I misteri del giardino di Compton House

GB. 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman, Anne Louise Lambert, Hugh Fraser, Neil Cunningham, Suzanne Crowley, Michael Feast, David Gant, Dave Hill, Lynda Marchal, Nicholas Amer
regia di Peter Greenaway



I misteri delgiardino di compton house


Mrs. Herbert vuole far realizzare dodici vedute della proprietà come regalo al marito, in viaggio per affari e pur di convincere il disegnatore di grido Mr. Neville, arriva a far mettere la clausola di concessione di favori sessuali nel contratto in cui assume il giovane artista. Mr Neville prende molto seriamente il suo lavoro e pretende che nelle ore in cui dipinge gli scorci né persone né animali entrino nelle sue inquadrature. Ben presto però alcuni elementi inquietanti compaiono sulle scene da dipingere, a farli notare al pittore, spiegando che potrebbero essere gli indumenti di Mr. Herbert è la figlia, Mrs.Talmann che a sua volta stipula un contratto di carattere sessuale con il vedutista. Al termine dei dodici disegni si scopre il cadavere di Mr. Herbert e i minuziosi disegni diventano improvvisamente una prova di quanto avvenuto a Compton House. Mr Neville scoprirà a sue spese di essere stato l’ingenuo strumento di una macchinazione che comprende tutti gli abitanti della proprietà e verrà ucciso e i suoi disegni distrutti.

I misteri del giardino di Compton House è il film che ha dato notorietà al regista gallese proveniente dal mondo della pittura (i disegni del film sono realizzati da lui) e dal cinema sperimentale.
Con il suo consueto gusto del grottesco, Greenaway ci descrive una società piegata al denaro e al potere: le due donne protagoniste non possono ereditare la proprietà, pur derivando dai beni del padre di Mrs. Herbert, è destinata alla linea maschile quindi al signor Herbert o peggio al fatuo e impotente Mr. Talmann, per questo motivo inscenano tutto il raggiro per eliminare Mr. Herbert e dare l’opportunità a Mrs. Talmann di avere un figlio quindi un erede diretto per Compton House.
Il vanesio Mr Neville non si accorge di essere finito in una situazione più grande di lui, la sua estraneità al mondo di Compton House è rappresentato dal suo abbigliamento, nero mentre realizza i disegni, in contrasto con il bianco degli altri personaggi e bianco quando torna in visita e tutta Compton House è vestita di nero, in lutto per la morte di Mr. Herbert.
Oltre che un divertito sberleffo libertino, il film è anche una riflessione sullo sguardo dell’artista, e quindi anche sul cinema: Mr. Neville utilizza una griglia per realizzare le sue opere che ricorda molto il principio della macchina da presa c’è un soggetto e una prospettiva e soprattutto una cornice che delimita l’interesse dell’artista lasciando fuori campo tutto quello che all’autore non interessa o non ritiene interessante.
Mrs. Talmann, quando al sesto disegno propone i suoi favori all’artista, lo avvisa del rischio principale in cui incorre: la troppa attenzione al suo lavoro, al dettaglio rischia di fargli perdere di vista la situazione complessa in cui si trova invischiato ma nonostante l’avviso Mr. Neville finisce dritto nella trappola che gli è stata tesa: la precisione dei suoi disegni a cui via via aggiunge anche gli indumenti della vittima sono una testimonianza pericolosa per il gruppo che ha ordito l’inganno così il disegnatore viene ucciso ma solo dopo essere stato accecato, un gesto fortemente simbolico che si lega ai rimandi della pittura classicista (Lorrain e Poussin) che stanno alla base delle raffinate inquadrature del film.

Fedora

USA 1978
con William Holden, Marthe Keller, José Ferrer, Hildegarde Knef, Frances Sternhagen, Mario Adorf, Michael York, Stephen Collins, Henry Fonda, Arlene Francis
regia di Billy Wilder



Fedora


Quando Fedora, diva del cinema che sembra sfidare il tempo, si suicida buttandosi sotto il treno, il produttore Barry Detweiler che l’aveva ricontattata poto tempo prima per proporle un film che rileggeva Anna Karenina, si chiede se il suo tentativo di far tornare la diva sullo schermo non sia la causa del suicidio ma il giorno della veglia funebre scoprirà tutti i misteri che si celano dietro il personaggio di Fedora…

Fedora


Quasi trent’anni dopo Viale del Tramonto, Billy Wilder, al suo penultimo film, torna ad indagare i misteri e le follie del divismo hollywoodiano in un film speculare al precedente capolavoro: Norma Desmond era una sopravvissuta al suo tempo la cui follia nasceva dal non volersi rassegnare all’essere dimenticata, Fedora e la figlia Antonia hanno sacrificato tutto al mito intramontabile della diva: la madre è vittima del tentativo forsennato di mantenere la leggendaria bellezza che la riduce su una sedia a rotella, la figlia che ha avuto un rapporto ambivalente con la madre, interpretandola per gioco, solo per ricevere l’Oscar alla carriera, finisce per diventare a sua volta schiava del personaggio che nell’infanzia le ha rubato la madre e ora le ruba l’amore dell’attore Michael York a cui non può confessare di essere coetanea, scivolando lentamente nella pazzia.



