La Gioia

Italia 2025
con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betty Pedrazzi
regia di Nicolangelo Gelormini

Screenshot

Gioia Montefiori è un’insegnante di francese che finisce per innamorarsi di Alessio Benedetti, uno studente del suo liceo a cui dà ripetizioni. Gioia investe tutti i risparmi di famiglia nel fantomatico progetto d’impresa del ragazzo ma Alessio sparisce con i soldi…

Tratto dell’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, che s’ispira al delitto di Gloria Rosboch del 2016, La Gioia è un racconto tragico della provincia italiana che fa dei due protagonisti due vittime di disfunzionalità familiari opposte ma con l’unica matrice del rapporto distorto con il denaro.

Gioia è una donna di mezz’età che non è mai maturata a livello sentimentale, non a caso la canzone che la identifica è Reality de Il tempo delle mele, un film incentrato sulle cotte delle prima adolescenza e Gioia è rimasta ferma lì per colpa di una famiglia troppo protettiva: una madre ingombrante che la domina anche in età adulta e l’ha soffocata con il suo eccessivo senso di protezione.
Protezione verso la figlia ma anche verso il capitale: i Montefiore sono una famiglia benestante con una bella casa di famiglia, orologi di valore, regali per le grandi occasioni che risaltano maggiormente sul look dimesso di Gioia.

Sono questi simboli di benessere ad attrarre l’attenzione di Alessio che viene da un mondo completamente diverso da quello dell’insegnante: il ragazzo non solo non ha una famiglia su cui contare ma la madre Carla è una figura ambigua certamente a conoscenza del fatto che il figlio si prostituisca e forse lei stessa lo ha instradato a quel mondo con la complicità di Cosimo, l’amico gay che gestisce la doppia vita di Alessio.

Gioia è un’insegnante di francese e si è sfruttato intelligentemente questo dato per rifarsi alla letteratura: il seduttore, la vittima ingenua, l’interesse economico sono temi classici del grande romanzo francese e ne La Gioia riaffiorano retrogusti letterari che vanno da Balzac a Zola.

L’opera è un crescendo emotivo che esplode nel terribile finale: pur mantenendo sempre la violenza e il sesso fuori scena, Gelormini sa trasmettere tutto l’orrore della vicenda.

Miele

Italia 2013
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero de Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte
regia di Valeria Golino

Irene, una trentenne che ha lasciato gli studi di medicina, si mantiene praticando illegalmente l’eutanasia assistita ai malati terminali, con il nome in codice di Miele. Per la ragazza si tratta quasi di una missione ma quando entra in contatto con un anziano ingegnere che ha scelto di morire per sfuggire alla depressione, le certezze di Miele vanno in crisi..

Il notevole debutto alla regia di Valeria Golino si occupa di un tema devastante come quello dell’eutanasia assistita: con pudore e restando sempre a distanza, la macchina da presa ci introduce nelle esistenze fatte di tali sofferenze da indurre a preferire la morte. Il tema è centrale ma narrato senza clamore, facendo quasi da sfondo alle vite di chi viene in contatto con i malati: più che alla madre del ragazzo distrofico, dice molto l’incontro fortuito in aeroporto tra Miele e la sorella di un paziente: racchiuso in un fuggevole scambio di sguardi c’é il senso di colpa della donna che sta finalmente facendo un viaggio di piacere.
Protagonista assoluta del film è Miele superbamente interpretata da Jasmine Trinca: il film si apre su di lei nascosta da una porta a vetri e molto spesso la protagonista è celata o isolata come se non si riuscisse a entrare nel suo intimo: è una ragazza giovane, bella che ha scelto di essere un “angelo dela morte” forse per la malattia della madre. Tutto resta nebuloso come i suoi rapporti amorosi, la tresca con l’uomo sposato, forse un amore ancora in sospeso per il medico che l’ha introdotta nel giro dell’eutanasia. A spezzare la corazza di Miele sarà proprio l’ingegner Grimaldi e vediamo la ragazza trasformarsi: dall’espressione chiusa, decisa che la contraddistingue, il volto di Miele finisce per riaprirsi al sorriso anche se a sua volta non riesce a capire fino in fondo il mistero di Carlo Grimaldi.

Piano, solo

Pianosolo Italia 2006
con Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Michele Placido,
regia di Riccardo Milani

La parabola esistenziale di Luca Flores, geniale pianista jazz, artista segnato da una fragilita’ emotiva che lo condusse al suicidio.

Tratto dall’autobiografia scritta da Walter Veltroni, il biopic di Milani non risparmia nulla delle miserie esistenziali a cui Luca Flores ando’ incontro, raccontate con un certo compiacimento voyeristico che non permette neppure una totale identificazione con il personaggio, che pure riesce ad emergere con tutta la sua disperata forza che lo porta ad attraversare l’Africa in moto per confrontarsi con i suoi sensi di colpa e gli fa pianificare scientemente la propria fine.
Il racconto filmico procede sempre piano, senza scosse, con un taglio molto televisivo fatto di bei panorami fiorentini, con insistente riguardo per i lungarno; molte scene come l’incidente dell’infanzia sono prevedibili con alcuni minuti d’anticipo e tutto il film non presenta mai uno spunto autoriale mettendosi sulla scia di quel tipo di biopic (penso a La vie en rose della scorsa stagione) che preferisce insistere sul presunto cote’ umano (ma ribadisco che si tratta di un’asettica visione voyeristica) relegando in secondo la musica , che pure ha fatto in modo che questi personaggi superassero le loro miserie umane.
La pellicola punta su una buona recitazione che comunque ho trovato un po’ di maniera e senza sorprese: Kim Rossi Stuart ormai ci ha abituato alla sua maschera di giovane uomo nevrotico che rischia di sfociare nella pazzia e in questa prova aggiunge ben poco alla sua galleria di personaggi, e ancora una volta forma una bella coppia con Jasmine Trinca, Michele Placido offre un’interpetazione onesta, ma non certo memorabile Paola Cortellesi ha la stessa aria di addolorata comprensione dello sceneggiato sulla Montessori e Mariella Valentini ripropone il ruolo materno e preoccupato che vediamo giornalmente in Vivere: francamente un’occasione sprecata.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro