Il bacio della morte

Kissofdeath Kiss of Death
USA 1947 20th Century Fox
con Victor Mature, Brian Donlevy, Richard Widmark, Coleen Gray, Mildred Dunnock, Karl Malden
regia di Henry Hathaway

Nick Bianco viene arrestato dopo una rapina in gioielleria ma rifiuta di fare i nomi dei complici sicuro che questi spartiranno il bottino con la sua famiglia. Quando viene a sapere che la moglie si è suicidata e le figlie sono finite in orfanotrofio, Bianco decide di collaborare con il Il viceprocuratore Louis D’Angelo. Nell’ambiente della malavita si sparge la voce che a fare la spia sia stato Rizzo, responsabile anche del suicidio della moglie di Bianco, così il killer psicopatico Tommy Udo si mette sulle sue tracce e quando scopre che l’uomo ha lasciato la città, si vendica sulla vecchia madre paralitica gettandola dalle scale.
Quando Udo viene incarcerato per un altro omicidio, Bianco che era diventato suo confidente in prigione, testimonia contro di lui ma il malvivente viene dichiarato innocente e lo scontro tra Udo e Bianco è ormai inevitabile..




Ilbaciodellamorte


Classico del genere noir che si ricorda per gli esterni girati a New York anziché esser ricostruiti in studio e soprattutto per il personaggio di Tommy Udo, interpretato da Richard Widmark al suo debutto sul grande schermo: killer psicotico dalla risatina nevrotica doppiato magistralmente dal nostro Paolo Stoppa.
La voce off di Niette, la seconda moglie di Bianco introduce la storia come un film natalizio: la rapina che porterà Bianco per l’ennesima volta in galera si svolge alla vigilia di Natale e il rapinatore è costretto a farla perché non ha trovato un impiego onesto, visti i suoi precedenti. Quindi il protagonista si trova di fronte al suo destino: ex galeotto che nessuno vuole assumere, torna sulla via del crimine e sconterà la scelta perdendo la moglie e rischiando di perdere le figlie.




Ilbaciodellamorte


Nonostante l’atteggiamento molto amichevole del viceprocuratore D’Angelo, i metodi dei poliziotti non sono poi diversi da quelli dei criminali: per conservare il condono Bianco dovrà testimoniare anche contro Udo, pur sapendo che il killer è particolarmente violento e vendicativo, un ricatto bell’e buono che lascia Bianco esposto alla furia del rivale ma la voce off torna a tranquillizzarci nel finale lasciando intendere che Bianco non muore sotto i colpi di pistola sparati da Udo, un happy end appena accennato ma piuttosto anomalo per un noir.
Lo stile di Hathaway è decisamente asciutto e anche parco dell’uso di uso di ombre espressioniste, ci sono momenti in cui la tensione è davvero notevole: gli angoscianti trenta piani in ascensore dopo la rapina, la notte insonne dopo aver saputo che Udo è stato dichiarato innocente, entrambe le sequenze tra l’altro, affidano la tensione al silenzio rinunciando al commento sonoro.




Kissofdeath


Il bacio della morte si ricorda soprattutto per la scena in cui Udo scaraventa la paralitica signora Izzo giù dalle scale con la sua sedia a rotelle, ma questa non doveva essere la sequenza più violenta del film: veniva mostrato anche il suicidio della prima signora Bianco in seguito allo stupro di Rizzo, il rapinatore che avrebbe dovuto girarle la parte del marito che scontava la galera per tutti. La scena fu censurata ma il nome di Patricia Morison, l’attrice che interpretava Maria Bianco, figura sulla locandina originale anche se l’attrice non compare nel film e il perché del suo suicidio è lasciato intendere da Niette quando va a trovare Bianco in carcere.

Anatomia di un omicidio

AnatomiadiunomicidioAnatomy of a Murder
USA 1959 Columbia
con James Stewart, Lee Remick, Ben Gazzara, Arthur O’Connell, George C. Scott, Eve Arden
regia di Otto Preminger

Dopo aver perso il posto come procuratore, l’avvocato Paul Biegler vivacchia con piccoli casi, dedicandosi soprattutto alla pesca, fino a quando viene contattato da Laura Manion che gli propone la difesa del marito, un soldato che ha ucciso l’uomo che l’ha violentata.
Biegler dopo qualche perplessità accetta il caso con l’aiuto del fedele amico, l’ex giudice  Parnell per per l’occasione smette anche di bere..

