molto preoccupati per il Nessun dorma ascoltato in reverenziale silenzio e magistralmente interpretato dal cantante che si e’ preso qualche minuto buono di applausi a scena aperta.
Notevolissima la scenografia fatta di macchine teatrali mobili che hanno davvero incantato il pubblico, anche se alcune scelte si sono rivelate incomprensibili: perche’ in un perfetto allestimento in costume i tre ministri Ping Pong e Pang erano vestiti in frac e ghette?
Da viscontiana convinta devo muovere le mie critiche alla regia: quando all’inizio del primo atto Turandot si sporge dalle mura del Palazzo e lascia cadere il fazzoletto per negare la grazia al principe che non ha risolto gli enigmi apparendo per la prima volta a Calaf che si innamora a prima vista, il tenore canta l’aria in cui celebra la sua bellezza non verso la finestra ma girato dall’altra parte per cantare a favore di pubblico! Dico, e’ da Senso del 1954 che il grande Maestro stigmatizzava questo vezzo di cantare per il pubblico invece che recitare l’opera (inizio del film, a teatro: il tenore intona di quella pira l’orrendo foco abbandonando i compagni per andare a cantare dal limitare del proscenio) e proprio nell’anno del centenario viscontiano si ripropone questo stile operistico???

Ute Lemper – Voyage

Utelemper Da vedere almeno una volta nella vita, la grande Ute Lemper!
Questa fortuna l’ho avuta mercoledi’ scorso quando la bravissima artista e’ arrivata ad Alessandria con il suo spettacolo Voyage in cui racconta le tappe della sua carriera: un viaggio tra i cafe’ chantant parigini, i cabaret berlinesi e le cantine del jazz americane.
Lo spettacolo e’ iniziato con Amsterdam di Jacques Brel poi e’ passato ad omaggiare Edith Piaf di cui Ute Lemper ha letto qualche nota biografica: incanta la sua voce delicata che racconta, passando dal francese all’inglese senza soluzione di continuita’, la vita del passerotto di Parigi, Milord diventa una piece teatrale, cantata, sussurrata dall’artista accoccolata sui gradini del palcoscenico, un’immagine e una melodia ben diversa dallo stile marcetta che imperava nel varieta’ televisivi degli anni ’70 per la voce di Milva o Sylvie Vartan.
Lili Marlene introduce il momento dedicato di Marlene Dietrich protagonista de L’angelo azzurro: Lola Lola viene cantata in diversi stili da quello reso celebre dal film a una piu’ moderna versione jazz.
Non manca l’omaggio a Kurt Weill che la Lemper ha riscoperto e portato in giro per tutta la Germania all’inizio della sua carriera, c’e’ un momento dedicato alla musica yiddish con le canzoni di Arthur Rubenstein e poi un grandissimo finale con Moritat von Mackie Messer dove l’artista si scatena anche nella danza (fino ad allora appena accennata) dimostrando di essere un magnifico animale da palcoscenico.

Hamelin

Macallelocset2006_1 Ieri sera sono andata alla prima teatrale dello spettacolo che ha vinto la seconda edizione del concorso In scena, indetto dalla compagnia teatrale alessandrina MaxAub con lo scopo di far conoscere autori e testi inediti della drammaturgia italiana.
Hamelin di Fabrizio Bonci e’ stato scelto come vincitore tra gli 82 testi pervenuti.
Si tratta di un atto unico che racconta di un avamposto militare di soldati italiani impegnati in una delle tante missioni di pace di questi tempi.
Con reminiscenze de Il deserto dei tartari la vita dei militari scorre nell’attesa di un fantomatico nemico che non si vede, il campo e’ accerchiato solo da ratti sempre piu’ grossi e numerosi. L’attesa e la tensione sfogati con stupidi e crudeli scherzi, avranno un esito molto drammatico..
Bonci descrive molto bene i toni assurdi della guerra con le battute e gli episodi di crudele e stupida spavalderia e la regia di Laura Bombonato ha saputo cogliere l’atmosfera claustrofobica del campo militare con una scenografia scarna e la scelta di far circondare la scena dal pubblico avvicinandolo ancor piu’ al grottesco dramma con l’abbattimento della “quarta parete”
Il titolo dell’opera e i ratti rimandano chiaramente alla fiaba del Pifferaio di Hamelin e dopo lo spettacolo c’e’ stato un incontro con l’autore che ha raccontato che questa fiaba nera trova molto probabilmente origine nelle misconosciute Crociate dei bambini avvenute a cavallo del XII e XIII sec quando migliaia di bambini furono fatti prigionieri e venduti come schiavi per combattere in Terra Santa; personalmente non sapevo di questo triste episodio che fa accapponare la pelle, visto l’inquietante parallelismo con i bambini soldati di tante guerre moderne.
Lo spettacolo sara’ rappresentato al teatro Macalle’ di Castelceriolo (AL) fino a domenica prossima: se amate il teatro spingetevi fino a qua: ne vale davvero la pena