Brian di Nazareth

Monty Python’s Life of Brian
GB 1979
con Graham Chapman, John Cleese, Michael Palin, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, Sue Jones-Davies, Terence Bayler, John Case, Carol Cleveland, Kenneth Colley, Neil Innes, George Harrison, Chris Langham, Andrew MacLachlan, Bernard McKenna, Charles McKeown, Spike Milligan, Gwen Taylor, John Young
regia di Terry Jones



Briandinazareth


Brian Cohen nasce la stessa notte di Gesù, vicino la sua grotta tanto che i Re Magi si confondono e omaggiano il piccolo Brian e la sua fastidiosa madre prima di accorgersi di aver confuso i bambini. Brian incrocia nuovamente il suo destino con quello del Redentore a 33 anni: ascolta il discorso delle Beatitudini ma è troppo lontano e non capisce bene cosa dica il Messia, così segue la madre a una lapidazione. il vero evento della giornata però è la confessione della madre che gli rivela che il suo vero padre è un centurione romano. Come reazione Brian si radicalizza e si unisce a un gruppo per la liberazione della Giudea. In una missione, catturare la moglie di Pilato per ottenere tutta una serie di concessioni, Brian viene catturato dai romani, riesce a fuggire in maniera davvero rocambolesca: grazie agli alieni. Sfuggito ancora una volta a una perquisizione romana nel covo degli irredentisti, Brian viene scambiato per un predicatore e inaspettatamente le folle iniziano a seguirlo rovinando la sua notte d’amore con Judith, membro del suo gruppo rivoluzionario. Cercando di sfuggire ai suoi adepti Brian finisce per importunare un mistico: saltandogli su un piede gli fa interrompere il voto di silenzio che era riuscito ad imporsi per quasi vent’anni. Catturato ancora dai romani Brian viene destinato alla crocifissione le occasioni per liberarlo sarebbero molte ma l’incapacità dei suoi amici rivoluzionari lo lascia al suo destino.

Il più noto film dei Monty Python ebbe vita difficilissima per le accuse di blasfemia ricevute in tutto il mondo e in Italia il film uscì solo nel 1991.
La satira religiosa è il tema portante del film ma la pellicola non ha nulla di blasfemo dato che non si parla mai di Cristo che appare solo nella scena iniziale quando i Re Magi trovano la grotta giusta e nella scena del Discorso delle Beatitudini.
Ad esser presa in giro, pesantemente è la credulità della gente, l’ipocrisia e il fanatismo in cui nascono le religioni. Il bello è che le storture sottolineate dai comici inglesi sono ancora presenti oggigiorno anche se il peso della religione è scemato, molte delle scene del film sono perfette per stigmatizzare i difetti del nostro tempo, la credulità via social e soprattutto l’inadeguatezza della politica. I vari fronti di liberazione si odiano a tal punto che il piano per rapire la moglie di Pilato non funziona perché due fazioni irredentiste si scontrano tra loro uccidendosi perché hanno avuto la stessa idea e il gruppo più odiato da tutti che potrebbe salvare Brian dalla croce preferisce suicidarsi ai piedi del Golgota, tafazianamente; come non bastasse i ribelli non mancano di riconoscere che gli oppressori romani in fondo hanno fatto anche cose buone: strade e fognature e gli asini che arrivano in orario; praticamente il quadro puntuale della sinistra mondiale del nostro tempo.
La comicità dei Monty Python si riconferma surreale, l’idea strampalata di far salvare Brian da un’astronave aliena è geniale in un film di satira religiosa: quale migliore deux ex machina? Il miscuglio di altro e basso è sempre efficace creando scene e personaggi che sono veri capolavori: il soldato romano che fa la lezione di latino a Brian che sta scrivendo Romani andate a casa in maniera sgrammaticata e gli impone di scriverlo cento volte è una parodia della cecità del potere e dell’ottusità della formazione scolastica: solo i secchioni più irriducibili non hanno vissuto un momento simile!
I sei comici interpretano diversi ruoli alcuni riusciti altri meno, indimenticabile è la petulante signora Cohen di Terry Jones madre di Brian, da come accoglie i Magi la notte dell’Epifania a come lascia il figlio sulla croce, rinfacciandogli che preferisce morire piuttosto che occuparsi dell’anziana madre. Altrettanto esilarante è Ponzio Pilato di Michael Palin con i suoi difetti di pronuncia dovuti alla erre moscia di cui non sembrano rendersi conto lui e il suo amico Marco Pisellonio dalla zeppola altrettanto micidiale.
Notevoli i titoli di testa a cartone animato realizzati da Terry Gilliam.

Dune

Dune

Il pianeta desertico Arrakis viene sfruttato dalla Casa Arkonnen per la Spezia, una polvere estratta delle sabbie del pianeta, di fondamentale importanza per i viaggi interstellari. Improvvisamente l’Imperatore decide di affidare l’estrazione del prezioso materiale alla Casa Atreides così il duca Leto parte alla volta di Arrakis con i suoi più fidati compagni, la concubina Jessica e il figlio Paul, ben conscio del rischio a cui va incontro se dovesse scontentare l’Imperatore. Ben presto il piano per distruggere la casa Atreides viene attuato: gli Arkonnen, con l’aiuto dell’Imperatore, ricattano il medico di corte perché tradisca il duca ma il dottor Yueh lascia un ultima arma a Leto perché si possa vendicare dei suoi nemici. Paul e la madre riescono a sfuggire al massacro e si rifugiano presso i Fremen, la popolazione autoctona di Arrakis da sempre vessata dai produttori di spezia. Paul, che è stato allevato dalla madre secondo gli insegnamenti della sorellanza Bene Gesserit a cui Jessica appartiene, potrebbe essere il Kwisatz Haderach, l’Eletto tanto atteso dal popolo Fremen per condurli alla libertà.

Dune è un caposaldo della letteratura di fantascienza a cui hanno attinto tutte le saghe cinematografiche, Star Wars in testa. Già portato sul grande schermo nel 1984 da David Linch con esiti discutibili per i tagli subiti dalla produzione, l’universo creato dallo scrittore Frank Herbert è stato ripreso quest’anno dal regista Gilles Villeneuve che ha diviso l’opera in due parti.
L’ampiezza del progetto permette di comprendere bene il complesso mondo di Dune, un futuro di struttura simil medievale dove l’Imperatore governa una serie di pianeti guidati da nobili casati sempre in lotta tra loro per la conquista del potere, diatribe ben alimentate dal sovrano per garantire il proprio potere. C’è l’ordine Bene Gesserit, una sorellanza esoterica che sviluppando poteri mentali hanno una grande rilevanza politica: Lady Jessica è una di loro e nonostante le Bene Gesserit abbiano l’obbligo di partorire solo femmine per perpetuare l’ordine è creare linee di sangue migliori sposandosi coi membri le grandi casate, la donna non interviene durante la gestazione per modificate il sesso del nascituro, convinta che il figlio sarà destinato a grandi cose, forse proprio l’Eletto atteso su Arrakis.
Lo stile piuttosto freddo di Villeneuve è perfetto per ridonare ieraticità alla saga madre della fantascienza (cinematografica) contemporanea: paga tributi alle opere che ne sono filiazione ma ricrea uno scenario che sa essere archetipo: i grandi palazzi dai muri grezzi, lo stile delle decorazioni, le tombe tumolo del pianeta natale degli Atreides, Caladan, richiamano il mondo egizio o romano, cioè le culle delle nostre civiltà e ribadisce il ruolo fondante della saga.
Anche la fotografia ha una sua grandiosità con un gusto prettamente monocromatico assieme alla musica, orchestrazione dai ritmi tribali e ipnotici.

