Carmela

Italia 1942
con Doris Duranti, Pál Jávor, Aldo Silvani, Egisto Olivieri
regia di Flavio Calzavara



Carmela


Nel 1893, appena arrivato in un isola del canale di Sicilia dove c’è una colonia di lavoratori forzati, il tenente milanese Carlo Salvini viene scambiato per l’ex fidanzato che l’ha abbandonata da Carmela, una ragazza del paese che ha perso la ragione dopo la fuga dell’amato. Salvini, con l’aiuto del medico della guarnigione, prima fa evitare alla ragazza di essere di nuovo internata in manicomio, poi dalla compassione passa all’amore verso la fanciulla che ritrova la ragione.

Carmela è il celebre film di Doris Duranti (nata esattamente 100 anni fa) che diede vita alla famosa querelle del primo seno nudo del cinema italiano: quello della Calamai ne La cena delle beffe o quello della Duranti proprio in Carmela? Il primato va in realtà alla comparsa Vittoria Carpi che forse involontariamente mostra le sue grazie ne La Corona di Ferro.
DorisdurantiIn ogni caso nella vecchia copia di Carmela passata su Raiuno ben più di un decennio fa, il famoso seno “ripreso all’impiedi” non si vede e non saprei dire a quando risale il taglio censorio.
Nonostante questo il film merita qualche annotazione su una certa tendenza verista nel mostrare la vita nell’isola (in realtà le riprese si svolsero in Liguria) e un gusto per il melodramma amoroso che non sarebbe stato possibile nella filmografia di regime degli anni ’30; si sa che i geni più grandi che espresse il nostro cinema post bellico allignavano da tempo nel Centro Sperimentale di Cinematografia e i germi riescono a toccare un prodotto di regime come questo dove brilla la famosa diva amante di Pavolini e dove viene mostrata una versione edulcorata della vita dei forzati con il nuovo tenente molto solerte nel controllare il loro stato di salute, preoccupato che una donna che può essere recuperata alla vita normale finisca ingiustamente in manicomio (e il pensiero va a Ida Dalser).
Che poi tutta questa umanità in un’isola del Canale di Sicilia, la porti un milanese di nome Salvini ci pone ancora una volta davanti all’ironia della Storia.

Non c’è pace tra gli ulivi

NoncèpacetragliulivilocItalia 1950 Lux
con Raf Vallone, Lucia Bosè, Folco Lulli
regia di Giuseppe De Santis

Il pastore ciociaro Francesco Dominici tornato dalla guerra e dalla prigionia, scopre che le venti pecore che rappresentavano le ricchezze della sua famiglia sono state rubate da Agostino Bonfiglio, ricco pastore che spadroneggia sugli altri con violenta prevaricazione. Anche la bella Lucia, innamorata di Francesco sta per sposare Agostino, così da ripagare le cambiali del padre. Francesco decide di riprendersi le pecore ma Agostino chiama i carabinieri: durante il processo nessuno osa testimoniare in suo favore per paura delle rappresaglie di Agostino che brucia stalle e avvelena le pecore. Nemmeno Lucia ha il coraggio di testimoniare e Francesco finisce in galera non sapendo che la notte della tentata riappropriazione delle pecore Agostino aveva violentato la sorella Maria Grazia che ha sviluppato un attaccamento morboso per il suo aguzzino e ora vive in casa con lui, dopo aver fatto saltare le nozze con Lucia. Francesco evade per vendicarsi e finalmente ottiene l’aiuto di tutti i pastori stufi delle angherie di Agostino.

NoncèpacetragliuliviAgostinoNon c’è pace tra gli ulivi è forse il film più controverso di Giuseppe De Santis, regista che ha saputo coniugare in maniera originale le tematiche neorealiste sviluppate con particolare attenzione soprattutto verso le realtà contadine e poi coniugate con il melodramma in Riso amaro e anche con derive western in Non c’è pace tra gli ulivi.
La critica soprattutto quella dell’epoca vede nel secondo lavoro un tentativo di aggiustare in chiave comunista quello che la logica di partito non aveva apprezzato in Riso Amaro quindi la voce off del regista che introduce e conclude la vicenda commenta il finale con la necessità degli ultimi di unirsi contro i soprusi.
I punti di contatto tra Riso Amaro e Non c’è pace tra gli ulivi restano diversi ma su tutti spicca la figura della protagonista femminile, eroina suo malgrado che ha fatto delle due interpreti due star, nel primo caso Silvana Mangano, nel secondo Lucia Bosè, anche lei impegnata in un ballo, il saltarello, per distrarre l’attenzione delle guardie e permettere la fuga di Francesco.
L’attenzione per la realtà contadina assume una valenza molto più documentaristica in Non c’è pace tra gli ulivi, ambientato nei luoghi nativi del regista, che sa sfruttare anche una processione religiosa ai fini della trama che effettivamente mostra qualche debolezza in alcuni passaggi.


