Leonardo Live

LeonardoLive

Giovedì scorso si è svolta un’anteprima mondiale che e’ passata inosservata ai più, non solo per colpa del bailamme sanremese: dopo concerti rock e opere liriche anche l’arte è approdata al cinema.
L’iniziativa e’ stata della National Gallery di Londra che ha raccontato a mezz’Europa in diretta via satellite la mostra Leonardo da Vinci: pittore alla corte di Milano evento di grande successo conclusosi il 5 febbraio scorso.
L’approccio e’ stato molto classico ed istituzionale: accolti da un’elegante signora, gli spettatori sono stati accompagnati nel percorso espositivo con la partecipazione di diversi ospiti che commentavano gli aspetti storico-artistici e quelli tecnici che stanno dietro a una mostra di cosi’ grande importanza.
Il primo quadro in mostra è Il Musico che nel 1494 colpi’ molto la corte milanese che fino al allora aveva conosciuto solo ritratti di profilo mentre il volto di tre quarti di Atalante Migliorotti esprime tutta la gamma psicologica del volto.
Il secondo segmento si concentra sulla bellezza femminile con il celeberrimo ritratto de La Dama con l’ermellino e La Belle Ferronnière. Confutata la tesi che la seconda dama rappresentasse l’amante del sovrano francese, ma piuttosto Beatrice d’Este, la moglie di Ludovico il Moro, il curatore ha posizionato le opere facendo in modo che La Belle Ferronnière piantasse il suo sguardo battagliero sul ritratto di Cecilia Gallerani, algidamente persa nel suo sogno amoroso. Qualunque sia stato il legame tra l due dame, la tensione creata dalla disposizione è genialmente palpabile anche allo spettatore meno accorto.
Il San Gerolamo offre l’occasione per approfondire gli studi scientifici di Leonardo.
Le due versioni de La Vergine delle rocce, vicine per la prima volta nel corso dei secoli, introducono al tema del sacro e sono il vero motore della mostra creata proprio per valorizzare il restauro della seconda versione di proprietà della National Gallery, mentre la prima di 15 anni piu’ vecchia sta al Louvre ed e’ ascesa a fama mondiale grazie a Il Codice Da Vinci.
La Madonna Litta offre il destro per un approfondimento sulle attribuzioni e su come lavoravano le botteghe medievali e rinascimentali. Molti sono i disegni che accompagnano i quadri in mostra ma un posto di rilievo occupa Cartone del Burlington House, che rappresenta la Madonna e Sant’Anna con Gesù Bambino e San Giovanni Battista, nato come disegno (e non come cartone da utilizzare per quadro od affresco) incanta per la grazia e la raffinata psicologia dei due volti femminili.
La mostra si chiude con il Salvator Mundi, opera solo di recente attribuita al genio di Leonardo e nella dolcezza dello sguardo di Cristo si realizza in pieno la capacita del pittore di rappresentare il sacro.
Benchè il documentario in sè non abbia un valore particolare che esuli dalla didattica, l’arte al cinema si è rivelata una scoperta molto interessante permettendo di apprezzare eventi lontani per i quali (soprattutto in tempo di crisi) non è possibile approntare un apposito viaggio e le spiegazioni approfondite superano quelle di una qualsiasi guida. Un’esperienza che non entra in conflitto con l’attivita’ museale anzi l’incentiva perche’ personalmente sarei immediatamente partita per vedere dal vivo la raccolta ma mi limiterò a ordinare il catalogo.
Non vuole essere un “in cauda venenum” ma purtroppo nella sala in cui ho visto lo spettacolo ci sono stati dei problemi tecnici, delle alterazioni del colore per permettere di vedere bene i sottotitoli italiani, questo non ha impedito di apprezzare lo spirito della proiezione e soprattutto lo staff è stato così gentile da rimborsare il biglietto con un omaggio per un altro spettacolo.

Ciao America!

CinemaAmericano

Gli anni ’60 e i primi ‘70 in America rappresentano una stagione straordinaria e dirompente per il rinnovamento del linguaggio cinematografico, grazie al coraggio di autori geniali – indipendenti, underground e ribelli “maledetti” – che realizzarono i loro capolavori in opposizione alla cultura ufficiale e allo strapotere delle grandi produzioni hollywoodiane, affermando una visione aspra e brutale della complessità contemporanea. Figli di un’epoca di grandi fermenti e contestazioni, questi registi straordinari si mossero in sintonia con i più importanti fenomeni dell’arte americana, alla ricerca di uno stile personale, libero da schemi narrativi invecchiati, privilegiando spesso la sceneggiatura in costruzione durante le riprese, per catturare la verità unica e irripetibile dell’emozione imprevista. Un cinema che affondava nel “sottosuolo” urbano, dando libero asilo alla fuga autodistruttiva dalla società civile, attraverso il sesso, la droga e la violenza. Questo percorso nell’America cinematografica di allora ci restituisce un ritratto sconvolgente dell’uomo moderno che, disorientato, indifferente e privo di certezze, sceglie la fuga senza meta per perdersi definitivamente.

