Angela Lansbury

***L’attrice è scomparsa l’11 ottobre 2022***

Compie oggi 90 anni Angela Brigid Lansbury, nota al grande pubblico come La signora in Giallo, serie tv che durò 12 anni dal 1984 a 1996 più quattro film per la tv ma in virtù delle continue repliche domina ancora oggi i palinsesti delle nostre televisioni.
Anche se il personaggio di Jessica Fletcher le resterà incollato a vita, Angela Lansbury ha una carriera di tutto rispetto, sia al cinema (nel 2014 ha ricevuto l’Oscar alla carriera) che in teatro dove ha collezionato ben quattro quattro Tony Award come miglior attrice protagonista in un musical per quattro spettacoli diversi e un quinto Tony nel 2009 come attrice non protagonista.

Le sua abilità nel musical sono state riconosciute anche al cinema: la teiera canterina Mrs. Bric de La Bella e la bestia (1991) si ispira alle fattezze della Lansbury che ovviamente la doppiava nella versione originale.

Angela Lansbury nasce a Londra il 16 ottobre 1925 e durante la seconda Guerra Mondiale si trasferisce in America dove viene naturalizzata nel 1951.
Il debutto sul grande schermo, nel 1944 è di tutto rispetto, facendole guadagnare una prima nomination agli Oscar: in Angoscia è Nancy, la cameriera che si presta ai maneggi del marito Charles Boyer che cerca di far passare per pazza la povera Ingrid Bergman.
L’anno seguente guadagna una nuova nomination per il ruolo di Sibyl Vane, fidanzata suicida di Dorian Gray in Il ritratto di Dorian Gray diretto da Albert Lewin.
Nel 1946 è nel musical Le ragazze di Harvey accanto a Judy Garland per la regia di George Sidney, che la dirige nuovamente nel 1948 ne I tre moschettieri, con Gene Kelly nei panni di d’Artagnan, Lana Turner in quelli di Milady e Vincent Price come Richelieu mentre Angela Lansbury interpreta la Regina Anna. Sempre nel 1948 è nel cast de Lo stato dell’unione, pellicola diretta da Frank Capra dove la Lansbury è l’editrice Kay Thorndyke che convince l’industriale Spencer Tracy a entrare in politica. L’attrice fu scelta su consiglio di Katharine Hepburn che nel film interpreta la moglie di Tracy.
Nel 1949 interpreta la filistea Semadar nel kolossal di Cecil B. De Mille Sansone e Dalila con Victor Mature e Hedy Lamarr.

Nel 1958 partecipa a La lunga estate calda, con Paul Newman e Orson Welles, di cui la Lansbury nel film è la compagna; la regia è di Martin Ritt.
Nel 1969 il ruolo più significativo della carriera che le vale la terza nomination e il secondo Golden Globe: è la tremenda signora  Iselin (personaggio che rientra tra i 50 più cattivi di tutti i tempi secondo la classifica stilata dall’American Film Institute nel 2003) in Va’ e Uccidi (The manciurian candidate) film diretto da John Frankenheimer che ha per protagonista Frank Sinatra.
Nel 1971 è la protagonista di Pomi d’ottone e manici di scopa: un’apprendista strega, Miss Price, a cui, durante la seconda guerra mondiale, vengono affidati tre orfani londinesi e si trova a dover combattere contro uno sbarco nazista.
Nel 1978 partecipa al film “all star” Assassinio sul Nilo, nel 1979 è Miss Froy, nel remake de La signora Scompare di Hitchcock, che ha lo stesso titolo originale, The Lady Vanishes ma in italiano diventa Il mistero della signora scomparsa e nel 1980 è Miss Marple in Assassinio allo specchio: i tempi sono ormai maturi per diventare la regina del giallo televisivo.

