Dante

Italia 2022
con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Erika Blanc, Alessandro Haber, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Leopoldo Mastelloni, Antonella Ferrari, Valeria D’Obici, Romano Reggiani, Patrizia Salis, Giulio Pizzirani, Gianni Cavina, Cesare Cremonini
regia di Pupi Avati

A trent’anni dalla morte di Dante, nel 1350 la Repubblica Fiorentina incarica Giovanni Boccaccio di portare un risarcimento simbolico di dieci fiorini d’oro ad Antonia, ora suor Beatrice, ultima figlia in vita del poeta, che resta a Ravenna in odio ai fiorentini e a custodia delle spoglie paterne. Per Boccaccio, anziano e malato, l’incarico sarà un viaggio per ricostruire parte dell’esilio dantesco nei luoghi che lo ospitarono e alla ricerca di chi lo conobbe.

Mai nessuno aveva tentato un biopic sulla vita di Dante, Avati ci prova con buoni risultati usando un doppio binario, rievocare la giovinezza e i primi anni d’esilio dell’Alighieri attraverso la ricostruzione che ne fa Boccaccio, grande cultore dantesco e suo primo copista.

L’operazione è interessante perché permette una certa libertà autoriale al regista che pure si è avvalso di molti studiosi danteschi e ha cesellato la ricostruzione medievale. La raccolta del racconto orale di chi ha conosciuto Dante in prima persona permette di uscire dal confine puramente storico e così nel momento più fantasioso, l’ospitalità ricevuta da una mugnaia permette la rivelazione più veritiera sulla Divina Commedia, che è un libro di morti. Pur avendo letto più volte l’Inferno (le altre due cantiche solo ai fini scolastici) non avevo mai riflettuto su questo dettaglio.

Il rievocare quindi i primi anni di vita di Dante, la morte della madre, quella di Beatrice, l’esilio (morte civile) e poi quella fisica dí Cavalcanti, il suo stesso esilio segnano indelebilmente la poetica di Dante che eleva a poesia sentimenti dolenti come la morte, la nostalgia, lo struggimento d’amore. Tutto il film è avvolto da un’atmosfera mortifera: si apre con la morte del poeta poi prosegue con l’introduzione di un Boccaccio malato e stanco, anche gli abiti nuziali di Beatrice non hanno i colori sgargianti del matrimonio con Gemma Donati ma il colore cinerino legato alla dissolvenza.

Il viaggio di Boccaccio presenta alcune similitudini con la costruzione della Divina Commedia: il peregrinare con una guida (Donato degli Albanzani) facendo diversi incontri che raccontano eventi passati degni di passare alla storia.
È anche interessante che i brani più noti della Divina Commedia non vengano neppure espressamente citati, penso a Paolo e Francesca la cui vicenda nel film si vuole raccolta durante una veglia accanto al fuoco mentre Dante era in guerra.

Molto scalpore ha fatto la scena del Sommo Poeta mostrato a braghe calate mentre evacua prima di andare in guerra, che la battaglia sia merda e sangue è ben noto, forse si è scordato che il linguaggio dantesco era abbastanza crudo così quel sedere in primo piano a me ha ricordato “Ed elli avea del cul fatto trombetta” a proposito del diavolo Barbariccia (canto XXI dell’Inferno).

Un altro punto su cui dissento rispetto alla gran parte delle recensioni è che il film sia molto diverso dalle altre opere di Avati, certo il regista ama spaziare in diversi periodi storici e non è la prima volta che affronta il medioevo, ma resta sempre presente il tema della memoria, la rievocazione della gioventù, gli aspetti orrorifici della morte temi portanti anche di questo biopic: Boccaccio conclude il film dicendo alla figlia che finalmente gli ha concesso udienza, che nonostante la sua grandezza Dante se lo può immaginare solo come un ragazzo, e al gotico padano che ha dato la grandezza a Pupi Avati rimanda la tumulazione di Beatrice che (letteralmente) dalla tomba verrà a perseguitare Dante; da menzionare il ruolo della sua bambola nuziale, acquisto inconsapevole del Boccaccio per la figlia Violante che vi riconoscerà un simbolo di morte affrettandosi a sotterrarla.

Quanto ad Avati interessi la gioventù di Dante è chiaro anche dal l’evoluzione stilistica, per quanto la ricostruzione medievale sia ineccepibile lungo tutto il film, le scene che riguardano la vecchiezza del poeta diventano tessere medievali, l’incontro con Pietro Giardina è la ricostruzione di un affresco mentre la scomunica da Avignone mostra proprio un affresco di Andrea di Bonaiuto in Santa Maria Novella prendere vita: Dante non è riuscito a laurearsi poeta e tornare a Firenze grazie alla sua opera, ma è -comunque- già nel mito.

Il postino

Ilpostino

Italia 1994 Cecchi Gori Group
con Massimo Troisi, Philippe Noiret, Maria Grazia Cucinotta, Linda Moretti, Renato Scarpa, Anna Bonaiuto, Mariano Rigillo
regia di Michael Radford e Massimo Troisi

1952: Pablo Neruda, esiliato dal Cile si trasferisce in Italia, su un’isola del golfo napoletano, lo sfaccendato Mario Ruoppolo si offre come postino ausiliario per consegnare la posta al poeta. Lentamente tra Neruda e il suo postino, si crea un rapporto d’amicizia e quando Mario s’innamora della bella Beatrice Russo è grazie alle parole del poeta che riesce a far innamorare la ragazza e a sposarla.
Il giorno del matrimonio arriva la notizia che Neruda può rientrare dall’esilio, Mario coltiva per anni il ricordo della loro amicizia ma quando Neruda torna sull’isola a trovarlo il destino del postino si è tragicamente compiuto.

La fama dell’ultimo film di Massimo Troisi deve molto dell’emozione dell’improvvisa scomparsa dell’artista a pochi giorni dalla fine delle riprese e la prova di Troisi è sicuramente la cosa migliore della pellicola: un testamento che ci lascia con il rimpianto di quel che il comico napoletano avrebbe potuto regalarci in seguito.




Il postino


Detto questo il film ha un’enfasi stilistica didascalica e calligrafica (diciamo pure pittoresca) che cozzano con il senso del libro e il messaggio stesso del film: il potere della parola che travalica le differenze nazionali e culturali e fa incontrare sul piano fantastico delle metafore un uomo di cultura impegnato politicamente come Neruda e un povero isolano semianalfabeta, troppo sensibile anche per fare il pescatore.
Come se non bastasse il racconto di come Mario perde la vita nella manifestazione comunista è raccontato come flash back virato in sepia, escamotage inutile, anche se probabilmente dettato da buone intenzioni, che toglie forza al film e al dramma di Troisi, temi così delicati che patiscono le eccessive sottolineature.




Il-postino


Anche certi caratteri dei ruoli minori mi sono parsi un po’ caricati, in particolare quello del capo ufficio Renato Scarpa, dall’accento incomprensibilmente milanese, che mi è parsa una sottolineatura dialettale per indicare il carattere da “so tutto io” sul comunismo e su Neruda del buon Giorgio Serafini, invece ho trovato molto centrate le prove di Mariano Rigillo e Linda Moretti, la barista donna Rosa preoccupata per la nipote Beatrice, troppo sensibile alle parole di Mario.