-Fedora


La pellicola non risparmia sarcastiche batture sulle nuove correnti cinematografiche, dal neorealismo al free cinema, è il testamento di Billy Wilder che ha molto in comune con il film testamento di Vincente Minnelli, Nina: rimpianto del bel tempo andato e una figura femminile misteriosa e sopra le righe su cui verte la storia: del resto è stato il cinema il primo mezzo a esaltare lavorativamente la figura femminile, addirittura più degli uomini anche se il prezzo di questa gloria spesso è stato altissimo, tanto da rendere credibili queste opere che vertono sulla follia della gloria perduta.
Il legame con Viale del tramonto è rimarcato dalla scelta dello stesso protagonista, William Holden e il film prende inizio dalla sua voce off che racconta i flash back precedenti alla sua morte nel capolavoro del 1950 e a quello di Fedora nell’omonimo film del 1978.



Fedora


Sicuramente più imperfetto del film del 1950, Fedora ha un fascino più sulfureo: sono passati trent’anni anche per il regista che con la lucidità che lo contraddistingue riconosce non solo la fine imminente della sua carriera ma la morte del cinema classico, non per nulla la seconda parte del film si svolge nella cappella dove è esposto il corpo della diva: attraverso le imposizioni drastiche della contessa Sobryanski (la vera Fedora) Wilder celebra il funerale del cinema a cui è appartenuto ricordando che l’uscita di scena è la parte più importante della recitazione, quindi Fedora è un atto d’amore per il cinema classico, sardonico come il regista in questione.
Da notare che il ritratto che rappresenterebbe la contessa Sobryanski è un’elaborazione di Sogni di Vittorio Matteo Corcos: penso basti il titolo a sottolineare il legame con “la fabbrica dei sogni” del cinema.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Nightmare Alley
con Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette, Willem Dafoe, David Strathairn, Ron Perlman, Holt McCallany, Jim Beaver, Richard Jenkins, Mark Povinelli
regia di Guillermo del Toro

 

Lafiera delleillusioni

 

Dopo la morte del padre, Stanton Carlisle brucia la casa di famiglia e lascia il Midwest in cerca di fortuna. La trova in un luna park dove inizia come semplice manovale. La prima a notare Stan è la chiaroveggente Madame Zeena, Stan va a vivere con lei e il marito, Pete ex mentalista ormai alcolizzato e nemmeno più in grado di aiutare la moglie nei suoi trucchi. Stan è affascinato da Pete e ascolta avidamente tutti i racconti del glorioso passato, cercando di carpirne i segreti e grazie ad essi riuscirà a salvare il luna park dallo sceriffo che vorrebbe farlo chiudere. Intanto Stan si è innamorato di Molly e le propone di fuggire con lui. Due anni dopo Stan è un mentalista di successo ma una sera rischia di essere smascherato da una psichiatra, Lilith Ritter, accompagnata da un suo paziente, il giudice Kimball. Nonostante il loro incontro sia stato burrascoso, Carlisle e la Ritter si alleano e riferendogli le registrazioni delle sedute, Lilith aiuta Stan a rendere credibili i messaggi del figlio morto in guerra per i coniugi Kimball. Il successo della truffa porta molto denaro ai due truffatori e un’apparente serenità per i Kimball, un loro facoltoso quanto infido amico, Ezra Grindle, richiede l’aiuto di Stanton per mettersi in contatto con l’amante mai dimenticata di cui Grindle ha causato la morte. Lilith si rifiuta di aiutare il mentalista ma Stanton trafuga i suoi nastri e coinvolge Molly, molto somigliante alla donna morta più di trent’anni prima, nella presunta materializzazione del fantasma di Dori. La messinscena non funziona e per fuggire Stanton uccide Grindle e la sua guardia del corpo. Lilith si svela per l’opportunista che è sempre stata e cerca di far arrestare Stanton che lascia la città nascondendosi in un carro bestiame e torna a cercare lavoro in un luna park più squallido di quello in cui ha iniziato accentando il ruolo più infimo che il settore possa offrire.

 

La fiera delle illusioni

 

Guillermo del Toro continua l’opera di rivitalizzazione di classici cinematografici del passato così ben riuscita ne La forma dell’acqua. Questa volta non tocca a un classico della sci-fi ma a un noir di scarso successo dal finale (ovviamente happy end) rimontato dalla major che già aveva faticato ad accettare che una stella come Tyrone Power volesse interpretare un personaggio sgradevole come Stanton Carlisle, anche il pubblico non gradì il tentativo dell’attore di smarcarsi dai soliti ruoli romantici e positivi e il film è finito nel dimenticatoio pur essendo tratto da un romanzo di grande spessore, unica opera degna di nota di William Lindsay Gresham, romanziere dalla vita piuttosto travagliata.
Pur rimanendo piuttosto fedele al romanzo e al film originale, Guillermo del Toro coglie l’occasione per far rivivere il genere noir, creando tutta una serie di situazioni classiche del genere più in voga nei secondi anni’40: certe pose di Stanton mollemente appoggiato mentre fuma la sigaretta sono identificative del loser anni 40, la contrapposizione femminile della compagna comprensiva vesus il modello raffinato e crudele della dark lady, la fuga dai poliziotti, il treno merci come mezzo di trasporto privilegiato dei barboni e ovviamente la sconfitta definitiva a un passo dal successo dettata da un dettaglio insignificante e casuale che manda in frantumi il riscatto del protagonista.
C’è poi il mondo del lunapark, una comunità a sè stante con le sue regole come ci ha insegnato Freaks di Tod Browning e finché Stanton si muove nel mondo, anche illecito ma ben definito delle magie da fiera tutto funziona, quando si sposta nell’ambito dello spiritismo il successo viene meno: ci sono emozioni dell’animo umano di cui non ci si può prendere gioco pena la vendetta crudele degli dei, del fato o come volete chiamare quell’essenza bizzarra e sardonica che regola il destino umano e che nel film ha le sembianze di Enoch, un feto malformato dal terzo occhio che torna nel finale del film a chiedere conto a Stanton delle sue azioni.

