Vincenzo Buonavolonta’ (nomen omen) e’ il manutentore di un altoforno dell’Ilva di Genova, finito in cassa integrazione perche’ la macchina di cui si occupa e’ stata venduta ai cinesi. Nonostante non sia piu’ il suo lavoro, Buonavolonta’ avvisa i dirigenti cinesi di un difetto strutturale dell’altoforno e continua a lavorare per conto suo alla riparazione. Quando si reca in fabbrica per consegnare la centralina modificata scopre che i cinesi se ne sono gia’ andati col macchinario.
Questo e’ il prologo che precede i titoli di testa, la motivazione che spinge Vincenzo verso un viaggio apparentemente assurdo in Cina per consegnare il pezzo che e’ diventata la sua ossessione, sintomo di una vita non svelata dal film, ma che si puo’ intuire come solitaria, motivata solo dalla perfezione sul lavoro che gli fa ribattere di non essere ancora dismesso al dirigente di Shanghai e continuare il viaggio attraverso una Cina grigia quasi spettrale, ben diversa dall’immagine pittoresca del nostro immaginario e delle nuove rotte turistiche; un viaggio alla riscoperta di se’, fatto di contatto con la gente: Vincenzo osserva, cerca di capire quel mondo con cui non puo’ comunicare verbalmente; questa totale immersione nell’alieno permette al protagonista di prender coscienza della necessita’ di trovare una nuova ragione di vita (significativo e commovente il pianto di Castellito dopo aver finalmente consegnato il pezzo) incontrando probabilmente l’amore ed una famiglia, se si vuole interpretare positivamente il finale aperto.
Come sempre lo sguardo di Amelio si volge con tenerezza verso i bambini, dagli incontri casuali sui vari mezzi di locomozione al rapporto complice che si instaura immediatamente con il figlio della traduttrice.
Il regista si conferma anche un abile costruttore di scene dove l’umanita’ e’ in grado di emergere in maniera dirompente: la colazione dopo la notte in carcere tra Vincenzo e Liu-Hua e’ sicuramente uno dei momenti migliori del film che prelude all’inizio di una nuova stagione della vita del protagonista, come l’incontro con il tecnico cinese che capisce il significato della centralina, sigla la fine del suo ruolo di manutentore con il passaggio del pezzo e quindi delle consegne: che importa che fine fara’ la centralina quando si trova qualcuna che parla il linguaggio della propria passione?
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Seven Swords
Cina, XV secolo: una nuova dinastia imperiale prende il comando della nazione e vieta la pratica delle arti marziali, pena la morte. Il generale Vento di Fuoco mette crudelmente in atto l’editto imperiale trasformando il suo esercito in cacciatori di taglie che uccidono donne e bambini. Ben presto si formera’ un alleanza di sette spadaccini con l’intento di fermare l’eccidio..
Tsui Hark e’ uno dei cineasti piu’ importanti della scuola di Hong Kong: regista e produttore, con le sue opere ha rivoluzionato il cinema orientale, soprattutto ai tempi della collaborazione con John Woo, dando vita a capolavori come The Killer e la triologia di A Better Tomorrow.
Dopo una parentesi piuttosto insoddisfacente con il cinema americano e’ tornato a lavorare in patria e questo suo ultimo film e’ stato scelto per aprire la 62° edizione della Mostra del Cinema di Venenzia attualmente in corso.
Il lavoro e’ un wuxia-pian (film di cappa e spada) che si rifa’ alla scuola classica del genere, cercando di evitare il piu’ possibile gli effetti speciali e gli acrobatici voli che tanto avevano stupito e affascinato ne La Tigre e il dragone o in Hero e puntando sull’impatto delle pure arti marziali che Hark sa gestire molto bene, in netto constrasto con le delicate scene di serenita’ bucolica.
Notelvole la potenza espressiva ricercata anche attraverso il rigore cromatico (eccelsa la scena di apertura virata tutta nei toni del grigio e rosso) dai colori meno saturi e vivaci, quindi piu’ naturali, di quelli a cui ci hanno abituato i lavori di Zhang Yimou.
Tsui Hark esula dall’eccesiva fedelta’ storica trasformando, grazie a trucco e tatuaggi, l’esercito di Vento di Fuoco in una mansada di pazzi dal look cyberpunk.