Anatomia di un omicidio è considerato uno dei migliori legal drama della storia del cinema insieme a La parola ai giurati di Sidney Lumet del 1957.
Se La parola ai giurati esalta i valori della giurisprudenza, per cui il giurato riesce a far cambiare idea ai colleghi e a far scagionare un innocente, due anni dopo Preminger mette in campo l’indagine sull’ambiguità umana che contraddistingue la sua poetica e mette in scena esattamente il contrario del film di Lumet, mostrando tutti i trucchi disponibili per falsare una verità giuridica.

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Biegler è una vecchia volpe del foro, per anni è stato procuratore della pubblica accusa, non è chiaro perché abbia perso il posto, presumibilmente per manovre politiche, di certo è un uomo amareggiato e deluso dalla Legge quindi vede nel processo Manion un occasione di rivalsa e consiglia da subito il tenente Manion e la sua vivace mogliettina sul comportamento più conveniente da tenere: lui deve riuscire a farsi riconoscere un’infermità mentale temporanea, lei deve essere irreprensibile.
La verità che Biegler porterà a galla getta una luce diversa sui fatti e questo basta a far scagionare Manion ma non svela la verità: del resto Manion è reo confesso e scoprire se un omicidio nasce da un impulso o è premeditato è impresa davvero assai ardua.
Tanto La parola ai giurati è stringato e si svolge quasi tutto nella stanza dove sono riuniti i giurati, tanto è arioso e complesso il film di Preminger che dura quasi tre ore che pure volano in un baleno, con una netta cesura tra una prima parte in cui si raccolgono le prove e la seconda che si svolge quasi tutta dentro l’aula del tribunale.



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Ispirato a un romanzo scritto da un avvocato che era riuscito a far scagionare nella realtà il marito omicida, il film di Preminger presenta alcuni esterni dei luoghi della vicenda reale, una zona del Michigan sui Grandi Laghi.
Ottimo il cast: James Stewart offre una sfumatura più mellifua e misteriosa del suo “solito” personaggio posato con la passione per il jazz, tanto che a un certo punto duetta anche con Duke Ellington, autore della colonna sonora.
Parnell e la segretaria Maida Rutledge rappresentano il tocco umoristico e caustico della vicenda e sono interpretati dagli ottimi caratteristi Arthur O’Connell e Eve Arden.




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Ben Gazzara, il tenente Manion, è il classico giovanotto insofferente anni ’50; Lee Remick interpreta ottimamente Laura Manion, provocatrice conscia del potere che la sua bellezza ha sugli uomini.
Avrebbe potuto essere rappresentata come quella “che se l’è andata a cercare” eppure la pellicola, pur appartenendo a un periodo puritano come quello della fine degli anni ’50, non è per nulla sessista in questo ambito. Ciò non toglie che il film ebbe molti problemi con la censura visto che una parte del dibattito in aula ruota attorno alle mutandine della donna e lo scandalo fu non tanto mostrarle quanto definirle “mutandine”. Il cinico procuratore interpretato da George C. Scott qui a uno dei suoi primi lavori significativi, liquida la questione dicendo che lui conosce solo il termine francese che è ancora più equivoco (penso che alluda alle culottes).




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Ultima ciliegina di questo capolavoro: i titoli di testa di Saul Bass.

L’uomo del treno

L'uomodeltreno L’homme du train
Francia 2002
con Jean Rochefort, Johnny Hallyday
regia di Patrice Leconte

Milan scende dal treno in un’anonima cittadina francese per fare una rapina ed incontra per caso il signor Manesquier, vecchio professore in pensione. Tra i due uomini, che non potrebbero essere più diversi scatta una sincera amicizia..