I tre volti della paura

Italia 1963
con Michèle Mercier, Lydia Alfonsi, Milo Quesada (episodio
Il Telefono)
Boris Karloff, Mark Damon, Susy Andersen, Glauco Onorato, Rika Dialina, Massimo Righi (episodio
I Wurdalak)
Jacqueline Pierreux, Milly Monti, Harriet Medin, Gustavo Di Nardo (episodio
La goccia d’acqua)
regia di Mario Bava



I 3 volti della paura


Film a episodi tratto da importanti scrittori del passato anche se il primo episodio, Il Telefono viene erroneamente attribuito a Maupassant ed è di F.G. Snyder e il Tolstoj del secondo capitolo è solo un cugino di secondo grado del grande Lev Tolstoj, potremmo anche dire che il livello degli episodi segue la fama degli autori da cui sono tratti.
Il Telefono racconta di una donna che inizia a ricevere delle telefonate prima mute poi minacciose, l’ansia cresce perchè è appena uscito di prigione l’ex amante arrestato con la sua testimonianza. Rosy chiama allora Mary, una donna con cui ha avuto una relazione. Sì scoprirà che è stata proprio Mary ad inscenare il macabro scherzo per potersi riavvicinare a Rosy ma il destino è beffardo e Frank si presenta a casa di Rosy per vendicarsi, paradossalmente la vittima designata sarà l’unica a sopravvivere alla notte da incubo.
Episodio stringato assai poco pauroso dove funziona solo la tensione procurata dalle prime telefonate, l’ambientazione è contemporanea anche se il gusto barocco e i colori innaturali che caratterizzano tutto il film dominano la scenografia



Itrevoltidellapaura


I Wurdalak è l’episodio più lungo dei tre e vanta la presenza della star internazionale del genere horror, Boris Karloff che interpreta il vecchio Gorca.
Il viandante Vladimir D’Urfe trova un cadavere decapitato sul greto di un fiume, si reca nella fattoria più vicina dove trova una famiglia in apprensione: sono i figli di Gorka che attendono il padre partito sulle tracce di un bandito e wurdalak turco, raccomandandosi di non riaccoglierlo in casa se starà via più di cinque giorni. Il vecchio torna pochi minuti dopo la mezzanotte a ultimatum scaduto da pochissimo e viene accolto in casa; ovviamente anche lui è diventato un vampiro e si accanisce sui famigliari. La bella Sdenka ha la possibilità di fuggire con Vladimir che si è innamorato di lei ma inseguita dai parente, viene contagiata. Sdenka torna a casa e vampirizza anche Vladimir che è tornato a cercarla.
Una classica storia gotica piuttosto prevedibile ma il vecchio Karloff sa essere inquietante al punto giusto. La storia è ambientata all’inzio del XIX secolo e il il punto di forza è proprio l’ambientazione che trasuda il romanticismo malato della trama (i vurdalak vampirizzano solo le persone che amano): i paesaggi innevati sotto la luna, il vecchio convento dove trovano rifugio Sdenza e Vladimir che sembra uscito da un dipinto di Caspar David Friedrich.



I 3 voltidella paura


La goccia d’acqua è l’episodio più riuscito anche se l’insistenza sul manichino del cadavere della medium è talmente ridondante da rovinare la tensione.
L’infermiera Helen Chester viene chiamata nel cuore della notte dalla vecchia governante di una ricca e stramba contessa: la donna è appena deceduta e la governate ha bisogno dell’aiuto di Helen per vestire e preparare il cadavere. Rimasta sola con la salma, Helen nota un bellissimo anello e non resiste alla tentazione di rubarlo. Sfilandolo dal dito della morta, l’anello cade, Helen si china per raccoglierlo e urta il comodino, si rovescia un bicchier d’acqua e nel contraccolpo un braccio della contessa la colpisce in testa. Sarà l’inizio di una persecuzione sempre più spaventosa che culmina con morte per crepacuore dell’infermeria ma la portinaia che ha scoperto il cadavere di Helen non ha saputo a sua volta resistere al fascino del malefico anello…
L’episodio più riuscito gioca tutto sulla suggestione: come detto prima se non fosse per l’insistenza sull’orrido cadavere della contessa sarebbe veramente un perfetto gioiello sugli effetti del senso di colpa.
Il film è ambientato a inizio novecento e i giochi di luce fluo nel vecchio cadente castello della contessa con le stanze piene di gatti sono eccezionali, del resto sulla maestria di Bava come direttore della fotografia non c’è più nulla da aggiungere.



