L’ombra del dubbio

Shadow of a Doubt
USA 1943 Universal
con Joseph Cotten, Teresa Wright, Macdonald Carey, Patricia Collinge, Henry Travers, Charles Bates, Hume Cronyn, Wallace Ford, Eily Malyon, Edna May Wonacott, Janet Shaw, Irving Bacon, Estelle Jewell, Clarence Muse, Ethel Griffies, Frances Carson
regia di Alfred Hitchcock



L'ombradeldubbio


Charlie Oakley decide di fare visita alla sorella e alla sua famiglia nella cittadina di Santa Rosa in California, suscitando l’entusiasmo della nipote maggiore che porta il suo nome. Ben presto la ragazza si accorge di alcune ambiguità dell’amato zio che è sospettato di essere un serial killer che uccide ricche vedove. Quando si vede scoperto il killer cerca in ogni modo di eliminare la nipote che dal canto suo lo scongiura di andarsene per non turbare la pace famigliare, l’epilogo non potrà che essere tragico.



Shadow of a Doubt


Film molto amato dal regista che spesso lo definì la sua opera migliore, L’ombra del dubbio non brilla per maestria tecnica ma di sicuro introduce alcuni dei temi che diventeranno fondamentali nella teoretica hitchcockiana.



Shadowofadoubt


La storia è l’ennesima variazione sul tema di Barbablù: una giovane donna affascinata da un uomo misterioso di cui cerca di scoprire i segreti scoprendo orrori che mettono in pericolo la sua stessa vita; è però il tema del doppio che Hitchcock analizza con sottigliezza: i due protagonisti hanno lo stesso nome, Charley (Carlo e Carla nella versione italiana) e la nipote si chiama così proprio in onore dello zio che si fa passare per un affarista di successo. Il legame è sottolineato dal gioco iniziale del telegramma quasi telepatico: la giovane Charley annoiata dalla piatta vita di provincia pensa di scrivere allo zio ed invitarlo a casa e proprio in quel mentre arriva il telegramma che annuncia l’imminente visita dello zio. L’entusiasmo iniziale è però spento da improvvisi scatti d’ira dell’uomo e quando i due poliziotti che si fingono intervistatori per uno studio sulla famiglia tipo americana spiegano a Charley il motivo delle indagini, i sospetti sullo zio aumentano e diventano certezza proprio nel momento in cui l’altro sospettato muore senza che ci sia possibilità di riconoscere il cadavere.
Lo scontro tra le due facce della stessa medaglia è inevitabile: alla ragazza iniziano a succedere una serie di strani incidenti e per salvarsi non le resta che procurarsi l’anello con le iniziali di una delle vittime inducendo così lo zio a lasciare la casa dei Newton ma anche sul treno il killer cercherà di uccidere la nipote che riesce a spingere Oakley giù dal treno.



L'ombradeldubbio


Non mancano i tocchi ironici a partire dal signor Newton e il suo amico che hanno come unico passatempo quello di realizzare il delitto perfetto, fino al tentativo di uccidere la ragazza con i gas di scarico dell’auto: quando Charley entra in garage per spegnere il motore si accorge che manca la chiave e allora come può continuare a restare acceso il motore? Non so se esistevano auto che rimanevano accese anche senza chiave ma so che Hitchcock ama lasciare dettagli anche insensati nei momenti in cui la tensione è alle stelle perché lo spettatore non viene comunque distratto.
Il regista compare di spalle sul treno durante il viaggio che porta Oakley a Santa Rosa e sfodera una scala di picche, elemento che introduce la natura malefica del protagonista sottolineata anche dallo sbuffo di vapore del treno che arriva in stazione.



L'ombra del dubbio


Ottimi gli attori, assurdo il doppiaggio italiano: è una versione spagnola del 1947 e soprattutto i bambini hanno un chiaro accento spagnolo che ogni tanto sfugge anche agli altri doppiatori, l’effetto è così fastidioso da penalizzare anche la colonna sonora, una versione distorta del valzer della Vedova Allegra che punteggia in varie forme tutto il film.