Palcoscenico

Palcoscenico Stage door
USA 1937 RKO
con Katharine Hepburn, Ginger Rogers, Adolphe Menjou, Lucille Ball, Eve Arden
regia di Gregory La Cava

Una ricca ereditiera decide di fare l’attrice e si trasferisce a vivere a New York in un pensionato per artiste sotto il falso nome di Terry Randall; a sua insaputa, il padre le fa avere la parte principale in una commedia che l’anno prima aveva dato fama a un’altra pensionante, Kay che ora non riesce a a trovare più una scrittura e proprio la sera della prima si suicida. Terry, che recitava da cane, sconvolta dalla notizia, trova dentro di sé un inaspettato talento drammatico.

Come sempre la tematica principale dei film di La Cava è il rapporto con il denaro e Palcoscenico non viene meno a questa regola, offrendo uno spaccato molto realistico della vita delle aspiranti attrici di Broadway; per certi versi è un film corale che descrive diverse figure: la ragazza disposta a tutto pur di far carriera (più di una per la verità anche se la Jean Maitland interpretata dalla coprotagonista Ginger Rogers finisce per innamorarsi del produttore); Judy (Lucille Ball) che accetta tutti gli inviti dei provinciali che arrivano a New York per scroccare un pranzo e finisce per sposarsene uno e tornare nel Midwest; il drammatico personaggio di Kay che ha assaporato il successo ma ora rischia di morire letteralmente di fame e sarà proprio Terry a pagarle, senza che Kay lo sappia, le cure del medico.

Stagedoor

Terry è la ricca ereditiera animata di buoni propositi che dispensa buoni consigli a tutti: dalla sua posizione privilegiata pensa che per riuscire nella vita basti l’impegno, per questo gira con la foto del nonno pioniere che ha fondato la dinastia. Non avendo mai sperimentato le delusioni della vita che vanno oltre al darsi da fare, non può recitare il ruolo della protagonista della commedia Incanto di’aprile, almeno fino a quando non proverà sulla propria pelle il vero dolore per la morte di Kay, pur non avendone nessuna diretta responsabilità.
Il film si regge sullo scontro tra Jean e Terry, opposte per estrazione sociale e temperamento che si trovano a dividere la stessa stanza e finiscono per diventare amiche, le interpretano magistralmente due attrici a un punto cruciale del loro percorso artistico: per Ginger Rogers è il primo tentativo di affrancarsi dal musical e dall’accoppiata con Fred Astaire mentre per Katharine Hepburn è l’occasione per scrollarsi il marchio di veleno dei botteghini e riprendere in mano la propria carriera che negli anni immediatamente seguenti le avrebbe portato i magnifici ruoli di Susanna e Scandalo a Filadelfia.

Amore Tzigano

The Little Minister
USA 1934 RKO
con Katharine Hepburn, John Beal, Donald Crisp
regia di Richard Wallace


Il giovane pastore Gavin Dishart riesce a conquistare da subito la congrega che gli è stata affidata con la forza dei suoi sermoni ma quando iniziano a girare illazioni sul presunto sentimento dell’uomo di chiesa per la zingara Babbie, gli viene revocato il ministero. La purezza del sentimento di Babbie (e il fatto che non sia una vera e propria zingara) faranno trionfare l’amore.

Uno dei film del periodo in cui Katharine Hepburn, già vincitrice di un’Oscar venne soprannominata “veleno del botteghino” e obbiettivamente si può capire anche perché: l’attrice è sicuramente bellissima ma troppo moderna per questo melodramma d’antan che aveva avuto ben cinque versioni nel periodo del muto: le sue intromissioni nella vita del giovane pastore anticipano l’impatto distruttivo che il ciclone di ragazza può avere sulla vittima prescelta ma non siamo in una screwball e al suo fianco non c’è un sornione Cary Grant ma un più manierato John Beal destinato a una carriera di caratterista e attore televisivo. La Hepburn cerca di moderare la forza dirompente che avrebbe caratterizzato i suoi film più celebri con una certa leziosità teatrale che solo con il tempo avrebbe imparato a gestire. Una ricerca di equilibrio a tratti affannosa percepita dal pubblico che se amava queste pellicole buoniste e moraleggianti (anche un po’ ipocrite visto che la zingara era stata allevata come una lady) non poteva certo apprezzare la potenza eversiva di Katherine Hepburn.

