Addio a Tonino Guerra

Si è spento stamane il grande poeta e scrittore nato a Sant’Arcangelo di Romagna il 16 marzo 1920. La sua attività artistica ebbe grande influenza sul cinema italiano infatti Tonino Guerra fu anche attore, regista e aiuto regista ma soprattutto sceneggiatore di moltissimi film e soprattuto di alcuni capolavori della nostra cinematografia.
Il mio tributo attraverso le locandine dei film più importanti a cui ha collaborato è su Pinterest, basta clikkare sull’immagine per arrivare alla pagina

Toninoguerra

The river

Theriver Emmet Cole e’ un divulgatore scientifico che ha trasformato il suo decennale programma sulla natura in una sorta di reality sulla sua famiglia: il figlio Lincoln è cresciuto sotto lo sguardo delle telecamere accompagnando i genitori in giro per il mondo. L’ultima spedizione sul Rio delle Amazzoni pero’ Emmet la compie in solitaria, con il fido cameraman e durante il viaggio i due uomini spariscono. Dopo sei mesi dalla scomparsa di Cole si attiva improvvisamente un suo dispositivo e la moglie e il figlio partono alla ricerca dell’uomo con una squadra sponsorizzata ancora una volta dall’emittente televisiva che vuole filmare il salvataggio.

Ennesimo serial prodotto da Steven Spielberg che, dopo i dinosauri bruttini di Terranova e gli alieni perfidi di Fallen Skies produce questa serie horror avventurosa dove di orrorifico per ora si è visto molto poco. Sinceramente non avrei scommesso un soldo su questa serie perchè le precedenti produzioni di Spielberg le ho abbandonate a metà ma soprattutto perchè penso che l’horror non sia un genere adatto alla lunga produzione seriale: è oggettivamente molto difficile mantenere un livello costante di tensione e paura per tutti gli episodi della serie, non a caso The river dura solo otto puntate. Ma come ho già detto Ther river non fa paura anzi alcune trovate sono particolarmente ridicole e inficiano situazioni altrimenti interessanti alludo al bambolotto che gira la testa tra i tanti appesi sull’albero delle bambole.
Un altro elemento che a mio parere non è stato sfruttato a dovere è la dimensione del reality, il cinema ci ha già regalato opere in cui tutto veniva visto attraverso il filtro di una telecamera per cui lo spettatore non aveva la sensazione di assistere direttamente alla storia ma di riceverne una versione mediata. in The river si esce abbastanza disinvoltamente dalle situazioni filmate per passare a quelle dirette mentre con piccoli accorgimenti (telecamere nascoste, fuorionda, ecc..) tutto avrebbe potuto mantenere una dimensione metacinematografica.
Nonostante le pecche evidenti The river riesce ad intrigarmi probabilmente per la mia passione innata per il genere e la dimensione esoterica sposata all’esotismo del misterioso Rio delle Amazzoni mi ha catturato.

Treno popolare

Trenopopolare Italia 1933,
con Maria Denis, Marcello Spada, Lina Gennari,
regia di Raffaello Matarazzo

Le avventure corali di un treno popolare invenzione del regime fascista che proponeva tariffe particolari per le gite fuoriporta nelle festivita’. Il viaggio è da Roma ad Orvieto e l’attenzione si concentra soprattutto su Lina che va in gita con il collega Giovanni, spasimante non ricambiato. I due sul treno fanno amicizia con l’aitante Carlo che non ha problemi a far breccia nel cuore della ragazza..

