Diverso dagli altri

Diversodaglialtri

Anders als die Andern
Germania 1919,
Con Conrad Veidt, Leo Connard, Ilse von Tasso-Lind, Fritz Schulz, Reinhold Schünzel
Regia di Richard Oswald

Il celebre violinista Paul Körner rimane colpito dal numero di suicidi riportati regolarmente dai quotidiani. L’artista sa bene che essi sono dovuti al Paragrafo 175 che condanna penalmente l’omosessualita’. Quello che Körner non sa e’ che anche lui entrera’ a far parte di quella tragica schiera in seguito al suo amore per l’allievo Kurt Sivers. Il sentimento viene scoperto da una vecchia conoscenza di Körner, Franz Bolleck, che ricatta il violinista. Quando Kurt scopre il maneggio fugge inorridito. Il violinista cerca di curare la propria omosessualita’ attraverso l’ipnosi, ma senza risultato e si rivolge quindi a un sessuologo che lo convince che la sua non e’ ne’ una malattia ne’ un’aberrazione. Körner trova cosi’ la forza per denunciare il ricattatore ma il processo si conclude con una lieve condanna anche per lui a causa del Paragrafo 175. Nei pochi giorni che precedono l’entrata in carcere, Körner si accorge che la gente lo scansa con imbarazzo e tutte le sue tournée sono state annullate. Disperato Paul Körner si toglie la vita.


Diversodaglialtri

Quasi certamente il primo film della storia del cinema a trattare espressamente il tema dell’omosessualita’ fondendo i generi del melodramma e del documentario. Se le pene d’amore di Paul Körner, con flashback dei suoi amori collegiali e il maledetto incontro con Bolleck rappresentano il lato sentimentale dell’opera, l’esposizione al convegno di sessuologia sull’omosessualita’ ha il rigore di un trattato scientifico con immagini che documentano una sessualita’ che si trova a punti intermedi tra i due estremi maschili e femminili (e’ l’assunto del film).
Ci e’ giunta una versione parziale della pellicola, una cinquantina di minuti a fronte di un lavoro che doveva durare circa il doppio. La trama e’ tenuta insieme da lunghe didascalie che riassumono le parti mancanti a cui segue qualche fotogramma sopravvissuto. Non e’ difficile intuire la totale censura che il film deve aver subito durante l’epoca nazista e possiamo ritenerci fortunati se il materiale sopravvissuto e’ bastevole a restituirci il senso e lo stile dell’opera.
La messa in scena e’ molto convenzionale, a camera fissa, con poca attenzione alle scenografie per concertrarsi tutta sui primi piani dei protagonisti ed utilizzando spesso il fondo nero che risulta di forte impatto come nella scena in cui una commissione decide l’espulsione dal collegio del giovane Körner puntandogli severamente il dito contro, anticipando il tragico additamento a cui il violinista sara’ soggetto quando il suo stile di vita viene rivelato.


Anders als die Andern

Mi ha molto colpito vedere Diverso dagli altri a pochi giorni dalla messa in onda di Ausmerzen di Marco Paolini che racconta le drammatiche conseguenze degli studi di eugenetica di quella classe di medici progressisti di cui fa parte anche il celebre sessuologo Magnus Hirschfeld, che interpreta se’ stesso nel film e che assolve il violinista dalle sue preoccupazioni dicendogli che la sua condizione gli permette comunque di condurre una vita produttiva
Commovente la didascalia che narra la chiusa del film: una mano che cancella con una croce il Paragrafo 175 da un testo di giurisprudenza. Purtroppo la scena non ha avuto dono di preveggenza: quella mano, vent’anni dopo, avrebbe apposto un triangolo rosa sulle casacche degli omosessuali nei campi di sterminio.