La colonna sonora ha i toni di un western metropolitano e di certi western psicologici scabri, L’uomo del treno ha tutto il fascino, pur essendo un polar anomalo.
Milan e Manesquier non potrebbero essere più diversi e proprio sulla loro diversità si basa il legame profondamente empatico che li unisce: ognuno rappresenta per l’altro la vita non vissuta ma solo immaginata, quindi idealizzata.
Il vecchio professore riesce a sciogliere l’ostico Milan con la sua buffa prosopopea fatta di ricordi banali ed ironici, il gangster chiede il favore di provare un paio di pantofole e afferma di aver sbagliato vita.
A rendere i due uomini così sensibili alle occasioni mancate, ai treni persi per restare in tema col titolo del film, è l’imminente incontro col destino: la rapina si svolgerà nello stesso momento in cui Manesquier subirà un intervento chirurgico e i due eventi faranno finalmente incrociare le sorti, non più terrene, dei protagonisti.
Leconte gioca con la morte con toni sospesi e sempre lievi che un decennio dopo tornano ne La bottega dei suicidi ma la morale si è fatta più bigotta o il genere del cartone animato è considerato esclusivamente dedicato all’infanzia, fatto sta che (fatte salve le oggettive differenze tra i due lavori) le stesse tematiche che nel 2002 fanno de L’uomo del treno il capolavoro del regista, nel 2012 portano quasi alla censura del cartoon.

Black mirror

Blackmirror
update Per partecipare al DoctorWhoDay la programmazione di Black Mirror, annunciata anche da wikipedia, è stata rimandata inizialmente al giorno successivo per poi sparire dai palinsesti della prossima settimana di Rai4, i soliti misteri della programmazione della tv generalista..

Stasera alle 21,10 arriva sul canale generalista più irriverente, Rai4, la prima stagione dell’acclamato serial britannico Black Mirror. Per ovviare agli strali della censura, in cui spesso incorre, Rai4 manderà in onda gli episodi a rovescio, partendo dal terzo e finendo con il primo, l’episodio più celebre della serie, quello del rapporto sessuale con il maiale.
Per quanto anche io ritenga ottima la riflessione sullo schermo nero della televisione, specchio oscuro delle nostre peggiori ossessioni voyeuristiche, trovo piuttosto altalenante la qualità dei tre episodi, particolarmente banale è proprio il terzo (che non è stato scritto dall’ideatore della serie, Charlie Brooker) il primo per chi approccerà Black Mirror che per la noia potrebbe decidere di abbandonare l’intera serie. Ricordi pericolosi è un melodramma sulla gelosia ambientato in un futuro prossimo venturo quando, grazie a un microchip, i ricordi potranno essere salvati su un supporto e rivisti a piacere e soprattutto condivisi, cancellando le parti che non piacciono e zummando con nitidezza su dettagli che nella realtà erano sfuggiti. Grazie a questa funzione il protagonista morbosamente geloso potrebbe trovar conferma di un sospetto tradimento della moglie.
Quello dei ricordi manipolati e/o ripetuti in maniera ossessiva è un tema non nuovo alla sci-fi e oltretutto Ricordi pericolosi non brilla neppure per verve interpretativa; riflettendoci potrebbe essere un bene vederlo per primo e non doverlo confrontare con le altre due puntate.
15 milioni di celebrità, il secondo episodio, è quello che personalmente ritengo il migliore, una riflessione sul famoso quarto d’ora di celebrità televisiva dove il mondo dei talent è portato alle estreme conseguenze con i partecipanti costretti a pagare con il proprio lavoro (pedalano per produrre l’elettricità necessaria allo show) il salatissimo prezzo del biglietto per accedere alle selezioni. In questo mondo virtuale tutto è mercificato, il sentimento come la dignità e il finale è amarissimo e senza speranza.
Il più chiacchierato e atteso è ovviamente Messaggio al primo ministro il primo episodio in cui per liberare una popolarissima principessa, il primo ministro inglese viene costretto ad avere un rapporto sessuale con un maiale in tv. Il racconto è ben strutturato ma è così preso a giocare con il sensazionalismo della proposta choc che rende piuttosto facile capire chi sia il mandante del ricatto e non è neppure credibile che in una società così ossessionata dal sondaggio non venga mai rappresentata la posizione degli animalisti in difesa dei diritti del maiale.
Black Mirror, in fondo, è un ottimo test per lo spettatore: basta essere un minimo scafati per scoprire qualche pecca anche nella più osannata serie televisiva.

Il signore e la signora Smith

Mr. & Mrs. Smith
USA 1941 RKO
con Carole Lombard, Robert Montgomery, Gene Raymond, Jack Carson
regia di Alfred Hitchcock

Al termine di un litigio durato tre giorni, Ann chiede al marito David se la risposerebbe, incautamente l’uomo risponde di no. Fatalità vuole che tornato al lavoro David riceva la visita di un funzionario che gli rivela che il matrimonio è da considerarsi nullo, per un vizio di forma. Siccome il matrimonio si è celebrato nella città d’origine della moglie, il funzionario passa a trovare anche Ann per salutarla e informarla della novità. Quando David la sera invita fuori la moglie ma non gli rinnova la proposta di matrimonio la separazione è inevitabile..