Strano e misconosciuto oggetto filmico che segna il debutto nella regia del ventitreenne Raffaello Matarazzo. Dovrebbe essere un film di propaganda per l’iniziativa del treno popolare ma la retorica resta in secondo piano affidata solo alle riprese della sferragliante locomotiva marchiata dal fascio littorio.
Essendo girata tutta in esterni la pellicola viene considerata a torto un’antesignana del neorealismo, ma non c’e’ nulla di meno realistico delle riprese di Treno Popolare: la scelta dei posti alla partenza da Roma e la corsa verso la funicolare che porta alla rocca di Orvieto, scandite dalle musiche di Nino Rota, hanno il ritmo di una coreografia e anche la scena della siesta pomeridiana con i gitanti addormentati in pose plastiche ha ben poco di vero. Il giovane regista sembra ispirarsi ai film delle avanguardie degli anni 20 dove i cineasti filmavano le metropoli che crescevano a vista d’occhio. Il progresso per Matarazzo si limita solo alle riprese dei binari e al posto dei grattacieli ci sono le riprese del celeberrimo Duomo di Orvieto o del Pozzo di San Patrizio.
Sul treno è presente ogni “tipo” umano dal sussiegoso professore solitario, alla famiglia numerosa, agli antesignani dei vitelloni fino alla ragazza leggera che si accompagna a un uomo sposato smascherato dalla vecchia moglie gelosa. Un bozzettismo che fa sfoggio di primi piani degni della cinematografia sovietica e che ci regala una delle scene sperimentali più intriganti del nosto cinema: un uomo semi addormentato che cade verso la telecamera mentre sbadiglia e il primo piano della sua bocca spalancata si trasforma nella galleria ferroviaria.
Non mancano dettagli di mani o gambe che si sfiorano a raccontare storie d’amore nascenti o proibite. I dialoghi son ridotti all’osso ma va ricordato che il primo film sonoro italiano è di soli tre anni prima (La Canzone dell’amore, 1930)
Reminiscenze del cinema americano sono presenti nella rappresentazione dei protagonisti: Carlo è un fusto impomatato come Rodolfo Valentino mentre il povero Giovanni indossa una paglietta che ricorda Ridolini. Lina offre l’immagine di una ragazza elegante e sportiva che può competere con quella della smart girl delle commedie americane.
Nonostante la voglia di sperimentare il film presenta già in nuce i temi che faranno passare Matarazzo alla Storia del Cinema, la donna perduta che deve scontare la colpa: la povera Maria diciannovenne sventata in gita con l’uomo sposato scoperto dalla moglie la cui disavventura diventa immediatamente il pettegolezzo dell’intero convoglio, punteggia con la sua presenza solitaria ed affranta i momenti di svago dei gitanti e solo dopo aver penato per l’intera giornata arriva il riscatto: nel viaggio di ritorno farà amicizia con Giovanni ormai arreso all’amore nascente tra Lina e Carlo.

Faccia d’angelo

Facciad'angelo

La miniserie di Sky ispirata alle vicende di Felicetto Maniero vanta un’interpretazione superlativa di Elio Germano che dimostra un’abilità notevole nel parlare il dialetto veneto. I grandi attori Italiani, da Gassman a Manfredi sono sempre stati molto bravi nel giocare con i vari dialetti nazionali ma Germano sembra aggiungervi un quid di nonchalance per cui la leggera cadenza veneta che il suo Toso mantiene quando parla in italiano sembra del tutto naturale. E in tempi in cui buona parte degli attori non riesce a recitare in un italiano pulito, privo delle inflessioni natali, il lavoro linguistico di Germano ha del miracoloso.
Per il resto la produzione di Faccia d’angelo non si discosta troppo da una produzione media televisiva e per come è stata raccontata la violenza nella prima puntata il tvmovie avrebbe potuto tranquillamente passare anche su Rai1.
Forse quello che non si addiceva troppo all’ammiraglia della nostra televisione è il messaggio della miniserie. Checchè ne dicano le solite polemiche che ne hanno anticipato la messa in onda, Faccia d’angelo non mi pare giustificare l’opera della mala del Brenta ma nonostante lo stile piuttosto anonimo, in alcuni passaggi stigmatizza perfettamente una trasformazione socio-economica che ha aperto la strada a personaggi come Maniero; l’improvvisa trasformazione di realtà contadine in ricchi contesti industriali è ben rappresentato dalla scena in cui l’industriale fa mettere le telecamere sul villone. L’affettata indifferenza dei (nuovi) ricchi di fronte a un paese che osserva stupito tanto sfoggio di tecnologia è qualcosa che esula completamente dalla mentalità di piccoli paesi rurali dove l’ostentazione della ricchezza è vista come ubris.
L’altra scena dal contenuto molto significativo riguarda sempre il primo rapimento che da vita alla banda di Felicetto, quando i ragazzi, dopo aver ceduto la rapita ai giostrai, cantano Symbolum 77 in onore dei milioni guadagnati. Una chiara metafora della perdita della religiosità (e dei valori in genere) in nome del Dio Denaro.