CineMexico – L’epoca d’oro del cinema messicano

Mexico

Dopo il grande successo della retrospettiva dedicata a Luis Buñuel, che realizzò in Messico, esule dalla Spagna, molti dei suoi capolavori, il Palazzo delle Esposizioni volge nuovamente l’attenzione all’época dorada del cinema messicano, uno dei capitoli più interessanti del cinema mondiale, quasi sconosciuto al pubblico europeo, ma che rappresenta un episodio sorprendente nella storia del cinema di tutti i tempi, per la portata produttiva e l’intensità della sua forza espressiva.
Il cinema messicano raggiunse la maturità negli anni della seconda guerra mondiale, che si rivelarono un periodo estremamente proficuo per il suo sviluppo culturale: durante il conflitto, la posizione politica del Messico, unico paese in America Latina a schierarsi decisamente con gli Alleati, incoraggiò grandi investimenti statunitensi in ambito cinematografico, che sostennero nel paese lo sviluppo di un’intensa attività produttiva e la diffusione delle sue pellicole a livello internazionale, nell’area di lingua spagnola. In questo terreno favorevole poterono crescere le potenzialità artistiche di autori di grande genio, quali Emilio Fernández, a cui si dedica un vero e proprio omaggio in apertura delle rassegna. Nei suoi capolavori come in quelli degli altri grandi registi presentati, l’impianto melodrammatico tradizionale, in un eccesso di passioni e crudeltà tirate sino allo spasimo, raggiunge una complessità psicologica e una ricchezza estetica di grande modernità per sperimentazione e audacia.
Questi grandi registi si impossessarono dei principali generi hollywoodiani, dal melodramma alla commedia musicale, dal dramma politico a quello urbano, stravolgendone e saturandone gli elementi attraverso un immaginario originale e uno sguardo corrosivo. Furono così capaci di dare sfogo alle inquietudini della modernità assillante e di tradurne i conflitti in personaggi antitetici dalla forte carica simbolica, come la prostituta o la santa, o in situazioni estreme, come l’esplosione di una vitalità sensuale o l’accanirsi del destino che la frustra, aprendo inediti scenari analitici ben oltre la matrice folkloristica di superficie.

20/21 Gennaio 2011 21:00
Flor Silvestre
di Emilio Fernández. Con Dolores del Río, Pedro Armendáriz. 1943
v. o. con sottotitoli in italiano (91′)
Il Messico insanguinato dalle lotte rivoluzionarie fa da sfondo al leggendario film rivelazione del grande maestro Emilio El Indio Fernández, che con questa opera, considerata una delle più belle del cinema messicano, getta le fondamenta di un nuovo linguaggio cinematografico.

22/23 Gennaio 2011 21:00
María Candelaria
di Emilio Fernández. Con Dolores del Río, Pedro Armendáriz. 1943
v. o. con sottotitoli in italiano (110′)
Capolavoro che ha fatto conoscere a livello internazionale il fenomeno del cinema messicano e il talento del grande regista, che scolpisce con vigore istintivo e appassionato la tragedia degli indios sul volto splendente di Dolores del Río, già stella di Hollywood. Palma d’oro a Cannes.

25/26 Gennaio 2011 21:00
La perla
di Emilio Fernández. Con Pedro Armendáriz, María Elena Marqués. 1945
v. o. con sottotitoli in italiano (85′)
La visionarietà accesa e melodrammatica di Fernández raggiunge un esito straordinario con un altro dramma di passioni primitive e arcaiche: il tragico apologo di un povero pescatore che crede di sfuggire alla miseria quando trova la più bella perla mai vista.

27/28 Gennaio 2011 21:00
Enamorada
di Emilio Fernández. Con Pedro Armendáriz, María Félix. 1946
v. o. con sottotitoli in italiano (92′)
Melodramma di passioni forti alleggerito dai toni della commedia, rappresenta una punta del cinema di Fernández, che ha modellato un personaggio indimenticabile – una “bisbetica domata” shakespeariana alle prese con la rivoluzione – per la grande stella del cinema latino, la meravigliosa María Félix.

29/30 Gennaio 2011 21:00
Nosotros los pobres
di Ismael Rodríguez. Con Pedro Infante, Evita Muñoz. 1947
v. o. con sottotitoli in italiano (125′)
Dramma a tinte fosche ambientato nei sobborghi di Città del Messico, tra prostitute tisiche e uomini senza scrupoli, è il più grande successo di pubblico del cinema messicano di tutti i tempi, il monumento della cultura popolare nazionale, dallo stile pieno di eccessi, barocco e meravigliosamente mostruoso.