23 e 24 febbraio, ore 21.00

Shadows di John Cassavetes
(Ombre, 1959, 81’ – v.o. sott. it.)
L’esordio strepitoso del genio del cinema indipendente americano ci trascina in una New York fumosa, tra un’umanità bloccata e impotente, con un linguaggio assolutamente rivoluzionario che sostituisce l’improvvisazione degli attori alla classica sceneggiatura, per far esplodere la verità delle emozioni umane oltre le convenzioni sociali o narrative; in sottofondo il jazz del grande Mingus.

25 e 26 febbraio, ore 21.00

Guns of the Trees di Jonas Mekas
(I fucili degli alberi, 1961, 85’ – v.o. sott. it.)
Il guru del New American Cinema, realizza le stesse energie creative con cui animò la New York indipendente dei primi anni ’60 in quest’opera di culto, aspra rappresentazione di una generazione inquieta attraverso un montaggio di scene libero da schemi e fluido come i colori di un quadro di Pollock.

28 e 29 febbraio, ore 21.00

The Connection di Shirley Clarke
(Il contatto, 1962, 110’ – v.o. sott. it.)
Lo sguardo affonda nell’inferno contemporaneo in questo primo lungometraggio di una delle figure fondamentali del New American Cinema: tratto da una messa in scena del Living Theatre, è una pietra miliare del cinema moderno per l’ambientazione claustrofobica – l’attesa del pusher di un gruppo di tossici – e la capacità di adesione diretta all’esperienza umana.

1 e 2 marzo, ore 21.00

Flaming Creatures di Jack Smith
(1963, 45’)
Vero e proprio cult dell’avanguardia underground anni ’60, fece scandalo per la sua provocazione radicale, tra trasgressione sessuale e libertà anarchica della visione. Un’allucinazione lisergica di corpi fluttuanti, impregnata di energia vitale, ambigua e disturbante.

Scorpio Rising di Kenneth Anger
(1964, 28’)
Viaggio nelle ossessioni del genio iconoclasta della sperimentazione underground, che ha influenzato intere generazioni di artisti, da Mick Jagger a David Lynch, e creato il modello di tanto cinema queer a seguire, tra trasgressioni sessuali, occultismo, violenza ed estetica biker.

3 e 4 marzo, ore 21.00

Greetings di Brian De Palma
(Ciao America!, 1968, 88’ – v. it.)
Il grande De Palma agli esordi guarda all’America del ’68 con occhio satirico e dissacrante verso le istituzioni, sperimentando uno stile libero e caotico, che aderisce perfettamente alle inquietudini di giovani allo sbando – con un De Niro già incredibile – ossessionati dal Vietnam, dalla politica, dal sesso e dal voyerismo.

7 e 8 marzo, ore 21.00

Medium Cool di Haskell Wexler
(America, America, dove vai?, 1969, 111’ – v.o. sott. it.)
Sullo sfondo dei violenti disordini scoppiati tra i pacifisti che protestavano contro la guerra del Vietnam e la polizia nella Chicago del ’68, questo film sconvolse l’America per l’impatto delle sue immagini – con riprese delle barricate e degli scontri reali inserite nella fiction – e la dura critica al cinismo dell’informazione televisiva.

9 e 10 marzo, ore 21.00

Easy Rider di Dennis Hopper
(1969, 95’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro leggendario ed emozionante, esperienza on the road per eccellenza che intere generazioni hanno ripercorso per le strade del mondo in fuga dal conformismo; in realtà un’opera intrisa di pessimismo, viaggio di autodistruzione nel lato oscuro dell’America verso il tramonto del sogno di libertà.

11 e 13 marzo, ore 21.00

Five Easy Pieces di Bob Rafelson
(Cinque pezzi facili, 1970, 98’ – v.o. sott. it.)
Tra le opere migliori dei primi anni ’70, divenne il punto di riferimento di una gioventù insofferente al modello di vita borghese, che si rispecchiò nelle inquietudini di Jack Nicholson, strepitoso nel ruolo del ribelle sradicato, in fuga da tutto e da tutti, inadatto ad ogni forma di esistenza adulta.

