Mica lo sapevo che del famigerato ponte restano poche campate che non arrivano neppure all’Ile de Barthelasse! Nonostante questo e nonostante le numerose spiegazioni del fatto che, checche’ ne dica il famoso brano d’operetta, sul ponte non si e’ mai danzato ma si si ballava sotto di esso, io qualche passo di gavotta l’ho accennato (ecco i risultati di una buona educazione cattolica!)
Avignone e’ una citta’ molto affascinante permeata dalla cultura gotica (non per nulla e’ gemellata con Siena) oltre al ponte di St. Benezet e al Palazzo dei Papi, imperdibile e’ il Petit Palais con la sua quadreria di scuola italiana e avignonese del XIII e XIV secolo, in particolare, come tiene a specificare il gentilissimo capo dei custodi di origine italiana, la collezione vanta un Madonna del Botticelli e una Sacra Conversazione del Carpaccio; ma provo a raccontare la citta’ per immagini con il mio nuovo account flickr (ecco i risultati di un costante bloggeraggio!)
Appunto cinefilo: anche in Francia continua la quaresima cinematografica santificata da Narnia, Chicken Little e Vizi di famiglia
TV Star
Questo inizio d’anno sembra caratterizzato dall’esordio cinematografico
delle starlette televisive americane: apre le danze la veterana
Jennifer Aniston, protagonista indiscussa di Vizi di famiglia, seguira’ Sarah Jessica Parker che per La neve nel cuore si e’ meritata una nomination ai Golden Globe come migliore attrice e terminera’ Calista Flockhart con l’horror Fragile.
Ho visto solo il mediocre lavoro della Aniston che che racconto qui, ma qualunque sia il livello degli altri film, dai trailer si evince quanto confermato da Vizi di famiglia: le nuove leve cinematografiche ripropongono il modello televisivo che le ha imposte: la Parker frigna come quando Mr.Big trascurava Carrie ma la palma dell’impossibile spetta alla Flockhart: impensabile credere che riesca a vedere i bambini morti con le medesime espressioni basite di Ally Mc Beal, che ci ha abituate a visioni piu’ strampalate che macabre!
Les enfants du paradis
Francia 1945,
con Arletty, Jean Louis Barrault, Pierre Brasseur, Pierre Renoir, María Casares, Marcel Herrand, Jacques Castelot, Etienne Decroux,
regia di Marcel Carne’
Il mimo Baptiste salva la bella Garance da un accusa di furto, e le trova un lavoro a teatro: tra i due scocca l’amore ma mentre per lei l’amore e’ "cosi’ facile", lui non riesce a cedere immediatamente alla passione, la ragazza allora si concede a Lemaitre, un altro attore della compagnia. Quando capisce di essere innamorata di Baptiste, Garance rinuncia anche alla corte di un conte, ma per uno scherzo del destino e’ costretta a ricorrere alla protezione del nobile per salvarsi dalla galera. Passati alcuni anni Baptiste e Lemaitre sono diventati due grandi del teatro, una sera Lemaitre si reca ai Funamboles per vedere l’ultimo lavoro di Baptiste e in un palco trova Garance che assiste di nascosto allo spettacolo. La donna, che continua a vivere con il conte, confida di essere ancora innamorata del mimo ma di non osare rivelarsi perche’ ormai Baptiste e’ sposato. Saputo della presenza di Garance in teatro, Baptiste abbandona spettacolo e famiglia, ma consumata una sola notte d’amore i due si perdono tra la folla.
E’ uno dei finali piu’ belli della storia del cinema a concludere la vita romanzata del mimo Baptiste Deburau e del suo amore per l’equivoca Garance, capolavoro assoluto della coppia Marcel Carne’ e Jacques Prevert, e forse anche della cinematografia francese.