Blacksabbath


Con il solito spirito di sfuttare al massimo le occasioni, tipico delle produzioni a basso costo, la presenza di Boris Karloff viene sfruttata per la cornice che introduce e chiude i tre episodi. Se l’inizio è piuttosto prevedibile: un discorso sulla paura a cui non mancano i tocchi ironici, il finale è davvero geniale nello svelare i trucchi scenici: Karloff è ancora sul cavallo del secondo episodio ma la macchina da presa arretra per mostrare che si tratta di un cavallo meccanico con il fondale che scorre e la vera sarabanda (infernale?) è quella dei tecnici che corrono con le frasche in mano per simulare gli alberi agitati dal vento.
Il film è uscito con il titolo internazionale inglese di Black Sabbath e sì, il famoso gruppo metal inglese ha preso il nome proprio dal film di Bava che per l’occasione si firmava John Old.

Sangue gitano

Carmen
Germania 1918
con Pola Negri, Harry Liedtke, Leopold von Ledbur, Grete Diercks, Wilhelm Diegelmann, Heinrich Peer, Margarete Kupfer, Sophie Pagay, Max Kronert, Magnus Stifter, Paul Biensfeldt
regia di Ernst Lubitsch



Carmen


In una notte di guardia un soldato racconta ai commilitoni la storia di un uomo che si è dannato pe amore: il giovane hidalgo José Navarro riceve una promozione e diventa sergente a Siviglia. Qui incrocia la sfrontata Carmencita, gitana bizzosa. A seguito di un litigio con un’altra sigaraia, Carmen dev’essere condotta in prigione proprio da Navarro ma la ragazza scappa e il giovane viene degradato e messo in prigione, Carmencita gli organizza la fuga ma il senso dell’onore di José gli impedisce di fuggire. L’ufficiale della guarnigione organizza una festa e chiede che a ballare sia la più brava gitana, in questo modo conosce Carmen che gli legge un futuro nefasto nella mano; infatti un giorno l’ufficiale si reca a casa della donna e la trova con Navarro che lo uccide in duello. L’uomo è costretto a rifugiarsi presso i contrabbandieri amici di Carmencita e a diventare uno di loro, il degrado è totale quando la donna lo lascia perché invaghita del torero Escamillo e a Navarro non resta che uccidere la donna che lo ha rovinato, ma il racconto del soldato si chiude insinuando che Carmen forse non è morta grazie al suo patto col diavolo.