Lady Godiva

Lady Godiva of Coventry
USA 1955 Universal Pictures
con Maureen O’Hara, George Nader, Victor McLaglen, Rex Reason, Torin Thatcher, Eduard Franz, Leslie Bradley, Robert Warwick, Arthur Gould-Porter
regia di Arthur Lubin



LadyGodiva


Nell’Inghilterra dell’XI secolo divisa dalle lotte intestine tra sassoni e normanni, Lord Lefric finisce in galera perché rifiuta di sposare una nobildonna normanna come vorrebbe il re. In prigione incontra Godiva, sorella dello sceriffo, bella e battagliera più amica dei galeotti che dei nobili: amore a prima vista coronato dal matrimonio. Godiva si rivela particolarmente intelligente: convince il marito a rappacificarsi con Lord Godwin e conquista anche il benvolere del re finendo vittima dell’odio della fazione normanna. Accusata di tradimento, Lady Godiva accetta di cavalcare nuda per le vie di Coventry certa dell’amore del suo popolo che la rispetterà, come puntualmente avviene, portando i normanni a svelare le loro intenzioni contro il regno d’Inghilterra.




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Film di poco conto con una fantasiosa rilettura storica della leggenda di Lady Godiva farcita da lambiccati intrighi politici che appesantiscono inutilmente la storia, nel tentativo di aumentare l’attesa del momento topico: la famosa cavalcata nuda, che si rivela castissima, essendo un film del 1955. L’unico motivo d’interesse è l’interpretazione di Maureen O’Hara la rossa irlandese si dimostra quanto mai volitiva: la sua apparizione inattesa nella prigione lascia il segno. I colori vivaci dei suoi costumi, la foltissima chioma e il carattere indipendente mi fanno pensare che la sua Godiva sia un modello di riferimento per le principesse Disney contemporanee.




Lady godiva


Altro motivo per cui il film è ricordato è quello di contenere una delle prime apparizioni di Clint Eastwood, credo fosse suo terzo film non accreditato, in sostanza pochissime pose senza dialoghi.




ClintLadyGodiva

Ladygodiva



Più interessante ricordare che l’espressione Peeping Tom titolo di un celebre film di Michel Powell, nasce proprio dalla leggenda di Lady Godiva, e nel film si mostra il contandino Tom che non resiste alla curiosità di sbirciare ma viene punito Grimald che lo acceca con una torcia, scena mostrata in soggettiva dal punto di vista di Tom, unico vezzo autoriale in una pellicola trascurabile.

Il culto del cobra

The Cult of the Cobra
USA 1955 Universal
con Faith Domergue, Richard Long, Marshall Thompson, Kathleen Hughes, William Reynolds, Jack Kelly, Myrna Hansen, David Janssen, Leonard Strong, James Dobson, Walter Coy
regia di Francis D. Lyon



Ilcultodelcobra


Asia, 1945: sei soldati americani trascorrono da turisti l’ultimo giorno di missione e conoscono un incantatore di serpenti disposto a farli partecipare a una cerimonia dei Lamiani che credono nella metamorfosi da uomo a cobra. Durante il rito, Nick scatta una fotografia rivelando la loro presenza: Daru, l’incantatore viene ucciso mentre i sei soldati vengono maledetti. Nick muore la notte stessa mentre altri tre compagni muoiono nel giro di poche settimane nonostante il ritorno negli Usa. Intanto Lisa, una bella e misteriosa ragazza è andata a vivere vicino ai due ex commilitoni e ora coinquilini Paul e Tom..




Cult of the cobra


B movie chiaramente derivato da Il bacio della pantera, le citazioni si fanno sempre più esplicite a partire dalla scena nel bowling deserto che ricorda quella della piscina fino al finale omologo: davanti alla macchina non c’è il corpo dell’animale ma il cadavere della ragazza, ne Il culto del cobra quest’ultima trasformazione è l’unica passabile come effetto speciale mentre è davvero deludente la trasformazione precedente dell’ombra del profilo di Lisa che si trasforma nella sagoma del serpente.