Noncèpacetragliulivi

Di notevole resta la fotografia e l’ambientazione sui monti scabri della Ciociaria, il sapiente uso della composizione dell’immagine con l’uso del panfocus che permette la profondità di campo tenendo a fuoco tutti i livelli dell’inquadratura.

Vento caldo

Parrish
Usa 1961 Warner Bros
con Troy Donahue, Claudette Colbert, Karl Malden
regia di Delmer Daves

Ventocaldo

Parrish McLean si trasferisce nel Connetticut con la madre Ellen, che va a fare la governante nella casa di un coltivatore di tabacco, Sala Post. Mentre il ragazzo scopre la seduzione femminile e viene sfacciatamente corteggiato prima dalla contadina Lucy poi dalla viziata figlia di Sala, la madre si sposa con Judd Raike, il più ricco piantatore della valle. L’uomo è un padre padrone e vorrebbe assoggettare al suo volere anche Parrish che però si ribella ai metodi poco ortodossi con cui Raike guida la famiglia e gli affari.

Vento caldo è il classico melodramma con famiglie patriarcali che si rivelano covi di vipere e i popolani bianchi costretti a giocarsi la dignità; a dirigerlo con mano sapiente c’é Delmer Daves, regista prima di noir poi di western e infine di melodrammi: nel 1959 aveva diretto il celeberrimo Scandalo al Sole che aveva dato la fama a Troy Donahue. In questa pellicola ritroviamo l’ attore idolo delle ragazzine anni ’60, nei panni di un giovane ribelle che preferisce seguire ciò che gli detta la coscienza invece di piegarsi ai metodi poco ortodossi dei Raike che pure gli garantirebbero la sicurezza economica e l’amore della bella Alison Post che non lo segue nella sua decisione di farsi strada da solo e gli preferisce il matrimonio infelice con Wiley Raike.
Anche la madre, Ellen preferisce fingere di non vedere il carattere da desposta del marito in cambio della ricchezza, ma come dice il vecchio marinaio a Parrish nel dialogo introduttivo del film, i figli devono avere il coraggio di fare la propria strada come il ragazzo dimostrerà nel corso della pellicola, guadagnando l’amore di Paige, ultimogenita di Raike che a differenza dei fratelli, ha il coraggio di opporsi all’ingombrante figura paterna.
Parrish MaldenColbert Il carismatico e volitivo, per quanto gramo, Judd Raike è interpretato magistralmente da Karl Malden che io ricordo in ruoli magari anche perfidi ma sicuramente più remissivi. Quello di Ellen McLean è l’ultimo ruolo interpretato da Claudette Colbert sul grande schermo.
Come vuole la tradizione del melò la fotografia gioca un ruolo importante e simbolico, il colore dominante è il marrone simbolo della terra e del tabacco, a cui si oppone il blu quasi imperiale dei ricchi piantatori, è il colore di Alison e dopo essere stato baciato da lei, Parrish va al lavoro con un giubbotto azzurro quasi a significare che ormai appartiene alla viziata ragazza; il rosso è il colore della ribellione e nella seconda parte del film quando il ragazzo sfida apertamente il monopolio terriero del patrigno indossa sempre un maglione o un giubbotto rosso.

La signora di tutti

Lasignoraditutti Italia 1934
con Isa Miranda, Memo Benassi, Tatiana Pavlova, Federico Benfer
regia di Max Ophuls

All’apice del successo l’attrice Gaby Doriot si suicida, nel sonno della narcosi tutta la sua vita le appare in una vertigine di sogno (cito la didascalia) e si scopre cosa l’ha condotta all’insano gesto.