I coniugi Hitchcock, appena trasferiti in California avevano affittato la villa di Carole Lombard, la diva che aveva fatto perdere la testa a Clark Gable. L’attrice chiese al regista britannico di dirigere questa commedia scritta da Norman Krasna e Hitch non seppe certo rifiutare una cortesia a una fantastica bionda che di sicuro aveva colpito la sua fantasia. Nacque così la terza regia hollywoodiana del maestro del brivido che dimostra di sapersi cimentare con ottimi risultati anche nella commedia sofisticata, sottogenere remarriage: narrazione di un riavvicinamento tra due coniugi sull’orlo del divorzio che permette di giocare con la presenza di eventuali amanti alla faccia del severo Codice Hays. Di metafore sessuali che eludono il Codice, Hitch fu maestro, non solo in questa pellicola, dove riesce anche ad ambientare una scena in bagno, luogo considerato sconveniente dalla censura americana di cui il regista amava molto burlarsi.
Se ne Il signore e la signora Smith manca il brivido, non viene certamente meno la misoginia tipica del regista: David non chiede subito alla moglie di risposarlo per punirla del suo caratterino (completa l’appellativo “miss” con “mistress”) e sarà Ann nel finale a non resistere e supplicare il bacio dell’happy end.


Mr&mrsSmith

L’humor di Hitchcok si spinge fino al punto di costruire una gag sui chili di troppo con il fisico da silfide della Lombard: credendo che il marito voglia chiederle nuovamente di sposarla Ann decide di indossare il vestito con cui ricevette la proposta tre anni prima (che lui OVVIAMENTE non riconosce!). L’abito intanto si è “inspiegabilmente ristretto” stando nell’armadio ma la testarda mogliettina non esita ad indossarlo forzando la cerniera con delle spille che si aprono sempre.
Anche Il signore e la signora Smith è caratterizzato da un cameo del regista che passa lungo un marciapiede alle spalle del protagonista maschile, scelta che gli permette di farsi dirigere dalla bionda protagonista come si vede in questo pin.
E’ interessante notare come questo film tra i meno noti del regista stia in fondo alla base della recente pellicola Hitchcock diretta da Sasha Gervasi: il gioco di gelosie tra Alfred e la moglie durante le riprese di Psyco ricalca con una certa fedeltà il plot di Mr. & Mrs. Smith.

La bottega dei suicidi

Labottegadeisuicidi In una metropoli sempre più grigia, come l’umore degli abitanti, il numero dei suicidi cresce in maniera esponenziale. Ne trae profitto solo la famiglia Tuvache che da generazioni vende prodotti per rendere più agevole il momento del trapasso. La nascita del terzo figlio, Alan, un inguaribile cuor contento, metterà in crisi gli affari di famiglia e farà affiorare i dubbi di coscienza dei Tuvache.

Patrice Leconte si cimenta con il cartone animato in questa commedia nera ispirata al romanzo di Jean Teulé.
L’uscita italiana della pellicola stata anticipata da un certo clamore perché la censura aveva vietato il film ai minori di anni 18 in quanto affrontava il tema del suicidio con estrema leggerezza. Il divieto è stato ritirato pochi giorni prima dell’uscita in sala. Sorvoliamo sulla miopia dei censori e consideriamo l’episodio come una buona pubblicità per un film che avrebbe rischiato di passare inosservato dato che in Italia vige anche la miopia degli esercenti che, se un film è a cartoni animati è da intendersi esclusivamente per l’infanzia e quindi riservato solo agli spettacoli pomeridiani e al massimo al primo serale.
Io ho trovato il film piuttosto divertente, ammetto la mia passione per l’humor nero. Mi appassiona anche Tim Burton e non ho trovato il lavoro di Leconte così dipendente dal modello burtoniano, sia nel disegno che nella presenza di un elemento diverso in seno a una famiglia: sinceramente a Tim Burton, non ho pensato proprio, anzi ho trovato alcuni elementi di interessantissma originalità nel segmento in cui Mishima e Lucrece Tuvache confessano la loro coscienza tomentata e la canzone diventa pretesto per una fantasia di chiaro stampo surrealista.
Sicuramente il film non è un capolavoro e a fiaccarlo sono soprattutto le troppe canzoncine di matrice disneyana che riempiono il film (chissà perché nei cartoon debbono sempre cantare?) però non è neppure una storia banale e su di me la psicologia al contrario dell’esaltazione di elementi lugubri con lo scopo opposto di affossarli ha funzionato e sono uscita di sala con il buonumore.