Gypsyblood


Per la prima grande produzione in costume che gli viene affidata, Lubitsch s’ispira alla Carmen di Prosper Mérimée, regalando la gloria alla protagonista Pola Negri che disegna il prototipo della vamp del cinema muto: una donna senza cuore che usa e getta gli uomini a suo piacimento dopo averli sedotti.
Il film è introdotto dalla cornice del racconto tra soldati accampati davanti al fuoco per smorzare i toni di questa Carmencita ai limiti della crudeltà in contrasto con José Navarro, signorotto di buoni sentimenti che nelle prime immagini vediamo assieme alla vecchia madre e alla dolce fidanzata che gli apparirà ancora una volta in prigione per rammentargli il suo onore quando Carmen lo tenta con la fuga.
I costumi e il trucco sottolineano molto bene le parabole dei due amanti, divergenti come le loro classi sociali: scarmigliata figlia di beoni che può fare affidamento solo sua bellezza, Carmen si trasforma lungo la pellicola in una donna più raffinata fino a conquistare il grande torero Escamillo, il nobile hidalgo con una carriera ben avviata nell’esercito, invece finisce per diventare ladro e (pluri)assassino allucinato.
Sangue gitano è un melodramma fosco apparentemente lontano dalle tematiche care al regista tedesco, genio della commedia, è comunque possibile scorgere tracce delle perle future create da Lubitsch, a partire dalla sua nota passione per le porte usate come elemento per dividere lo spazio scenico e sottolineare l’enfasi del momento e infatti vediamo Carmen aprire un catenaccio con i denti pur di fuggire (gesto fisicamente impossibile ma che sottolinea la caparbietà del personaggio) e, nonostante l’uso dell’inquadratura fissa, Sangue Gitano risulta un film molto movimentato, arioso non solo per le diverse scene di massa.
Il capolavoro Die bergkatze del 1921, sempre con Pola Negri protagonista, ripropone l’insolito modello della donna a capo di una banda di briganti e anche alcune scene degli scontri tra i contrabbandieri e l’esercito con i primi che salgono la montagna in controluce, arrivano da Carmen anche se vengono impreziosite da un uso molto originale dei mascherini.
Anche Carmen ha una caratteristica insolita che non mi è mai capitato di vedere e riguarda le didascalie. L’uso era molto più estroso di quel che pensiamo oggi: errori grammaticali per sottolineare le differenti classi sociali, la grandezza dei caratteri per sottolineare l’enfasi del momento, ecc… ma non mi era mai capitato di leggere le note a piè pagina o meglio a piè riga con tanto di asterisco sulla parola da approfondire e sotto il significato dell’espressione o del termine tipico gitano.
Il film uscì negli USA nel 1921 con un grande successo il titolo americano è Gypsy Blood: A Love Tale of Old Spain, più comunemente detto Gypsy Blood.

Idolo infranto

Fallen Idol
GB 1948 London Film
con Ralph Richardson, Michèle Morgan, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Dennis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols, Joan Young, James Hayter, Geoffrey Keen, Bernard Lee, John Ruddock, Dora Bryan, Karel Stepanek, Gerard Heinz, Torin Thatcher, George Woodbridge, Hay Petrie, Ethel Coleridge, Ralph Norman, James Swan, Nora Gordon
regai di Carol Reed



Fallenidol


Philip, figlio di un ambasciatore, trascurato dal padre per gli impegni di lavoro e con la madre malata e ricoverata, riversa tutto il suo affetto sul maggiordomo Baines. Ben diversi sono i sentimenti per la moglie del maggiordomo, severa ed arcigna governante dell’ambasciata. Senza volerlo il ragazzino rivela alla signora Baines la tresca del marito con una giovane dattilografa che lavora nell’ambasciata. La perfida governante finge di allontanarsi per alcuni giorni, sicura di poter cogliere i due amanti sul fatto come avviene, segue un litigio tra i due coniugi e la donna muore cadendo dalle scale: la morte è accidentale ma il ragazzino, credendo che sia stato il marito ad ucciderla fugge a notte fonda, viene trovato dalla polizia e riportato a casa mentre il medico sta verbalizzando la morte della signora Baines come accidentale ma il comportamento del bambino rischia di fare incriminare il maggiordomo….



