A history of violence

A-history-of-violence Tom Stall ha una vita invidiabile: una moglie di cui e’ innamorato, due bei figli e dirige con successo una tavola calda in una citta’ di provincia, un giorno due feroci malviventi entrano nel bar di Tom con l’intento di uccidere, piu’ che rapinare. Tom sventa la rapina e diventa un eroe, osannato dai media. La notorieta’ mette sulle sue tracce alcuni malavitosi di Philadelphia che lo credono un certo Joey Cusak..

La violenza e’ un cancro contagioso che puo’ essere estirpato dal proprio corpo, magari seguendo il motto evangelico ”se il tuo braccio ti e’ occasione di scandalo, taglialo?”
E’ su questo tema che indaga l’ultimo film di Cronenberg, che non nasce come suo progetto personale, ma e’ l’ennesima trasposizione cinematografica di un fumetto, progetto in cui il regista e’ subentrato in corso d’opera.
Ci sono alcune parti del film estremamente interessanti, che maggiormente rispecchiano la teoretica cronenberghiana, tra tutte la trasformazione di Jack, il figlio di Tom Stall che, da mite ragazzo in grado di smontare il bullo della scuola con l’arma dell’ironia, diventa una macchina da guerra per essere all’altezza dell’eroico genitore: un’ottima riflessione sulla violenza come retaggio dell’ambiente familiare/culturale, che nasce dallo spirito di emulazione.
Ma la violenza, sempre esecrabile, fa parte della natura umana ed esercita un fascino notevole come dimostra la seconda scena di sesso tra i coniugi Stall (urge sottolineare che questo e’ uno dei pochissimi film in cui il sesso e’ funzionale alla storia e non un surplus patinato e voyeristico).
C’e’ una caduta di tensione nella scena dell’incontro tra i due fratelli con un William Hurt che gigioneggia troppo nel fare il gangster alla Pulp fiction, mentre il finale aperto attorno al desco familiare e’ notevole con quel silenzio imbarazzato che prelude alla forzata convivenza della famiglia Stall con un “peccato originale” da scontare.
Il film si e’ meritato due nomination ai GoldenGlobe: una lo mette in lizza come miglior film drammatico e l’altra va a Maria Bello, come miglior attrice: di certo turbera’ non pochi sonni con quella tenuta da majorette!
Nulla purtroppo per il sempre ineccepibile Ed Harris, qui in una grande prova

Chicken Little – amici per le penne

Chicken Da quando una notte ha messo in allarme tutta la cittadinanza scambiando (?) la caduta di una ghianda per un asteroide, Chicken Little è lo zimbello della città. Per riscattarsi e riconquistare la fiducia del padre non gli resta che diventare un asso del baseball. Il Piccolo Pollo riesce nella sua impresa ma proprio quella notte un pezzo di cielo gli cade in testa..

Il primo film in 3D della Disney dopo il divorzio dalla Pixar è caratterizzato da una minor raffinatezza dell’immagine digitale compensata da una maggior freschezza della storia.
La necessità della celebre casa di produzione di dimostrare la propria indipendenza creativa dalla Pixar ha imposto un plot più moderno, non complesso ma lontano dalla solita melassa buonista che ha contraddistinto decenni di produzioni Disney.
Ovviamente stiamo sempre parlando di un cartone animato che ha per target principale un pubblico infantile quindi l’assenza di buonismo è estremamente relativa, ma se si fa un confronto tra Chicken Little e il Pesciolino Nemo le differenze balzano agli occhi: entrambi i protagonisti sono orfani di madre, ma se assistiamo alla morte della madre di Nemo, quella di Chicken Little resta un’immagine sfocata sullo fondo e mentre il rapporto tra Nemo e il padre è idilliaco, il Piccolo Pollo deve scontrarsi piuttosto duramente con una figura paterna che non ha assolutamente fiducia in lui; Nemo ha una pinna atrofizzata e nonostante questo è un piccolo grande eroe, Chicken Little non ha menomazioni fisiche evidenti se non la scarsa prestanza fisica ma è un nerd impopolare contro cui si accanisce tutta la scuola e proprio nella parte introduttiva che mostra le angherie che il Polletto e i suoi amici sono costretti a subire dai “popolari” sta la novità cattivella della Disney: per quanto riesca sempre a trovare delle soluzioni geniali, la vita di Chicken Little ha risvolti quasi fantozziani e si svolge sotto lo sguardo indifferente degli insegnanti, che incentivano la competizione tra studenti. La popolarità scolastica è una priorità fondamentale dei ragazzi americani e la satira di questo modo di pensare credo sia tra le cause dell’enorme successo che il cartoon ha avuto negli USA.
Per il resto la pellicola non si distingue dalla concezione moderna del cartone, puntando molto la rivisitazione in chiave comica dei grandi successi della cinematografia; questa volta ci si concentra sul genere fantascientifico e il cartoon diventa un godibilissimo pastiche di film sci-fi, da E.T. ad Indipendence day, dai cerchi nel grano di Signs al più recente La guerra dei mondi, ma l’omaggio più divertente e irriverente è fatto al film con cui Chicken Little si scontrerà direttamente ai botteghini mondiali, il King Kong di Peter Jackson ed è irresistibile la parodia della lotta di Kong con gli aeroplani sull’Empire, che ha per protagonista Pesce.
Due parole sul doppiaggio italiano, più che dignitoso, nostante la presenza decisamente insulsa di Veltroni nei panni del Tacchino sindaco; piuttosto mi risulta incomprensibile il fatto che a tutti gli interpreti è stato tradotto il nome in italiano, anche con risultati carini come il maiale che si chiama Aldino Cotechino mentre il protagonista è l’unico ad aver mantenuto il nome originale inglese.

