Roberto Benigni La più bella del mondo

Benignilapiùbelladelmondo Non sono una grande estimatrice di Benigni: come cineasta non credo che abbia più nulla da dire e trovo che la sua vena comica nel tempo si sia fatta troppo buonista. Eppure gli ultimi tre interventi televisivi del comico toscano hanno scalfito queste mie convinzioni. Lo avevo apprezzato quando aveva partecipato a San Remo in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e soprattutto mi aveva commosso il suo intervento a Vieni via con me quando aveva sfidato il boss Sandokan a ripagare Saviano con la stessa moneta, scrivendo.
Ieri lo spettacolo dedicato alla Costituzione mi è piaciuto molto, anche la parte iniziale su Berlusconi, tacciata da molti di riproporre battute scontate ma come si fa a sfottere Berlusconi in modo originale se dal 1994 il piazzista di Arcore propone sempre la stessa solfa?
L’esegesi della Costituzione non avrà brillato per acume giuridico (del resto non era questo l’intento) ma la passione di Benigni è emersa in tutta la sua sincerità anche nella reiterazione quasi eccessiva di espressioni come “mi manda al manicomio”. Un’iniezione di entusiasmo e ottimismo al limite del puerile che forse sono la vera ricetta per far ripartire una nazione cinica e diffidente, più ancora che depressa.

Lo show di Benigni viene riproposto stasera su Rai5alle 20.45

Tatanka

Tatanka Per sfuggire ai poliziotti che li inseguono per un furto d’auto, due ragazzi si rifugiano in una palestra dove si pratica la boxe. L’allenatore nota la “castagna“ micidiale di uno dei due e lo invita a tornare. Michele lo fara’ solo quando il suo amico, Rosario, finisce dietro le sbarre. Per Michele si aprono nuove prospettive, anche la possibilita’ di partecipare alle Olimpiadi, se verra’ accettato dalle Fiamme Oro della Polizia; ma proprio la mattina dell’appuntamento che potrebbe cambiargli la vita, Rosario viene liberato e chiede all’amico di aiutarlo nella sua vendetta, che costera’ a Michele otto anni di carcere. Uscito di galera, il pugile e’ sempre piu’ deciso a seguire il suo sogno, anche facendosi sponsorizzare dalla camorra, almeno fino a quando non gli viene chiesto di perdere un incontro. Non sottostando alla richiesta, Tatanka e’ costretto a fuggire a Berlino dove trovera’ una nuova occasione nella boxe che pero’ potra’ realizzare solo tornando a casa.

Il film si ispira al racconto di Roberto Saviano, Tatanka Skatenato, contenuto ne La bellezza e l’inferno in cui l’autore di Gomorra prende spunto dall’esperienza di Clemente Russo detto Tatanka e Domenico Valentino per raccontare come Marcenise sia la fucina dei campioni di boxe italiani. Proprio Clemente Russo interpreta il ruolo di Michele in quello che non e’ un biopic sulla sua vita e piu’ che un film di genere sulla boxe, e’ un melo’ drammatico sull’omossessualita’ latente che domina il rapporto tra Michele e Rosario, impossibile da esprimersi se non attraverso un’amicizia di ferro tra due giovani cresciuti nel mondo dominato dal modello machista imposto dalla camorra in cui Rosario fara’ anche carriera.
Recitata in dialetto stretto e tutto sottotitolata, la pellicola mette troppa carne al fuoco sfruttando molte delle suggestioni proposte dal testo di Saviano ma perdendo per strada la fisicita’, la fatica e il dolore che emerge (anche un po’ retoricamente) dall’articolo di Saviano nonostante le belle scene di pugilato. Spiace per l’occasione parzialmente perduta perche’ molti degli interpreti del film provengono dalla lunga serialita’ napoletana a partire da Carmine Recano, il Gabriele Coppola de La nuova squadra (c’e’ pure un cameo di Claudia Ruffo, l’Angela Poggi de Un posto al sole) e in un momento in cui il destino del serial napoletano e’ sospeso se non defunto, vedere che il telefilm e’ una fucina di buoni attori e caratteristi da’ soddisfazione.
Comprensibili le proteste del Corpo di Polizia che compaiono solo all’inizio del film mentre torturano a morte un ragazzino per farlo parlare: visto che la sequenza non e’ molto funzionale all’articolatissima trama forse si poteva evitare. Altrettanto evitabile la sospensione di sei mesi dalle Fiamme Oro del protagonista Clemente Russo per il danno d’immagine recato al Corpo per non aver insistito sulle modifiche alla sceneggiatura.