Cult of the cobra


Si tratta di un classico bmovie che può risultare accettabile proprio perché telefonato: tutto avviene esattamente nel momento in cui lo spettatore se lo aspetta, fatta salva l’apparizione della vecchietta dell’Esercito della Salvezza che interrompe la tensione dell’omicidio di Rico. Qualche raffinatezza nel modo di girare e nel montaggio salvano il film dalla totale mediocrità.

Il mistero del castello nero

IlmisterodelcastelloneroThe Black Castle
USA 1952, Universal
con Richard Greene, Boris Karloff, Stephen McNally, Paula Corday, Lon Chaney Jr.
regia di Nathan Juran

Il baronetto inglese Ronald Burton, con la falsa identità di Richard Beckett, si reca ospite presso il conte Karl von Bruno: il suo vero scopo è a indagare sulla scomparsa di due suoi cari amici molto probabilmente uccisi dal conte per vendetta. Giunto al castello Burton s’innamora ricambiato della moglie del conte, la bella e mite contessa Elga von Bruno, forzata al matrimonio dal perfido consorte. Quando il conte scopre la verà identità di Burton non sarà per nulla facile ai due amanti sfuggire alle sue ire mortali..

Più che un horror, Il mistero del castello nero è un melodramma amoroso a tinte fosche: i due innamorati seguendo l’esempio di Giulietta e Romeo, bevono la famigerata droga che rallenta i battiti fino a simulare la morte ma il dottor Meissen che ha proposto loro l’espediente non ha abbastanza coraggio per resistere alla crudeltà del conte e rivela a von Bruno l’arcano rischiando che i due finiscano sepolti vivi e l’unico vero momento di tensione del film è proprio il montaggio alternato del conte che scende nella cripta mentre Burton si sta risvegliando.




Theblackcastle


Il dottor Meissen è interpretato da Boris Karloff, sfruttato piuttosto male nel film, destino peggiore tocca a Lon Chaney Jr: il suo Gargon, servitore mostruoso di von Bruno, ha un ruolo marginale, per i cultori resta solo il piacere di vedere l’attore truccato sul modello del trasformismo del celebre padre.




Theblackcastle


Fatti presenti tutti i difetti della pellicola, devo dire che sono rimasta piuttosto sorpresa dall’accuratezza della messa in scena:la ricostruzione del settecento viennese è piuttosto precisa;
Misterocastelloneroanche la scenografia del castello è molto ricca, strapiena di grate, prigioni e passaggi segreti: addirittura una fossa con coccodrilli vivi che i due amanti attraversano su un cornicione con un gioco di luci e suoni che ricorda la scena in piscina de Il bacio della pantera (animale oggetto della caccia di von Bruno, con cui combatte corpo a corpo Burton).
L’esordiente regista austriaco Nathan Juran dimostra un certo talento wellesiano anche nella composizione dell’immagine, nell’uso dei soffitti e nel bianco e nero fortemente contrastato: tutto sommato Il mistero del castello nero non è un film così disastroso come lo descrivono i dizionari di cinema e può soddisfare almeno la curiosità dei patiti del genere.

Torna a settembre

Come September
USA 1961 Universal
con Rock Hudson, Gina Lollobrigida, Sandra Dee, Bobby Darin, Walter Slezak
regia di Robert Mulligan



Tornaasettembre


Il magnate americano Robert Talbot ha l’abitudine di trascorrere il mese di settembre in Italia nella sua splendida villa e in compagnia dell’amante italiana Lisa. Quando per affari, Talbot anticipa la visita italiana al mese di luglio, troverà la fidanzata italiana sul punto di sposarsi con un inglese e scoprirà che, nei sui undici mesi di assenza, il fidato maggiordomo Maurice trasforma la sua residenza in un hotel..