01/02 Febbraio 2011 21:00
Aventurera
di Alberto Gout. Con Ninón Sevilla, Tito Junco. 1949
v. o. con sottotitoli in italiano (101′)
Un filone cinematografico tipicamente messicano, fiorito nel periodo d’oro, è il melodramma da cabaret, che unisce il noir al musical: giovani donne innocenti finiscono in sordidi night-club e devono difendere la loro innocenza da ogni genere di depravazione. Aventurera rappresenta il capolavoro cult del genere, grazie alla sublime ed esplosiva Ninón Sevilla.

03/04 Febbraio 2011 21:00
La mujer del puerto
di Arcady Boytler. Con Andrea Palma, Domingo Soler. 1933
v. o. con sottotitoli in italiano (76′)
Film d’atmosfera e pieno di fascino, che negli anni ’30 anticipa molte tematiche del decennio successivo: è la storia di una prostituta, archetipo di un filone cinematografico senza equivalenti negli altri paesi, che non risparmia alcun eccesso del melodramma, dall’omicidio all’incesto.

05/06 Febbraio 2011 21:00
Doña Bárbara
di Fernando de Fuentes. Con María Félix, Julián Soler. 1943
v. o. con sottotitoli in italiano (138′)
Protagonista di questo capolavoro melodrammatico è la femme fatale del Messico, María Félix, considerata la Marilyn Monroe latina per la sua bellezza inebriante e la prorompente sensualità. Conquistò la fama proprio con la straordinaria interpretazione di Doña Bárbara, la crudele divoratrice di uomini che ha turbato generazioni di messicani con la magia del suo sguardo.

08/09 Febbraio 2011 21:00
Ay Jalisco no te rajes
di José Rodríguez. Con Jorge Negrete, Gloria Marín. 1941
v. o. con sottotitoli in italiano (120′)
Capolavoro di grande successo del genere popolare nazionale per eccellenza, la commedia ranchera, una sorta di western avventuroso, trapiantato nel clima e nell’identità culturale del paese, tra sparatorie e inserti canori.

10/11 Febbraio 2011 21:00
Distinto amanecer
di Julio Bracho. Con Andrea Palma, Pedro Armendáriz. 1943
v. o. con sottotitoli in italiano (108′)
Il ritmo e la tensione del noir al servizio di tematiche di attualità, come la corruzione politica e le lotte sindacali, fanno di questa pellicola una delle migliori del periodo, lontana dall’innocente folklore delle ambientazioni rurali, svela l’altra faccia del paese: la mostruosa evoluzione della metropoli con i suoi ambienti sordidi.

12/13 Febbraio 2011 21:00
Campeón sin corona
di Alejandro Galindo. Con David Silva, Amanda del Llano. 1945
v. o. con sottotitoli in italiano (100′)
Punto di riferimento obbligato per conoscere il cinema classico messicano, di cui rappresenta uno dei momenti più alti, costruisce il migliore ritratto della realtà messicana del ventesimo secolo, attraverso la storia di un boxer e del suo tentativo di riscatto sociale nei bassifondi della metropoli.

info
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 A, Roma
INGRESSO LIBERO SINO A ESAURIMENTO POSTI
Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card