Perché un assassinio

The Parallax View
USA 1974 Paramount
con Warren Beatty, Paula Prentiss, William Daniels, Walter McGinn, Hume Cronyn, Kelly Thordsen, Chuck Waters, Earl Hinderman, Bill Joyce, Bettie Johnson
regia di Alan J. Pakula



The parallax view


L’omicidio di un senatore americano in corsa per le elezioni viene giudicata dalla Commissione d’inchiesta come l’opera di un singolo, un folle morto nel tentativo di cattura. Tre anni dopo la giornalista Lee Carter confida all’ex amante Joe Frady, a sua volta giornalista, di temere per la sua vita perché diverse persone testimoni dell’omicidio del senatore Carroll sono morte in maniera misteriosa. Joe non le crede ma poco dopo anche Lee viene trovata morta. Il giornalista inizia allora un’inchiesta che lo porta a scoprire l’esistenza della Parallax Corporation, facciata di un’associazione eversiva che elimina politici non allineati al sistema, Joe si fa assumere dalla Parallax e riesce anche a sventare un attentato ma finirà ucciso, capro espiatorio dell’ennesimo attentato.



Perchè un assassinio


Secondo e meno noto capitolo della Trilogia della Paranoia che comprende Una squillo per l’ispettore Klute (1971) e Tutti gli uomini del presidente (1976); Perché un assassinio si ispira chiaramente agli attentati ai fratelli Kennedy, descrivendo la politica americana in mano a lobby che eliminano senza scrupoli, attraverso la Parallax i politici non allineati, indifferenti alla parte politica che rappresentano.
La rappresentazione della Commissione d’Inchiesta, ripresa da lontano con un carrello in avanti mentre leggono le loro poco credibili sentenze, rende perfettamente l’idea di un meccanismo ben oliato (l’impressione che offre la ripresa vista da lontano è quella di un oggetto) per terminare con la sensazione di impossibilità di commentare il verdetto che ha un che di Kafkiano.



Perché un assassinio


Un film non perfetto: la capacità di Joe Frady di cavarsi sempre dagli impacci è al limite del credibile, anche se alla fine pure lui verrà stritolato dall’immarcescibile meccanismo. Di notevole c’è lo stile di ripresa, la costruzione delle immagini, l’uso delle architetture per frazionare le immagini rappresentando visivamente il mondo parallelo e sovversivo, sovversione che torna anche cinematograficamente in sfalsamenti assurdi dei piani. Chiari e scuri per rappresentare le ombre della realtà, spazi chiusi e angusti in contrapposizione a esterni ariosi: ogni immagine tende a sottolineare la realtà insidiosa in cui si muove il protagonista.
Rimarchevole anche la serie d’immagini e la loro distorsione di senso usata nel test della Parallax per assumere i suoi killer



Perchèunassassinio


Molti gli omaggi hitchcockiani, dalla cattura del cameriere sul tetto di un celebre edificio pubblico, lo Space Needle di Seattle, al dettaglio della valigia con la bomba che si sta imbarcando nell’aereo fino alla tensione nell’attesa che l’hostess legga il biglietto in cui Joe avverte il personale di bordo del pericolo.

Dracula di Bram Stoker

Bram Stoker’s Dracula
USA 1992, Columbia
con Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins, Keanu Reeves, Richard E. Grant, Cary Elwes, Billy Campbell, Sadie Frost, Tom Waits, Monica Bellucci, Michaela Bercu, Florinda Kendrick, Jay Robinson, I.M. Hobson, Laurie Franks, Cully Fredricksen, Judi Diamond, Octavian Cadia, Robert Buckingaham, Mitchell Evans, Robert Getz, Fred Spencer, Dagmar Stanec, Van Snowden, Eniko Öss, James Murray, Daniel Newman, Don Lewis, Nancy Linehan Charles, Honey Lauren, Jules Sylvester, Tatiana Von Furstemberg, Hubert Wells, Maud Winchester
regia di Francis Ford Coppola