Videocracy – Basta apparire

Videocracy

Il documentario di Erik Gandini, uscito in sordina con una distribuzione di sole 70 copie iniziali e che sta scalando i vertici delle classifiche d’incassi nonostante il trailer sia stato rifiutato da Mediaset e Rai mi ha lasciato molto perplessa.
Iniziamo dal mancato passaggio del trailer sulle reti nazionali e visibile sono in rete, vedendo con quanta facilita’ il regista riesce a riprendere i provini mediaset e ad intervistare il regista del Grande Fratello viene il sospetto che l’epurazione (che sicuramente ci sara’ stata) sia stata sfruttata come mossa pubblicitaria calcolata, anche perche’ a Blob sono passati spezzoni del film in diverse occasioni e ne ha parlato pure Marzullo al suo Cinematografo dedicato alla recente Mostra del Cinema di Venezia.
Sorvolando su questo primo dubbio, sinceramente non ho capito quale volesse essere la tesi del film, la pellicola non e’ andata oltre a un’illustrazione superficiale della situazione mediatica del Bel Paese con un presidente del Consiglio che essendo anche il maggior editore della nazione, la sta rimodellando culturalmente secondo i suoi sogni: belle donne prosperose scosciate, un sottobosco di bellocci, dimostrazione lampante dell’immagine di benessere e ottimismo di un paese dove basta apparire per vivere alla grande, insomma niente di nuovo sotto il sole, almeno per chi vive in Italia e a questo clima si e’ ormai tragicamente abituato come racconta Ascanio Celestini ne Il popolo e' un bambino.
Inoltre le cose hanno preso un’accelerazione tale che come ci si fa a stupire del diktat della chiusura anticipata del GF quando Berlusconi e’ ospite di Vespa, a meno da una settimana dello slittamento di Ballaro’ e Matrix per non intralciare la cerimonia di consegna delle casette di Onna? 
La figura luciferina di Corona, frutto di quel mondo contro cui si ribella, e’ ancora attuale in un momento in cui la vallettopoli materana e’ un pallido ricordo cancellato dallo scandalo delle escort pugliesi? 
L’invecchiamento precoce non e’ il solo problema di Videocracy, mi pare che il documentario si ponga sulla falsariga delle opere di Michael Moore senza averne la verve e l’ironia. Come si fa a prendere sul serio le gesta del wannabe Ricky quando lo vedi litigare con la mamma che lo segue quando va a cena con una ragazza? 
Parafrasando Moretti, Berlusconi ce lo meritiamo grazie a figuri cosi’ storditi e anche grazie a quella fetta della sinistra che si fa un vanto di non guardare la tv perche’ e’ meglio un libro (ma poi si imbesuisce davanti ai video scemi di youtube) e a coloro che alzano polveroni perche’ han fatto slittare Ballaro’ ma tacciono sul rifiuto da parte della Rai di dare la copertura legale a Report, mettendo molto piu’ subdolamente a rischio un programma di vera informazione ed approfondimento senza ricorrere ad editti bulgari. 
Berlusconi ce lo meritiamo perche’ la cattiva televisione e’ come l’aids, solo conoscendola puoi evitarne il contagio.

Addio a Luciano Emmer


Luciano Emmer, il regista milanese morto a Roma il 16 settembre scorso a 91 anni, e’ stato un grande esponente di quello che venne banalmente chiamato neorealismo rosa, che dovrebbe iniziare proprio con il suo godibilissimo Domenica d’agosto, la sua opera che preferisco, ma ammetto di non aver ben presente La ragazza in vetrina del 1960 il suo capolavoro che narra dell’amore tra un emigrato italiano e una prostituta di Amsterdam. Il film fu pesantemente ostacolato dalla censura democristiana tanto da indurre Emmer ad abbandonare il cinema per 40 anni e rifugiarsi nelle produzioni televisive; credo che la pellicola in questione sia passata ben poche volte in tv anche in tempi meno moralisti. 
Importanti sono anche i suoi film documentario sulla storia dell’arte che fortunatamente fuoriorario passa di frequente e proprio in un ciclo dedicato a Emmer dal palinsesto notturno di Rai3 ho scoperto che il regista, oltre ad essere il padre della sigla di Carosello ed autore di numerosi spot, si era inventato anche i miei personaggi preferiti, Gli incontentabili: la famiglia decisa e sicura di se’ che sapeva bene cosa acquistare. 
Prodotto per il marchio Ignis tra il 72 e il 76, il "carosello" vede un cambio della guardia tra gli attori che interpretavano il marito: il primo interprete era Giampiero Albertini che mi intimoriva molto perche’ mi ricordava un vilain dei film di Stanlio& Ollio (per la precisione l’evaso che li annodava) . L’attore venne poi sostituito da un torvissimo Adolfo Celi.

da MondoCarosello

Mae West

Mae-West 25 anni fa, il 22 novembre 1980, se ne andava Mae West, irriverente sex symbol del cinema americano.
Nata a New York il 17 agosto 1893, fin dall’infanzia calca i palcoscenici del vaudeville; a vent’anni inizia a scrivere testi per se’ stessa e nel 1926 finisce in carcere per una settimana perche’ la sua commedia Sex offendeva il comune senso del pudore.
Al cinema arriva tardi, quasi quarantenne: con una particina del film del 1932 Nigth After Night si impone all’attenzione del pubblico. L’anno seguente esplode con Lady Lou tratto da una sua commedia teatrale, Diamond Lil.
Shedonehimwrong Il successo delle sue commedie sfrontate ed irriverenti dalle celeberrime battute esplicite (È una pistola che hai lì in tasca, o sei semplicemente contento di vedermi?) salvano la Paramount dal fallimento ma attirano su di lei le ire della censura: per lei non basta il severo codice Hayes e viene creato il Sigillo di Purezza, nato dalle pressioni della “Lega Nazionale della Decenza”, ma soprattutto dall’odio del potente W. R. Hearst (pare che che la West non avesse risparmiato le sue velenose frecciate alla di lui compagna, Marion Davies).

Dalidivanowest Dopo aver girato nemmeno una dozzina di film Mae West abbandona il cinema e si dedica al teatro e al canto, ma la sua rapida incursione nel mondo della celluloide ha lasciato un segno indelebile: Dali’ disegnera’ il noto divano ispirato alle sue labbra mentre Wharol all’inizio della sua carriera creera’ un paio di stivaletti in stile Belle Epoque che portano il suo nome.
Resta da chiedersi come sarebbe oggi il mondo se Mae West avesse potuto continuare a contagiare il cinema con la potenza eversiva della sua gioiosa sessualita’ impermeabile ai canoni di bellezza: forse avremmo meno donne anoressiche e molte meno protesi al silicone, ma il suo genio andava oltre al sesso e alla bellezza: la leggenda che preferisco su di lei e’ quella che racconta che per soddisfare il suo famoso appetito sessuale un giorno avesse provato a portarsi in camera un bel maschione di colore, ma il portiere dell’albergo con grande imbarazzo la dovette fermare perche’ i negri non potevano entrare nell’hotel, senza scomporsi Mae West acquisto’ l’albergo e si porto’ in camera il prestante giovanotto: questo a casa mia significa essere una vera strafiga!

Viva Zapatero!

WZapatero La cosa che mi e’ piaciuta meno del film e’ il tono di voce sommesso e a volte incespicante scelto dalla Guzzanti per raccontare la sua (dis)avventura con la censura italiana. Per il resto sono tra quelli che apprezzano l’impegno della pellicola al di la’ delle sue qualita’ artistiche, ma a questo proposito vi rimando alla scheda de Gli spietati che ne analizza in maniera approfondita tutti gli aspetti.
Quello che mi preme segnalare e’ che il film ad Alessandria era stato programmato solo per gli spettacoli serali di sabato e domenica ma il riscontro del pubblico ha fatto si’ che restasse in cartellone tutta la settimana. Io l’ho visto domenica alle 20,15 e sono rimasta stupita di trovar la sala gremita e ancor piu’ stupefatta quando la gente non e’ schizzata in piedi appena iniziati i titoli di coda ma ha continuato ad indugiare in sala anche a schermo vuoto: son dei simpatici segnali che inducono all’ottimismo!