Tornaasettembre


So benissimo che Torna a Settembre è solo una commediola disimpegnata ma ogni volta che la vedo riesce sempre a farmi sorridere. Rock Hudson è molto bravo nella parte dell’americano di successo ed anche astuto che però finisce gabbato dal cerimonioso maggiordomo (francese e non italiano).
L’Italia è quella da cartolina del boom economico: alle bellezze paesaggistiche, al pittoresco gesticolare e al lassismo italiano (il telegramma che avvisa dell’arrivo di Talbot è consegnato dopo che lui è già arrivato) si unisce lo sguardo moderno su Milano dei titoli di testa, forse il vero motivo d’interesse per guardare il film: Talbot arriva nel moderno aeroporto di Linate con il suo aereo privato, attraversa tutti i punti d’interesse della città dal Duomo, alle Colonne di San Lorenzo per entrare con la macchina dentro il Pirellone dove tiene un incontro d’affari. Ogni ripresa della città è scandita dalla presenza di una o più modelle in abiti alla moda.
La vera ambasciatrice dell’italianità è però la protagonista, la bellissima Gina Lollobrigida: da anni fidanzata per un mese con Talbot e stanca di un rapporto senza prospettive, Lisa sta per sposare un uomo che non ama ma che almeno è presente e affidabile. L’arrivo improvviso di Robert scombussola i suoi piani matrimoniali e l’incontro con le ragazze americane ospiti dell’hotel gestito da Maurice le fanno capire cosa ha sbagliato nel suo rapporto con Robert, in fondo un bigotto americano il cui moralismo, sciorinato per salvare l’onore delle ospiti diciottenni del “suo” hotel, gli si ritorce contro facendolo capitolare nei confronti di Lisa.
Sul set nacque l’amore vero tra l’altra coppia di protagonisti. Sandra Dee e Bobby Darin che si sposarono a fine riprese, l’incontro e quindi anche il make off del film è narrato del biopic sul cantante e attore, Beyond the Sea (2004) interpetato e diretto da Kevin Spacey.

Il Castello degli Spettri

IlcastellodeglispettriThe Cat and the Canary
USA 1927 Universal
con Laura La Plante, Creighton Hale, Forrest Stanley, Martha Mattox, Flora Finch, Gertrude Astor, Tully Marshall
regia di Paul Leni

Il vecchio milionario  Cyrus West per vendicarsi dei parenti che invece di curarlo “gli girano intorno come i gatti a un canarino” per farlo impazzire, fa aprire il suo testamento vent’anni dopo la sua morte. Nella vecchia magione si ritrovano i sei eredi, cinque cugini e la vecchia zia Susan.
A ereditare tutto è Annabelle West ma esiste una clausola: la giovane donna dovrà dimostrare la propria sanità mentale altrimenti l’eredità passerà a un secondo erede che avendo trafugato il testamento prima dell’apertura, cerca di far passare per pazza la cugina..

The cat and the canary è il primo film americano di Paul Leni, maestro dell’espressionismo tedesco, scomparso prematuramente nel 1929 a soli 44 anni.
La storia è tratta da una piece teatrale di successo che mischia il mistery con alcuni elementi da commedia, i tocchi comici si ritrovano anche nella pellicola di Leni: la zia Susan invidiosa della mancata eredità che maligna tutto il tempo sulla follia di Annabelle e poi si ritrova a fuggire nella notte sul carro del lattaio per paura dei fantasmi, il cugino Paul, apparentemente il più pauroso e pasticcione che invece risolverà il caso e guadagnerà l’amore della bella ereditiera.



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Il castello degli spettri però passa alla storia del cinema come la pellicola che apre la grande stagione di mostri della Universal: nonostante i tocchi ironici, i personaggi sono caratterizzati con una certa ambiguità che fa pensare che anche i più ingenui come Paul stiano mentendo, il pazzo evaso dal manicomio è uno dei mostri più paurosi mai apparsi sullo schermo e Paul Leni dimostra una grandissima abilità alla regia facendo grande uso di sovrimpressioni, anche un breve piano sequenza iniziale girato in soggettiva, dal punto di vista di colui che sta trafugando il testamento.