Vallanzasca – Gli angeli del male

Vallanzasca Se devo trovare un difetto macroscopico al film e’ la data di uscita: a poco piu’ di un mese dalla fine della seconda stagione di Romanzo Criminale, chi, come la sottoscritta, ha amato molto quella serie, trovera’ molte, forse troppe analogie tra il biopic sul bel Rene’ e le avventure della banda della Magliana, a partire da luci e scenografie (ineccepibili, per altro) per culminare in un momento di gloria per la banda della Comasina che trionfa in coca e biglietti da centomila che cita praticamente la sigla della fiction.
Anche la costruzione del plot con le avventure infantili che portano in riformatorio Renatino e saldano il suo legame con l’elemento della banda che piu’ gli causera’ guai (un Filippo Timi decisamente sopra le righe) ricorda la partenza di Romanzo Criminale (il film, stavolta).
Forse se Vallanzasca fosse arrivato in sala subito dopo il passaggio veneziano il ricordo di Romanzo Criminale sarebbe stato piu’ sbiadito e la nuova pellicola si sarebbe sottratta al confronto, dettato principalmente dalla nostalgia.
Volendo continuare il paragone tra Vallanzasca e il film Romanzo Criminale, essendo anche dello stesso regista, la storia del bandito milanese dimostra una maggior compattezza registica rispetto al lavoro precedente. Le scene di azione sono degne dei poliziotteschi anni ’70 e merita sicuramente di essere menzionato il montaggio alternato del pestaggio in carcere con l’entrata in discoteca del protagonista, un Kim Rossi Stuart che regala una nuova notevole interpretazione cimentandosi anche con il dialetto meneghino.
Il film non e’ un agiografia di Vallanzasca, ma di certo gli perdona molte cose cose, anche troppe dato che si sarebbe parteggiato per lui come del resto si e’ parteggiato per il Mesrine di Nemico pubblico n. 1: figure che acquistano una loro dimensione epica, per quanto negativa, nel rifuggire dal mondo piccolo borghese a cui appartengono e nel seguire un loro codice d’onore ormai di altri tempi, vedi la battuta di Vallanzasca nell’intervista a Radio Popolare quando dice che non sente di avere nulla in comune con un ragazzino che spara in testa ad una vecchietta per un bottino ridicolo.
Ribadendo che i protagonisti sono negativi e non certo modelli da seguire, resta interessante il lavoro di meditazione storica che molti paesi europei portano avanti attraverso le figure dei grandi banditi che hanno rappresentato un fenomeno storico di ribellione al di fuori dalle ideologie politiche, in un mondo ormai completamente assorbito dal sistema mafioso.

Vizi di famiglia

Vizi di famiglia Rumor Has It
USA 2005,
con Jennifer Aniston, Mark Ruffalo, Shirley MacLaine, Kevin Costner
regia di Rob Reiner

Sarah e’ una trentacinquenne insicura con un lavoro frustrante (scrive necrologi) e un fidanzato che non e’ certa di voler sposare. Tornata a Pasadena per il matrimonio della sorella, scopre casualmente che la madre ha avuto una avventura prima delle nozze: la possibilita’ di essere illegittima giustificherebbe il senso di alienazione che Sarah ha sempre provato verso la propria famiglia, le indagini pero’ la portano a scoprire che sua madre e sua nonna sono state protagoniste della storia che ha ispirato Il laureato..

Lo spunto del film e’ interessante e originale: omaggiare un grande classico del passato come Il laureato portando in scena i protagonisti del pettegolezzo che starebbe alla base del libro e del film, per questo motivo l’azione e’ ambientata nel 1997, per dar modo di conciliare l’eta’ anagrafica dei protagonisti con gli eventi della celebre opera; purtroppo dopo un’introduzione spumeggiante il film precipita nella previdibilita’ piu’ ovvia con un andamento quasi da tvmovie.
Oltre al plot inconsistente, la pellicola ha un altro grave handicap: la protagonista Jennifer Aniston che sfodera il suo repertorio di espressioni corrugate che ben abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Friends; sfortunatamente la diva televisiva non ha la capacita’ di stare al passo con i suoi comprimari, fra tutte la nonna interpretata da una grintosa e spudorata Shirley McLane, anche Mark Ruffalo nei panni del fidanzato si conferma un attore estremamente duttile, Kevin Costner come vecchio seduttore ha l’aria un po’ spersa e una mazzata gli arriva dal doppiaggio italiano con una voce piu’ senile che seducente, irresistibile il cameo di Kathe Bates, non accreditata per il ruolo di Zia Mitzi, con un look improponibile ed estremamente divertente.
Nonostante il richiamo a grandi pellicole del passato: si nominano Casablanca e Psyco e c‘e’ qualche riferimento musicale a Mrs. Robinson ed alle colonne sonore di Sergio Leone, a me e’ tornato in mente uno scult dei tardi anni ‘80 Congiunzione di due lune interpretato dalla bella Sherilyn Fenn, una delle protagoniste di Twin Peaks; la storia non e’ poi molto dissimile, se si toglie l’omaggio cinematografico: una giovane donna alla vigilia del matrimonio si concede una scappatella e la nonna vissuta offre saggi consigli. La differenza sta nella morale libertaria nel film dell’88 che contrasta vivacemente con quella molto neocon (al limite della pruderie con l’accenno al rischio di incesto) del lavoro di Reiner, in linea con la nuova America.

recensione pubblicata a so tempo su ImpattoSonoro

Porco Rosso

Porcorosso Marco Pagot, eroe dell’aviazione italiana durante il primo conflitto mondiale, si e’ trasformato in un maiale a causa di un maleficio. Nonostante questo, il prode aviatore, a bordo del suo idrovolante, combatte la sua guerra solitaria contro il fascismo e gli aerei pirati che infestano la costa dalmata.