Nelle sue peregrinazioni europee per sfuggire all’antiebraismo nazista, Max Ophuls passa anche in Italia dove nel 1934 dirige questa pellicola che vinse il premio per le qualità tecniche alla seconda Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film segna anche il debutto di Angelo Rizzoli nella produzione cinematografica.
La signora di tutti è un melodramma raffinato e amaro che anticipa molte delle tematiche care al regista, soprattutto quelle inerenti al mondo dello spettacolo che analizzerà a fondo nel suo ultimo capolavoro, Lola Montés del 1955.
La milanese Gabriella è una fanciulla ingenua e sventata, molto bella e innamorata dell’amore che viene cacciata da scuola a causa di uno scandalo: per lei un professore è fuggito lasciando moglie e figli. Il padre della ragazza cerca di radrizzarla con il duro lavoro nella casa di campagna ma l’avvenenza di Gaby non sfugge al ricco Roberto Nanni che la invita a una festa e la presenta alla madre, Alma: anche la donna resta affascinata dalla ragazza e visto che è immobilizzata a letto la invita spesso a casa. Di ritorno da un viaggio di lavoro Leonardo Nanni incontra la fanciulla ed è amore a prima vista a cui come sempre Gaby, cede, pur amando Roberto che è a Roma per completare gli studi. Alma scopre la tresca tra il marito e la protetta e muore cadendo dalle scale.
L’imprenditore fugge con Gaby trascurando gli affari e finendo in galera per appropriazione indebita, intanto la ragazza lo ha lasciato e cerca fortuna a Parigi dove diventa una star del cinema; uscito di prigione, Nanni viene investito mentre si aggira attorno al teatro dove si celebra la gloria dell’attrice e lo scandalo del passato della Doriot può essere messo a tacere solo dall’intervento di Roberto. Gaby s’illude di tornare con l’uomo ma quando viene a sapere che è sposato con sua sorella Anna, decide di suicidarsi, forse anche per evitare che rinasca il sentimento tra lei e Roberto.
La storia di Gabriella è raccontata come un unico flashback mentre i medici tentano di salvare la donna e termina con la sua morte sotto i ferri e le rotative che smettono di stampare il volto della grande attrice attorno alla quale era stato costruito il mito della giovinezza ideale, ben diverso dalla vita complicata che aveva vissuto, sempre ammesso che il sonno della narcosi non abbia ulteriormente travisato la realtà.

Signoratutti

Da un punto di vista tecnico il film è interessante per l’eleganza formale e l’apporto delle ombre espressioniste tipiche del cinema tedesco, anche l’uso del sonoro (ricordiamo che il primo film sonoro italiano è del 1930) è notevole per l’uso di sovraimpressioni di voci o suoni che creano situazioni stranianti e rendono angosciosi i momenti drammatici.
La recitazione è piuttosto disomogenea: se è volutamente quella ingenua di Isa Miranda, Tatjana Pavlova ha delle posture che rimandano dai drammi del cinema muto, soprattutto nella sequenza della scoperta della tresca tra il marito e Gaby che culmina con la sua morte.

Carol

New York 1952, nella confusione di un grande magazzino si incrociano gli sguardi di Carol, elegante donna borghese sul punto di separarsi dal marito e Therese, una ragazza poco più che ventenne che lavora come commessa anche se sogna di fare la fotografa. Basta uno sguardo per riconoscersi, un paio di guanti dimenticati (apposta?) come scusa per un incontro e poi sarà quel che sarà: come dice Carol all’amica complice non ha mai programmato nulla in vita sua e stavolta quello che trova sembra essere l’amore della vita ma il marito usa il coraggio della donna che non gli ha mai nascosto la propria natura lesbica per cercare di toglierle la figlia…

Carol

Il film si inserisce nel filone di rilettura del melodramma classico che Haynes ha costruito con Lontano dal paradiso e la miniserie Mildred Pierce ma Carol non è una pellicola speculare a Lontano dal Paradiso dove era una donna a scoprire l’omosessualità del marito: il regista supera il tributo, la rivisitazione del melò classico per costruire un’opera dove ogni inquadratura sembra richiamare il mood del periodo storico: la vicenda si conclude oltre un anno dopo e Therese che ha finalmente ha trovato la sua strada, sfoggia l’acconciatura di Audrey Hepburn in Vacanze Romane che fu un must dopo l’uscita del film. Non solo i riferimenti storici sono ineccepibili ma ci sono anche tantissimi altri riferimenti, ad esempio in un momento del primo passaggio in auto il volto di Carol si trasforma quasi in quello di Autoritratto nella Bugatti verde, il quadro più famoso di Tamara De Lempicka, artista bisex molto amata dal mondo lesbo.
In un cinema Therese e i suoi amici “bohemiens” sbirciano alcune scene de Il viale del Tramonto e Cate Blanchett ha lo stesso sguardo ferino di Norma Desmond e la sua stessa caparbietà nel non volere rinunciare a nulla della sua vita: maternità e orientamento sessuale, cosa che se non è ancora facilissima oggi, figuriamoci nell’America perbenista degli anni ’50.
Insomma Carol è un film perfetto anche troppo per i miei gusti, per i quali è un po’ troppo freddo, celebrale e troppo pensato: costruito per vincere e stasera alla premiazione dei Golden Globe potremmo avere la prima conferma di una strada spianata per gli Oscar.