Recensione pubblicata anche su ImpattoSonoro

La maledizione dei templari

Lamaledizonedeitemplari Sono rimasta molto affascinata da questa nuova fiction francese in cinque puntate ispirata al ciclo di romanzi di Maurice Druon, I re maledetti, che va in onda su Raiuno il lunedi e il martedi’.
L’azione inizia nel 1307 quando il Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay viene arrestato perche’ non vuole prestare il Tesoro del Tempio al re di Francia. Dopo 7 anni di prigionia e torture, Molay viene bruciato vivo e dal rogo maledice il Papa Clemente, re Filippo e tutti i dignitari della corte che hanno cospirato ai suoi danni, profetizzando la loro morte entro l’anno e disgrazie fino alla tredicesima generazione (si vuole che la maledizione sia alla base della guerra dei 100 anni e della fine della stirpe capetingia).
Un mese dopo il Papa muore e si inizia sospettare che si stia avverando la maledizione di Jacques de Molay, in realta’ dell’anatema templare si servono in molti per arrivare ai propri scopi, in particolare il nobile Robert trama alle spalle della contessa Mahaut, sua zia, per riavere le terre dell’ Artois.
Rimarchevole il cast dove spicca la breve partecipazione di Gerard Depardieu nei panni di Jacques de Molay mentre l’inossidabile Jeanne Moreau e’ l’intrigante Mahaut d’Artois.
La trama intricata e ricca di colpi di scena mi riporta un po’ ai mei amati sceneggiati Rai degli anni 70, ma a colpirmi e’ stato soprattutto il lavoro piuttosto ardito fatto sulle scenografie e sui costumi da Philippe Druillet, famoso fumettista francese che rivisita in chiave cyber-gotica gli abiti e gli ambienti virandoli in colori elettrici, fissando pero’ alcuni punti che rimandano decisamente al contesto storico, puo’ essere un cappello o un volto che richiama immediatamente l’iconografia del tardo medioevo.

Wolf Creek

Estate 1999: due ragazze inglesi fanno amicizia con un ragazzo australiano e decidono di attraversare con lui parte dell’Australia, il loro viaggio finira’ tragicamente a Wolf Creek.


Wolfcreek

Opera prima di un regista australiano che sfrutta per l’ennesima volta (da Picnic ad Hanging Rock in poi) il fascino della natura australiana per raccontare una storia di scomparse misteriose.
Wolf creekLa parte iniziale e’ molto valida nel costruire atmosfere inquietanti e lasciando aperte molte vie agli sviluppi della trama: i ragazzi sono certamente delle vittime predestinate, ma di chi? dei volgari beoni che importunano le ragazze al bar o forse degli alieni? Quando invece si delinea la classica (?) storia del serial killer tutto diventa un po’ piu’ prevedibile, ad esempio le due ragazze aggrappate al ciglio di un burrone per nascondersi, vengono scoperte dal classico sasso che sceglie proprio quel momento per cascare. Ma la prevedibilita’ della costruzione puo’ trovare una sua ragion d’essere nel finale aperto a cui non accenno.
E’ un horror d’atmosfera poco splatter che non vuole assolutamente far sobbalzare lo spettatore, preferendo lasciargli addosso una tensione sporca e raccapricciante che lo accompagna fino al giorno dopo.
Disomogeneo forse, ma capace di lasciare il segno.