14 e 15 marzo, ore 21.00

Trash di Paul Morrissey
(Trash – I rifiuti di New York, 1970, 110’ – v.o. sott. it.)
Figura centrale della Factory di Andy Warhol, si spinse dove il cinema non aveva mai osato prima, descrivendo con stile sporco e diretto lo squallore della marginalità metropolitana: un universo grottesco di tossicomani, travestiti, marchettari su cui brilla la bellezza statuaria e apatica di Joe Dallesandro.

16 e 17 marzo, ore 21.00

Two-Lane Blacktop di Monte Hellman
(Strada a doppia corsia, 1971, 102’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro che segna la fine di un’epoca, spingendo il mito on the road alle sue conseguenze definitive: corridori automobilistici senza identità non cercano più la libertà nella fuga, ma vagano senza una meta nel vuoto dell’esistenza, perché la strada americana non porta più da nessuna parte.

18 e 21 marzo, ore 21.00

The Last Picture Show di Peter Bogdanovich
(L’ultimo spettacolo, 1971, 118’ – v.o. sott. it.)
Bogdanovich crea il suo capolavoro lirico con la storia di alcuni ragazzi che esorcizzano la monotonia e l’ipocrisia della vita di provincia in un piccolo cinema che sta per chiudere, prima dello scoppio della guerra di Corea: metafora malinconica di un’ingenuità ormai perduta e del crollo delle illusioni di una generazione.

22 e 23 marzo, ore 21.00

Images di Robert Altman
(1972, 101’ – v.o. sott. it.)
Un Altman insolitamente cupo e disturbante, ma sempre grandissimo, alle prese con i labirinti oscuri della psiche umana, in questo studio sconvolgente della follia che, attraverso notevoli sperimentazioni formali, ci trascina in un universo distorto, dove sogno e realtà si confondono.

24 e 25 marzo, ore 21.00

Pat Garrett and Billy the Kid di Sam Peckinpah
(Pat Garrett e Billy the Kid, 1973, 122’ – v.o. sott. it.)
Questo straordinario western punta uno sguardo struggente e spietato sul tramonto della frontiera, scrivendo il testamento di un genere e dei suoi valori ormai inattuabili. Una ballata del disfacimento di un mondo, melanconica e splendida come la colonna sonora di Bob Dylan.

27 e 28 marzo, ore 21.00

Badlands di Terrence Malick
(La rabbia giovane, 1973, 94’ – v.o. sott. it.)
Il primo film di uno dei più importanti registi contemporanei si ispira alla vicenda reale di due brutali assassini e costruisce un affresco straordinario e spietato della crisi contemporanea, dove il sangue si scolora nell’indifferenza e la fuga senza meta diventa l’unica forma di esistenza possibile.

Informazioni
scalinata di via Milano 9 A, Roma
tel. 06 39967500
palazzoesposizioni
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema

La meraviglia della natura morta – Nature Redivive

Longonipanettone

C’è tempo fino al 19 febbraio per vistare le due belle mostre dedicate alla natura morta in quel di Tortona. Nella Pinacoteca della Cassa di Risparmio (Palazzetto Medievale) ha sede La meraviglia della natura morta che indaga il tema nella scuola lombarda a cavallo tra scapigliatura e divisionismo (1830/1910).
Si parte da un sontuoso mazzo di fiori di Hayez che teme l’horror vaqui e si arriva al lirismo liberty di Previati. Non manca una sezione dedicata a Pelizza da Volpedo e sinceramente il mio orgoglio di valcuronese si’ e’ compiaciuto nel sentire un visitatore alla cassa chiedere se ne nell’esposizione permanente della Pinacoteca, fruibile con il medesimo biglietto, fossero presenti altri quadri di Pelizza (ovviamente sì)
Le nature morte rappresentano un nucleo abbastanza piccolo nell’opera di Pelizza ma in esse traspare tutta la compassione per il mondo degli ultimi tipico del pittore, dalla piccola porzione di Carne fresca allo studio de L’appeso dove un pollo appeso diventa quasi una croce rovesciata.
Le opere piu’ curiose sono pero’ quelle che rappresentano la piu’ classica tradizione lombarda: la bella fetta di gorgonzola che domina La natura morta con piatto di Cesare Tallone, gioia di una borghesia che forse oggi sarebbe piu’ schizzinosa verso il gustoso formaggio mentre ancora oggi riconosciamo il lusso nella Natura morta di Mosè Bianchi che racconta una tavola sfatta dopo una cena importante, forse un cenone di Natale o di Capodanno,a giudicare dalla fetta di mandarino in primo piano.
Per la sottoscritta questa mostra passera’ agli annali per avermi fatto conoscere Emilio Longoni, i cui bonbon sono stati scelti per i manifesti dell’evento ma a rimanere impresso è Il panettone del 1882, archetipo di tutti i panettoni industriali classici, identico a 130 anni di distanza all’ultimo che abbiamo gustato poco piu’ di un mese fa.