Amoretzigano

Ma papà ti manda sola?

What's_up,_doc- (1) Usa 1972,
What’s Up, Doc?
con Barbra Streisand, Ryan O’Neal
regia di Peter Bogdanovich

Il musicologo Howard Bannister accompagnato dall’accigliata fidanzata Eunice, va a San Francisco come finalista di una borsa di studio. Judy intraprendente fanciulla combina guai s’invaghisce dell’imbranato studioso e suo malgrado lo aiuta a districarsi nella competizione e soprattutto nell’intricata vicenda di quattro borse uguali..

Peter Bogdanovich è uno di quei registi che proviene dalla critica, grande appassionato di cinema classico e in questa sua opera intende omaggiare la commedia screwball degli anni ’30: il rimando dello scienziato svanito vittima di una corteggiatrice troppo intraprendente è ovviamente Susanna! del 1938 con Cary Grant paleontologo distratto oggetto delle insistenti attenzioni di una vulcanica Katharine Hepburn.
L’intento retrò di Ma papà ti manda sola? è chiaro fin dal primo fotogramma: i titoli di testa sono impaginati come un album, nello stile tipico delle commedie degli anni ’30 e ’40. Terminati i titoli, la didascalia once upon a time (c’era una volta) introduce il motivo della valigetta che complicherà la vicenda con i continui scambi tra i quattro modelli uguali che contengono gli effetti personali di Judy, le pietre ignee di Howard, i gioielli di una vecchia riccona e dei documenti segreti dello Stato americano.
La scelta di ambientare la vicenda a San Francisco non è casuale: le sue famigerate discese daranno modo di trasformare l’inseguimento finale in una perfetta ricostruzione delle comiche di Mack Sennett (ci sono anche i due classici manovali che trasportano una lastra di vetro destinata a finire in frantumi dopo aver schivato mille pericoli).
L’omaggio a una felice stagione cinematografica scomparsa non è priva però di frecciatine al presente: nell’happy end, sbattendo le palpebre, Barbra Streisand cita “L’amore è non dover mai dire mi dispiace” e Ryan O’Neil reduce dal successo di Love Story da cui la battuta è tratta, le risponde di non aver mai sentito frase più cretina. Da innamorata della commedia brillante, mal disposta verso i filmoni strappalacrime, non posso che dirmi d’accordo.

Auguri a Peter O’Toole

Peterotoole L’attore è scomparso il 14 dicembre 2013

Compie 80 anni un mito del cinema, nominato sei volte all’Oscar, senza mai riuscire a vincere l’ambito premio; ha fondato la sua carriera sul fascino ambiguo ed elegante dei suoi tratti efebici regalando alla storia del cinema un personaggio indimenticabile come Lawrence d’Arabia.
Peter Seamus O’Toole nasce in Irlanda, a Connemara, il 2 agosto 1932. A causa della grave carestia la famiglia si sposta Inghilterra nella città di Leeds dove il giovane Peter cresce tra i pub facendo delle bevute una sua nota e solidissima passione. Abbandona presto gli studi, ma vince una borsa di studio alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra e inizia ben presto a calcare i palcoscenici teatrali.
Si avvicina prima alla televisione e solo nel 1960 debutta nel cinema ne Il ragazzo rapito di di Robert Stevenson. Il terzo film è ambientato tra gli Innuit, Ombre bianche diretto da Nicholas Ray sempre nel 1960, ma è il quarto lavoro a dargli un ruolo definitivo nella cinematografia mondiale, il kolossal Lawrence d’Arabia di David Lean del 1962. La leggenda narra che il regista volesse Albert Finney come protagonista, ma Katharine Hepburn grande amica di O’Toole, fece pressioni perchè il ruolo fosse affidato al suo amico pressoché sconosciuto. E come al solito il fiuto di Kate ebbe ragione.