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Interessanti le assonanze: il dettaglio dell’occhio di Annabelle durantre la visita del medico fa venire in mente Un chien andalou, il castello sull’Hudson che si trasforma nelle bottiglie di medicine mi ha ricordato la magione di Xanadu e le scatole accatastate di Quarto Potere.

La moglie di Frankenstein

The Bride of Frankenstein
USA 1935 Universal
con Boris Karloff, Elsa Lanchester, Ernest Thesiger, Colin Clive, Valerie Hobson, Una O’Connor
regia di James Whale



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In un’altra notte buia e tempestosa, mentre Lord Byron la elogia per la qualità dell’invenzione del Mostro di Frankenstein, Mary Shelley racconta all’amico e al marito come proseguono le avventure della Creatura, scampata alla morte, aiutata da un cieco che le insegna a parlare, viene infine costretta da Dr.Pretorius a rapire la moglie del Dr.Frankenstein che non vuole più prestarsi agli esperimenti sulla vita umana. Quando la compagna prende vita rimane inorridita dalla Creatura che capisce non esserci posto per lui nel mondo dei vivi.




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L’introduzione con la discussione tra Byron e l’autrice permette di fare un riassunto utilizzando immagini del film precedente del 1931 ricordando allo spettatore la storia della Creatura e riprendendo le fila dal rogo del mulino da cui Frankenstein si salva nascondendosi in acqua. Anche il Henry Frankenstein riesce a riprendersi dallo scontro con il Mostro e non pensa ad altro che a rifarsi una vita con la sua Elizabeth.
Nel sequel sparisce l’aiutante Fritz e arriva il Dr. Pretorius, un insegnate di  Henry che vuole unire le sue conoscenze (è in grado di realizzare esseri viventi in miniatura) con quelle dell’allievo e non si pone scrupoli per realizzare il suo progetto, sfruttando il desiderio del Mostro di sfuggire alla solitudine per ricattare Frankenstein con il rapimento della moglie e facendo uccidere le persone per ottenere “i pezzi” necessari per realizzare la versione femminile della Creatura.




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Cambia l’attrice che impersona Elizabeth ora è la poco più che diciasettenne attrice inglese Valerie Hobson ed è da segnalare la presenza comica della cameriera Minnie inpersonata dalla grande caratterista Una O’Connor, magnifica nell’oscillare tra lo spavento (si trova da sola con la Creatura) e l’odio più belluino quando si tratta di incitare la folla al linciaggio.




Una


E’ interessante notare che l’iconico personaggio della Sposa compaia solo alla fine del film, eppure la sua entrata in scena, grazie al look, è così dirompente che la sua figura è nota tanto quanto quella del compagno a cui sono stati dedicati i due film di Whale e molte altre opere.
Ad interpretarla c’è Elsa Lanchester che nel prologo del film interpreta Mary Shelley e compare nei titoli di testa per quel ruolo mentre un punto interrogativo accompagna “Frankenstein Mate” lasciando il mistero sull’interprete del personaggio.

Come le foglie al vento

WrittenOnTheWindWritten on the wind
USA 1956 Universal
con Rock Hudson, Lauren Bacall, Robert Stack, Dorothy Malone, Robert Keith
regia di Douglas Sirk

Jasper Hadley, magnate del petrolio texano non è molto fortunato in famiglia: vedovo si trova ad avere due figli inquieti e piuttosto inetti: la vicinanza del solido Mitch Wayne che il padre sperava fosse un modello ha in realtà esasperato i caratteri dei figli, aumentando le insicurezze di Kyle che non si sente all’altezza del suo migliore amico e trasformando Marylee in una sgualdrina nel tentativo di attirare le attenzioni dell’uomo che ama da sempre ma che la vede solo come una sorella. Quando Mitch presenta Lucy Moore a Kyle per il rampollo è amore a prima vista, ricambiato, e per un anno riesce a restare lontano dall’alcol ma preso dal timore di essere sterile ricade nell’alcolismo e sospetta che il figlio che la moglie aspetta sia di Mitch scatenando la tragedia..