Paolanizzolidesideratocanestracaravaggio

Fortunatamente e’ stata prorogata fino al 19 febbraio anche la mostra Nature Redivive promossa da Arcadia che sta compiendo un lavoro molto interessante sull’arte contemporanea, va ricordata la precedente Waste.
Nelle sale di Palazzo Guidobono si indaga il rapporto dell’arte contemporanea con il genere della natura morta o still life (c’e’ una piccola sezione dedicata al nordic still life contrappposto al più corposo nucleo di nature morte italiane)
E’ un’esibizione davvero sorprendente e lo si avverte dal brusio che si sente nelle sale, ben diverso dal mormorio compassato che di solito si tiene in un museo. A sorprendere e’ il fatto che la mostra scompagina l’idea che si ha dell’arte contemporanea dove la tecnica e’ secondaria, qui siamo davanti a capolavori di perizia manuale a partire dalle nature morte di Paola Nizzoli Desiderato che con la cera e la carta realizza delle composizioni che sfidano il vero, notevole la sua riproduzione filologica della Cesta di frutta di Caravaggio. Quasi tutte le opere esposte dimostrano una maestria nella fedelta’ visiva che rivaleggia con la fotografia il culmine si ha con le opere di Luciano Ventrone: per quanto ci si avvicini ai quadri la riproduzione e’ talmente perfetta da fare sempre dubitare che si stia osservando un dipinto!

The aviator

Theaviator

Anno: 2004
Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, Jude Law, Alec Baldwin, Ian Holm, Alan Alda
Regia di Martin Scorsese





Vent’anni della vita dell’eccentrico magnate Howard Hughes, dall’arrivo appena ventenne nella dorata mecca del cinema per intraprendere la carriera di produttore realizzando uno dei film piu’ costosi della storia del cinema, Gli angeli dell’inferno (1930) al primo ed unico volo dell’enorme Hercules nel 1947, passando per gli amori con le dive del cinema, la passione per il volo e le sue idiosincrasie che lo porteranno alla follia.




Non credo che il film di Scorsese possa rientrare nel genere biopic, cioe’ nel novero dei film biografici piu’ o meno romanzati.
Per la complessita’ del personaggio, per il suo interagire con figure celeberrime del mondo del cinema da Jean Harlow a Kate Hepburn, da Errol Flynn ad Ava Gardner, Scorsese, grande conoscitore del cinema classico, preferisce rimandarci solo l’atmosfera di un epoca condensando il film in una biografia acronica, non si potrebbe spiegare altrimenti la presenza di Ava Gardner alla festa per la trasvolata oceanica compiuta da Hughes nel ‘35 quando l‘attrice all’epoca aveva solo tredici anni!
Anche la storia d’amore tra la Hepburn e Hughes e’ stata molto rimaneggiata: l’attrice nelle sue memorie ha sempre parlato solo di un’affettuosa amicizia, mai di qualcosa che potesse sfociare nel matrimonio. Il rapporto tra i due da il destro a Scorsese per mettere in scena una screwball, una commedia sofisticata sullo scontro tra i sessi, e il pezzo forte e’ proprio il pranzo a casa Hepburn, che pare uscito da Scandalo a Filadelfia, il film che rilancio’ definitivamente Katharine Hepburn dopo che per anni era stata “veleno per i botteghini”. (L’attrice compro’ i diritti del film grazie all’aiuto economico di Hughes).
Tutta la relazione Hepburn/Hughes e’ visualizzata rimandando a pellicole che hanno decretato il successo della diva: il volo notturno su Los Angeles ricorda La falena d’argento, in cui la Hepburn nel 1933 interpreta (guarda caso!) un’aviatrice e la prima uscita sui campi da golf ripropone Lui e lei del 1952, in cui l’attrice e’ una golfista un po’ insicura che trova successo e amore tra le braccia del nuovo allenatore Spencer Tracy.
Cate Blanchett non interpreta tanto la grande diva, ma piuttosto propone una recitazione alla Hepburn.
Spesso si paragona questo film a Quarto Potere, principalmente perche’ Welles prima che a Hearst aveva pensato a Hughes come figura ispiratrice del suo Citizen Kane. A parte il rimando iniziale al rapporto morboso con la madre e alla parola “magica” che da rosebud diventa quarantena, Scorsese costruisce un film speculare all’opera di Welles: se Heast/Kane sfrutta il suo denaro per manipolare le masse ed indurle a cercare la guerra, Hughes diventa un paladino della liberta’ lottando strenuamente contro il monopolio della Pan Am sulle rotte intercontinentali.
Personalmente ho apprezzato maggiormente questa seconda parte del film, dove esce la tematica preferita di Scorsese: lo scontro dell’individuo contro il sistema e bisogna riconoscere che la caratterizzazione del senatore Brewster data da Alan Alda e’ veramente notevole. Ottima anche la prova di Leonardo Di Caprio: piu’ che portarlo all’Oscar spero che questo ruolo lo liberi definitivamente dall’ombra del Titanic e ne faccia valutare serenamente le capacita’, di cui, per altro, aveva gia’ dato ampia prova in passato.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