Quel che non si e’ capito

Mariomonicelli Si e’ chiuso con una lieve flessione negli ascolti l’evento televisivo Vieni via con me. Il programma ha dimostrato con i suoi ascolti straordinari che la gente e’ stufa, non solo di paillettes come sottolineano i giornali ma anche di dibattiti urlati: io ad esempio, per quanto mi ci metta di buona volonta’ non riesco praticamente mai a vedere per intero una puntata di Ballaro’ o Anno zero, per quanto il tema possa essere interessante, proprio perche’ lo starnazzo mi annoia mortalmente.
Come ha detto Roberto Saviano nel suo monologo conclusivo il potere sta nel narrare storie, raccontare un punto di vista da cui si puo’ dissentire o su cui si puo’ riflettere.
E proprio ieri sera abbiamo perduto un grande narratore di storie, Mario Monicelli, il cui annuncio della scomparsa e’ stato dato in diretta durante Vieni via con me.
Quello che la trasmissione di Fazio e Saviano ha dimostrato e cioe’ che il grande pubblico e’ affamato di storie intelligenti non e’ stato recepito dai dirigenti televisivi altrimenti oggi i palinsesti televisivi sarebbero stravolti per far spazio all’omaggio al maestro della commedia all’italiana. Solo rete4 conferma la sua dimensione cinematografica e nel pomeriggio ha sostituito il film previsto con La mortadella. Siamo al banco di prova dei canali dedicati del digitale terrestre ma Rai movie continua con la sua programmazione asfittica. Stasera alle 21,00 su Rai2 e’ previsto il primo capitolo de Le cronache di Narnia, tanto per riempire il vuoto lasciato da XFactor. Credo che stasera ci sarebbe potuto essere un altro record di ascolti se si fosse osato trasmettere in prima serata I soliti ignoti o La grande guerra o meglio ancora L’armata Brancaleone pellicola prediletta dal regista e di cui non ricordo l’ultimo passaggio sulla tv generalista, tanto e’ remoto; certo il cambio di programma avrebbe dovuto essere annunciato gia’ dai TG del mezzogiorno, son convinta che in quel caso molta gente avrebbe cambiato i programmi serali per starsene a casa a ricordare come si deve Mario Monicelli.

Romanzo Criminale – La serie 2

Romanzocriminalemortelibano Giovedi’ 18 novembre su Sky Cinema 1 HD e’ finalmente arrivata, dopo due anni di attesa, la seconda stagione di Romanzo Criminale la serie che si compone di dieci episodi. Le vicende della banda della Magliana riprendono dal punto in cui si era interrotta la prima serie, la morte del Libanese. Nei primi due episodi abbiamo visto lo sconcerto degli amici del Libano, alla ricerca del suo assassino (o assassini) mentre le cosche che collaboravano alle attivita’ malavitose della banda premono da tutte le parti per accaparrarsi gli affari di una societa’ indebolita dalla morte del capo.
Il primo episodio si apre con un omaggio al film di Michele Placido che forse non si era osato fare nella precedente stagione: un flashback che racconta come i ragazzini di borgata che sarebbero poi diventati il Libanese e il Dandy, incontrano il Bufalo. L’opera di Placido si apriva con l’incontro nell’infanzia dei tre protagonisti (Libano, Dandy e il Freddo) qui la citazione serve per spiegare il comportamento folle del Bufalo che culmina nel gesto di rubare la bara del Libanese sulle note struggenti di Total ecplipse of heart di Bonnie Tyler confermando la capacita’ di Sollima di usare musica extradiegetica con la stessa abilita’ di Tarantino.
RomanzoCriminale2L’improvvisa morte del Libanese porta gli altri protagonisti a confrontarsi con se’ stessi: se Bufalo sente l’obbligo di pagare il suo debito di devozione che risale all’infanzia verso l’amico morto, anche il Freddo rinuncia alla sua possibilita’ di rifarsi una vita con Roberta per vendicare la morte dell’amico. Il piu’ scosso dall’omicidio e’ il Dandy costretto a riconoscere il proprio essere inetto nel presente come nel passato tanto che il secondo episodio si chiude con lo spettro del Libano che sentenzia all’amico dallo specchietto retrovisore “brutto scoprire chi sei”.
Anche Scialoja scopre di non voler esitare nell’usare metodi pochi ortodossi per stringere il cerchio intorno alla banda. Il Freddo sembra l’unico a mantenere una certa integrita’ in questa discesa agli inferi collettiva scandita dalle notizie sulla P2 date dai mezzi di informazione.
La bella notizia per noi e’ che la HBO ha comprato i diritti della serie ed e’ la prima volta che la rete di culto acquista una serie italiana. Intanto Sky non molla la formula di trarre serie da film di successo e dopo Quo vadis Baby? e Romanzo criminale (ma anche Non pensarci) si appresta a serializzare anche Gomorra con la supervisione di Saviano.