Hayao Miyazaki, nel 1992 si regala quest’opera la cui trama fonde due temi molto cari al maestro giapponese, l’aviazione, passione del regista e attivita’ della sua famiglia e il cinema degli anni ‘20 e ‘30 sia in pellicola che d’animazione. Per i cartoni animati e’ evidente l’omaggio racchiuso nel cognome del protagonista, Pagot, come i celebri fratelli del cartone animato italiano. C’e’ poi la sequenza dentro il cinema dove Porco Rosso assiste a un cartoon in bianco e nero che cita il primo Topolino con un’eroina che ricorda Betty Boop.
L’atmosfera e’ quella delle pellicole belliche a cavallo degli anni ‘20-’30, che molto spesso avevano per protagonisti aviatori (Rivalita’ eroica, Angeli dell’inferno ecc..) Eroi solitari che combattevano per il loro onore e per la donna amata come dice la didascalia di apertura di Porco Rosso e non e’ neppure difficile ravvisare nelle le sembianze suine di Marco Pagot una certa somiglianza con Clark Gable.
L’elemento magico tipico di Miyazaki e’ presente anche questa volta, ma i contorni della maledizione restano sfumati: nulla e’ dato sapere sul perche’ Marco Pagot abbia assunto i tratti di un maiale e anche il finale del film resta aperto: il nostro eroe scompare nel nulla e non sapremo nemmeno per chi batte il suo cuore, se per la raffinata Gina o la giovanissima ragazza meccanico Fio.
Nonostante gli aspetti scanzonati, la pellicola si muove prevalentemente su due dimensioni di malinconia molto diverse, da una parte la fine dell’epopea eroica degli idrovolanti e dall’altra la pesantezza dell’incombente tragedia della Seconda Guerra mondiale. Su tutto domina l’ambientazione in un Italia di fantasia che un po’ sconcerta e un po’ incuriosisce lo spettatore italiano con la perfetta rappresentazione dei Navigli in una Milano pero’ senza il Duomo.

Tron

Tron 1982, Walt Disney
con Jeff Bridges, Bruce Boxleitner, David Warner, Cindy Morgan, Barnard Hughes, Dan Shor, Peter Jurasik,
regia di Steven Lisberger

A Kevin Flynn, giovane ingegnere elettronico vengono rubati alcuni progetti per videogiochi da un collega, Dillinger, che in seguito al successo dei prodotti diventa direttore generale della Encom, mentre Flynn viene licenziato. Per proteggere i documenti che dimostrano la vera paternita’ dei videogiochi, Dillinger crea un programma di controllo, MCP (Master Control Program) che pero’ si sviluppa autonomamente e si ribella alla volonta’ dell’uomo. Quando Flynn, con l’aiuto dei due colleghi cerca di violare il sistema da un computer interno alla azienda, MCP utilizza un programma laser in sperimentazione per smaterializzare l’uomo e introdurlo nel sistema operativo. In questa nuova dimensione Flynn trova la collaborazione di alcuni programmi che l’aiuteranno a combattere lo strapotere di MCP.

Ripasso obbligatorio per il film del 1982 il cui seguito, Tron Legacy, promette di essere il primo blockbuster del 2011.
Si tratta di una pellicola firmata Disney per un pubblico adolescenziale, i primi patiti dei videogiochi. Un’opera piacevole che applica una trama da avventure spaziali all’innovativo scenario dei videogiochi.
Tron e’ passato alla storia perche’ fu il primo film ad usare la computer grafica per intere sequenze. Oggi quegli effetti speciali risultano commoventi nel loro essere primordiali ma non hanno perso di fascino. C’e’ anzi un parallelo molto intrigante tra gli esordi della computer grafica e i film del cinema muto: l’uso del viraggio, la recitazione affidata principalmente ai volti con gli occhi pesantemente bistrati crea un rimando tra l’aspetto dei personaggi intrappolati nel sistema operativo e l’estetica dei film muti ed e’ tutto sommato consolante vedere come ogni nuova avventura del cinema parta dagli stessi stilemi.

L’armata Brancaleone

Italia, 1966
con Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella, Barbara Steele, Carlo Pisacane, Folco Lulli
regia di Mario Monicelli

L'armatabrancaleone

Tra le masserizie che alcuni villici, sopravvissuti all’assalto di un borgo, tentano di vendere all’ebreo Abacuc, si trova una pergamena imperiale che consegna al cavaliere latore della missiva il feudo di Aurocastrum, nelle Puglie. Abacuc conosce un cavaliere spiantato e la banda lo convince a dividere con loro le ricche proprieta’ che la pergamena promette. Dopo alcuni tentennamenti il prode Brancaleone da Norcia decide di mettersi al comando dell’armata e raggiungere la Puglia tra mille avventure..

Le avventure di un’armata sgangherata e imbelle cosi’ rappresentativa di un modo di fare sconclusionato che il titolo del film e‘ entrato nel linguaggio corrente con questa accezione ed e’ accettato anche dai dizionari della lingua italiana.
Il film racchiude tutti i temi centrali della teoretica filmica del regista: il suo occhio benevolo verso i perdenti, messi alla prova dalla Storia e legati da un forte senso di amicizia virile. In questa compagine tutta al maschile non si puo’ non citare la geniale componente animalesca rappresentata da Aquilante, lo malo caballo assurdamente tinto di giallo, fedele compagno delle mille avventure del suo cavaliere, pur restando sempre recalcitrante ed infido.
Un capolavoro del cinema popolare che mischia con grande abilita’ il basso con l’alto. Tra le pellicole che stanno alla base della sceneggiatura firmata da Age e Scarpelli e lo stesso Monicelli, c’e’ anche La sfida del samurai di Kurosawa a cui si ispira, in maniera stracciona e balorda, il trucco di Brancaleone.

Teodoraebrancaleone

C’e poi un chiaro intento di affrancare l’immaginario medievale dal modello fantasioso di stampo hollywoodiano e allora ecco la reinvenzione del linguaggio con un volgare maccheronico divertentissimo. L’ambientazione e’ filologicamente perfetta e i luoghi in cui la pellicola e’ girata, situati prevalentemente nel Lazio settentrionale, conservano ancora una chiara impronta romanica. Su questo rigore architettonico si inseriscono i costumi eccentrici di Piero Gherardi che riescono a sottolineare la dimensione medievale senza stravolgerla. Caso emblematico la famiglia di Teofilatto dei Leonzi presso cui l’armata si reca per chiedere il falso ricatto del cavaliere: i personaggi vengono rappresentati nella maestosa ieraticita’ dello stile bizantino. La mollezza di una civilta’ decadente e’ invece affidata alla parlata di Teofilatto e ai gusti sessuali estremi della zia Teodora.
La sigla animata porta il tratto inconfondibile di Emanuele Luzzati.

Il film e’ il regalo di Natale di Raimovie: sara trasmesso alle ore 21,00 il 25 dicembre.

