Creed – Nato per combattere

Adonis Johnson passa da un riformatorio all’altro fino a quando lo lo ritrova Mary Anne Creed, la vedova di Apollo che gli rivela di essere il figlio (illegittimo) del grande pugile. Mary Anne prende con sé il ragazzo e gli offre una vita agiata ma dentro Donnie prevale l’amore per la boxe e abbandonato un lavoro di successo, si trasferisce a Filadelfia per cercare Rocky e farsi allenare da lui..


Creed

Rocky 7 come Star Wars 7 e non è solo il numero degli episodi ad accomunare le due pellicole campioni d’incasso degli ultimi mesi. Gli spin-off delle due saghe hanno il medesimo impianto: creare un legame, un passaggio di consegne tra i vecchi e i nuovi eroi, in questo riesce meglio Creed dove i raccordi con i film precedenti sono precisi con la chicca del risultato dell’incontro segreto tra Rocky e Apollo rimasto sconosciuto fino ad ora.
Per questo film Sylvester Stallone ha vinto un Golden Globe, meritato visto come riesce a tratteggiare un malinconico ritratto del vecchio protagonista: Rocky è un uomo oramai solo che non ha nemmeno più voglia di vivere quando si ritrova coinvolto suo malgrado nel desiderio di emergere di Donnie. Paradossalmente è proprio il protagonista il punto debole del film: troppo perfettino, preciso nella sua storia d’amore e nel legame che costruisce con Rocky: la grinta che sfodera sul ring non trova corrispondenza nella sua vicenda privata che pure occupa gran parte del film.

Warrior

Warrior I fratelli Conlon si sono persi di vista nell’adolescenza: il piu’ piccolo Tommy, e’ scappato con la madre da un padre manesco ed ubriacone, mentre il sedicenne Brendan e’ rimasto con il genitore, piu’ per amore di Tess, la ragazza che diventera’ sua moglie. Un giorno Tommy si ripresenta dal padre e gli chiede di ricominciare ad allenarlo: vuole vincere la borsa milionaria di un prestigioso torneo di MMA, ma anche Brendan ambisce al premio e i due fratelli si ritroveranno sul ring.

Se dovessi sintetizzare il giudizio sulla pellicola in un aggettivo direi che si tratta di un film furbo, molto furbo. Il regista e sceneggiatore Gavin O’Connor cavalca il rinnovato successo delle pellicole di genere pugilistico e sport di contatto affini imbastendo una storia sul mondo del MMA, Mixed Martial Arts, disciplina che deriva dal pancrazio dell’antica Grecia mischiata ai colpi di altre arti marziali e che sta avendo un grande seguito negli States. L’organigramma non ancora definito dello sport in questione consente che ai combattimenti possano partecipare i personaggi piu’ disparati senza dover seguire la trafila di incontri obbligatori per accedere alla finale di boxe e questo escamotage permette ai due fratelli di partecipare alla gara anche se hanno abbandonato lo sport in giovanissima eta’ e uno dei due si presenta addirittura sotto mentite spoglie.
Lo stile cinematografico e’ altalenate a una prima parte sgranata, con la macchina incollata ai personaggi molto alla The wrestler per intenderci, segue la seconda parte patinatissima dei combattimenti, girata nei lussuosi resort di Atlantic City.
Per quanto riguarda i rimandi oltre che a The Wrestler il film si ispira alla saga di Rocky; per dirla tutta e’ un condensato dei sei diversi capitoli: i due protagonisti si spartiscono la resistenza proverbiale dello Stallone Italiano e la sua furia e il campione assoluto del MMA si chiama Koba, ma non viene dal lontano Oriente e’ un ciclopico russo che indossa i colori dell’URSS come un novello Ivan Drago! E questo solo per citare le analogie piu’ evidenti, gli altri riferimenti li lascio ai cultori di Rocky Balboa che di certo appezzeranno Warrior.
Dove la furbizia del film si fa piu’ smaccatamente intelligente e’ nella trama : il genere pugilistico e’ solo una copertura per mettere in scena un drammone familiare che in un altra forma il pubblico non avrebbe accettato. Motore del plot sono la crisi economica e la guerra in Iraq: Brendan, in realta’ professore di chimica, combatte per salvare la casa dal pignoramento dopo che tutti i risparmi se ne sono andati per curare la secondogenita, nata con una disfunzione renale. Tommy vuole la borsa per aiutare la famiglia del suo migliore amico morto vittima del fuoco amico in Iraq. Tra i due il padre, il sempre grande Nick Nolte, ormai ex alcolista che cerca conforto nella Bibbia e in Moby Dick e lo spettro della madre scomparsa da tempo. Un’accozzaglia di disgrazie che forse solo in una soap opera e’ ammissibile proporre oggi, ma ancora una volta la funzione salvica del sudore e della fatica compie il miracolo e il film, inaspettatamente, riesce a reggere, quasi a commuovere.