La prima notte di quiete

Italia 1972 Titanus
con  Alain Delon, Sonia Petrova, Giancarlo Giannini, Lea Massari, Alida Valli, Renato Salvatori, Adalberto Maria Merli, Salvo Randone
regia di Valerio Zurlini



Laprima notte di quiete


Daniele Dominici, professore annoiato e disilluso, accetta una supplenza a Rimini e resta colpito da Vanina, la più bella e la più chiaccherata della classe. La profonda tristezza della ragazza scuote Daniele dalla sua apatia e i due amanti vorrebbero fuggire da tutto, dal ricco fidanzato di lei e dalla moglie di lui ma il loro sogno d’amore non ha futuro.



Primanottediquietemonterchi

Un melodramma sentimentale che diventa un ritratto interiore di un uomo, intellettuale disilluso che rifiuta le sue origini altolocate: nel primo colloquio con il preside nega ogni parentela con il famoso generale Dominici, che alla fine del film si scopre essere suo padre. Il disincanto di Daniele nasce dal suicidio di Livia, il primo amore, l’uomo si rifugia nella poesia, tira a campare e insegna quando strettamente necessario. E’ sposato con una donna più vecchia di lui, Monica, e il loro rapporto ormai si trascina stancamente.


Laprimanottediquiete

Al lasciarsi vivere del professore fa da contraltare la compagnia che si mette a frequentare appena arrivato a Rimini: dei “vitelloni” incarogniti dediti solo alle carte e al sesso. Vanina, che Daniele incontra in classe, frequenta lo stesso giro da cui è stata sedotta giovanissima e ora è fidanzata con il ricco Gerardo. Una serie di personaggi disperati e patetici che si muovono nel grigio di una livida Rimini invernale, la cui malinconia è sottolineata dalla colonna sonora dove urlano disperati i virtuosismi di tromba di Maynard Ferguson.
La prima notte di quiete è uno dei film più riusciti di Zurlini che regala ad Alain Delon una delle sue interpretazioni più intense e gli presta i suoi indumenti, il cappotto di cappello e il magliore verde ma i due sul set non si amarono per nulla.
Da ricordare la celebre sequenza in cui Daniele spiega a Vanina la Madonna del Parto di Piero della Francesca a Morterchi.

La casa sulla scogliera

UninvitedThe Uninvited
USA 1944 Paramount
con Ray Milland, Gail Russell, Donald Crisp, Ruth Hussey
regia di Lewis Allen

In vacanza in Cornovaglia, i fratelli Rick e Pamela Fitzgerald s’innamorano di una casa abbandonata a picco su una scogliera chiamata Villa Ventosa. Il proprietario, il comandante Beech, non ha problemi a vendere la dimora a prezzo modico ma non vuole che la nipote Stella Meredith frequenti la casa che abitò nell’infanzia fino alla morte della madre.
Trasferitisi nella magione restaurata, i Fitzgerald iniziano a sentire un lugubre pianto nella notte che fa pensare alla presenza di un fantasma e quando Stella, innamorata di Rick, torna a villa Ventosa, cade in trance e rischia di cadere dalla scogliera come accadde alla madre. Durante una seduta spiritica si palesa, oltre all’amorevole Mary Meredith, anche la presenza malefica di Carmela, la gitana spagnola che in vita fu modella e amante del padre pittore di Stella..