Nel 1964 l’attore è Enrico II nello scandaloso Becket e il suo re dove si insinuava che tra i due personaggi storici vi fosse una liason sentimentale, regia di Peter Glenville. Nonostante lo scandalo il film fece incetta di premi e nomination nelle principali kermesse.
Nel 1965 è protagonista del Lord Jim di Richard Brooks tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Conrad.
Il film seguente è Ciao Pussycat dove O’Toole interpreta un dongiovanni impenitente che si rivolge a uno psicanalista ancora più fissato di lui con le donne, interpretato da Peter Sellers. Nel cast c’e’ anche Woody Allen e una serie di bellissime protagoniste femminili.
Nel 1966 ancora una commedia accanto alla raffinata Audrey Hepburn in Come rubare un milione di dollari e vivere felici per la regia di William Wyler.
Nel kolossal di John Huston, La Bibbia l’attore incarna gli angeli di Dio.
Dopo La notte dei generali, curioso film bellico dai risvolti thriller diretto da Anatole Litvak che vale a Peter O’Toole il secondo David di Donatello per il miglior attore straniero nel 1967, troviamo l’artista anche nel primo James Bond 007 – Casinò Royale dove il celeberrimo agente segreto britannico è interpretato da David Niven.
Nel 1968 è ancora Enrico II ne Il leone d’inverno accanto a Katharine Hepburn che vince l’Oscar come miglior protagonista femminile mentre il nostro Peter si deve accontentare della terza nomination non andata a buon fine. Per la quarta nomination deve solo aspettare il 1969, con Goodbye Mr. Chips di Herbert Ross remake di Addio, mr. Chips! diretto nel 1939 da Sam Wood.
Altra prova superlativa che gli vale una nomination è quella del 1972 per il ruolo di Jack Arnold Alexander Tancred Gurney – 14º Conte di Gurney ne La classe dirigente, feroce satira di Peter Medak sull’establishment britannico.
Una nomination ai Golden Globe gli vale anche L’uomo della Mancha dove l’attore ha il doppio ruolo di Cervantes e Don Chisciotte accanto a Sophia Loren (Dulcinea) diretto sempre nel ‘72 da Arthur Hiller.
Dopo il ruolo di Tiberius in Io, Caligola di Tinto Brass, O’Toole guadagna una nuova nomination con Professione Pericolo dove interpreta Eli Cross, un regista ossessionato dal realismo al punto tale da far rischiare più volte la vita a uno stuntman dal passato losco.
Anche L’ospite d’onore diretto nel 1982 da Richard Benjamin gli vale l’ennesima nomination senza costrutto.
Nel 1987 è Reginald Johnston, precettore de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci che gli fa guadagnare il David di Donatello come miglior attore non protagonista.
Quasi tutti gli anni ‘90 preferisce passarli lontani dalle scene per dedicarsi al cricket.
Torna al cinema con il ruolo di Arthur Conan Doyle in Favole (1997) di Charles Sturridge e nel 2006, dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera nel 2003, arriva la sesta nomination agli Oscar per Venus, film inedito in Italia.
Purtroppo la sua battaglia con gli Oscar sembra essere definitivamente persa: l’11 luglio scorso l’attore ha annunciato il ritiro dalle scene.

Scandalo a Filadelfia

ScandaloaFiladelfia-jpg

The Philadelphia Story
Usa 1940 MGM
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
regia di George Cukor

L’altezzosa Tracy Lord, una delle più ricche ereditiere di Filadelfia, è alla vigilia del secondo matrimonio con un magnate di umili origini, George Kittredge. L’ex marito C. K. Dexter Haven vende l’esclusiva del matrimonio a un giornale di gossip e fa passare il cronista e la fotografa che devono seguire l’evento per amici del fratello della sposa. Parrebbe un dispetto all’ex moglie ma in realtà Dexter ha ceduto al ricatto del direttore del giornale per evitare lo scandalo che colpirebbe la famiglia se venisse pubblicato un articolo sulla tresca che il padre di Tracy ha avuto con una ballerina e perciò avvisa i Lord sulla vera identità degli improvvisi ospiti. Dopo un primo scontro Tracy scopre che il giornalista Macaulay “Mike” Connor è in realtà uno scrittore dall’animo profondo e tra i due scatta l’attrazione proprio la sera prima del matrimonio: George sarà comprensivo con la sventatezza della promessa sposa?