Purtroppo in alcuni momenti la storia sfugge di mano al maestro di Hong Kong diventanto di difficile e confusa comprensione per lo spettatore.
Bisogna premettere che nei progetti del regista questo e’ solo il primo capitolo di un’epopea composta da sei film, quindi e’ anche difficile giudicare un’opera cosi’ ambiziosa e complessa quale si potrebbe rivelare in futuro ma di certo alla pellicola in questione manca la cifra introduttiva che dovrebbe avere se la saga dovesse essere sviluppata per intero. Non ci si riesce ad affezionare ai personaggi, che restano un piccolo nucleo confuso che lotta contro il male, mentre le loro storie personali vengono appena accennate. Eccessivo anche le triangolazioni amorose che hanno come protagoniste tre donne combattute tra uomini diversi e spesso i sentimenti delle une o degli altri sono estremamente ambigui, cosa che puo’ risultare intrigante per l’economia filmica quando si tratta di una singola coppia ma che diventa motivo di ulteriore confusione quando si reitera in diversi rapporti.
In conclusione un lavoro di difficile comprensione, che merita una sospensione di giudizio, consigliabile solamente agli amanti del cinema orientale, ma poco adatto a chi si vuole avvicinare al genere per la prima volta.
Hero
Prima che la Cina diventasse un vasto impero, era divisa in sei regni sempre in lotta tra loro. Il sovrano di Quin accarezzava l’idea di unificare tutte quelle terre, ma c’era chi desiderava vendicarsi della scia di morti che aveva lasciato sui campi di battaglia. I suoi nemici piu’ acerrimi erano tre valenti guerrieri: Cielo, Spada Spezzata e Neve che vola. Un giorno a corte si presenta un oscuro dignitario, Senza Nome, che dimostra di aver sconfitto i nemici del re e porta con sé le loro armi micidiali vinte in duello..
Il film di Zhang Yimou, finalmente sugli schermi italiani, è costruito come un gioco di scatole cinesi, nelle quali gli elementi si (ri)combinano in maniera differente: la storia viene reinventata ogni volta con un colore diverso: nero è i colore dominante nelle scene dentro il palazzo imperiale, grigio il combattimento tra Senza Nome eCielo, rosso l’episodio nella scuola di scrittura e cosi’ via.
La perfezione formale raggiunta e’ pressoche’ totale e stupefacente.
Per quanto concerne la trama sa essere avvincente, forse gli ultimi dieci minuti con la messa in scena delle varie morti sono un po’ prosaici: il film si sarebbe potuto concludere benissimo quando Senza Nome lascia il re di Quin.
Chi conosce il genere wuxiapian (l’epica cinese) trova questa pellicola superficiale, essendo completamente digiuna in materia non saprei giudicare, anche perche’ i miei occhi sono ancora affascinati da immagini bellissime e paesaggi fiabeschi.
Istintivamente mi verrebbe da dire che forse non solo nella vicenda raccontata dal film, ma nel film stesso la calligrafia nasconde un significato profondo; in ogni caso, se non siamo di fronte a un capolavoro, la bellezza formale e ed il respiro epico della trama sono sufficienti per dire che siamo di fronte ad un gran bel film.
Qui la recensione che ne fece a suo tempo D-aniki.
Hero
Nel
221 avanti Cristo la Cina che conosciamo noi geograficamente non
esiste. Il territorio è diviso tra sei grandi regni sempre in lotta tra
di loro. Il re di Qin è il più feroce e ha intenzione di conquistare
gli altri cinque territori. Sono in molti ad attentare la sua vita. Da
un piccolo distretto un guerriero che viene chiamato “Nameless” arriva
al cospetto del re portando con sé, le spade dei tre guerrieri più
temuti dal re: Sky, Flying snow e Broken sword. Mano mano che le armi
verranno presentate “nameless” verrà ricompensato con oro, terreni e la
possibilità di stare sempre più vicino al re, come mai nessuno prima….