A.C.A.B. – All Cops Are Bastards

Acab

Adriano, il nuovo arrivato facile agli scatti di violenza, suscita l’attenzione degli anziani della sezione, Mazinga, Cobra e Negro che cercano di introdurlo ai valori del corpo della Celere, una fratellanza che va oltre il lavoro, superando anche i legami familiari; ma quando il codice interno del gruppo si scontra definitivamente  con le leggi dello stato il giovane celerino si vedra’ costretto a fare una scelta decisiva.

Stefano Sollima debutta sul grande schermo dopo il successo di Romanzo Criminale La serie con una storia (ispirata al romanzo omonimo di Carlo Bonini) che potrebbe essere speculare a quella del progetto televisivo. Ancora una vicenda di amicizia e di fratellanza violenta; stavolta protagonisti non sono i componenti di una banda malavitosa, ma un gruppo di celerini, rappresentati nell’atto del loro dovere e nello spaccato della vita quotidiana. Quello della Celere non e’ un corpo di polizia molto amato, neppure all’interno delle stesse forze di Stato, sono la prima linea dello stato nelle situazioni piu’ incresciose, dalla vigilanza allo stadio allo sfratto coatto.
Acab non difende la categoria ma ha il coraggio di mettere in scena luci ed ombre. Da sempre film e serial tv ci raccontano che il punto di contatto tra organi di polizia e malavita avviene in una zona grigia dove i confini si sfumano e i mezzi usati sono gli stessi da una parte e dall’altra. Sollima analizza questa situazione ma non la usa per giustificare il comportamento dei suoi protagonisti su cui aleggia il fantasma del pestaggio alla Diaz al G8 del 2001 che trovera’ un amaramente ironico contrappasso nel finale aperto su un inizio di guerriglia urbana che si svolge in Piazzale Diaz a Roma. Non c’è redenzione per i protagonisti in Acab come non non c’e’ salvezza per la nostra società: facendo riferimento a reali fatti di cronaca del 2007, dalla morte dell’Ispettore Filippo Raciti, all’assurdo sparo all’autogrill al tifoso Gabriele Sandri, passando per l’aggressione mortale a Giovanna Reggiani da parte di un rumeno, il film ci restituisce la visione di un paese rabbioso che fa della violenza un linguaggio preferenziale.
Un film di genere che pero’ dimostra chiaramente la maturita’ stilistica dell’autore: Sollima resta insuperabile nell’usare la musica extradiegetica soprattutto nelle scene piu’ cruente e si dimostra molto bravo anche nel lavoro con gli attori, piu’ che Favino e Giallini, trovo che il film consacri Filippo Nigro che dimostra una grinta dilaniata mai espressa finora.  

 

I primi della lista

Iprimidellalista Pisa, inizio giugno 1970, Renzo Lulli e l’amico Fabio Gismondi invece di prepararsi per l’esame di maturita’ vanno a fare un provino per suonare con Pino Masi, piccola star musicale del movimento studentesco per la sua Ballata del Pinelli. Mentre stanno provando i brani il Masi viene avvisato dai compagni che a Roma si sta organizzando un colpo di stato fascista. Temendo per la propria incolumità’, dato che artisti ed intellettuali sono “i primi della lista” dei nemici da eliminare da parte dei golpisti, i tre ragazzi si ritrovano coinvolti in una fuga verso il confine austriaco creando un incidente diplomatico..