Safe House – Nessuno è al sicuro

Safehouse Matt Weston, un giovane agente della CIA, gestisce la safe house di Citta’ del Capo, in Sud Africa: un posto tranquillo dove non succede praticamente nulla e infatti il giovane scalpita per un ruolo di maggior azione. Un giorno però, arriva la telefonata tanto attesa: dei clienti chiedono di usare la safe house per un interrogatorio e il prigioniero e’ nientemeno che Tobin Frost, leggendario agente della CIA che si è messo a vendere segreti di stato. Mentre si procede all’interrogatorio la safe house viene assaltata; Matt e Tobin sono gli unici a sopravvivere: riuscirà l’inesperto agente a tenere a bada l’astuta spia?

Non lasciatevi incantare dalla fotografia sgranata e dal grande uso della macchina a mano del regista Daniel Espinosa, nonostante il taglio contemporaneo Safe House procede sui binari più classici del film di spionaggio con il confronto tra il cinico deluso e il giovane di buoni propositi i cui scontri potrebbero anche portare a un’amicizia. E in un film di genere questo è ancora accettabile anche quando è costruito su misura della star che pure produce: Denzel Washington (che si circonda di comprimari del calibro di Brendan Gleeson e Sam Shepard) sfodera tutto il suo repertorio di ammiccamenti simpatici per poi trasformarsi nella seconda metà della pellicola in un gelido assassino e (scusate lo spoiler) sa morire da par suo.
Il film, che pure aveva mantenuto una buona tensione e anche ammaliato con l’ambientazione insolita del Sud Africa, deraglia completamente nella parte finale dove si accumula tutta una serie di sottofinali uno piu’ inutile dell’altro che sfiniscono lo spettatore, riservando però un inatteso colpo di scena: il finale è praticamente identico a quello di Mission Impossible Protocollo Fantasma: lui che da lontano osserva l’amore perduto accontentandosi di un languido sguardo.

L’ultima dei Montezuma

TheWomanGodForgot The Woman God Forgot
USA 1917
con Geraldine Farrar, Wallace Reid, Raymond Hatton
regia di Cecil B. DeMille

Venuto a conoscenza di una leggenda azteca secondo cui un profeta sarebbe tornato in Messico proprio negli anni in cui arrivarono i conquistadores, Cortez invia il suo fido capitano Alvarado a parlamentare con l’imperatore Montezuma spacciandosi per il figlio del Bianco Nume. Appena arrivato a corte è amore al primo sguardo tra Tezca, la figlia di Montezuma e il capitano le cui origini divine non vengono credute. Ferito e in fuga per il palazzo imperale, Alvarado trova rifugio nelle stanze della principessa, che si prende cura di lui e si avvicina al cristianesimo. Scoperto, il soldato viene destinato al sacrificio per propiziare le nozze di Tezca con il cugino Guatemoco. La principessa, pur di salvarlo esce dalla città e va a chiedere aiuto a Cortez promettendo di lasciargli aperte le porte della città in cambio del giuramento di non infierire sulla popolazione. Entrato in città Cortez viene meno al patto e fa prigioniero Montezuma che maledice la figlia. Tezca si pente di aver abiurato la sua fede e dopo la morte del padre guida la battaglia ma sarà l’unica a sopravvivere al massacro. Alvarado perora la sua causa e la donna viene lasciata uscire dalla città e si ritira a vivere in una capanna dove il capitano spagnolo la raggiunge per cercare di scaldare il suo cuore chiuso dall’odio.

L’ultima dei Montezuma è la prima pellicola d’ambientazione interamente storica girata da Cecil B. De Mille che nell’anno precedente in Joan the woman aveva inserito la vicenda di Giovanna d’Arco nella cornice del sogno di un soldato al fronte durante la Prima Guerra mondiale.
Il film ha molte ingenuità (la più eclatante riguarda il fatto che si dia per scontato che aztechi e spagnoli si capiscano perfettamente) ma contiene già tutte le tematiche care al regista: Geraldine Farrar, soprano prestato al cinema muto di cui divenne una delle prime dive, anticipa la sensualità che esploderà poi nel 1934 con la Cleopatra interpretata da Claudette Colbert e la presenza del tema religioso qui rappresentato dalla croce e dalla battuta ripetuta più volte “in hoc signo vinces” anmuncia la passione per i temi biblici da cui De Mille trarrà i suoi kolossal futuri.

L'ultimadeimontezumaE’ interessante lo studio psicologico della protagonista, donna dotata di grande sensibilità umana per cui è inorridita dalle crudeli pratiche religiose che prevedono sacrifici umani e sarà proprio lei che mettendo in salvo l’amata schiava Maruna destinata al sacrificio, farà in modo che Cortez venga a conoscenza della leggenda del Bianco Nume. Naturalmente incline alla compassione cristiana Tezca si avvicina al cristianesimo anche per amore di Alvarado ma quando si scopre tradita da Cortez e vede uccidere il padre non esita a chiedere perdono ai suoi dei e a guidare la battaglia. Uno scatto d’orgoglio repentino che scarta dal modello di Pocahontas antelitteram che Tezca pareva rappresentare fino a quel momento. Il finale è un happy end appena accennato: Alvarado riesce a strappare solo un sorriso alla donna amata, non c’è nessun bacio che suggelli la ritrovata armonia.
Pur mettendo in evidenza la missione evangelica degli spagnoli, De Mille non esita a mostrare il modo d’agire ipocrita e vigliacco dei conquistadores che fin dalle didascalie iniziali definisce sprezzantemente “una banda di soldati”.
L’ultima dei Montezuma anticipa anche il gusto per il kolossal di De Mille, gli scenari esterni sono spettacolari, girati nel Santa Ynez Canyon. I sensualissimi costumi della protagonista vantano un tripudio di piume e sono firmati da Natacha Rambova che proprio in questo film debutta come costumista.
Anche le scenografie sono maestose e le scene di battaglia si svolgono sull’immensa scalinata di un tempo azteco dalle cui terrazze gli spagnoli getteranno nel vuoto i prigionieri.
Immancabile il viraggio il cui colore suggerisce stati temporali (giorno notte) ma anche emotivi: il purpureo delle scene di battaglia. Raffinatissime le didascalie originali con le lettere finite da uno svolazzo quando c’è da completare una riga altrimenti vuota.

In time

Intime Nel futuro la genetica riesce a fermare l’invecchiamento umano all’età di 25 anni, quest’eterna giovinezza ha però un prezzo: il tempo diventa la moneta corrente e al compimento del 25° anno a ogni individuo resta un anno di bonus: chi è ricco è praticamente immortale mentre chi è povero lotta con i minuti per sopravvivere.
Will Salas è un ragazzo del ghetto di Dayton che salva un riccone da morte certa. L’uomo è però stanco di vivere e dopo aver spiegato a Will i meccanismi perversi che regolano “l’economia temporale”, gli regala a un secolo prima di suicidarsi. Il ragazzo abbandona il ghetto per cercare fortuna (e vendetta) nella lussuosa New Greenwich: troverà l’amore di Sylvia Weis, figlia del piu’ ricco magnate della città ma sarà anche nel mirino del custode del tempo Raymond Leon.

Andrew Niccol, regista di Gattaca alle prese con un nuovo thriller che mescola genetica e azione, purtroppo i risultati sono inferiori al suo capolavoro del 1997. Si preferisce sviluppare (in modo molto convenzionale) la storia d’amore tra la ricca ereditiera ribelle e il giovane spiantato di onesti principi trasformandoli in una coppia di futuristici Bonnie&Clyde con ambizioni degne di Robin Hood: svuotare le banche del tempo per regalarlo alla popolazione più povera. Di fatto questa scelta di scrittura crea il primo film che cavalca il sentimento degli indignados: in un mondo dove occorre che la maggioranza muoia perchè pochissimi possano essere immortali, in realtà le risorse a disposizione sarebbero sufficienti per tutti. Quello che non convince molto di questa economia temporale è la mancanza di interessi sul capitale: come per Jena Plinsky il tempo corre inesorabilmente all’indietro per tutti e anche se hai un secolo o un millennio davanti il capitale si usura costantemente sotto i tuoi occhi. La tematica occupy inoltre, fa passare in secondo piano altri aspetti della sceneggiatura che potevano rivelarsi interessanti, soprattutto meritava di essere approfondito il personaggio del guardiano del tempo (l’ottimo Cillian Murphy). Resta inappagata la curiosità sul rapporto molto personale che nel passato aveva legato Raymond Leon al padre di Salas (per un momento ho addirittura pensato che Raymond potesse essere il padre di Will); in ogni caso, in un mondo di poveracci ossessionati dalla mancanza di tempo e di ricchi protetti da schiere di guardie del corpo per non rischiare morti accidentali, il personaggio di Cillian Murphy è l’unico talmente preso dalla sua missione che non ha l’assillo di controllare costantemente il tempo, preferendo vivere “fino all’ultimo respiro”.