Prima di parlare del film, lasciatemi lo spazio per fare un po’ di
polemica. La solita polemica di chi ama il cinema orientale. E’ mai
possibile che un film uscito nel 2002, distribuito nelle sale di tutto
il mondo (dall’Inghilterra alla Francia, dalla Lituania alla Croazia) a
metà del 2004 in Italia non si sia visto né nelle sale né in dvd o via
satellite… E dire che i presupposti per vedere questo film c’erano
tutti. Un wuxiapian (film di combattimenti cavallereschi) che avrebbe
potuto bissare il successo de La tigre e il dragone, un film di Zhang
Yimou, le cui fatiche hanno sempre trovato spazio sui grandi schermi
italiani, la produzione di quel colosso che ormai è la Miramax.
Nonostante tutti questi aspetti favorevoli il film in Italia risulta
invisibile. C’è ancora chi spera che possa uscire nello stanco periodo
estivo (stanco solo qui), e nonostante le perplessità che la pellicola
mi ha suscitato, lo spero anche io.
Dicevo delle perplessità, c’è la scena di uno scontro su di un lago. I
due contendenti danzano sulla superficie dell’acqua nel momento in cui
un piede dovesse finire un po’ sotto la superficie viene perso il
controllo del movimento. Ecco Zhang Yimou ha paura di andare oltre la
superficie. Peccato, perché una storia più compatta, dei personaggi
tratteggiati meglio e alcuni evitabilissimi commenti pleonastici
avrebbero resto questa pellicola degna dei film storici del genere
wuxiapian, degna del maestro King Hu. Invece Zhang Yimou s’interessa
solo della superficie, di creare scene dal forte impatto cromatico e
visivo, sperando che da questo possa scaturire una poesia che la storia
non riesce a trasmettere. Ma la poesia delle sue immagini sta al cinema
come il movimento new-age sta alla filosofia. Dopo un primo forte
impatto visivo, ben presto ci si accorge che non c’è nulla di più che
una esagerata ricerca estetica fine a se stessa.
Chi non fosse avvezzo con il genere wuxiapian si lascerà più facilmente
ammaliare dalle meravigliose immagini di Hero, ma chi avesse più
confidenza con questo genere riconoscerà molto presto la “furbizia” di
questa operazione che più che proseguire la tradizione orientale è uno
smaccato riadattamento per un novello pubblico occidentale, e i soldi
della Miramax sono lì a testimoniarlo.
Cantando dietro i paraventi
Non poteva che essere ambientato nella Cina del 1700 quest’ultimo film di Ermanno Olmi, che narra un apologo sulla pace e sul perdono con la levita’ e la poesia di un detto di Lao-Tze, utilizzando gli stilemi del teatro classico orientale: il teatro delle ombre, gli incastri e le sorprese delle scatole cinesi.
Tutto inizia ai giorni nostri con un giovane occidentale che per un errore d’indirizzo finisce in un teatrino equivoco, dove un vecchio affabulatore travestito da capitano della marina spagnola, usa le vicende della pirateria femminile come pretesto per far spogliare le ragazze davanti a un pubblico, che celato dietro apposite cortine e’ affacendato in giochi amorosi.
La piu’efferata tra le piratesse cinese fu la Vedova Ching che oso’ sfidare anche le insegne reali per l’ira che la travolse quando il suo sposo, l’ammiraglio Ching venne ucciso a tradimento, l’imperatore stesso scese in mare per affrontarla ma prima dell’attacco le propose il perdono che ella accettò facendo sì che la pace tornasse sulle coste dei 3 mari della Cina.
Questa vicenda epica e’ il pretesto per mettere in scena un atto d’amore per il teatro, che come dice il vecchio filibustiere Bud Spencer e’ lo specchio che riflette l’esistenza umana e lo strumento per capirla. Si respirano reminescenze omeriche e salgariane perche’ la vita spesso e’ piu’ sognata che vissuta e un buon narratore puo’ trasformare quattro assi polverose in una flotta che spazia nei favolosi mari dell’estremo oriente, perche’ la vita spesso si nasconde dentro la finzione: dietro drappi di seta ricamata si avvelenano i pesci che uccideranno i valorosi, gli uccelli in gabbia imparano a cantare dagli automi e da dietro i paraventi si possono macchinare trame assassine o levarsi canti femminili, in tempo di pace.