Carnera – The Walking mountain

Carnera Italia 2007
con Andrea Iaia, Anna Valle, F. Murray Abraham, Paolo Seganti,
regia di Renzo Martinelli

La vita di Primo Carnera, dall’infanzia poverissima in Friuli fino al al 1934, anno in cui perse il titolo mondiale di Campione dei Pesi Massimi conquistato l’anno prima.

Un’occasione mancata per rivisitare la vita di un campione italiano piu’ mitizzato all’estero che in Italia: alcuni aspetti della vita rimangono confusi e si omette totalmente il rapporto tra Carnera e il regime fascista italiano nonche’ la sua attivita’ cinematografica (in Italia e ad Hollywoood), trasformando la sua esistenza in un’agiografia dell’orgoglio dell’immigrazione italiana che stringe i denti e sopporta ogni sacrificio come sottolinea la frase del boxeur posta all’apertura del film che piu’ o meno dice “ho preso tanti pugni in vita mia ma li riprenderei tutti pur di fare studiare i miei figli”; frase sicuramente dignitosa e rispettabile ma che da’ un taglio inequivocabile alla pellicola, senza contare che verra’ ripetuta per ben due volte nel corso del film!
Passata la didascalia il film comincia con una discesa vertiginosa sul ring del Madison Square Garden, in quel 29 giugno 1933 in cui Carnera conquisto’ il titolo mondiale e nei momenti che portano alla vittoria vediamo sporgersi tra le corde del ring Burt Young, ebbene si’ proprio lo Zio Paulie di Rocky che in questa pellicola ha un ruolo molto simile a quello avuto nella saga sulla boxe di Sylvester Stallone. Ci vuole un gran coraggio a mettere un personaggio cosi’ identificativo di un film in un’altra pellicola sul pugilato, calcolando che poi i metodi di allenamento del giovane Carnera sono molto simili a quelli di Rocky, ci si domanda perche’ il cameo dell’allenatore di Max Baer sia stato dato a Nino Benvenuti, sarebbe stato piu’ onesto chiamare Stallone!
Martinelli purtroppo non ha nessun timore di sfiorare il ridicolo, basta pensare alla messa in scena della prima notte di nozze tra il pugile e Pina Cosulich racchiusa nel primo piano delle scarpe ai piedi del letto, un’immagine melensa che potrebbe riportare a un’atmosfera d’altri tempi, peccato che l’immagine si stringa e la sproporzione tra le due paia di scarpe perda la sua valenza romantica e rischi di alludere a qualche aberrazione sessuale.
Anche se non salva la pellicola, va riconosciuta l’accuratezza della ricostruzione storica, perfetta nelle scenografie e nei costumi, sottolineata anche dall’introduzione di ogni nuovo capitolo della vita di Carnera con fotogrammi che sembrano immagini d’epoca, peccato che dopo un po’ l’escamotage si riveli noioso nella sua ripetitività’. Deludenti le scene di boxe: anche se nel suo precedente Vajont Martinelli si era distinto per gli ottimi effetti visivi, questa volta la qualita’ digitale e’ scarsa, le scene dei combattimenti risultano molto rigide, mancando totalmente di fluidita’.
Per quanto riguarda il cast, il film vanta nomi di tutto rispetto come quello di F. Murray Abraham nei panni del primo manager di Carnera, Mister See, Paul Sorvino e lo stesso Burt Young, mescolati a caratteristi italiani e volti protagonisti delle fiction di casa nostra: Anna Valle, Paolo Seganti: fa specie vedere un film dove si (ri)conoscono tutti gli interpreti a parte il protagonista, lo sconosciuto Andrea Iaia che non riesce ad accapparrarsi il merito a dare spessore alla figura di Carnera.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

The fighter

Thefighter Micky Ward, pugile trentunenne con qualche chance di fare carriera, vive all’ombra del mito del fratellastro, Dicky Eklund, che quindici anni prima mise al tappeto Sugar Ray Leonard ma ora e’ vittima del crack. Dicky allena il fratellino mentre la madre Alice fa da manager. I due sono piu’ di intralcio che d’aiuto alla carriera di Micky che avra’ bisogno di allontanarsi dalla famiglia per ritrovare se’ stesso ma sara’ solo con l’aiuto di Dicky che il pugile potra’ ambire al titolo dei pesi welter.