Il debutto cinematografico del regista teatrale Lewis Allen è un horror che vira al melodramma e stempera i toni drammatici e paurosi nei toni da commedia riservati ai due fratelli Fitzgerald, che per quanto si trovino a combattere con entità sovrannaturali non perdono mai il sangue freddo e il gusto della battuta: mentre Roderick torna a Londra per lavoro, Pamela resta a Villa Ventosa per sovrintendere la ristrutturazione e benché da subito si accorga del tragico pianto che avvolge la casa, non fugge e non si sfoga neppure con il fratello che scoprirà la peculiarità della casa la prima notte in cui vi dimora.
Casascogliera Se i due protagonisti smorzano i toni orrorifici, la fotografia di Charles Lang (nominata agli Oscar) li esaspera con i chiaroscuri delle candele che si abbassano, contrapponendo la chiara luce degli esterni alla cupa atmosfera delle notti a Villa Ventosa, anche il fantasma di Mary Meredith è rappresentato molto bene e incute paura ancora oggi.
Stella Meredith, la dolce fanciulla tormentata dai confusi ricordi del passato, è il fulcro della vicenda melodrammatica che molto deve a Rebecca la prima moglie: come nel film di Hitchcock si scoprirà che l’idolatrata defunta è in realtà un personaggio malevolo la cui immacolata reputazione è custodita da una fedele ancella: in La casa sulla scogliera Miss Holloway, infermiera e amica personale di Mary Meredith e ora direttrice di una casa di cura intitolata all’amica morta, sta alla governante di casa De Winters, la signora Danvers: ambedue disposte anche ad arrivare all’omicidio pur di salvare la memoria dei loro idoli scomparsi.
Visto il successo della pellicola, l’anno seguente Allen ne girò il seguito, Il fantasma, che si rivelò molto deludente nonostante alla stesura del copione partecipasse anche Raymond Chandler.

Il filo del rasoio

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The Razor’s Edge
Usa 1946 20th Century Fox
con Tyrone Power, Gene Tierney, Anne Baxter, Herbert Marshall, Clifton Webb
regia di Edmund Goulding

Larry Darrell, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, è fidanzato con la bellissima e altolocata Isabella Bradley, i cui parenti non approvano questo legame perché il giovanotto rifiuta ogni opportunità di carriera preferendo interrogarsi sul senso della vita. Dopo aver aspettato per oltre un anno che Larry esca dai suoi dubbi esistenziali, Isabella si sposa con un ricco banchiere che però perderà tutto nella crisi del ’29. Intanto Larry, tornato da un viaggio in India, si fidanza con l’amica d’infanzia Sofia, dedita all’alcol dopo la morte del marito e della figlioletta in un incidente ma Isabella non accetta questo legame e fa di tutto perché la donna cada nuovamente nell’alcolismo…



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Il filo del rasoio è tratto dall’omonimo romanzo di W. Somerset Maugham e lo scrittore è interpretato da un compassatissimo Herbert Marshall che narra in prima persona la vicenda di Larry ovviando così ai salti temporali dei tre momenti della storia che si svolgono nell’arco di oltre un decennio. Si tratta di un blockbuster dell’epoca, oggi esempio della robusta solidità artiginale delle classiche produzioni hollywoodiane, miscuglio di fondali di cartapesta e ariosi piani sequenza.
La ricerca personale di Larry, dettata dal debito di riconoscenza verso il commilitone che è morto per salvargli la vita, anticipa la via dell’India come scoperta di sé che diventerà così in voga a partire dagli anni ’60 ma il vero motore del film è il melodramma sentimentale al cui vertice c’è Larry, unico amore di Isabella che è disposta a lasciarlo libero di cercare se stesso ma non può accettare che l’uomo della sua vita si butti via cercando di redimere Sofia dall’alcolismo, ritenendola irrecuperabile.
La perfidia di Isabella, meschinamente legata al denaro e alle convenzioni sociali, porterà alla morte violenta della rivale e le farà perdere per sempre l’amato Larry. Ancora una volta un ruolo subdolo è affidato all’angelica Gene Tierney, diabolica anche in Femmina Folle.



TheRazorsEdge


Il cast è fenomenale: nel ruolo di Sofia c’è Anne Baxter che vincerà l’Oscar come attrice non protagonista, Tyrone Power ha il carisma perfetto per il protagonista ma il personaggio più amabile resta quello di Clifton Webb che cesella nel ruolo dello zio Elliot Templeton la caratterizzazione migliore della sua carriera, un amabile figura di snob, ricco americano affascinato dalla nobiltà europea: l’apparentemente cinico Elliot è in realtà il contraltare dell’ipocrita nipote.