Intelligente operazione del debuttante registra angloitaliano Roan Johnson: visto che ogni rievocazione filmica degli anni di piombo scatena sempre grandi polemiche nel nostro paese, il giovane sceneggiatore passa alla regia scegliendo la chiave della commedia per rievocare quel periodo storico. Si tratta di una pellicola a piccolo budget a cui ha contribuito anche Paolo Virzì e al suo stile il film paga un debito iniziale con il Lulli che ricorda un po’ il Gabriellini di Ovosodo, partecipe invontario di esperienze piu’ grandi di lui.
La storia del Lulli, il Masi e il Gismondi che sfondano il confine austriaco di Tarvisio creando un incidente diplomatico per il Ministro degli Esteri Aldo Moro che in quel momento era impegnato a gestire la cacciata degli italiani dalla Libia voluta da Gheddafi, e’ una vicenda realmente accaduta che viene trasformata in un surreale road movie a bordo di una fiammante (!) A112. Ricordando la poverta’ di budget e’ encomiabile lo sforzo fatto per recuperare l’epoca storica, segnalo solo un blooper veniale: la Giulia dei Carabinieri che i tre incrociano al passaggio a livello ha gia’ la targa a sfondo bianco e non piu’ quella originale a sfondo nero.
La seconda parte nel carcere di Villach, dove i tre esuli in cerca di asilo politico vengono trattenuti dopo aver sfondato il confine, e’ davvero esilarante perchè i tre protagonisti faticano ad accettare il fatto che nella notte tra il primo e il due giugno del 1970 in Italia non sia successo nulla e i convogli militari che hanno incontrato per la strada si stavano recando a Roma solo per la parata della Festa della Repubblica. Ragazzi di provincia sprovveduti e suggestionati che ci fanno tenerezza certo, ma il film si apre con immagini di repertorio del colpo di stato dei Colonnelli in Grecia nel ‘67, l’inizio dell’era stragista in Italia con la bomba di Piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli misteriosamente caduto da una finestra della questura milanese e si chiude con la didascalia che il 7 dicembre del 1970 il principe nero Valerio Borghese tento’ davvero un colpo di stato, fatto poco noto alla maggioranza degli italiani.

Fantasmi a Roma

FantasmiaRoma Italia 1961 Lux
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli, Sandra Milo, Belinda Lee, Lilla Brignone
regia di Antonio Pietrangeli
Sceneggatura di Sergio Amidei, Ennio Flaiano, Ettore Scola
Musiche di Nino Rota
Fotografia di Giuseppe Rotunno
Montaggio di Eraldo Da Roma

Nonostante la “fortuna” di avere un edificio non vincolato dalle Belle Arti, il vecchio e squattrinato principe Annibale di Roviano rifiuta di vendere il palazzo di famiglia a un immobiliarista. Quando il principe muore, il palazzo passa in eredita’ al nipote Federico che non esita ad accettare la proposta del palazzinaro. I quattro fantasmi che da secoli vegliano sulla stirpe Roviano si vedono costretti ad intervenire con l’aiuto di un’iroso (e scomunicato!) pittore che dipingera’ un affresco che, una volta ritrovato fermera’ i lavori di demolizione.

Di solito mi limito a riprtare solo il regista e il cast, ma per quest’opera da sempre sottovalutata è giusto segnalare tutti grandi nomi del cinema italiano che vi hanno collaborato.
Dietro i toni eleganti di una favola a lieto fine e l’armosfera fortemente teatrale, infatti, si nasconde una bella zampata di Pietrangeli contro la modernita’ imperante. Il film e’ del 1961, centenario dell’Unita’ dItalia che segue le gloriose Olimpiadi di Roma ‘60 che sanciscono l’ingresso del paese nell’era del boom economico.
I quattro fantasmi di casa Roviano appartengono ognuno ad un secolo diverso e ne interpretano le varie anime: il secentesco frate Bartolomeo (Buazzelli) incarna la Roma del massimo splendore papalino, Reginaldo (un seduttivo Mastroianni che nel film recita ben tre ruoli) e’ il libertino del tardo settecento, Flora, (una Milo svampita ad hoc) novella Ofelia buttatasi nel Tevere per un amore infelice, rappresenta il romanticismo ottocentesco e il piccolo Poldino, fratello di Annibale e’ il fantasma di un novecento che ha prematuramente perso la sua innocenza con la Prima Guerra Mondiale. I rimpianti dei fantasmi che poco apprezzano l’era attuale sono un modo per mettere alla berlina l’Italia del 1960 e preconizzare i tempi che verranno soprattutto dal punto di vista immobiliare e culturale. Incisive le scene che raccontano come il palazzinaro ottiene i permessi per demolire un palazzo storico in centro di Roma per costruirvi il piu’ grande supermercato d’Europa con annesso garage: piu’ si sale la gerarchia degli enti preposti, piu’ grande diventa il modello del futuro edificio perche’ piu’ grandi sono le mazzette nascoste nel garage che placano gli scrupoli degli amministratori pubblici.
L’unico modo che i fantasmi hanno per salvare la loro casa e’ quello di convincere Giovanni Battista Villari detto il Caparra (interpretato da un sanguigno Gassman) a dipingere un affresco per dare un valore artistico al palazzo e salvarlo dalla distruzione. Capiti i giochi di denaro, i fantasmi sfruttano a proprio vantaggio la sensibilita’ pecuniaria del celebre critico venuto a studiare il dipinto. A rimanere fregato e’ il Caparra che ancora una volta deve vedersela con il suo nemico giurato, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio: se gia’ una volta gli era stata attribuita dallo stesso critico “una crosta del Caravaggio” ora il suo affresco viene attribuito al rivale ed è inutile spiegare la velata satira sulle attribuzioni spesso discutibili nel mondo dell’arte. Tutto sommato ai fantasmi di casa Roviano il Caravaggio torna piu’ utile del Caparra e il palazzo ricade nella sua sonnacchiosa incuria con la targa museale della “sala del Caravaggio”. Tutto estremamente attuale, vero? Veniamo allora alla scena finale del film, affidata a Regina, una barbona pazza convinta che un giorno gli americani verranno a rimetterla sul trono e lei gli regalerà il Colosseo, tanto che se ne fa? e’ tutto bucato…