Si tratta di un’opera grandiosa sia per la lunghezza (195 minuti divisi in due parti, Le Boulevard du crime e L’homme blanc) che per la la ricostruzione in studio del "Boulevard du Crime" come era chiamato nella seconda meta’ dell’ottocento il Boulevard du Temple a Parigi dove sorgevano i teatri di vaudeville. La magnificenza del film risalta ancor piu’ se si pensa che e’ stato realizzato tra mille difficolta’ (economiche e politiche) nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Alla bellezza formale si unisce l’eccellenza dei dialoghi di Prevert, raffinati e profondi: molte battute potrebbero essere dei perfetti aforismi.
I protagonisti, interpretati da un cast in stato di grazia, sono archetipi dell’ideale amoroso: il romanticismo lunare di Baptiste, la sicurezza nel proprio sentimento di Nathalie, che diventera’ sua moglie, l’amore per la liberta’ della bella Garance, la gelosia del Conte di Montray, il narcisismo di Lemaitre, mettono in scena la giostra amorosa dove si insegue chi non ci riama e la battuta piu’ emblematica e ripetuta e’ "perche’ non mi ami come ti amo io?".
Il tutto sotto lo sguardo di un nefasto destino, rappresentato dal laido straccivendolo Jerico.
Alla metafora amorosa si unisce l’esaltazione delle forme piu’ "basse" dell’arte teatrale, quel vaudeville che ospitera’ anche la neonata arte cinematografica: cio’ da modo agli autori di sottolineare il rapporto tra realta’ e finzione: e’ piu’ affascinante la rappresentazione della vita che la vita stessa, come indica anche il titolo: gli "enfants du paradis" sono infatti gli spettatori del loggione, il pubblico piu’ povero ma piu’ sincero (anche se in forma molto blanda, dati i tempi, lo spirito del Fronte Popolare permea comunque quest’opera) e il concetto e’ ribadito anche nella scena dell’omicidio del Conte compiuto da Lacenarie che avviene fuori campo mentre la macchina stringe sul volto di Avril, lo scagnozzo di Lacenaire, per leggervi le emozioni dell’evento.
Va reso merito alla Bim di aver messo sul mercato l’edizione integrale del film, praticamente invisibile in Italia dato che dal 1945 gira un’oscena versione dimezzata col taglio di tutte le pantomime che va sotto il nome di Amanti perduti. La schifezza fa parte degli extra del dvd (ho provato a guardarla ma sono contro le sevizie, anche quelle filmiche!) piu’ interessanti gli altri extra, interviste a Paolo Mereghetti e a Cristina Bragaglia, docente di Storia e Critica del Cinema all’Universita’ di Bologna che inquadrano storicamente e criticamente l’opera.
La versione integrale e’ solamente in francese con sottotitoli italiani, e la cosa mi dispiace perche’ il monologo di Lacenaire in italiano era davvero interessante nel dare la colpa ai libri della propensione al crimine del perfido anarchico.
Medium
Il serial americano sbarca anche su Rai3 con questo nuovo telefilm ispirato alle esperienze reali della medium Allison Dubois, interpretata da Patricia
Arquette, una giovane donna dai grandi poteri extrasensoriali messi al
servizio della legge.
Piu’ vicino a Il sesto senso che a Profiler, l’originalita’ del serial sta nella iscrizione a quel filone, finora solo cinematografico, che umanizza il supereroe, per cui le vicende psico-thriller fanno solo da sfondo ai problemi domestici di Allison che deve convivere con i fantasmi che abitano i suoi sogni, riuscendo a mandare avanti una famiglia composta da un marito e tre figlie, una delle quali sta gia’ dimostrando di avere lo stesso dono della madre. Tutto questo si riflette sulla psicologia dei personaggi con una Allison non proprio simpaticissima, almeno nelle prime puntate, nel suo fare granitico affidamento nei suoi poteri e sulla fotografia del telefilm, molto realista per quel che concerne la ricostruzione della vita familiare, mentre lascia in secondo piano il lato splatter delle morti violente.