Gli amanti di Venezia

The Lost Moment
USA 1947 Universal Pictures
con Robert Cummings, Susan Hayward, Agnes Moorehead
regia di Martin Gabel





L’editore Lewis Venable vorrebbe pubblicare le lettere d’amore che, quasi un secolo prima, il poeta Jeffrey Ashton aveva dedicato all’amata Giuliana Bordereau.
Quando scopre che l’ultracentenaria Giuliana è ancora viva, Venable si finge uno scrittore e affitta parte della villa veneziana in cui la donna vive ritirata dal mondo con la nipote Tina. La vita solitaria accanto alla zia ha reso la ragazza scontrosa e vittima di allucinazioni: si crede Giuliana da giovane e ritrova Ashton nell’editore..




Unica prova registica di  Martin Gabel, più noto come attore caratterista (lo ricordiamo in Marnie e Prima Pagina), la pellicola è un libero adattamento del celebre racconto di di Henry James Il carteggio Aspern, precisamente la prima tratta dall’opera a cui seguono altre tre versioni cinematografiche.
Ancora una volta il titolo italiano è più rivelatore di quello originale: pur riuscendo a creare una certa atmosfera che intriga lo spettatore, Gli amanti di Venezia si limita ad essere un film sentimentale con tanto di happy end senza sfruttare a pieno le suggestioni gotico/fantastiche del plot. Tanto meno vengono affrontati i risvolti melodrammatici: nel confronto finale tra Giuliana e Tina viene svelato en passant che fu Giuliana ad uccidere Ashton che la voleva lasciare, al fatto non si dedica nessun approfondimento anche se la fama del poeta era dovuta in parte alla sua misteriosa scomparsa.
Notevole la prova degli attori: al solido Robert Cummings spetta anche sostenere la voce off che accompagna tutto lo svolgimento de film, bravissima Susan Hayward nel ruolo della schizofrenica Tina, conferma del suo intenso temperamento.
Memorabile l’elaborato trucco che rende Agnes Moorehead irriconoscibile nei panni dell’ultracentenaria Giuliana.

La serpe di Zanzibar

Laserpedizanzibar West of Zanzibar
silent movie, USA 1928 MGM
con Lon Chaney, Lionel Barrymore, Mary Nolan, Warner Baxter
regia di Tod Browning

Il mago Phroso litiga con Crane, l’uomo con cui sta per fuggire l’amatissima moglie Anna e rimane paralizzato dalla vita in giù. Dopo qualche tempo Phroso ritrova Anna morta e giura di vendicarsi di Crane; per farlo attende diciott’anni in cui conquista la fiducia di una tribù africana e fa crescere la figlia di Crane in un bordello. L’intento è di uccidere Crane dopo avergli detto che Maize è sua figlia quindi la fanciulla verrà bruciata viva dalla tribù al funerale del padre ma Crane rivela che la ragazza è in realtà figlia del mago dato che Anna non era più fuggita dopo aver saputo dell’incidente.

Penultimo film della coppia Tod Browning – Lon Chaney che sotto la supervisione del produttore Irving Thalberg girarono insieme dieci pellicole nel decennio 1919/29.
La storia è un intricato melodramma a tinte fosche che per certi versi richiama il morboso I misteri di Shanghai diretto nel ’43 da Josef von Sternberg.
La pellicola ha un andamento circolare: l’inquadratura iniziale si apre sullo scheletro nella bara con cui il prestigiatore compie il suo numero: è un’anticipazione del destino nefasto che toccherà a Phroso bruciato dalla tribù che non crede a quel trucco che aveva dato la fama al mago e che ora Phroso usa per salvare la figlia dalla morte a cui l’aveva destinata.
Westofzanzibar Quello che colpisce de La serpe di Zanzibar (titolo italiano di gran lunga più evocativo dell’anonimo originale West of Zanzibar) è che Lon Chaney non usa i suoi mille trucchi per stravolgersi il viso o il corpo ma si limita a strisciare sulle gambe morte (Dead Legs è il nome con cui si fa chiamare dalla tribù che domina con i suoi trucchi). L’interpretazione dell’attore è notevole anche senza trucco sul volto e La serpe di Zanzibar ha, se non altro, il merito di dimostrarlo.
Il ghigno stravolge però tutti i volti dei personaggi, da Maize che vacilla tra la paura e l’orrore quando scopre dove è stata condotta con la scusa di incontrare finalmente suo padre, a Crane che ride maleficamente della vendetta fallita di Phroso che gli si è rivoltata contro.