Bloggersforequity: partecipa anche tu!





Ho aderito da poco a Bloggersforequity, dopo aver conosciuto l’iniziativa tramite il post di Roberto.
Francesco Minciotti, ideatore del progetto ha invitato anche a me, come fa con tutti i sostenitori, a scrivere un post per spiegare i motivi per cui mi sono aggregata.
Semplicemente condivido in pieno l’idea che sta alla base dell’iniziativa: chiunque abbia una minima visibilita’ come possiamo avere noi blogger ha il dovere morale di offrire uno spazio per segnalare le ONG che fanno concretamente qualcosa per le popolazioni piu’ sfortunate, perche’ come si dice nell’homepage di Bloggersforequity noi abbiamo avuto solamente una gran fortuna a nascere nella parte ricca del mondo: solo fortuna, nessun merito.
Le ONG vengono scelte in base al criterio di serieta’ delle stesse: di quelle che compaiono nel mio box l’unica che non conosco direttamente e’ Terre des hommes, per le altre sono sostenitrice gia’ da tempo in denaro o almeno firmandone le petizioni.
Ricordo che ogni donazione fatta attraverso Bloggersforequity andra’ totalmente alla ONG e nessuna percentuale viene trattenuta dal sito che vuole fare solo da vetrina. Se poi qualcuno sostiene un’organizzazione che gli sta particolarmente a cuore basta segnalarla a Bloggersforequity che provvedera’ ad inserirne il banner dopo averne testato la validita’, ma per maggiori informazioni date un’occhiata qui: non e’ neppure fondamentale avere un blog!
Mi sembra un progetto semplice ma concreto, siamo pure sotto Natale: e appiccicateve ‘sto codice!

L’ignoto spazio profondo

Gli alieni sono perfettamente integrati sulla Terra, uno di loro ci racconta la storia di un lunghissimo viaggio spaziale fatto dagli umani alla ricerca di un nuovo pianeta che potesse ospitarli perche’ in seguito ad un piu’ approfondito esame dell’UFO caduto a Roswell si era liberato un virus extraterrestre che avrebbe potuto distruggere l’umanita’.


Ignotospazioprofondo

Accedendo per la prima volta agli archivi Nasa, Werner Herzog costruisce un docu-fiction pieno di poesia visiva e dal potente messaggio etico-filosofico.
Facendo un paragone scientifico e’ come se il regista fosse riuscito a cogliere in questo film l’esatto punto di intersezione di numerose rette convergenti, tanti sono i piani di lettura del suo lavoro.
C’e’ l’omaggio al progresso aeronautico-spaziale ripercorso da immagini di repertorio che dal primo volo aereo del 1903 arrivano alle piu’ moderne teorie dei tunnel temporali, non scevro di ironia per le espressioni un po’ basite dei matematici e per il futuro che si prospetta a questo prodigioso progresso: si punta a costruire delle colonie spaziali che non siano altro che dei grandi centri commerciali!
Scienza che si interseca con l’esoterismo quando al modello delle orbite dei pianeti intorno al sole si sovrappone perfettamente il labirinto della cattedrale di Chartes e quando le immagini della sonda Galileo trasmesse dai confini dell’Universo conosciuto dimostrano come l’immensamente grande abbia la stessa struttura dell’immensamente piccolo (onore a spider che aveva accennato questa teoria gia’ nei commenti alla mostra milanese su StarWars).
La storia fantascientifica che sta alla base del plot e’ perfettamente credibile con i riferimenti ai fatti di Roswell e risponde ai canoni della sci-fi che fin dagli esordi si pone grandi interrogativi morali sull’uomo che in questa pellicola si fondono perfettamente con l’ossessione dell’analisi della volonta’ umana che caratterizza la teoretica herzoghiana.
Il film offre interessanti spunti di riflessione sul cinema: benche’ nei titoli di coda si ringrazi “la poeticita’ delle immagini Nasa”, personalmente mi sarei annoiata a morte vedendo un documentario sulla missione dello Space Shuttle STS-43, mentre Herzog riesce a renderle davvero interessanti anche grazie all’uso coinvolgente della colonna sonora che spazia dalla musica da camera a quella sacra per finire con una grande componente di musica etnica, in particolare cori dei Tenores di Orosei; allora mi domando se tra le qualita’ di un grande regista non ci sia anche quello di tirar fuori la potenza dell’immagine anche da banali documenti di repertorio.
Vedendo il crudo ritratto della vera vita degli astronauti non si puo’ non pensare all’immaginario filmico fantascientifico, soprattutto degli anni’70: quanto differisce la confusione che regna nelle anguste capsule spaziali dalle spaziose ed ordinatissime astronavi arredate con oggetti di design di 2001 Odissea nello spazio o di Spazio 1999!
Altro elemento fondamentale de film e’ la poesia delle immagini: alla bellezza della natura che possiamo trovare anche in documentari ora di moda a partire da Microcosmos si unisce l’uso filosofico delle stesse: commovente e ammonitrice la scena del sub che strazia la vegetazione marina con un sottofondo di musica dolente, mentre l’uscita dal mondo sommerso attraverso il ghiaccio che vorrebbe simulare un viaggio spazio-temporale ha tutta la forza di una nascita fisica od intellettiva (la maieutica di Socrate).
Si puo’ davvero andare avanti per ore a raccontare quello che e’ in grado di evocare questo capolavoro di Herzog, che ha un’unica pecca ai miei occhi: la scarsissima distribuzione nelle sale a dir poco vergognosa!