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Romanzo Criminale (film )

Boris3

Boris-1 La prima serie di Boris non l’ho vista, ne sentivo sempre parlare in maniera entusiasta da Fabio Canino a Playwatch uno dei piu’ bei programmi radiofonici sulla televisione degli ultimi anni, talmente bello che non solo hanno chiuso il programma, ma direttamente la radio e PlayRadio si e’ trasformata nella piu’ anonima Virgin Radio.
Mentre si vociferava che un qualche non meglio definito canale generalista avesse comprato la prima serie e pensasse di trasmetterla (magari dopo anni di stoccaggio in qualche magazzino come e’ successo a Beverly Hills 90210 o Coliandro) per non saper ne leggere ne’ scrivere, mi sono subito fiondata sulla visione della seconda serie della fiction piu’ scorretta della Tv italiana che racconta le vicende di una troupe impegnata a girare una fiction, Gli occhi del cuore.
Sono rimasta folgorata dalle battute fulminanti che caratterizzano il plot e quanto vorrei saper citare quel che la Crescentini, diva uscente de Gli occhi del cuore sproloquiava su Madre Teresa, i cui panni avrebbe dovuto vestire in una futura fiction.
Boris2 mi e’ piaciuto molto anche se in certi momenti il giochino delle battute diventava un po’ prevedibile, mentre il nuovo Boris3 mi pare aver un po’ abbandonato la comicita’ di parola in nome di una satira piu’ attuale e, se possibile, ancora piu’ scorretta.
Lo ha dimostrato subito il primo episodio dove il regista Rene’ Ferretti, deluso dai rapporti con la Rete perche’ gli hanno bocciato il progetto di Macchiavelli, tenta una sortita nella tivu’ commerciale e si trasferisce a Cologno Monzese con i suoi piu’ fidati collaboratori: il direttore della fotografia, il sempre strafatto di coca Duccio Patane’ e l’assistente alla regia, Arianna. La trasferta milanese sembra propizia a far scoppiare l’amore tra Arianna e lo stagista Alessandro ma mentre i due stanno amoreggiando all’interno dell Hotel Veronica una battuta infelice di Alessandro portera’ a una sconvolgente confessione di Arianna: e’ una berlusconiana della prima ora perche’ da sempre convinta che il premier sia il meglio per questo Paese. Gelo dell’innamorato sinistroide e di tutti noi spettatori che vedevamo in Arianna uno dei personaggi piu’ equilibrati della troupe de Gli occhi del cuore. Nel frattempo la Rete richiama Ferretti per affidargli un medical drama di qualita’ intitolato Medical Dimension che sulla carta dovrebbe sconvolgere la televisione italiana e cosi’ il regista fugge letteralmente dal mondo dorato di Cologno e si rituffa in questa nuova esperienza con tutta la sua vecchia squadra di lavoro, senza riuscire a liberarsi del borioso Stanis La Rochelle, eterno protagonista maschile.
Se le frecciate alla destra non sono mancate, gli autori non temono di toccare anche uno dei miti della sinistra e ogni due per tre, dal consulente medico al narciso Stanis, prima o poi tutti vengono apostrofati come il Roberto Saviano di questo o di quello.
Alla satira spietata sul dietro le quinte delle fiction televisive, Boris unisce la capacita’ di trasformare attori conosciuti delle fiction piu’ popolari: provate a confrontare una puntata di Un medico in famiglia e Boris e vedrete Pietro Sermonti trasformarsi da dottor Jekill a mister Hide, dal fidanzato di Maria all’incontenibile Stanis La Rochelle e poi che dire di Francesco Pannofino, noto soprattutto per essere la voce italiana di George Clooney, in Boris e’ il regista Rene’ Ferretti e le smorfie che il suo personaggio fa per sopportare l’assurdita’ della vita negli studi, valgono mille delle smorfiette sexy del bel Clooney. Non si contano poi le comparsate eccellenti, in quest’ultima serie Filippo Timi e Marco Giallini.
Azzeccatissima la sigla di Elio e le storie tese: basta sentirla una volta per canticchiarla a vita, ascoltatela nella viva speranza che, come dicono i rumors, Boris diventi un film