Thefallenidol


Il film è tratto da un racconto di Graham Greene sceneggiato dallo stesso autore. E’ il primo film dei tre che Reed trae dalle opere dello scrittore inglese, a cui seguono il capolavoro Il Terzo Uomo e Il nostro agente all’Avana.
A colpire maggiormente sono i virtuosismi tecnici della pellicola che vanta più di mille inquadratura per una durata di nemmeno 100 minuti. Virtuosismi che va sottolineato, non sono fine a sé stessi ma hanno anche il merito di creare l’atmosfera carica di tensione di una storia che sarebbe potuta essere anche risibile; invece le grandi panoramiche degli ambienti della villa di rappresentanza sottolineano lo sguardo del bambino. La scelta di un improbabile animale domestico come un serpentello chiamato Napoleone rende da subito la situazione infida in cui si deve muovere Philip, costretto a destreggiarsi tra i segreti degli adulti. L’insistenza sulla presenza dell’animale che il ragazzino si porta anche in giro per la città e l’odio che la signora Baines nutre per l’animale che chiama dispregiativamente il verme, fanno già intuire la pessima sorte che toccherà al povero rettile.
Baines e Julie riescono a distrarre il bambino dal dolore per la morte di Napoleone ma quella che dovrebbe essere una sera spensierata, anzi l’unico momento veramente spensierato della storia, diventa prodomo della disgrazia imminente grazie al gioco di luci dove prevalgono i toni cupi e grazie alle inquadrature sghembe.
I personaggi sono rappresentati ad altezza di sguardo infantile: il simpatico Baines, l’unico a prestare un po’ di attenzione al ragazzino che spesso resta solo in ambasciata, è visto come un eroe e i racconti favolistici di millantate avventure africane, rischieranno di trasformare il casalingo maggiordomo in uxoricida.
La sgradevole signora Baines severa e gelosa del marito appare malefica come una strega agli occhi di Philip, figura a cui si contrappone la dolce Julie, l’amante del maggiordomo.



Idoloinfranto

La visione parziale degli eventi convince il bambino che Baines abbia ucciso la moglie spingendolo alla fuga nella notte londinese, l’incontro con il poliziotto è un altro momento di grande sensibilità che mette in luce la diffidenza infantile nel rifiutare di avvicinarsi al gendarme per seguirlo a debita distanza.
Lo sguardo a misura di bambino sparisce nella risoluzione del caso e Philip è ridotto solo a un ragazzino petulante che non capisce perché il fatto di raccontare la verità che gli è stato tanto raccomandato, diventi improvvisamente una cosa fastidiosa. Resta la delusione di scoprire che Baines non ha il passato avventuroso che ha millantato ma forse il ritorno della madre dopo tanto tempo potrà riportare il bambino alla sua giusta dimensione infantile.

I Vampiri di Praga

Mark of the Vampire
USA 1935 MGM
con Lionel Barrymore, Elizabeth Allan, Bela Lugosi, Lionel Atwill, Jean Hersholt, Henry Wadsworth, Donald Meek, Jessie Ralph, Ivan F. Simpson, Franklyn Ardell, Leila Bennett, June Gittelson, Carroll Borland, Holmes Herbert, Michael Visaroff
regia di Tod Browning



Markofthevampire


Nonostante lo scetticismo della polizia, la morte improvvisa di Sir Karell Borotyn sembra proprio causata dai vampiri. Quando le malefiche creature iniziano ad accanirsi anche su Irena, la figlia di Borotyn, viene chiamato il professor Zelen, esperto in arti magiche che utilizza tutti i metodi per sconfiggere i vampiri ma scopre anche il vero assassino…



Markofthevampire


E’ difficile dare un parere su I Vampiri di Praga, il film è il remake sonoro di London After Midnight del 1927 con Lon Chaney, film considerato irrimediabilmente perduto. Come non bastasse la versione sonora del film è stata censurata e sforbiciata di circa una ventina di minuti quindi è veramente difficile comprendere gli intenti del regista.
La questione ovviamente gira tutta attorno al colpo di scena finale dove si annulla totalmente l’elemento sovrannaturale in favore di una spiegazione razionale annullando il coté horror della pellicola per trasformarla in un giallo: la mistery comedy era un genere molto in voga alla fine degli anni ’20 ma come interpretare questo film diretto dal regista che ha firmato Dracula, dando vita alla grande stagione dei mostri horror? E’ un ritorno al passato o un superamento definitivo del genere? Difficilmente si potrà avere una risposta.