The Iron Lady

Theironlady

La figura di Margaret Thatcher e’ molto attuale in questo periodo perche’ la sua politica liberista, in accordo con quella reaganiana viene considerata la causa primaria della forte crisi economica che stiamo vivendo. La pellicola di Phyllida Lloyd, pero’ non e’ il solito biopic che ripercorre i momenti salienti della vita della protagonista dando una lettura storica o critica delle scelte politiche della Lady di Ferro che per oltre un decennio governo’ la Gran Bretagna. La regista alla seconda collaborazione con Meryl Streep dopo la fortunata trasposizione cinematografica del musical Mamma Mia! opera un’interessante lettura di genere sulle donne e il potere, va ricordato che Margaret Thatcher e’ stata la prima donna in Europa a ricevere un mandato di governo e il suo modello per certi versi e’ ancora l’unico proponibile.
Il film si apre con la celeberrima uscita della vecchia Maggie per comprare il latte in una Londra devastata dagli attentati di al-Qaeda del 2005 e passato lo stupore per la camaleontica prova della Streep che e’ davvero identica all’originale (grazie al trucco) veniamo accompagnati nella vita di un donna anziana, richiusa in casa dalla malattia e dai propri fantasmi. Alla Lloyd non interessa giudicare l’operato politico della protagonista, il giudizio e’ negativo a prescindere perche’ racconta la storia di una donna che per inseguire l’ambizione politica deve rinunciare alla famiglia (il rapporto conflittuale con la figlia mentre l’adorato maschio vive in Sud Africa) e che finirà per ritrovarsi da sola, a fare cio’ che ha sempre paventato di piu’ nella sua vita come dimostra l’ultima inquadratura prima dei titoli di coda, scena che va collegata al discorso che la giovane Margaret fa al marito prima di accettare la sua proposta di matrimonio. Le scene piu’ interessanti, anche visivamente, sono proprio quelle della giovane deputata Margaret Roberts che alla fine degli anni ‘50 deve scontrarsi con il mondo estremamente maschilista del Parlamento di sua Maestà, memorabili le inquadrature nei due bagni: in quello femminile troneggia un’asse da stiro e una sedia vuota.
Quando la Thatcher decide di candidarsi al ruolo di Primo Ministro si affida a dei consulenti di immagine che le cambiano il look, le fanno seguire corsi per meglio modulare la voce: se il Presidente degli Stati Uniti era un attore la Thatcher con la sua forza di volonta’ finisce per procurarsi lo stesso bagaglio mediatico fatto di trucco e parrucco perfetto, tailleur raffinati di cui nessuna donna politica e’ ancora riuscita a fare a meno.
Il film e’ valso il Golden Globe a una superba Meryl Streep avviata al terzo Oscar con una prova attoriale magistrale, se nel ruolo dell’anziana Meggie e’ aiutata da un trucco eccezionale (anch’esso candidato all’Oscar) sono i suoi occhi a essere incredibili passando dallo sguardo imperioso di una donna volitiva e impassibile alle critiche a quello sperduto di una povera vecchia preda dell’Alzheimer.

La talpa

Latalpa Controllo, capo dello spionaggio britannico viene licenziato con tutta la sua squadra quando ipotizza che una talpa si muova all’interno del Circus. Quando la notizia arriva al primo ministro, Controllo e’ ormai morto e il suo vice George Smiley viene richiamato in servizio con l’incarico di scoprire la talpa tra il gruppo ristretto di agenti in posizioni di rilievo con cui ha collaborato per tutta la vita.