The Philadelphia Story


Celeberrimo capolavoro della commedia sofisticata americana passato alla storia, oltre che per i meriti artistici, per aver rilanciato la carriera di Katharine Hepburn, soprannominata negli anni precedenti veleno dei botteghini per gli insuccessi teatrali a cui legò il proprio nome. La caparbia attrice acquistò i diritti della commedia e raddrizzò definitivamente la sua carriera con l’aiuto di Howard Hughes come racconta anche il film di Scorsese The aviator. Mi pare romantico ricordare che il suo personaggio si chiama Tracy, come il grande amore della Hepburn, Spencer Tracy che l’attrice avrebbe incontrato sul set del film successivo, La donna del giorno (1942).


Thephiladelphiastory


Diretto con la consueta eleganza da George Cukor, The Philadelphia story presenta tutti gli elementi classici della commedia sofisticata: scambi di persona, gag fisiche che richiamano il slapstick delle comiche (la scena d’apertura con Cary Grant che getta a terra la Hepburn spingendola all’indietro con una mano sulla faccia) girandole amorose che, con buona pace del Codice Hays aggirato dal genere comedy of remarriage (divorziati che tornano insieme dopo altre relazioni) descrivevano una società molto meno bacchettona in fatto di scappatelle matrimoniali e infatti, tutto ruota attorno alla “rossa” Tracy altera e molto dura nel giudicare gli altri: è stata lei a spingere la madre a lasciare il padre in seguito alla tresca con la ballerina. Anche il matrimonio con Dexter è fallito perchè Tracy non accetta la sua debolezza verso l’alcol. Quando le vengono rinfacciate tutte queste cose e quando prova una tenerezza con lo spiantato Mike, Tracy capirà l’importanza della comprensione e del perdono per essere felice.


Scandalo a filadelfia


Non manca la satira sociale diretta non tanto verso il bel mondo, quanto verso gli arricchiti che non hanno sensibilità e nobiltà d’animo: non ci sono grossi problemi infatti nel riconoscersi e stimarsi tra i due giornalisti e i ricchi Dexter e Tracy che apparentemente non avrebbero nulla in comune.
I capolavori sono tali perchè offrono una lettura nuova con il mutare dei tempi: oggi, che il gossip è uscito dal sottobosco delle riviste dedicate per regnare sulle testate più autorevoli dei quotidiani, salta all’occhio il fastidio con cui era visto dalla buona società di una volta.


Scandaloafiladelfia


Il film vanta un remake (Alta Società, 1956) di tutto rispetto in quanto a cast: Grace Kelly Bing Crosby, Frank Sinatra e la presenza di Louis Armstrong ma la bravura del trio Hepburn, Stewart, Grant resta inarrivabile: Katharine Hepburn è splendente e Cary Grant superbo mentre James Stewart vinse inaspettatamente il suo unico Oscar come attore protagonista forse per compensare quello perso l’anno precedente per Mr. Smith va a Washington citato in Scandalo a Filadelfia nel fervore con cui Mike detta la lettera che denuncia le nefandezze del direttore del giornale.