Dracula di bram stoker


1462: dopo la caduta di Costantinopoli i paesi dell’est Europa devono combattere duramente per fermare l’avanzata turca, decisivo è l’intervento del cavaliere transilvano Vlad Draculea ma i turchi si vendicano facendo recare alla moglie Elisabeta un biglietto con la falsa notizia della sua morte, la donna disperata si suicida poco prima del ritorno vittorioso dell’amato consorte. Il pope rifiuta di celebrare i funerali di Elisabeta perchè morta suicida e quindi destinata alla dannazione, Vlad, pazzo di dolore, rivolge la sua ira verso Dio e i suoi gesti sacrileghi lo trasformano in un essere demoniaco. Quattrocento anni dopo Dracula intende spostarsi a Londra, il giovane Jonathan Harker si reca in Transilvania per formalizzare gli acquisti immobiliari, in sostituzione del precedente impiegato, Renfield, che è misteriosamente impazzito. Dracula vede una miniatura di Mina, la fidanzata di Harker, la cui somiglianza con Elisabeta è impressionante. Il vampiro lascia il giovane al castello in balia delle sue tre spose e si reca a Londra per conquistare Mina che non resiste alle sue lusinghe. Per trarre la forza che gli serve per tornare giovane, Dracula si nutre dei marinai dell’imbarcazione che hanno portato le sue casse a Londra e una volta in città la sua vittima sarà Lucy, la più cara amica di Mina. Lucy deperisce sempre più e il dottor Seward si rivolge al suo antico maestro, Van Helsing uno studioso che non teme di confrontarsi con i lati più oscuri e misteriosi della scienza; nonostante Van Helsing abbia intuito la presenza di un vampiro non riesce a salvare Lucy che muore mentre Mina è andata nei Carpazi a sposare Harker che nel frattempo era riuscito a fuggire dal castello di Dracula e aveva trovato rifugio in un convento di monache. Tornati a Londra Jonathan si unisce alle ricerche del vampiro mentre Lucy trova riparo nella clinica di Seward, qui incontra Dracula e lo implora di vampirizzarla; quando Van Helsing e i suoi accoliti arrivano il processo di mutazione di Mina è già iniziato e verrà sfruttato il suo contatto telepatico con il vampiro per inseguire Dracula che sta tornando nelle sue terre. Ferito il vampiro viene lasciato solo con Mina nella cappella dove era iniziata la sua maledizione a cui porrà fine la giovane donna.



Dracula di bram stoker


Coppola trasforma Dracula, il mostro più celebrato dalla cinematografia, in un eroe romantico in grado di superare “gli oceani del tempo” per ricongiungersi con l’amata; l’operazione ha avuto molto successo facendo del suo Dracula una delle pellicole più amate dal pubblico.
La cosa più divertente del film è che s’intitoli Dracula di Bram Stoker e che sia la versione che più si discosta dal romanzo, non fosse altro che per il prologo iniziale. Consideriamo che il film è uscito nel 70mo anniversario di Nosferatu il vampiro il capolavoro di Murnau che rischiò di andare perduto per i problemi di diritti con la vedova di Stoker: già dal titolo che richiama ironicamente questa vicenda, si capisce come il film di Coppola sia un omaggio al mostro cinematografico per eccellenza e non mancano citazioni da Nosferatu esasperando l’uso delle ombre espressioniste quando vediamo l’ombra di Dracula prendere per il collo Jonathan, passando dal Dracula di Tod Browning che ha introdotto le tre spose, fino al Dracula di Badham che già aveva esasperato i tratti sensuali del conte transilvano.



Bram stoker's dracula


Nel suo visionario barocchismo Coppola realizza un compendio dei Dracula cinematografici a cui aggiunge elementi tratti dalla storia dell’arte: il ritratto nel palazzo di Dracula che Jonathan crede essere di un avo deriva dall’Autoritratto di Albrecht Dürer; Lucy e i suoi lunghi capelli rossi sciolti in contrasto con le pettinature castigate di Mina rimandano ai Preraffaelliti.



Draculadibram stoker


Ad amalgamare il tutto i costumi visionari di Eiko Ishioka: mi impressiona sempre l’armatura rossa di Vlad con cui si reca in battaglia contro i turchi: ricorda i modelli del corpo umano che servono per studiare i muscoli: Vlad un uomo “senza pelle” il cui cuore (altro muscolo) è troppo esposto alle pene d’amore e alla vendetta persino contro Dio.
Per fronteggiare questo personaggio fuori dal suo e da ogni tempo servono ben cinque esseri umani che rappresentano i vari aspetti della logica: l’avvocato, il medico, addirittura un esponente del nuovo mondo, il texano Quincey Morris, tutti sotto la guida di Van Helsing, rappresentato come una figura a cavallo tra il mondo scientifico e quello del mistero.



Draculadibramstoker


Coppola ha la capacità di tenere insieme tutti i vari elementi e ci restituisce la perfetta atmosfera vittoriana fatta di reppressione sessuale, soprattutto femminile, interesse per l’occulto e slanci verso la modernità con particolare attenzione al nascente mondo del cinema: una realtà imperitura che affascina molto Dracula, consequenziale il passaggio da tecnica a estetica dello sguardo: quanti occhi nelle sovraimpressioni dai colori primari dei viraggi del cinema muto ma soprattutto la continuità tra il primo incontro di Mina con Dracula nelle vesti di mostro che seduce Lucy (rimando all’Incubo di Füssli) con lui che le dice in francese di non guardarlo, mentre nella scena successiva Dracula nelle vesti di azzimato principe invita telepaticamente Mina a guardarlo “adesso” cioè al suo meglio.