Gomorra

Gomorra film

La macchina  da presa e’ fissa sui resti di una grande stazione di benzina e mentre lo spettatore inorridisce di fronte all’ennesimo sfregio  inferto alla terra campana, da un tombino esce un uomo. ll campo e’ lungo e all’inizio  non si capisce neppure da dove arrivi la voce che chiama un altro personaggio che sbuca da un tombino adiacente. 

Basterebbe ragionare su questa scena geniale per capire che cos’e’ Gomorra, il film: lo scempio dell’ambiente, urbano o naturale che sia, sfregiato in una maniera che disturba e stupisce anche se al deturpamento  del paesaggio siamo ormai tutti abituati ed anche chi il libro lo ha letto, vede con i propri occhi quell’orrore cosi’ ben descritto ma a cui la fantasia forse non osava  arrivare; del  resto il film e’ un viaggio dentro un mondo altro  da quanto sia possibile immaginare, cosi’ alieno che i malavitosi sembrano piovuti dal cielo nelle loro capsule abbronzanti mentre chi si crede una persona degna di stima ci sbuca come un topo dal tombino di una fogna come succede appunto  al personaggio di Servillo nella magnifica scena surreale che lo introduce, splendida metafora delle connivenze mordiefuggi di chi con il sistema ci fa gli affari (l’imprenditore che deve smaltire, la ditta di altamoda che deve produrre)

Ma quello che Gomorra racconta non e’ un mondo fantastico ne’ surreale, quindi quale miglior linguaggio che quello neorealista per avvincere lo spettatore alla realta’ a cui sta assistendo? La scelta di far recitare quasi tutto il film in dialetto stretto e sottotitolarlo richiama La terra trema e il film di Visconti, con il suo famoso piano sequenza che segue il ragazzino per illustrare il mercato del pescemi e’ tornato in mente ogni volta che  la macchina da presa seguiva Toto’ nei suoi giri di consegna all’interno delle Vele di Scampia e intanto rubava gli scorci di questo formicaio incredibile e come non vedere nella tragica desolazione del paesaggio offeso la stessa valenza morale delle macerie di Berlino in Germania anno zero?

Ha parlato molto del paesaggio, innegabile protagonista del film ma c’e’ un altro elemento che mi ha colpito molto, il suono: il fruscio delle banconote, lo scalpiccio dei piedi.. un continuo rumore di fondo dell’eterno divorare soldi, persone da parte di questo orrido Moloch che nella sua natura primordiale si quieta solo per qualche secondo  solo davanti alla morte, all’improvviso scoppio degli spari.

Un requiem per Pietro Guerra

Pietroguerra Dovrebbe essere stata girata ieri mattina la scena della morte di Pietro Guerra, uno dei personaggi piu’ amati del serial La squadra il che fa presupporre che la morte del nostro eroe avverra’ alla fine di questa ottava serie e cioe’ nella tranche dopo la pausa estiva, dato che in una delle ultime puntate andate in onda si potevano scorgere ancora i negozi con gli addobbi natalizi.
Pietro Guerra non e’ mai stato uno dei miei personaggi preferiti: troppo perfettino per i miei gusti, piu’ vicini a personaggi cinici come Pettenella, alla puntigliosita’ della Veneziani o ai cani sciolti come Sciacca, nonostante le simpatie personali, la decisione di eliminare un personaggio cosi’ fondamentale per l’economia del telefilm mi fa presagire un triste futuro per le nuove stagioni che andranno incontro a un cambio di format , ed e’ un peccato perché anche questa ottava serie si e’ mostrata all’altezza delle precedenti raccontando storie molto vicine all’attualita’ e la scena dell’asta delle commesse sartoriali sembrava quasi una citazione di quanto raccontato in Gomorra da Roberto Saviano.

aggiornamento
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