I Tudors – quarta stagione

Itudors4 Anche se protagonista assoluto della serie dovrebbe essere Enrico VIII, a dare un certo spessore alle quattro stagioni de I Tudors resta la galleria di personaggi femminili che si inanellano nel corso della storia. Se nella prima stagione Margaret Tudor, la sorella del re, rappresentava il lato comico del serial, nel corso delle altre stagioni anche i personaggi femminili minori riescono a spiccare sul l’altrimenti piatto quadro storico delle battaglie politiche e religiose volute da Enrico. C’e’ una maggiore profondita’ di scrittura solo nel tratteggiare l’astutissima Lady Herford che riesce a mettere nel sacco il cardinale Gardiner quando l’accusa di essere luterana e quindi eretica, che nel raccontare le lotte interne ed estere che il sovrano deve domare.
Non mi pare che l’interesse per le figure femminili sia dovuto solo al loro rappresentare il lato romantico e quindi erotico della vicenda, lo stesso spirito voyeristico dovrebbe allora animare lo spettatore durante le scene di tortura che sono piuttosto dettagliate; non so quanto questo sia voluto, ma le diverse sfaccettature che le figure femminili mostrano nel corso della serie diventano quasi un compendio dei vari modi di sopravvivere delle donne in un mondo maschilista e ancora profondamente medievale come la corte di Enrico VIII. La quarta serie non raggiunge le vette della seconda ma la puntata migliore resta la quinta, quella del processo a Catherine Howard, quinta moglie del sovrano, decapitata per alto tradimento in quanto infedele al talamo nuziale: il montaggio alternato tra la messa a morte dei suoi amanti e la sua ultima danza solitaria racchiude l’intero destino di una fanciulla che ha puntato tutto sulla seduzione. Il momento della sua decapitazione con l’ascia che le stilla sul collo il sangue di Lady Rochford che l’ha preceduta al patibolo resta la scena indimenticabile dell’ultima stagione.
A dar vigore alle ultime puntate arriva il tatticismo della vedova Parr, ultima moglie di Enrico che riesce a sfuggire alle accuse di eresia e l’indurirsi del carattere di Lady Maria, figlia primogenita del sovrano che passera’ alla storia come Bloody Mary, per la furia con cui cerco’ di riconvertire l’Inghilterra al cattolicesimo.
Se il ritratto di Enrico VIII non e’ lusinghiero, la serie ce lo mostra come un sovrano capriccioso sempre pronto ad accusare i consiglieri del momento delle scelte che si sono rivelate sbagliate, non si puo’ essere altrettanto negativi con l’attore che l’interpreta, Jonathan Rhys-Meyers. Confesso che parte del mio interesse verso la serie nasceva proprio dal desiderio di vedere come avrebbero trasformato il bellissimo attore nel vecchio grasso e gottoso che fu Enrico nei suoi ultimi anni. Per quanto invecchiato dal trucco Rhys-Meyers non prova neppure ad assomigliare al vecchio sovrano: scelta intelligente, che evita l’impari confronto con l’Enrico VIII portato sullo schermo nel 1933 da Charles Laughton e che gli valse l’oscar come miglior attore protagonista per Le sei mogli di Enrico VIII (The Private Life of Henry VIII) di Alexander Korda.


EnricoVIII

Nomads

Nomads Nomads
USA 1986
con Pierce Brosnan, Lesley-Anne Down
regia di John McTiernan

Los Angeles. Durante un turno di notte in ospedale, la dottoressa Eileen Flax visita un barbone farneticante. Prima di morire l’uomo l’aggredisce e la morde. Si scoprira’ in seguito che la persona scambiata per un barbone era un antropologo di chiara fama, Jean Charles Pommier. Intanto la dottoressa Flax, in conseguenza al morso, comincia a ricordare le ultime esperienze di Pommier..

Nel 1986 John McTiernan (Predator, Caccia a Ottobre rosso) debutta alla regia con questo piccolo cult horror che declina in maniera del tutto originale il tema del vampiro. Essendo un mistery di suggestione e ben poco di sangue, possiamo solo dedurre dal morso che unisce la mente di Eileen a quella di Pommier e dal fatto che i soggetti non impressionino la pellicola fotografica, che la banda violenta e sanguinaria che attira l’attenzione di Pommier sia un’accolita vampiresca. L’elemento gotico e’ in realta’ al servizio di una teoria antropologica ben piu’ intrigante, che le megalopoli, al pari dei deserti, possano ospitare delle colonie di nomadi.
Ben presto Pommier comprende che gli strani personaggi in cui si e’ imbattuto sono degli spiriti maligni attirati da scenari di fatti di sangue (la casa che Pommier ha preso in affitto a L.A. senza sapere che e’ stata teatro di morti violente) esattamente come le entita’ malefiche presenti nelle mitologie delle popolazioni nomadi da lui studiate. Forse pero’ si tratta solo di suggestione, del resto lo stesso Pommier nel suo incipiente delirio, ricorda le parole di un vecchio cacciatore inuit: quando ci si spinge troppo oltre, sul pak come nella vita, si finisce per superare il confine della realta’.
Dopo cinque lustri il film mantiene inalterato tutto il suo fascino, i segni del tempo si rivelano solo nell’uso spinto delle luci blu per gli esterni notturni che fa tanto anni ‘80 e tanto videoclip e a confermare la dimensione musicale troviamo il cameo di Adam Ant nel ruolo di Number One, il capo della banda.
Pierce Brosnan non e’ mai stato cosi’ bello e c’e’ uno strano incrocio nelle carriere dei due protagonisti: Lesley-Anne Down che nei titoli di testa viene prima di Brosnan, aveva avuto un inizio carriera prettamente cinematografico per poi specializzarsi in ruoli televisivi e la possiamo vedere quasi quotidianamente in Beautiful nei panni di Jackie Marone, la madre peperina di Nick. Pierce Brosnan invece aveva alle spalle una carriera squisitamente televisiva e Nomads e’ il suo primo ruolo da protagonista sul grande schermo sul finire della serie di successo Mai dire si’ (Regminton Steele) terminata nel 1987. Ben presto Brosnan avrebbe abbandonato del tutto il mondo della televisione per dedicarsi esclusivamente al cinema vestendo anche i panni del penultimo 007.