Qui rido io

Italia, 2021
con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Paolo Pierobon, Eduardo Scarpetta, Lino Musella, Roberto De Francesco, Gianfelice Imparato, Giovanni Mauriello, Iaia Forte, Roberto Caccioppoli, Chiara Baffi, Alessandro Manna, Lucrezia Guidone, Elena Ghiaurov, Gigio Morra
regia di Mario Martone


Qui rido io


All’apice della fama del suo personaggio, Felice Scioscammocca, il capocomico Eduardo Scarpetta decide di fare una parodia de La figlia di Iorio di D’Annunzio ma l’opera non ha successo e, nonostante l’ambiguo placet del Vate, Scarpetta viene denunciato per plagio. I guai giudiziari si mischiano alle vicende di casa Scarpetta, agli innumerevoli figli, soprattutto illegittimi, del commediografo che ravvisa nell’attacco degli intellettuali che sostengono D’Annunzio, l’approssimarsi della fine della sua parabola artistica.



Quirido io


Come ho detto spesso non amo i biopic ma l’eccezione va fatta per Mario Martone che nei suoi film riesce sempre a costruire perfetti affreschi d’epoca, oltre che fa rivivere il personaggio storico e Qui rido io conferma magistralmente questo talento del regista napoletano.
Il film si apre con immagini di repertorio della Belle Époque napoletana per poi spostarsi a teatro e mostrarci la scena più famosa di Miseria e Nobiltà l’avvicinamento al desco dei quattro affamati e la pastasciutta mangiata con le mani che tutti conosciamo dalla trasposizione cinematografica con Totò, a sottolineare il peso nella cultura popolare della figura un po’ dimenticata di Scarpetta: se è noto che l’attore fosse il padre illegittimo dei fratelli De Filippo, credo che l’episodio di presunto plagio dell’opera di D’Annunzio fosse sconosciuta ai più, sottoscritta compresa, nonostante fossero coinvolti i nomi più importanti della cultura italiana da Salvatore Di Giacomo a Benedetto Croce, non mi pare di ricordare che l’episodio sia citato nei testi di letteratura italiana.
L’abilità di Martone sta nel cogliere un punto che si presta a innumerevoli letture: una considerazione sul diritto d’autore, nato proprio da questo processo e una riflessione sulla satira versus il dramma, la cultura alta (il secondo) verso la cultura bassa, la commedia da sempre accusata di blandire il potere con la sua leggerezza smorzando ogni critica in una risata.
Una riflessione che coinvolgeva tutta l’intellighentia italiana, abbiamo già visto i nomi dei contendenti: Di Giacomo a capo della claque che fa fallire lo spettacolo satirico di Scarpetta a difesa di D’Annunzio e Benedetto Croce che si schiera con il diritto di satira anche se la sua arringa è piuttosto mortificante verso l’arte del capocomico.
Tutto ciò dimostra la vitalità creativa della Napoli d’inizio ‘900 sottolineata anche dalla colonna sonora composta solo da canzoni della grande scuola napoletana: il braccio destro di Di Giacomo è Ernesto Murolo, padre di Roberto Murolo. Il regista ci mostra la città partenopea in tutta la sua bellezza, dai vicoli alle ville sulle mare ispirandosi anche alla tradizione pittorica napoletana ottocentesca per costruire molte scene, sia d’interni che esterne.
Al centro di tutto c’è un uomo, un grande artista, Eduardo Scarpetta, un personaggio bigger than life in grado dicreare di una maschera, Felice Scioscammocca, che è stata in grado di uccidere Pulcinella, e nelle vesti della superata maschera il drammaturgo si rivedrà nel momento onirico del film, quando comprende di essere a sua volta superato dall’evolversi dell’arte, compreso il nascente cinematografo.
Scarpetta è un tirannico capocomico, l’emblema dello spirito patriarcale: sotto il suo tetto e nel suo teatro convivono tutti i suoi figli legittimi e non, l’unico accordo con la moglie, di cui aveva riconosciuto il figlio avuto dal re Vittorio Emanuele II, è che l’eredità vada tutta ia figli legittimi, gli altri si limitano a chiamarlo zio anche se tutti hanno iniziato a calcare il palcoscenico nel ruolo di Peppeniello con la celeberrima battuta “Vincenzo m’è pate a me!”. L’attenzione di Martone non può che essere per i tre De Filippo e il loro sguardo infantile sulla bizzarra situazione famigliare fatta di non detti: l’occhio attento di Eduardo, la rabbia di Peppino cresciuto per anni in campagna che con molta fatica si adegua alla nuova vita di città.
Tutto il film gira attorno al concetto di paternità, a quella artistica ambita da Scarpetta nei confronti del Vate e quella naturale di cui l’artista sorvola gli aspetti legali pur occupandosi della sua grande famiglia rendendola un tutt’uno con il suo teatro.

Finalmente domenica!

Francia 1983
con Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant, Jean-Pierre Kalfon, Philippe Laudenbach, Philippe Morier-Genoud, Jean-Louis Richard, Roland Thenot, Jean-Pierre Kohut-Svelko, Georges Koulouris, Xavier Saint Macary, Caroline Sihol, Anik Belaubre, Yann Dedet, Nicole Felix, Pierre Gare
regia di François Truffaut



VivementDimanche


Marsiglia: l’agente immobiliare Julien Vercel viene accusato di aver ucciso l’amante della moglie, Marie-Christine, che poco dopo viene ritrovata uccisa a sua volta. Vercel chiede aiuto a Barbara la sua segretaria, che aveva licenziato la mattina stessa. Barbara, segretamente innamorata di lui, non esita ad aiutare Julien e prende in mano la situazione infilandosi in una serie di situazioni rischiose che portano a scoprire il vero assassino e al trionfo dell’amore.

L’ultimo film di Truffaut è una smaccata dichiarazione d’amore al cinema americano degli anni’30 e ’40 ricco di citazioni e rimandi cinefili tra cui culmina quello per l’amato Hitchcock. Bastano già le due sequenze iniziali a indicare i referenti filmici: la camminata sicura di Barbara che si reca al lavoro rimanda alla smart girl degli anni ’30 che sapevano prendere in mano la situazione e battibeccare sfrontatamente con un uomo, soprattutto se oggetto delle loro attenzioni amorose e Barbara Becker dimostrerà grande intraprendenza e intelligenza nel dipanare l’intricato giallo in cui è finito vittima Julien Vercel. La seconda sequenza è la palude dove si svolge la scena di caccia, luogo classico della cinematografia americana per estremi nascondigli di fuggitivi o per inabissarvi cadaveri.
L’abilità del regista sta anche nel far credere che Julien sia il colpevole, anche se quella manata sullo sportello aperto della macchina della vittima era un’ingenuità troppo grande per un assassino. La donna, spesso innamorata, che è l’unica a credere al protagonista spesso accusato ingiustamente, è un altro topos classico del cinema noir, usato da Hitchcock in particolare, di cui possiamo riconoscere citazioni da La finestra sul cortile e nel grande uso dei dettagli, la pistola nascosta, la porta della camera d’hotel scassinata
La trama, molto complicata, è piuttosto sordida raccontando di un giro di prostituzione, ma Truffaut sa mantenere una grande leggerezza di fondo e nella migliore tradizione delle commedie brillanti sulla guerra dei sessi, è il femminile a predominare: l’intraprendente Barbara con il trench di Bogart riesce a scoprire più cose che la polizia mentre Julien, costretto a nascondersi nell’agenzia passa il tempo guardando le gambe delle donne che, per Truffaut erano dei compassi che misurano il mondo, come faceva dire al protagonista de L’uomo che amava le donne.

Prigionieri dell’oceano

Lifeboat
USA 1944 20th Century Fox
con Tallulah Bankhead, William Bendix, Walter Slezak, Mary Anderson, John Hodiak, Henry Hill, Hume Cronyn, Heather Angel, Canada Lee
retia di Alfred Hitchcock



I prgionieri dell oceano


Dallo scontro tra un transatlantico americano e un U-Boot tedesco si salvano pochissime persone: Connie Porter una giornalista snob e senza scrupoli che ha filmato gran parte della tragedia, John Kovac, adetto alla sala macchine, altri membri dell’equipaggio: l’addetto radio Stanley Garrett, il marinaio Gus Smith ferito ad una gamba di cui si prende cura l’infermiera Alice Mac Kenzie, l’industriale Sergio Rittenhouse, l’inserviente di colore Joe che ha salvato una donna e il suo neonato. I naufraghi non esitano a dare ospitalità a un marinaio tedesco, anche se la sua presenza non è gradita a tutti. La signora Higgins, quando capisce che il figlioletto è morto si getta in mare. La gamba di Gus va sempre peggio e bisogna amputarla e l’unico in grado di farlo sembra il soldato tedesco che in questo modo si assicura la fiducia degli altri naufraghi e ben presto assume un ruolo di comando nella scialuppa anche se si scopre che non è un semplice marinaio ma il capitano del sottomarino, che ha finto di non capire l’inglese ma quando saranno scoperti i suoi più biechi raggiri subirà la dura vendetta degli altri…



Iprigionieridelloceano


Film di propaganda bellica che non ebbe grande successo, secondo Hitchcock perché il pubblico americano non accettava la superiorità del tedesco Willy.
Prigionieri dell’oceano è in realtà l’ennesima sperimentazione filmica di Hitch: un film da camera ambientato in un luogo insolito, una scialuppa di salvataggio, unico e solo set di tutto il film che entra subito in medias res mostrando giusto la ciminiera della nave che s’inabissa nell’oceano e una panoramica di oggetti che testimoniano il disastro fino a fermarsi sulla scialuppa dove siede nella sua calma glaciale, Connie che, impellicciata e truccata di tutto punto, cerca di documentare tutto il possibile con la tragedia; con la sua solita perfidia Hitchcock si accanisce sul personaggio di Connie facendole perdere tutto dalla Leica alla macchina da scrivere, dalla pelliccia al costoso braccialetto.



I prigionieridelloceano


Prigionieri dell’oceano è uno studio di personaggi: il capitano d’impresa che istintivamente prende il comando ma ben presto si rivela un pusillanime, John Kovac il giovane comunista un po’ sbruffone attratto dalla reporter snob quanto lei è attratta da lui, se questa è probabilmente solo una sbandata, l’amore tra Stanley e Alice culminerà in un matrimonio. Gus non vorrebbe perdere la sua gamba perché innamorato di Rosina, una donna un po’ leggera con una sfrenata passione per il ballo che non saprebbe cosa farsene di un compagno sciancato.
Interessante anche la figura di Joe, l’inserviente di colore: Connie lo chiama amichevolmente Carbone, qualcuno usa il termine negro tra l’imbarazzo generale ma anche lui viene incluso nelle decisioni generali con suo stupore. Joe ha un passato da borsaiolo, talento a cui dovrà di nuovo ricorrere per il bene dei naufraghi, l’uomo però si è riscattato e alla fine mostra con orgoglio la foto della famiglia con il figlio universitario.



Lifeboat


Poi c’è Willy, il tedesco accolto sull’imbarcazione: nonostante gli altri naufraghi decidano di tenerlo a bordo e dividere con lui le loro scarse razioni, il capitano del sottomarino non mostra mai alcuna umanità e persegue senza scrupoli il suo piano: dirigersi verso la più vicina nave tedesca di rifornimento e fare prigionieri i suoi compagni di viaggio. Nonostante lo scoprano più volte a mentire, i naufraghi finiscono per affidarsi a lui e quando scoprono la sua insensibilità verso la sorte di Gus, che egli stesso ha spinto in mare, e il fatto che non abbia diviso con loro le sue scorte d’acqua farà scattare l’ira funesta degli altri sopravvissuti. Sembra sempre incredibile che un uomo solo, guardato anche con iniziale sospetto, finisca per prendere il potere anche su una piccola imbarcazione, invece il mondo è pieno ancora oggi di questi eventi. Gli stessi naufraghi restano stupiti che Willy non sia stato toccato da quanto fatto per lui ma il messaggio bellico e la critica politica di Hitchcock sono di guardarsi sempre da chi inganna senza scrupoli e restare uniti per combattere il nemico.



Iprigionieri dell'oceano


Sembra incredibile ma anche in questo film il regista riesce ad infilare un suo cameo, probabilmente il più geniale ed ironico: lo si vede su un giornale nella reclame di un prodotto dimagrante nella classica foto del prima e dopo la dieta.

Léonor

Francia, Spagna 1975
con Liv Ullmann, Michel Piccoli, Ornella Muti, Antonio Ferrandis, José María Caffarel, Ángel del Pozo, Carmen Maura, Piero Vida, José María Prada, George Rigaud, José María Caffarel,Carmen Maura
regia di Juan Luis Buñuel



Leonor


Richard, un signorotto feudale, perde l’amatissima moglie Léonor per una caduta da cavallo. Nonostante si risposi con la bellissima Caterina e abbia due figli, l’uomo non riesce a dimenticare la prima moglie invocando anche il diavolo perché gliela riporti. Dopo dieci anni il diavolo risponde ma quella che torna dalla tomba è una vampira che si nutre di sangue di bambini. Richard difende la moglie dalle accuse dei contandini e ben presto si ritrova solo al castello con Léonor e i figli avuti d Caterina. Quando la donna uccide anche loro, Richard decide di uccidersi con lei.



Leonor


Ispirandosi a un racconto di Ludwig Tieck, il figlio di Luis Buñuel, a sua volta regista, costruisce un film di ambientazione fantastico – medievale con quello stile molto in voga nel periodo dove i personaggi si muovono in ambientazioni realistiche, cioè in veri castelli medioevali.
Il ritmo molto lento e didascalico della pellicola può risultare indigesto, soprattutto allo spettatore contemporaneo, ma se si riesce ad entrare nell’atmosfera del film, si può rimanerne affascinati nonostante qualche caduta di stile, tipo la risibile scena d’amore in mezzo al gregge di pecore, caso mai ai più distratti sfuggisse il destino sacrificale di Caterina, interpretata da una bellissima Ornella Muti.
Caterina è profondamente innamorata di Richard pur consapevole che l’uomo non ha dimenticato la prima moglie e ne accetta tutti gli sbalzi di umore, anche quando riapre la cripta e va a vivere vicino all’urna della moglie. Quando Léonor torna dal mondo dei morti, Richard invita la seconda moglie a lasciare il castello con la scusa della peste, al rifiuto di Caterina la uccide.
Il paesaggio brullo, la peste che incombe, l’insistenza su animali “malefici”, serpenti, scorpioni e rospi, la stilizzazione della figura della vampira mai ripresa nell’atto di mordere ma al limite di avvinghiare nel suo nero mantello le vittime, tolgono molto del fascino dell’amour fou che va oltre la morte: Léonor non è un vampiro che “ha attraversato gli eoni del tempo” per ritrovare il suo amore ma è la vittima di un amore folle che è stata richiamata dal suo sonno eterno. Il diavolo, nello stipulare il patto con Richard lo aveva messo in guardia dal male che sarebbe scaturito dal suo desiderio di sfidare la morte, e Léonor si trasforma via via in una presenza sempre più maligna, cambiamento sottolineato da un raffinato uso dei costumi sempre più rossi e delle acconciature che richiamano divinità ancestrali, nordiche come la Ullmann. Richard stesso è spaventato dall’essere che ha risvegliato anche se continua ad amarla e solo la morte dei figli lo spinge alla decisione irrevocabile di uccidersi con l’amata.