Le cronache di Narnia
Inghilterra, Seconda Guerra Mondiale: i quattro fratelli Pevensie trovano rifugio dai durissimi bombardamenti di Londra nel maniero di un professore dove scoprono che un armadio e’ la porta segreta che conduce nel fantastico mondo di Narnia: anche qui si sta combattendo una guerra contro la crudele Strega Bianca che da cent’anni tiene in pugno il regno con un gelido inverno..
Banalissimo fantasy che ha per protagonisti i ragazzini piu’ antipatici della storia del cinema, in particolare i due piu’ grandi Susan e Peter, con la scusa di aver la responsabilita’ dei fratelli minori, battibeccano come una vecchia, insopportabile coppia di sposi. Dalla prima inquadratura sotto le bombe di Londra si capisce gia’ quale dei quattro sara’ cosi’ stupido da cedere piu’ volte al fascino della Strega Bianca e la simpatia della piccola Lucy e’ affidata alla sua leziosita’ che supera quella proverbiale di Shirley Temple (che almeno sapeva ballare!).
La mia comprensione va tutta all’attore che interpreta il Signor Tumnus, costretto a recitare il ruolo del fauno con una salopette di peluche.
Questo film dovrebbe essere l’emulo della trilogia de Il signore degli Anelli, soprattutto nelle scene di battaglia, purtroppo quelle dirette da Andrew Adamson mancano totalmente di epicita’ e i rallenti sarebbero piu’ adatti a un’incontro di rugby che pare essere il modello di scontro fisico a cui il regista si ispira.
Come se non bastassero gia’ i guai della pellicola, il doppiaggio italiano infila una perla delle sue facendo doppiare il prode leone Aslan da Omar Sharif: con tutto l’affetto e il rispetto che ho per il grande attore, gli anni pesano anche sulla sua voce e cosi’ il saggio felino parla con la vocetta querula dei vecchietti del West, per quanto concerne l’accento straniero ho una teoria: siccome il leone rappresenta una metafora di Cristo, l’accento straniero e’ un omaggio a Giovanni Paolo II, scambiando al solito il significante per il significato. Teoria molto opinabile, ma mi annoiavo a morte e dovevo pur trovare qualcosa per ingannare il tempo.
L’unica cosa rimarchevole del film e’ Tilda Swinton nei panni della Strega Bianca, non certo in una delle sue prove piu’ eccelse, ma la sua presenza scenica e’ piu’ che sufficiente a rendere degna di nota la sua partecipazione; non a salvare la pellicola, purtroppo!
Buon compleanno cinema!
Carissimo cinematografo,
sono passati 110 anni da quella prima proiezione pubblica del 28 dicembre 1895, a Parigi.
Purtroppo questo tuo genetliaco e’ un po’ sottotono perche’ l’attenzione si e’ spostata dal tuo fascino ai nuovi supporti che hai conquistato: dvd, multisale e telefonini snaturerebbero il tuo senso piu’ profondo tanto che dovresti assumere un altro nome! Insomma, si grida ad un’imminente morte del cinema..
Pur non essendo un’amante delle nuove tecnologie (probabilmente non vedro’ mai un film sul cellulare, ma mai dire mai) non sono cosi’ disfattista sul tuo futuro, anzi!
Difendo le tanto deprecate multisale perche’ da quando ci sono, in provincia la scelta di film e’ aumentata e ho visto in sala film di cui, fino a pochi anni fa, avrei dovuto attendere il passaggio in televisione.
Non ho nulla contro all’home theatre perche’, se in ogni casa non deve mai mancare un buon libro, non dovrebbe neppure mancare un buon film!
Di certo i problemi ci sono, causati principalmente da quella figliastra irriconoscente che e’ la televisione, che, soprattutto in Italia, ti usa per tappare i buchi dei palinsesti festivi o degli scioperi di categoria.
Io auspico che questo sia un momento di trasformazione che rendendoti piu’ fruibile paradossalmente aumentera’ anche il valore dei capolavori artistici che ci hai regalato (e continui a donarci) trasformando il cinefilo da semplice persona in cerca di un passatempo ad un turista raffinato che, come viaggia per mostre, altrettanto fa per festival e rassegne perche’ il fascino del film visto in sala e’ incommensurabile, meglio ancora se la sala non e’ vecchia, scomoda e con un pessimo audio!