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Come le foglie al vento si apre con la resa dei conti finale per poi rivivere tutta la vicenda come un flash-back introdotto dai fogli del calendario che, sfogliati dal vento, girano all’indietro fino all’incontro di Lucy con Mitch e Kyle. Quello che però la scena iniziale lascia immaginare non è quello che realmente avviene, probabilmente è una proiezione distorta delle intenzioni di Kyle completamente ubriaco che rimarrà vittima di quanto ha innescato. Segue un processo dove ad essere accusato della morte del ricco petroliere è proprio Mitch, il suo migliore amico; Marylee che sa della morte accidentale del fratello fino all’ultimo cerca di conquistare l’uomo dei suoi sogni ricattandolo, salvo poi crollare sul banco dei testimoni e ritrovarsi sola nella grande casa di famiglia.
Un altro melò fiammeggiante di Douglas Sirk che rende claustrofobica una storia famigliare, piena di complessi edipici irrisolti e insicurezze che minano i rapporti.
ComefoglieventoRock Hudson e Lauren Bacall sono i bellissimi ed inarrivabili modelli per i fratelli Hadley che agognano un amore di cui non si sentono all’altezza con tragiche conseguenze. Anche la recitazione trattenuta dei due divi sottolinea il loro distacco dalle passioni e dai demoni che divorano Kyle e Marylee, ottimamente interpretati da Robert Stack e Dorothy Malone, entrambi nominati agli Oscar come miglior attori non protagonisti ma la statuetta è andata solo all’attrice anche se personalmente trovo la sua interpretazione un po’ troppo carica di mossette.
A sottolineare il continuo rincorrersi dei personaggi: Mitch ama Lucy che solo dopo aver compreso l’impossibilità di redimere Kyle con il suo amore, si lascia andare ai sentimenti per Mitch, Sirk, ripropone le varie coppie nelle stesse situazioni, grande uso anche di specchi a riflettere doppi più distorti che speculari. Molte scene sono girate nello studio sotto il ritratto di Jasper Hadley, uomo buono e comprensivo che forse per le troppe qualità risulta un modello anche lui irraggiungibile per i figli.

Anomalisa

AnomalisalocUsa 2015 Universal
regia di Charlie Kaufman, Duke Johnson

Michael Stone cinquantenne motivatore di successo, arriva a Cincinnati per una conferenza sul suo ultimo libro. Nella città dove vive l’ex compagna che Michael ha abbandonato dieci anni prima, esplode tutta la sua angoscia: Michael è perennemente insoddisfatto, vede gli altri come una massa indistinta fino a quando non rimane colpito da Lisa, una ragazza dall’apparenza insignificante che alloggia al suo stesso hotel proprio per seguire la convention: sarà l’occasione buona per ricominciare?

