La pazza gioia

Lapazzagioa

Beatrice Morandini Valdirana ricca snob bipolare, è in custodia giudiziara presso un centro di recupero ricavato da una proprietà di famiglia. Lega poco con le altre ospiti della comunità fino al giorno in cui non arriva Loredana Morelli, depressa, tatuata, reticente sul passato che l’ha condotta a Villa Biondi. Nella loro totale diversità le due donne trovano una complementarità che le unisce in modo indissolubile e quando capita l’occasione per scappare dalla struttura non se la lasciano sfuggire..

Non è il primo film in cui si ride molto del disagio mentale, penso a Si può fare di Giulio Manfredonia; di certo il merito di Virzì è quello di far capire, attraverso il pregresso delle sue protagoniste, quanto sia facile cadere nel disagio psichico con conseguenze anche serie, stiano attente quindi le tante persone che liquidano il film come una bella commedia sulla malattia mentale, pensando che non si parli di qualcosa che appartiene a tutti noi.
Senza pietismi ma con vera pietas Virzì racconta una delle figure più drammatiche del femminile, la madre suicida/infanticida, affidandola alla figura spigolosa di Micaela Ramazzotti. Dal punto di vista recitativo a mangiarsi la scena è però Valeria Bruni Tedeschi protagonista di una costante crescita recitativa negli ultimi film interpretati, scoprendo un’ irresistibile vena comica.
La scrittura si perde un po’ nel finale: sembra indecisa su quale strada prendere se osare una svolta drammatica od optare per un lieto fine ma forse vuole solo sottolineare il bivio a cui si trova una delle protagoniste.

Shutter Island

Shutterisland L’agente del FBI Teddy Daniels e il suo nuovo compagno Chuck Aule devono condurre un’indagine sulla misteriosa scomparsa di una detenuta nel manicomio criminale di Ashecliffe, che sorge su un’inaccessibile isola al largo delle coste del Massachusetts, Mentre l’indagine prosegue tra l’ostilita’ del personale di custodia, si svela una realta’ del tutto inaspettata..

Mi sembra naturale che l’approfondimento della tematica piu’ peculiare del cinema di Scorsese, la violenza come unica risposta ai tentativi di un individuo di sfuggire alle leggi ferree che regolano il suo gruppo sociale, portasse il regista newyorkese a cimentarsi prima o poi, con il mondo della malattia mentale nello spazio chiuso del manicomio.
Nel suo amore per il cinema classico americano, il maestro del noir postmoderno prende un classico plot destrutturato (siamo dalla parti de L’uomo senza sonno, tanto per intenderci senza svelare i colpi di scena) e lo riveste con lo stile del noir piu’ classico: ambientazioni, costumi, epoca e citazioni cinefile che vanno da Welles a Fuller, passando per la ricostruzione di atmosfere hitchcockiane. La perfezione si sarebbe raggiunta se il film fosse stato palindromo cioe’ se avesse retto sia la versione di Teddy che quella dei dottori del manicomio invece, nonostante l’aggrovigliarsi di colpi di scena nel finale, si conferma solo una delle versioni, ma il film regge bene questa veniale delusione. Si sarebbe potuta risparmiare anche qualche lungaggine di troppo ma pare che 138 minuti sia diventato il nuovo standard dei blockbuster hollywoodiani: che sia la lunghezza ideale per riempire un blu ray?