La pellicola e’ ispirata alla vera storia dei due omonimi pugili che compaiono in un breve inserto nei titoli di coda.
Il riscatto, la rivincita sono da sempre il motore che sta dietro al successo dei film di ambientazione pugilistica, quasi un genere a se’, dove la fatica e il dolore sono palpabili. Una volta era il riscatto di una minoranza etnica (vedi Rocky, lo stallone italiano e il vero Micky Ward era soprannominato Irish) ora le radici irlandesi dei due fratellastri non sono piu’ importanti, Ward ed Eklund rappresentano in questa pellicola il riscatto della white trash, la spazzatura bianca che vive ai margini della societa’ americana.
L’idea del riscatto ha una potente presa emotiva altrimenti non si spiegherebbe come si rimanga affascinati da questa pellicola che analizzata razionalmente non ha le carte in regola per avvincere lo spettatore come invece succede. C’e’ una certa debolezza drammaturgica, ci si aspetterebbe un dramma segreto che sul finale spieghi il legame profondo che unisce i due fratelli invece non c’e’ nulla di piu’ di un fratello maggiore che ha perso la sua occasione e si consola con il crack, diventato protagonista di un docufilm della HBO sui danni di questa droga mentre lui pensa che sia una celebrazione del suo antico successo.
Christian Bale giustamente premiato con l’oscar per la miglior interpretazione non protagonista maschile interpreta il fratello quarantenne mentre nella realta’ ha tre anni meno del protagonista Mark Wahlberg, classe 1971, cioe’ un quarantenne che interpreta un trentunenne. Insomma sulla carta sembra tutto sbagliato e invece il film funziona, che veramente basti crederci fino in fondo?

Cinderella man

Cinderellaman Questo film e’ l’esatto prototipo del cinema che non amo: buoni sentimenti in una confezione leccata.
Non so se si possa neppure parlare di veridicità storica e verosimiglianza dato che dubito che gia’ nei primi anni ‘30 l’Everlast ponesse il suo bel marchione sui guanti e i pantaloncini dei boxeur, e mi sembra alquanto strano che un pugile se ne torni regolarmente a casa dopo incontri massacranti con appena due punti sopra l’occhio.
Ma il difetto peggiore che imputo alla regia di Ron Howard e’ quello di ragionare per topos: la stamberga dove vive la famiglia Braddock non e’ per nulla dissimile da quella in cui vive la famiglia del Charlie de La fabbrica di cioccolato: sostituite tre pargoletti al quartetto di nonni e il gioco e’ fatto, le stesse atmosfere, le stesse brodaglie allungate con l’acqua, peccato che il film di Burton sia una fiaba e questo la biografia di un eroe della Grande Depressione!
Il film procede cosi’, in maniera del tutto olografica, per luoghi comuni: esempi di estrema onesta’ e dedizione alla famiglia che pero’ non riescono a far amare i protagonisti di questa vicenda.
La boxe e’ lo sport del riscatto per antonomasia, fatto di sudore e polvere ma in questa pellicola il sudore e il sangue mancano, addirittura Russel Crowe, attore molto fisico e sanguigno viene quasi sublimato nella sua aureola di sacrificio.
Le scene di pugilato sono poi il peggio che si sia mai visto sugli schermi per questo sport: gia’ in partenza si sa che Braddock vince (altrimenti non si sarebbe fatto il film) quindi manca la suspance, se poi ogni pugno viene fermato in un rallenti, in una radiografia del colpo subito, la noia regna sovrana grazie anche al peggior esempio di montaggio parallelo mai visto: mezza scena sul ring, stacco sulla moglie fremente, o sulla chiesa orante o sul pubblico esultante.. da rimpiangere il quindicesimo sequel di Rocky!

Million dollar baby

Million dollar baby

Ovviamente chi va a vedere questo film non crede che Clint Eastwood si sia limitato a girare un Rocky in gonnella (ed infatti la campionessa mondiale dei pesi welter, ex prostituta di Berlino Est se lo sarebbe mangiato in un boccone, il buon vecchio Ivan Drago!) ma nemmeno si aspetta di essere sistematicamente lavorato ai fianchi per finire al tappeto alla terza ripresa con un bel pugno nello stomaco.
Diavolo di un Clint, che riesci a farci sorridere e nel contempo a far si’ che nessuno lasci la sala senza avere gli occhi lucidi (…va bene, occhi lucidi e’ un chiaro eufemismo, se devo prestar fede ai sospiri, i colpi di tosse e le tirate su col naso che rompevano il religioso silenzio della sala, personalmente ho dovuto boccheggiare due volte per evitare di scoppiare in singhiozzi).

Mia recensione


*questo post e’ dedicato a Tarcisio*

Fantozzi

Probabilmente per molti di voi questo post sara’ come la
scoperta dell’acqua calda, ma a mia parziale discolpa devo dire che non sono mai
stata una grande amante della saga di Fantozzi, giunta ormai al decimo
capitolo (piu’ di Rocky e Rambo messi assieme!).


Fantozzi


In ogni caso ieri sera,
vedendo (forse per la seconda volta) il primo film del 1975 diretto da Luciano
Salce, non ho potuto fare a meno di notare che la scena natalizia in cui
Mariangela va a declamare la poesiola al comitato dirigente per avere il
panettone e viene derisa e’ copiata pari pari dala scena del provino di
Bellissima di Luchino Visconti, quasi le stesse battute.

Bellissima

E bravo Villaggio: La Corazzata Potiemkin no, ma almeno Visconti lo salvi!