Elizabeth – the golden age

Elizabeththegoldenage Mi ero persa il primo capitolo della trilogia dedicata alla regina inglese, cioe’ Elizabeth del 1998 perche’ personalmente troppo legata all’immaginario hollywoodiano classico, in particolare alle due imprescindibili (anche per Cate Blanchett) interpretazioni di Bette Davis ne Il conte di Essex (1939) e Il favorito della grande regina (1955): in due film in cui il rigore storico latita la Davis riesce a restituire la furia volitiva di Elisabetta I, figura che dai film di Kapur esce un po’ troppo angelicata.
Questo secondo capitolo mi intrigava per l’episodio dell’Invicible Armada, affascinante esempio del potere del caso sulla storia umana, cosi’ ho recuperato anche il primo episodio.
E’ sorprendente vedere come anche a distanza di quasi 10 anni, ci sia una grande continuita’ di stile tra le due opere che hanno i difetti tipici dei film storici degli ultimi anni anni: grande rigore storico, perfezione formale e ottima fotografia, qualita’ tecniche a cui pero’ difficilmente corrisponde uno spessore emotivo: personalmente trovo particolarmente noioso la rappresentazione degli arrovellamenti di Elisabetta, divisa tra ragion di stato e desiderio di una vita privata.
La novita’ di Elizabeth, the golden age e’ il richiamo al problema attuale delle guerre mosse dell’integralismo religioso: il regista si muove abbastanza abilmente su un terreno cosi’ pericoloso senza forzare di implicazioni negative il furore cattolico di Filippo II, ne’ caricare positivamente la liberta’ di culto che Elisabetta concede, per quanto possibile, al suo popolo anche se quando la regina compare sul campo di battaglia di bianco vestita e con lunghi capelli rossi, perfetta immagine di una Walkiria, scatta subito l’identificazione con l’emblema della cultura occidentale, che combatte per la sua liberta’.
A salvare il film da una banale distinzione manicheista, interviene la chiave di lettura shakesperiana delle vicende storiche: la tempesta che distrugge l’Invincible Armada non e’ casuale, ma come in un perfetto dramma shakesperiano e’ il contrappeso della ubris spagnola che con un sottile lavoro di intelligence aveva simulato un attentato a Elizabetta facendo figurare come mandante Maria Stuarda che per questo motivo viene processata e condannata alla decollazione; la messa a morte di una regina cattolica diventa il pretesto per l’attacco spagnolo all’Inghilterra. Per essere stato il vero artefice della morte di Maria Stuarda (un po’ troppo stronza per i mie gusti, a cui e’ molto cara la Maria di Scozia del 1936 diretta da John Ford ed interpretata da Katharine Hepburn) il Regno di Spagna viene punito dalla collera divina che fa affondare la sua poderosa flotta, mentre risparmia Elisabetta e l’Inghilterra, esecutori materiali della pena di Maria Stuarda.
Notevole l’interpretazione degli attori: la Blanchett e ‘ superlativa e punta decisamente alla palma di migliore attrice sulla piazza, anche Clive Owen e’ sorprendente nel suo richiamare fisicamente Errol Flynn: forse se il film avesse osato una vena ispirata alle commedie sullo scontro tra i sessi nel rappresentare il rapporto tra Elizabeth e il suo pirata gentiluomo il film ne avrebbe guadagnato.

Addio a June Allyson

6a00d8341ca4f953ef00e54f7131498834-800wi

Si e’ spenta sabato scorso all’eta’ di 88 anni l’attrice dal sorriso ammiccante, prototipo prima della ragazza sbarazzina e poi della moglie fedele; era nata nel Bronx il 7 ottobre 1917 con il nome di Ella Geisman; in seguito ad un incidente molto serio che da bambina la immobilizza a letto per 4 anni, Ella si dedica alla danza e al nuoto e come ballerina debutta sui palcoscenici di Broadway.
Nel 1943 viene ingaggiata dalla MGM e l’anno seguente coglie il primo successo con Due ragazze e un marinaio di Richard Thorpe. L’attrice dotata di un’innata simpatia entra nelle grazie del pubblico girando altre pellicole di scarso rilievo. Nel 1948 e’ Costanza ne I Tre moschettieri accanto a Gene Kelly (D’Artagnan) e Lana Turner (Milady). Nel 1949 e’ protagonista del remake di Piccole donne, nel ruolo di Jo che nella prima versione fu di Katharine Hepburn.