Che quella dell’agente segreto non sia più l’attività fascinosa di James Bond lo abbiamo scoperto con Le vite degli altri e Umberto Eco durante la promozione de Il Cimitero di Praga ne ha ribadito l’inutilita’ descrivendo le spie come creatori di falsi documenti che supportano quanto la parte avversa gia’ conosce. A chiudere la trilogia arriva il thriller di Tomas Alfredson tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di John LeCarre’ che ci descrive le frustrazioni di un gruppo di spie sul viale del tramonto: i bei tempi che rimembra una vecchia collaboratrice contattata da Smiley erano quelli della guerra, solo perche’ erano quelli della giovinezza. La talpa una volta scoperta giustifichera’ il passaggio al nemico per scelta estetica piu’ che etica perche’ l’Occidente si sta involgarendo (ed il film e’ ambientato nel 1973/74!)
Nel sottile gioco di ricostruzione che Smiley deve operare riemergono frammenti di un passato trascorso tra cene aziendali degne della piu’ banale vita impiegatizia e tante pene d’amore e mai La Mer di Trènet sottolineò un finale più malinconico.
Alfredson ci ripropone lo stesso stile lento di Lasciami entrare, una lentezza che viene scossa come nella pellicola precedente da lampi improvvisi di cruda violenza, in aggiunta c’e’ l’insistenza sulla scelta stilistica del carrello all’indietro e infatti Smiley dovra’ prendere le distanze dal vissuto personale e facendo un passo indietro avere una visione d’insieme piu’ nitida e scorgere finalmente quel che ha sempre avuto sotto gli occhi, anzi gli occhiali spesso mostrati appannati. La necessita’ della messa a fuoco di cio’ che lo circonda e’ sottolineata dalla visita dall’oculista che segue immediatamente l’assunzione dell’incarico. Molte inquadrature rimandano anche a La finestra sul cortile con la visione delle vetrate di intere palazzine spiate.
Impossibile non parlare del cast di questo film, vedere Gary Oldaman in cima ai titoli di testa di una locandina e’ una gioia che potra’ essere bissata con l’Oscar come miglior protagonista a cui e’ candidato. Vederlo duettare con Tom Hardy e’ una chicca, quasi un passaggio del testimone tra due camaleonti del grande schermo. Si fa notare anche Benedict Cumberbatch (lo Sherlock televisivio) a cui spetta il ruolo tutto sommato piu’ leggero e nella tradizione della spia charmant.
Attenzione spoiler Dalla scelta del cast arriva anche l’unica nota negativa: quando ti accorgi che l’attore di grido dopo un quarto d’ora non ha ancora avuto una scena importante intuisci che e’ nel film per interpretare la talpa

I fantasmi di Bedlam

Bedlam poster

La principale attrattiva de I fantasmi di Bedlam sta proprio nel titolo: Bedlam e’ la popolare contrazione con cui è conosciuto il Bethlem Royal Hospital, ospedale psichiatrico londinese attivo fin dal XIV secolo per la cura dei malati di mente e diventato famoso per la brutalita’ dei trattamenti riservati ai pazienti nel corso del XVII secolo.
La fama cinefila di Bedlam si deve alla pellicola omonima (titolo italiano Manicomio) del 1946 prodotta dalla RKO di Val Lewton per la regia di Mark Robson con Boris Karloff nei panni del malefico direttore Sims che nel 1761 rinchiude nella struttura l’attrice Nell Bowen che si batte per migliorare le condizioni dei pazienti. I ricoverati la aiuteranno a fuggire e si vendicheranno del loro aguzzino.
Date queste premesse avevo aspettative molto alte dalla serie inglese in sei episodi targata BBC, invece mi sono ritrovata davanti una versione british di Ghost Whisperer tutta look cool e zero paura condita da una colonna sonora gothic metal alla Evanescence: la famiglia Bettany composta dalla snobissima Kate e dal padre imprenditore Warren, riconverte il manicomio in un lussuosa condominio. Chi andra’ mai ad abitare in un luogo dalla fama cosi’ sinistra? Ma una serie di baldi giovanotti e leggiadre fanciulle attirati dai prezzi modici (dettati dalla crisi piu’ che dal passato della residenza). Gli incantevoli inquilini ben presto si troveranno a fare i conti con i fantasmi dei pazienti torturati tra le mura del manicomio.



Ifantasmidibedlam


La serie si apre con l’arrivo di Jed Harper, cugino scomodo (ma strafigo) di Kate perche’ anche lui ha dei precedenti di sofferenza nervosa e ha subito dei ricoveri, il ragazzo in realta’ ha il dono di vedere i fantasmi e riesce a salvare le persone prese di mira dagli invisibili abitanti di Bedlam. Nel frattempo si fanno scoperte inquietanti sul passato della famiglia (il nonno di Kate, ultimo direttore della struttura psichiatrica, ha condotto efferati esperimenti sui pazienti, la madre di Jed era una paziente dell’ospedale) e l’edificio nasconde ancora molti segreti che verranno svelati nella prossima stagione che dovrebbe uscire nella primavera di quest’anno.