Genova ha dedicato ad uno dei suoi pittori piu’ interessanti e poco noti una mostra deliziosa.
Valerio Castello, sicuro genio della pittura scomparso troppo presto, a soli 34 anni perche’ potesse affermare pienamente il suo talento.
Della maestria del Castello si avvede anche un profano nel confronto tra un opera del maestro di Castello e una stessa composizione dell’allievo: mentre l’opera del maestro e’ ancora composta in un rigore di linee e forme, la pittura di Valerio Castello esplode nella liberta’ della pennellata e della composizione, che ne fanno uno degli anticipatori del barocco settecentesco.
Pennellate libere che lasciano indefiniti i tratti dei personaggi secondari, fluidita’ nella composizione che da una grande idea di movimento, l’ultima sezione della mostra si intitola cupamente ratti e stragi perche’ le scene di massa che rappresentano il Ratto delle Sabine o di Proserpina e la Strage degli Innocenti sono molto congeniali allo stile del pittore; in una strage degli innocenti un soldato e’ talmente inebriato dalla furia degli omicidi che con la spada si fa volare via l’elmo.
Passionalita’ del movimento che emerge anche in altre opere dell’autore: le Madonne col bambino sono molto spesso sollecite verso il loro figliolo, si chinano sul Bambino con sorrisi e solerzia estremamente materna.
Il corpo parla anche nell’Adamo ed Eva dove pur rifacendosi a modelli classici come Van Dyck, Castello elimina gli animali con la loro simbologia medievale e tutto il valore simbolico della raccolta del frutto proibito e’ racchiuso nella posa sfrontata e maliziosa di Eva.
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Il Vangelo secondo Matteo
E’ nuovamente nelle sale la versione restaurata (in maniera non eccelsa) del capolavoro pasoliniano del 1964 che narra la vita di Cristo dall’apparizione dell’Angelo a Giuseppe per convincerlo della santita’ della gravidanza di Maria fino al nuovo incontro di Gesu’ con gli Apostoli dopo la Resurrezione.
Pasolini riesce a rendere tutta la sacralita’ e l’inconoscibilita’ del mistero dell’Incarnazione, con un raro equilibrio che non cerca mai di interpretare la storia narrata dal Vangelo. Le riprese spesso di spalle o di sghimbescio di Gesu’ Cristo sottolineano l’incapacita’ dell’uomo di comprendere a pieno la sua mistica se non con la fede.
Mirabili i rimandi all’iconografia della pittura del quattrocento e l’alternanza di primi piani quasi statici a momenti convulsi, in particolare la memorabile scena della Strage degli Innocenti.
Eccezionale anche la scelta delle musiche che alterna brani sinfonici a canzoni tradizionali a gospel.
La scelta di attori non professionisti acutizza il senso di assistere a una sacra rappresentazione: Gesu’ Cristo e’ interpretato da un giovane studente spagnolo, la Madonna anziana dalla stessa madre di Pasolini, Susanna.
Personalmente sono stata folgorata dai primi fotogrammi del film che inquadrano il volto della Madonna in attesa del Figlio: un volto di rara compostezza per cui non si puo’ usare che la la parola verecondia, che rimanda se non nei lineamenti, nella sua purezza a L’annunziata di Antonello da Messina.
La ieratica staticita’ e’ prodoma di un cineasta che viene da molto lontano con una cultura molto diversa che pero’ condivide la stessa teoretica pasoliniana: Sergej Paradzanov.