Allyson2rapicdon3mos

Jo e’ l’ultimo ruolo da maschiaccio: sempre nello stesso anno, infatti, June Allyson interpreta il ruolo di Ethel Stratton, la moglie fedele che sostiene il marito, James Stewart, un campione di baseball che riuscira’ a tornare a giocare nonostante l’amputazione di una gamba ne Il ritorno del campione
Nel 1953 e’ la fidanzata di Humphrey Bogart nel mediocre Essi vivranno ed e’ ancora la partner di James Stewart ne La Storia di Glenn Miller.
Nel 1954 la sua prova migliore in La Sete del potere di Robert Wise che racconta una lotta tra i vicepresidenti di un’industria per sostituire il presidente scomparso.
Sempre nello stesso anno un ruolo non dissimile, anche se meno drammatico, ne Il mondo e’ delle donne di Jean Negulesco, dove la promozione a dirigente passa attraverso la valutazione delle mogli.

Allysonmoglie

Nel 1955 l’attrice, stanca del ripetitivo ruolo di moglie votata al bene del marito, gira La figlia di Caino dove interpreta una moglie isterica e per nulla conciliante, ma sara’ un fiasco che forse segna il declino della sua carriera: dopo un breve ritorno alla commedia, l’attrice inizia a diradare le sue apparizioni sul grande schermo e si concede alla televisione.

Henry Fonda

Hfonda

Il 16 maggio 1905 a Grand Island, in Nebraska nasceva Henry Fonda, padre dell’ultima grande dinastia di attori di Hollywood: recitano infatti i figli Jane e Peter e la figlia di quest’ultimo Bridget.
Henry Fonda esordisce nel cinema nei primi anni ‘30 e nel 1938 e’ coprotagonista assieme a Bette Davis de La figlia del vento (Jezebel) capolavoro melo’ che doveva essere la risposta della Warner a Via col vento, il film e’ passato alla storia per l’abito rosso che come ebbe a dire Truffaut e’ il vestito piu’ rosso della storia del cinema, benche ‘ il film sia girato in biancoenero (ma in tv passa solo la versione colorizzata!)


L’anno successivo inizia la collaborazione con John Ford ed e’ tempo di capolavori come Furore (1940). Dopo Il massacro di Fort Apache del 1948, Fonda decide di ritirarsi dalle scene , ma ritorna sul grande schermo nel 1955, sempre per la regia di Ford.
Nel 1956 e’ il protagonista ingiustamente scambiato per il colpevole ne Il Ladro di Hitchcock e l’anno successivo produce ed interpreta magistralmente il giurato poco convinto della colpevolezza di un ragazzo nell’incisivo La parola ai giurati, stringato apologo sulla giustizia americana firmato da Sidney Lumet.
Henry Fonda ha condiviso con Jimmy Stewart il prototipo del brav’uomo, dell’americano medio, ma nelle sue interpretazioni c’e’ sempre stata una sottile vena di inquietudine che esplode nel 1968 in C’era una volta il west di Sergio Leone, dove l’attore da vita a Frank, un personaggio crudele, in grado di uccidere un bambino a sangue freddo solo perche’ ha sentito pronunciare il suo nome.


Fondaceraunavoltailwest

L’ultimo film interpretato sara’ quello che gli varra’ l’Oscar, si tratta di Sul lago dorato (Mark Rydell, 1981) dove recita accanto a Katharine Hepburn, anche a lei premiata come migliore attrice.
Henry Fonda si spegne il 12 agosto 1982 a Los Angeles .

The aviator

Indubbiamente il film mi e’ piaciuto, anche se mi ha lasciato un
po’ perplessa la parte dedicata ai rapporti di Hughes col mondo del
cinema, che era quella che mi interessava di piu’: Scorsese si e’ preso
troppe liberta’ rispetto alla vera storia d’amore tra Katharine Hepburn
e Howard Hughes, solo riflettendoci ho capito che il regista non aveva
altra scelta che portare sugli schermi la magia di quel cinema,
anziche’ i veri personaggi e allora ecco Kate e Howard diventare i
protagonisti di una commedia sofisticata, il che non toglie che avrei
preferito si parlasse piu’ chiaramente di Scandalo a Filadelfia anziche’ girare il pranzo a casa Hepburn come se fosse stata una scena del suddetto film, uffa!

Ho cercato comunque di essere obbiettiva nella recensione  su ImpattoSonoro ora recuperata qui