Di solito i film di Kaufman, Se mi lasci ti cancello compreso, hanno qualcosa che intimamente non mi convince, quindi mi sono avvicinata con un certo timore ad Anomalisa che invece si è rivelata, per me, l’opera più riuscita dello sceneggiatore ora regista.
Forse l’uso delle marionette in stop motion sono state davvero l’ideale per rappresentare questa storia che si presta a diverse letture, senza che nessuna infici l’altra.
Anomalisa è soprattutto una metafora perfetta della solitudine dei nostri tempi, dove quasi nessuno è mai all’altezza delle (presunte?) aspettative degli altri, a maggior ragione Lisa goffa, grassotella, poco brillante, sempre a ruota dell’amica più carina.
In lei Michael riesce a trovare finalmente una nota diversa, originale dalla poltiglia umana da cui è circondato, figlioletto compreso. Michael non trova più niente di nuovo negli altri, anche se l’assioma su cui si basa il successo del suo libro è proprio quello di trovare una peculiarità nei clienti che si ascoltano al telefono. Il senso di straniamento di Michael è reso perfettamente (e questo solo un film d’animazione poteva farlo) dai volti tutti uguali di chi incontra che hanno tutti la stessa voce piatta. L’unica anomalia è Lisa che compare con il suo volto, per altro segnato da una cicatrice e soprattutto ha una voce personale con cui aggettivare le proprie ansie e paure.
Ma Michael forse non è un classico uomo del nostro tempo stressato dal “logorio della vita moderna” che lo porta ad avere una visione superficiale degli altri, forse Michael è un uomo malato, affetto dalla sindrome di Fregoli (Fregoli è il nome dell’albergo dove si svolge l’azione del film) una rara forma di paranoia da cui non lo salva neppure l’incontro con Lisa e infatti dopo la notte d’amore Michael, l’originalità della donna comincia a svanire e la scena della colazione dei due amanti è il momento più interessante del film.
Di fatto il riferimento alla sindrome di Fregoli, può essere anche consolatorio: è meglio pensare Michael come un uomo affetto da una grave malattia piuttosto che come il classico mediocre che cerca consolazione nel sesso la prima notte fuori città: va bene tutto, pur di rinnegare la propria banalità.

Lo sport preferito dall’uomo

Man’s Favorite Sport?
Usa 1964 Universal
con Rock Hudson, Paula Prentiss, Maria Perschy, Charlene Holt
regia di Howard Hawks

San Francisco: Roger Willoughby è l’impiegato di punta del reparto caccia e pesca di Abercrombie & Fitch Co: ha scritto un libro sulla pesca e per questo viene creduto un campione. Un giorno però Willoughby viene costretto dal suo capo a partecipare a un famoso torneo di pesca sul lago Wakapoogie: l’idea è venuta ad Abigail Page, una volitiva ragazza che cura le pubbliche relazioni dell’hotel che ospita l’evento. Inutile per Willoughby confessare di non saper pescare, l’intraprendente fanciulla si propone di istruirlo nell’arte della pesca..

Lo sport preferito dall’uomo è il quart’ultimo film di Howard Hawks e l’ultima commedia da lui diretta.
Il regista che più di tutti ha raccontato lo scontro tra i sessi, che in quest’ultima pellicola rappresenta con due locomotive che si scontrano frontalmente, da l’addio alla commedia brillante ispirandosi al suo capolavoro: Susanna! La pellicola del 1938 viene citata esplicitamente quando a Easy Mueller, la figlia del proprietario dell’albergo, si strappa l’abito e per aiutarla Roger cammina sincrornizzato alle sue spalle proprio come facevano Katharine Hepburn e Cary Grant.

Paula Prentiss è adorabile nel ruolo di Abigail, una fanciulla che sa quello che vuole (ben presto capisce di volere Roger) e raggiunge i propri risultati con una faccia tosta incredibile, passando dalla sfrontatezza al pianto senza problemi ma è Rock Hudson ad offrire una prova perfetta: ragazzone mite, vittima della fama del suo libro, che non sa come districarsi dalle idee folli di Abigail.
L’attore è sempre in scena e oltre ad essere vittima di Abigail è anche vittima di una natura che gli si ritorce contro: Roger non ha mai lasciato la città e si trova costretto a fare camping e praticare uno sport di cui non sa nulla e nonostante le mille traversie esplicitate in divertenti gag molto fisiche, Roger riuscirà a vincere la gara con la classica (!) fortuna del principiante.
Pur richiamandosi alla grande stagione della commedia screwball, Hawks è molto attento ai tempi in cui vive: le ragazze sono molto più disinibite e sensuali che negli anni ’30 creando ancora più problemi alla vittima designata che provocano involontariamente girando fasciate in aderentissime tute da sub o con camicette rese trasparenti dalla pioggia.