Il sito del film

Dispaccio riservatissimo per Sua Maesta’ Napoleone I

Mio imperatore,
tornando dal blogpranzo di domenica scorsa a Fossano, non potevo esimermi dal visitare la mostra di Alba dedicata ai capolavori piemontesi che avete portato con Voi in Francia durante le Vostre Campagne in Italia: nelle didascalie viene spiegato piuttosto chiaramente che la raccolta di materiale artistico dai Paesi conquistati era una mossa politica necessaria ad accrescere il prestigio della Vostra Augusta Persona, la qualcosa presumo sia chiara anche ai monaci della Certosa di Pavia, che in questi tempi grami per l’arte condiscono la visita guidata al complesso con un simulato astio nei Vostri confronti per aver fatto incetta del piombo delle grondaie e di altre suppellettili per farne palle per i Vostri cannoni.
Non mi ha stupito che dopo la Vostra caduta il recupero delle opere fosse affidato a un tortonese, (quelli sono austroungarici dai tempi del Barbarossa e ancora oggi fanno i milanesi!) e cosi’, se Torre Garofoli vi ospito’ per la Vostra Gloria, Tortona mando’ un suo rappresentante a far su i resti, tal Lodovico Costa (il cui profilo, ritratto del Quenedey, si rivela quello di un frequentatore puzzone del Malaspina ante litteram).
Devo invece complimentarVi con Voi per aver scelto studiosi molto acuti che tra le opere da portare in Francia inclusero anche tardi primitivi piemontesi: oggi con la pregiudiziale del toscanocentrismo vedere un quadro di Defendente Ferrari che nei primi del ‘500 dipingeva ancora Madonne assise in trono con uno scarsissimo senso di prospettiva, alla Duccio, e’ quasi un’offesa per la grande pittura italiana.
Stupenda poi la Madonna del Coniglio di Hans Clemer che mischia curiosamente la gloria della Madonna in trono con l’ umilta’ dell’ hortus conclusus.
Una mostra veramente interessante, come ho scritto anche sul registro degli ospiti senza tema di aggiungere un Vive l’Empereur!

Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati.
Alba, Fondazione Ferrero,
dal 29 ottobre 2005 al 27 febbraio 2006

