La vendetta di Lady Morgan

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Italia 1965
con Gordon Mitchell, Erika Blanc, Paul Müller, Michel Forain, Barbara Nelli, Carlo Kechler, Edith MacGoven
regia di Massimo Pupillo

L’ereditiera inglese Susan Blackhouse s’innamora del giovane architetto Pierre Brissac e decide di rompere il fidanzamento con Sir Hard Morgan che si dimostra comprensivo ma durante il viaggio di ritorno in Francia Pierre scompare in mare. Susan sposa quindi Harold e di ritorno da un viaggio trova del nuovo personale ad attenderla: sono sodali del marito che la manipolano fino a spingerla al suicidio per impossessarsi dei suoi beni; intanto Pierre che non era morto, riprende coscienza e torna al castello dei Blackhouse da Susan, lo accoglie una fanciulla rediviva che gli racconta la sua sorte e la sua vendetta…

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L’ultimo film gotico di Massimo Pupillo è una storia piuttosto insolita con una cesura molto netta.

La prima parte del film è piuttosto prevedibile: da subito si intuisce che Sir Harold non è così comprensivo come vuole apparire e il gioco di manipolazione su Susan è esplicito, soprattutto da parte della nuova governante interpretata da una torva Erica Blanc.
Certo, il perché una che ha appena perso il fidanzato PRIMA si sposi con il precedente promesso sposo E POI parta in viaggio per dimenticare l’amato scomparso resta un mistero.

Susan cade dalle mura del castello, ancora una volta il castello Chigi a Castel Fusano come in 5 tombe per un medium; nel momento della morte di Susan, Pierre si risveglia dallo stato d’incoscienza in cui versava dalla caduta in mare e torna dall’amata: trova un luogo lugubre ma una ragazza in carne ed ossa che è tornata eccezionalmente tra i vivi essendo morta di morte violenta ma senza colpa (sic).
Anche i suoi aguzzini vivono tra la vita e la morte grazie ad una sorta di vampirismo.

Il film è  dunque un crescendo di situazioni fantastiche che parte da un incipit piuttosto banale per fare sfoggio di inventiva gotica che può anche funzionare soprassedendo su qualche buco di trama.

Purtroppo la pellicola diventa risibile nell’apparato scenografico, l’ambientazione è ottocentesca ma Pierre viene scaraventato fuori bordo da un traghetto visibilmente contemporaneo e anche i costumi risentono della confusione storica: Gordon Mitchell veste i panni del maggiordomo sfoggiando divise settecentesche alternate ad altre più severe da fine ottocento. L’attore, divo dei peplum e degli spaghetti western ha la faccia giusta per il losco personaggio e vederlo far roteare Sir Harold come se fosse Ercole è divertente ma si tratta di comicità involontaria 

Dante

Italia 2022
con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Erika Blanc, Alessandro Haber, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Leopoldo Mastelloni, Antonella Ferrari, Valeria D’Obici, Romano Reggiani, Patrizia Salis, Giulio Pizzirani, Gianni Cavina, Cesare Cremonini
regia di Pupi Avati

A trent’anni dalla morte di Dante, nel 1350 la Repubblica Fiorentina incarica Giovanni Boccaccio di portare un risarcimento simbolico di dieci fiorini d’oro ad Antonia, ora suor Beatrice, ultima figlia in vita del poeta, che resta a Ravenna in odio ai fiorentini e a custodia delle spoglie paterne. Per Boccaccio, anziano e malato, l’incarico sarà un viaggio per ricostruire parte dell’esilio dantesco nei luoghi che lo ospitarono e alla ricerca di chi lo conobbe.

Mai nessuno aveva tentato un biopic sulla vita di Dante, Avati ci prova con buoni risultati usando un doppio binario, rievocare la giovinezza e i primi anni d’esilio dell’Alighieri attraverso la ricostruzione che ne fa Boccaccio, grande cultore dantesco e suo primo copista.

L’operazione è interessante perché permette una certa libertà autoriale al regista che pure si è avvalso di molti studiosi danteschi e ha cesellato la ricostruzione medievale. La raccolta del racconto orale di chi ha conosciuto Dante in prima persona permette di uscire dal confine puramente storico e così nel momento più fantasioso, l’ospitalità ricevuta da una mugnaia permette la rivelazione più veritiera sulla Divina Commedia, che è un libro di morti. Pur avendo letto più volte l’Inferno (le altre due cantiche solo ai fini scolastici) non avevo mai riflettuto su questo dettaglio.

Il rievocare quindi i primi anni di vita di Dante, la morte della madre, quella di Beatrice, l’esilio (morte civile) e poi quella fisica dí Cavalcanti, il suo stesso esilio segnano indelebilmente la poetica di Dante che eleva a poesia sentimenti dolenti come la morte, la nostalgia, lo struggimento d’amore. Tutto il film è avvolto da un’atmosfera mortifera: si apre con la morte del poeta poi prosegue con l’introduzione di un Boccaccio malato e stanco, anche gli abiti nuziali di Beatrice non hanno i colori sgargianti del matrimonio con Gemma Donati ma il colore cinerino legato alla dissolvenza.

Il viaggio di Boccaccio presenta alcune similitudini con la costruzione della Divina Commedia: il peregrinare con una guida (Donato degli Albanzani) facendo diversi incontri che raccontano eventi passati degni di passare alla storia.
È anche interessante che i brani più noti della Divina Commedia non vengano neppure espressamente citati, penso a Paolo e Francesca la cui vicenda nel film si vuole raccolta durante una veglia accanto al fuoco mentre Dante era in guerra.

Molto scalpore ha fatto la scena del Sommo Poeta mostrato a braghe calate mentre evacua prima di andare in guerra, che la battaglia sia merda e sangue è ben noto, forse si è scordato che il linguaggio dantesco era abbastanza crudo così quel sedere in primo piano a me ha ricordato “Ed elli avea del cul fatto trombetta” a proposito del diavolo Barbariccia (canto XXI dell’Inferno).

Un altro punto su cui dissento rispetto alla gran parte delle recensioni è che il film sia molto diverso dalle altre opere di Avati, certo il regista ama spaziare in diversi periodi storici e non è la prima volta che affronta il medioevo, ma resta sempre presente il tema della memoria, la rievocazione della gioventù, gli aspetti orrorifici della morte temi portanti anche di questo biopic: Boccaccio conclude il film dicendo alla figlia che finalmente gli ha concesso udienza, che nonostante la sua grandezza Dante se lo può immaginare solo come un ragazzo, e al gotico padano che ha dato la grandezza a Pupi Avati rimanda la tumulazione di Beatrice che (letteralmente) dalla tomba verrà a perseguitare Dante; da menzionare il ruolo della sua bambola nuziale, acquisto inconsapevole del Boccaccio per la figlia Violante che vi riconoscerà un simbolo di morte affrettandosi a sotterrarla.

Quanto ad Avati interessi la gioventù di Dante è chiaro anche dal l’evoluzione stilistica, per quanto la ricostruzione medievale sia ineccepibile lungo tutto il film, le scene che riguardano la vecchiezza del poeta diventano tessere medievali, l’incontro con Pietro Giardina è la ricostruzione di un affresco mentre la scomunica da Avignone mostra proprio un affresco di Andrea di Bonaiuto in Santa Maria Novella prendere vita: Dante non è riuscito a laurearsi poeta e tornare a Firenze grazie alla sua opera, ma è -comunque- già nel mito.