Quindi tantissimi auguri mia amatissima settima arte, costretta a combattere fin dalle origini con menagrami (leggi il signor Lumiere padre) che non fanno altro che darti per spacciata: sono certa che vedrai ben altro che i prossimi 110 anni!
Kiriku’ e gli animali selvaggi
Chi, come la sottoscritta, ha amato molto Kiriku’ e la strega Karaba’, corre il rischio di restare deluso dalle nuove avventure del piccolissimo bambino che con il suo acume riesce sempre a mettere nel sacco la strega: se il primo film era permeato da un’aura sacrale tipica delle fiabe, con la nascita decisa dal piccolo che viene al mondo gia’ parlante e pensante, elemento che ricollega la cultura africana al mito greco di Atena (o viceversa?), questa seconda pellicola, che vorrebbe esserne il prequel, e’ penalizzata dalla struttura ad episodi che spezza troppo il ritmo; personalmente non ho amato molto l’episodio dei vasi di terracotta che dipinge un Kiriku’ troppo perfetto e quindi a rischio di antipatia.
Fortunatamente la seconda parte del film ritrova tutta la magia della precedente pellicola: l’episodio della giraffa e’ un’affascinante fantasmagoria di colori che omaggia i meravigliosi scenari africani ed il tratto elegante del disegno ispirato all’arte africana degli anni ’20-’30, che trova la sua esaltazione nella raffinatissima giraffa, si mescola perfettamente con gli sfondi ispirati ai quadri del Henri Rousseau il Doganiere, il tutto supportato dall’ottima colonna sonora dai ritmi africani (consiglio di leggere tutti i titoli di coda per aver modo di ascoltare le due belle canzoni finali).
Nell’ultima avventura tornano tutte le caratteristiche che hanno reso celebre il piccolo Kiriku’: il suo ingegno e il suo coraggio uniti alla forte compassione per gli altri che gli consentono di ammirare la bellezza di Karaba’ nonostante la sua cattiveria.
Da vedere per entrare in contatto con culture lontane, disintossicandosi dall’omologazione del cartoon imposto dalla tecnica digitale e poi c’e’ sempre lo scandalo del nudo, come racconta l’intervista a Michel Ocelot fatta da FilmUp.
La mia vita a Garden State
Recuperato al cineforum, l’esordio dell’attore emergente Zach Braff alla regia e’ una commedia generazionale divertente che risolve i buchi di sceneggiatura puntando su un cast molto ben preparato dove spicca un’incantevole Natalie Portman.
La storia invece non mi ha convinto molto: Andrew Largeman torna a Garden State dopo nove anni di lontananza, per il funerale della madre, una donna paralizzata morta annegata nella vasca da bagno: nonostante il crescente climax emotivo del film (si scopre che la madre e’ diventata disabile a causa di un incidente provocato dal figlio che per questo motivo e’ stato messo in collegio) lo scarso approfondimento del rapporto con i genitori in favore di una galleria di personaggi divertenti ma superficiali, lascia un grosso interrogativo sulla vicenda materna per definire la quale si e’ scelto una morte che puo’ essere letta anche come un suicidio, creando così una grande aspettativa nello spettatore che rimane deluso.
Il codice Da Vinci
Il libro in se’ non e’ nulla di eccezionale, scritto in quello stile
banale in cui sono scritti tutti i best sellers degli ultimi anni. La
storia e’ troppo arzigogolata e con un finale ancor piu’ conciliante,
pero’ fa specie come da subito i rimandi Sauniere, Saint-Sulpice,
Poussin evochino un luogo importante per la mitologia templare e del
Santo Graal che non viene mai nominato in tutto il volume,
edificato su un parallelo della Linea della Rosa. E se il codice non
fosse l’anagramma ma l’evoluzione della grafia, la medesima radice
linguistica da cui derivano nomi e toponimi?