Ghosts of radio stars

Video killed the radio star dei Buggles, fu l’ultimo quarantacinque giri che comprai da ragazzina prima di passare ai piu’ seri LP e in questa mattinata agrodolce, impastata di serena malinconia per la fine del corso in radio, i fantasmi delle radio star affollano la mia mente ripensando alle sette settimane del corso di formazione organizzato dall’Assessorato delle Pari Opportunita’ della Provincia di Alessandria e Radio Gold .
Un’esperienza che mi ha dato molto: innanzitutto la riscoperta di un media, la radio, da cui mi ero allontanata da anni e che nel giro di qualche settimana e’ tornato prepotentemente protagonista dei risvegli e altri momenti casalinghi con la rivelazione di RadioRai di cui ormai ascolto praticamente tutto il palinsesto, da Consigli di borsa ad Hollywood Party per finire con l’adorabile Vasco de Gama la domenica mattina.
Anche sul piano umano ho ricevuto tanto, dall’entusiasmo della nostra insegnante, Monica Lanfranco e dal suo indefesso impegno per raccontare l’universo al femminile, (consiglio caldamente la lettura della sua rivista Marea) al confronto le compagne di corso, donne spesso completamente differenti per esperienze e bagaglio culturale.
Personalmente, la scoperta di poter di creare qualcosa e l’urgenza di farlo mi faceva incazzare come una biscia quando cozzava con la placida indifferenza delle ragazze che collaboravano al mio stesso progetto.
Tutto questo mi manca gia’ anche se ci siamo lasciate con la speranza di ritrovarci a fine inverno per riuscire a costruire almeno il numero zero dei nostri programmi radiofonici e piu’ che il mio progetto vorrei tanto che fosse portato a termine C’e’ del calcio in Danimarca, il programma di sport, ideato da Monica e Stefania, quasi una versione ironica e surreale del bel programma televisivo Sfide o che Federica dalle mille voci potesse incantare tutti con le sue esilaranti narrazioni di fiabe.

Broken Flowers

Brokenflowers

Don Johnston e’ stato appena lasciato dalla giovane fidanzata che lo accusa di essere un Don Giovanni in declino quando riceve una misteriosa lettera non firmata. L’ha scritta una sua ex fiamma che vent’anni prima aveva avuto un figlio da lui e che ora vuole informarlo dell’esistenza del ragazzo, che forse e’ alla ricerca del padre. Su consiglio dell’unico amico che ha, Don parte per ritrovare le donne del suo passato..

La similitudine con Non bussare alla mia porta di Wenders e’ lampante, sottolineata in entrambi i film dalla presenza di una stupenda Jessica Lange, di certo in America pare essere di gran voga anche farsi organizzare un viaggio in macchina da qualcuno che ti scelga pure la musica e in questo episodio l’ultimo lavoro di Jarmusch crea un curioso parallelo con Elizabethtown.
Di Broken Flowers amo molto i personaggi femminili: delle quattro protagoniste forse quella che mi ha intrigato meno e’ stato il personaggio interpretato da Sharon Stone, che ho trovato un po’ prevedibile e troppo nabokoviano, mentre trasuda malinconia l’esistenza della ricca immobiliarista che intimamente rimpiange i suoi anni hippy. Grandiosa Jessica Lange, felina come il gatto con cui divide la scena e stupefacente l’irriconoscibile Tilda Swinton versione castana (unica mora in una teoria di bionde). Anche le due ninfette che avrebbero potuto sedurre Don (Giovanni) se non fosse ormai in declino, erano figure interessanti.
L’unico “fiore rotto” e’ il protagonista maschile: Don e’ a un punto morto della sua esistenza, senza rimpianti per il passato ne’ speranze per il futuro, impantanato in un presente che si lascia scorrere addosso.
Personalmente poi non amo neppure l’interprete, un Bill Murray acclamato come maschera impassibile che io invece trovo ormai manierista e forse inadatto al film: se ad un regista che lavora per sottrazione si affianca un attore che lavora anche lui per sottrazione forse sulla pellicola non resta nulla, o poco piu’..
E poi diciamolo fuor di metafora: quale di quelle meravigliose donne avrebbe potuto avere una storia con un bietolone apatico come Bill Murray?!?

Una domenica particolare

Ieri ho partecipato al mio primo blog raduno, il Bogia-nen blogger rural lunch, ottimamente organizzato dalla Rat Race Family.
Mi sono molto divertita e ho conosciuto persone molto interessanti e piacevoli come comida e il sig. Montag   in persona, poi c’era jtheo che ha come header del suo blog una foto di Torre (com’e’ strana la vita!) e last but not least il mitico eìo.
Ho scoperto modi molto diversi d’intendere il blog e siccome si e’ parlato molto di classifiche. per non nessere proprio la figlia della serva sfrutto questo post per segnalare che guido pure io una classifica di cui non sapevo nulla e colgo quindi l’occasione del post con molti link di cui ieri ho scoperto TUTTI i vantaggi  per ringraziare jack .