Ladri di biciclette

Italia 1948
con Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Vittorio Antonucci, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Eolo Capritti, Giovanni Corporale, Emma Druetti, Giulio Battiferri, Memmo Carotenuto
regia di Vittorio De Sica



Ladri dibiciclette


Finalmente il disoccupato Antonio Ricci trova un buon lavoro: attacchino comunale; l’unico requisito necessario è la bicicletta di proprietà che Antonio ha impegnato per tirare avanti. L’intraprendenza della moglie che porta al Monte di Pietà tutto il corredo, permette al marito di riscattare la bici e presentarsi puntuale all’assunzione. Mentre Antonio sta attaccando un manifesto, la bici gli viene rubata, inizia una spasmodica ricerca per la città insieme al figlioletto Bruno…



Ladri di biciclette


Il più noto tra i capolavori del neorealismo che vale a Vittorio De Sica il secondo Oscar per il miglior film straniero, Ladri di Biciclette incarna a pieno il registro cinematografico di De Sica e Zavattini: lo sguardo sugli umili che non indulge mai al pietismo, la mancanza di giudizio, l’attenzione ai bambini.
Ladri di biciclette trasforma in arte il titolo del film del ’43: I bambini ci guardano: il monito del primo film diventa il valore aggiunto di Ladri di Biciclette: cosa sarebbe la storia di Antonio Ricci senza lo sguardo del figlioletto Bruno che nell’attraversare Roma alla ricerca della bici rubata passa la maggior parte del tempo con gli occhi fissi sul genitore, scrutandolo, paventando i dolori e le delusioni e temendo reazioni inconsulte. Quello sguardo diventa lo sguardo dello spettatore, un invito pressante a prestare attenzione al dramma umano che si nasconde dietro al furto della bicicletta.
L’eccezionalità del film sta nell’inserire questa sofisticata sollecitazione allo spettatore in una storia che, come sottolineava il critico francese André Bazin, nella sua semplicità drammaturgica di ripresa dal vero è in grado di aderire totalmente alla realtà.
Il film ha un andamento circolare: si apre sul capannello di disoccupati che attendono di essere assunti, la folla si apre per inquadrare il protagonista che sta in disparte, segno della sua rassegnazione, e il film si chiude con Antonio e Bruno che tornano mestamente a casa dopo il tentativo di furto fallito: la folla che si era aperta a inizio film si richiude sui protagonisti di questa storia di ordinaria disperazione.


Ladridibiclette


Come sempre il cinema di De Sica mescola dramma e commedia, una delle scene più celebri del film è il pranzo in trattoria quando Bruno scambia occhiate in tralice con il bambino ricco, i due ragazini non possono fare a meno di notarsi, segno dell’innata complicità infantile ma anche questo moto spontaneo viene abilmente usato per mostrarci il divario sociale: Bruno sudaticcio e scarmigliato nei suoi abiti dozzinali fa da contraltare al bambino altolocato e snob in abiti di velluto e riccioli angelici mentre Bruno è già cosciente di tutta la fatica della vita e quando il padre commenta il pasto luculliano dei ricconi è pronto ad abbandonare la sua mozzarella in carrozza. Del resto con pochi schizzi il regista ci ha descritto la vita e il carattere di Bruno: garzone presso un benzinaio, preciso manutentore della bici del padre ma con la delicata sensibilità di chiudere la finestra prima di andare al lavoro per evitare infreddature al fratellino neonato: un piccolo adulto, per questo il suo sguardo fisso sul padre è così affidabile per il pubblico che si può immedesimare.
Adulto anche nel rapporto con padre che se lo porta appresso perché conosce la bici meglio di lui, Bruno accetta tutto ma allo schiaffo ricevuto per rabbia, il bambino si ribella e si offende sottolineando il rapporto paritario col padre. Forse è proprio Antonio l’elemento più debole della famiglia Ricci, sfiancato dalla lunga attesa di un lavoro fisso è già scoraggiato perché la bici è impegnata, ci penserà Maria, la moglie a prendere in mano la situazione impegnando il corredo per riavere la bici.



Ladri di biciclette .


Da riflettere sulla figura della santona, simbolo di un’Italia sempre a metà tra fede e credenze popolari. Quando Maria vuole passare a lasciare un ringraziamento, Antonio la sfotte simpaticamente ma quando non sa più a che santo rivolgersi per trovare la bici eccolo ricorrere a sua volta alla santona. Il personaggio non è solo un elemento pittoresco ma entrambe le sue apparizioni sono importanti snodi narrativi, al mancato ringraziamento iniziale segue il furto della bici (sarà mica una conseguenza della mancata riconoscenza?), alla profezia “o la trovi subito o non la trovi più” segue l’incontro con il ladro e il tentativo di ottenere giustizia e quindi si pensa che la bici stia per essere ritrovata ma bisogna fare i conti con gli ingranaggi della giustizia e la mancanza di testimoni porta Antonio a lasciar perdere la denuncia, su consiglio dello stesso vigile.
Se la giustizia non tutela perché allora non arrangiarsi da soli e non rubare una bici? La tentazione è forte e Antonio cede ma mentre la sua bicicletta era stata rubata con maestria da una banda di ladri, il suo tentativo di furto si rivela fallimentare e Antonio rischia il linciaggio e la galera, si salva per la presenza di Bruno e ancora una volta è lo sguardo del bambino che prende per mano il padre denigrato a restituire la dignità di una famiglia che continuerà a lottare per la sopravvivenza.