Homeland – Caccia alla spia

Homeland In Iraq, il sergente dei Marines Nicholas Brody viene ritrovato in un bunker dove e’ stato tenuto segregato da Al-Qaeda per otto anni. Rimpatriato, viene accolto come un eroe ma Carrie Mathison, un’agente dei servizi che ha ricevuto una soffiata su un soldato americano passato al nemico, è convinta che Brody sia stato plagiato dai suoi sequestratori.

Qualche tempo fa Aldo Grasso sosteneva che il serial televisivo americano è il nuovo sembiante del grande romanzo e vedendo Homeland non si puo’ che avvalorare la tesi del nostro critico televisivo. La serie che ha vinto i Golden Globe 2012 conferma come nell’immaginario americano (e mondiale) l’elaborazione del lutto per la tragedia dell’11 settembre sia avvenuto attraverso le serie televisive: se 24 simboleggiava la rabbia e Lost incarnava la rimozione, Homeland rappresenta l’accettazione.
I due personaggi antagonisti sono estremamente complessi e che Brody sia o meno una cellula terroristica dormiente, il racconto si addentra in una zona grigia dove si possono trovare delle giustificazioni anche per i terroristi, uscendo dallo schematismo dei buoni e dei cattivi, degli occidentali e degli islamici. Capire se Brody è effettivamente una spia è un espediente per raccontare lo stato di salute dell’America a 10 anni dall’attentato alle Torri Gemelle in particolare la difficile condizione dei reduci esasperata nell’emblematica vicenda di Brody che torna dopo otto anni e si deve confrontare con due figli sconosciuti lasciati poco più che fantolini e ritrovati alle soglie dell’adolescenza, oltre che una moglie che ha cercato di ricostruirsi una vita amorosa con il migliore amico del marito disperso.
Si tratta di un prodotto dal respiro filmico che dal grande schermo trae ispirazione in particolare ci sono reminiscenze di Và e uccidi, la pellicola del 1962 diretta da John Frankenheimer e rifatta nel 2004 da Jonathan Demme con il titolo originale di The Manchurian Candidate.
Il cast vede Claire Danes, la dolce Giulietta di Romeo+Giulietta di Baz Luhrmann nei panni della determinata Carrie Mathison, un’agente ossessionata da un fallimento precedente legato all‘11 settembre che deve assolutamente rimediare, mentre il sergente dei Marines Nicholas Brody è il britannico Damian Lewis, protagonista della serie Life, in cui impersonava Charlie Crews, un poliziotto ingiustamente incarcerato per un delitto che non ha commesso. Riabilitato e ottenuto un risarcimento milionario Crews cerca di capire chi lo ha incastrato e perchè. L’ambiguo Damian Lewis questa volta sarà davvero cattivo o ancora una volta dovra essere riabilitato?

Mission Impossible: Protocollo Fantasma

Ethan Hunt viene liberato da un carcere russo per l’ennesima missione impossibile: fermare un terrorista che vuole lanciare una testata nucleare russa perché crede che la guerra nucleare possa rinvigorire la razza umana. La prima fase della missione fallisce in seguito ad un’esplosione all’interno del Cremlino di cui viene incolpata la squadra di Hunt. Il fatto riporta la tensione tra Russia e Usa ai livelli della crisi cubana, scatta così il Protocollo Fantasma: Hunt e i suoi agenti sono disconosciuti dall’IMF e devono salvare il mondo da soli.



Mi protocollo fantasma (1)


Sarà l’appartenenza a Scientology, ma la caparbietà’ di Tom Cruise e’ davvero fenomenale, almeno nel continuare un genere piuttosto in disuso al momento: andati in pensione per anzianità Stallone e Schwarzenegger, superato in corsa Bruce Willis, abortita la stella nascente di Vin Diesel, è rimasto il solo Cruise, il piu’ “sfisicato” del gruppo a costruire blockbuster d’azione in cui sopperisce alla mancanza di massa muscolare con la passione spericolata per l’arrampicata e altri funambolismi.
Siamo al quarto capitolo di Mission Impossibile in 16 anni (il primo era del 1996) e la chiusa di quest’ultimo episodio lascia presagire che la saga non è ancora conclusa. La vera sorpresa (se ci sarà) riguarderà il regista scelto per dirigere la nuova avventura. Per questo Protocollo Fantasma la scelta pareva bizzarra ma si è rivelata molto azzeccata, infatti dopo l’inizio sotto l’egida di Brian De Palma, l’incontro con l’Oriente di John Woo e il tocco di J.J. Abrams e’ stata la volta di Brad Bird, regista che arriva dai cartoni della Pixar, per cui aveva diretto Gli incredibili e Ratatouille,