20 sigarette

Aureliano Amadei nel 2003 ha 28 anni e aspirazioni nel mondo del cinema. Gli viene proposto un lavoro come aiuto regista per un film che si deve girare in Iraq e pur essendo un giovane alternativo di sinistra contrario alla guerra, Aureliano accetta l’impiego. Parte per il Golfo l’11 novembre 2003 e avra’ a malapena il tempo di fumare un pacchetto di sigarette prima di restare coinvolto nell’attentato di Nassiriya.


20sigarette

L’italia ripudia la guerra, declama la Costituzione Italiana e aldila’ di ogni considerazione politica dev’essere pur vero se da quasi un decennio siamo impiccati in uno sforzo bellico e 20 sigarette e’ il secondo film che si occupa di raccontare una guerra (o due?) cosi’ lontana e a cui siamo totalmente indifferenti. L’altra pellicola, per inciso, era Saddam dove la caccia al dittatore si rivelava un reality show. Anche la fiction televisiva si e’ limitata a un solo esempio di storia militare che narrava proprio di Nassiriya con Raoul Bova.
Siamo un popolo che non ama la retorica probabilmente e certamente siamo affaccendati in beghe ben piu’ pressanti che una guerra nel Golfo Persico a cui abbiamo espresso il nostro rifiuto quando e’ iniziata e poi ce ne siamo disinteressati.
Ben venga allora la pellicola di Amadei che attraverso la sua esperienza personale ci costringe a confrontarci con qualcosa che sembra essere stato rimosso, intitolazione di piazzette a parte.
La pellicola ha indubbiamente dei limiti, soprattutto la seconda parte, dopo il ritorno in Italia e il ricovero nell’ospedale militare romano, perde mordente e si trascina in sottofinali sempre piu’ sfilacciati in cui si sintetizza l’esperienza del libro scritto da Amadei, 20 sigarette a Nassiriya, e il segno indelebile che la traumatica esperienza ha lasciato anche nella sua vita di padre.
La prima parte del film e’ invece molto interessante nel descrivere i preconcetti che un ragazzo (e un mondo) pacifista ha nei confronti dei militari salvo poi trovarsi di fronte a persone ricche di umanita’ a cui lega di sincera amicizia in un sol giorno. C’e poi un’idea autoriale dietro la regia di questo film, quella di mostrare il momento della strage tutto in soggettiva, scelta intelligente dato che l’opera mette in scena un’esperienza personale, incidentalmente una delle piu’ grosse perdite che abbiamo registrato nelle missioni di pace, ma Amadei la racconta come una casualita’, con lo stesso spirito con cui si sarebbe potuta rappresentare una serata in discoteca funestata dall’incidente del sabato sera che cambia una vita ed e’ proprio il venire meno di questa idea accidentale che appesantisce la seconda parte.
Che non sia un film celebrativo e’ noto dall’uscita della pellicola al festival Venezia, non ci si aspetta pero’ di ridere cosi’ tanto in un film che ruota attorno a una tragedia, il cui aspetto drammatico e’ pero’ ben presente e si fa valere.
Ottima la prova di Vinicio Marchioni (Il Freddo di Romanzo criminale la serie) che sa passare dai panni algidi di uno dei capi della banda della Magliana al ritratto di un ragazzo spiritoso ed allegro messo a dura prova dal destino.