Protocollofantasma


Il tocco cartoon è stato geniale perché in fondo Mission Impossibile è un grosso fumettone dove tutto è incredibile e solo l’ironia tipica dei catoni animati poteva rendere divertente un prodotto che ricerca situazioni sempre più spericolate e di conseguenza paradossali, se pensiamo alla scalata dell’edificio più alto del mondo, il celebre Burj Khalifa di Dubai, a renderlo divertente e accettabile e’ proprio “la morte” in tipico stile cartone animato di uno dei guanti ventosa. Da segnalare anche il rocambolesco combattimento nel parcheggio automatizzato di Munbai e soprattutto la scena dentro il Cremlino in cui Hunt e il suo esperto informatico avanzano in un corridoio controllato da una guardia che ingannano grazie a un telone in cui riflettono un immagine del corridoio vuoto.
All’ironia si unisce una confezione patinata ed esotica: le location vanno dalla Russia a Dubai per terminare nel caos e nella pacchiana ricchezza di Munbai mentre il product placement della BMW (ormai specializzata nel settore con la decennale collaborazione in 007) culmina nell’eccezionale anteprima della i8.
Un film che si dimentica in una settimana e perciò ulteriormente perfetto come film d’evasione.

Hugo Cabret

Hcabretautoma Hugo vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse dove sostituisce lo zio ubriacone nella manutenzione degli orologi e intanto cerca di restaurare un vecchio automa, ultimo legame con il padre morto in un incendio. Sorpreso a rubare da un vecchio giocattolaio che ha il chiosco in stazione, il ragazzo instaura uno strano legame con l’uomo la cui figlia adottiva diventa complice di Hugo in una fantastica scoperta..

Sarà anche il film più gettonato alla corsa agli Oscar 2012 con le sue 11 candidature, ma per me Hugo Cabret è stata una delusione totale, sia dal punto di vista dello script che ho trovato superficiale e molto “telefonato”: che la scatola dentro l’armadio sarebbe caduta lo si immagina appena i due ragazzi aprono lo scomparto segreto e che l’Ispettore Ferroviario avrebbe finalmente acciuffato Hugo lo si intuisce appena questi si precipita in stazione a recuperare l’automa.
Devo ammettere che personalmente non sono per nulla intrigata dalle storie strappalacrime che han per protagonisti gli orfanelli, ho dato tutto per Incompreso e I miserabili.
Questo è anche il primo film che non sia a cartoni animati che vedo in 3D e se da un lato ho apprezzato molto la profondità di campo resa dal mezzo in certe scene, ad esempio quelle nel corridoio di casa Melies, dall’altra ho trovato estremamente straniante l’effetto da libro pop up dei primi piani quindi mi sono trovata anche a disagio da un punto di vista visivo, disagio che prosegue anche nella rappresentazione di Isabelle e Hugo che formano una ben strana coppia, con lei estremamente carina e normale, mentre gli occhioni assolutamente photoshoppati di Hugo creano un effetto innaturale.
Venendo al nodo centrale del film, la ricostruzione dell’epopea cinematografica che va dagli esordi della Settima Arte fino alla Prima Guerra Mondiale ricostruita attraverso diversi celebri frame e la parabola artistica ed esistenziale di Meliès, sono passata dalla commozione nel vedere i materiali originali de La rapina al treno o Harold Lloyd allo sconforto più totale nel vedere sezionata la magia di Meliès e, tacciatemi pure di passatismo, ma gli spezzoni de Il Viaggio nella Luna in 3D proprio non li ho digeriti. Del resto l’operazione di colorizzazione dei film anni ‘30 e ‘40 fatta con l’intento di ridare lustro alle vecchie pellicole non è molto amata e si ricerca sempre la versione originale, perche’ dovrebbe essere apprezzata questa versione anabolizzata del cinema muto che a mio modesto parere nasconde l’ennesimo tentativo di dare nobiltà artistica al 3D?
Spero davvero che un giorno qualcuno si prenda la briga di spiegarmi quel che non riesco a capire, soprattutto se raffronto la presunta purezza dello sguardo di Hugo Cabret con la presunta furbizia dello sforzo filologico di The Artist (che adoro).