Ivampiridipraga


Personalmente ho trovato molto divertente il plot twist finale e mi ha permesso di apprezzare a posteriori alcune caratteristiche del film che avevo trovato un po’ pesanti: il conte Mora (Bela Lugosi) e la figlia Luna appaiono sullo stesso scalone del set originale di Dracula che scendono tra un eccessiva attenzione registica per tutti gli animali simbolici legati ai vampiri: blatte, ragni, ratti e pipistrelli. Un profluvio davvero esagerato che però trova un senso se si pensa che è una mistificazione teatrale come poi ci rivelerà la sceneggiatura; anche dal punto di vista autoriale è come se Browning ci volesse avvisare, con questa insistenza, che stiamo vedendo qualcosa di diverso da Dracula.
Nonostante lo scetticismo della polizia, la morte improvvisa di Sir Karell Borotyn sembra proprio causata dai vampiri. Quando le malefiche creature iniziano ad accanirsi anche su Irena, la figlia di Borotyn, viene chiamato il professor Zelen, esperto in arti magiche che utilizza tutti i metodi per sconfiggere i vampiri ma scopre anche il vero assassino…



Markofthevampire


Bela Lugosi non parla mai durante il film, ha solo la battuta finale ironica e profetica al tempo stesso in cui il teatrante che interpreta decide che d’ora innanzi interpreterà solo vampiri. A mordere le vittime è più Luna, l’iconica figlia vampiro, va detto che gli attacchi vampireschi sono molto pochi e poco mostrati nel film, altro elemento che dovrebbe far capire allo spettatore che quello a cui sta assistendo è qualcosa di diverso dall’horror. Il legame tra i vampiri e le loro vittime è affidato più a un potere ipnotico sottolineato da una notevole colonna sonora.
Il legame tra i due vampiri dovrebbe essere la causa della censura del film: Lugosi ostenta una visibilissima chiazza di sangue sulla tempia di cui non è data nessuna spiegazione, pare che la parte censurata alluda proprio alla trasformazione del conte Mora in vampiro, maledetto per essersi suicidato con un colpo di pistola alla tempia dopo aver strangolato la figlia che lo segue nella maledizione a causa del loro legame incestuoso.


I vampiri diPraga


Anche la figura del professor Zelen si discosta da quella classica di Van Helsing, l’esperto in questione interpretato da Lionel Barrymore, parla molto e discetta su leggende e rimedi contro i vampiri ma l’intento è quello di distrarre il vero colpevole per ipnotizzarlo e farlo confessare.
Penso che Tod Browning avesse ben compreso l’impatto mediatico di Dracula e quattro anni dopo fosse già in grado di giocare con gli stereotipi del personaggio e del genere horror allora in auge, non dimentichiamo la scena iniziale della zingara nel cimitero: le lunghe vesti della donna restano impigliate nella mano scheletrica fuoriuscita da una bara sfondata. Molto probabilmente il pubblico non era ancora pronto, di certo la meno accorta, come sempre, resta la casa di produzione con la sua censura.

Il cattivo poeta

Italia 2020
con Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Clotilde Courau, Elena Bucci, Lidiya Liberman, Janina Rudenska, Lino Musella
regia di Gianluca Jodice



Ilcattivo poeta


1936 il giovane federale di Brescia, Giovanni Comini viene incaricato da Starace in persona di controllare Gabriele D’annunzio. Il vecchio Vate, ormai recluso nel Vittoriale tra seguaci e spie, è sempre più distante dalla politica mussoliniana, soprattutto per quanto riguarda l’avvicinamento a Hitler. La vicinanza con il poeta e alcune vicissitudini personali porteranno il “federalino” a guardare con occhi critici al fascismo.



Ilcattivo poeta


Lopera prima di Gianluca Jodice è interessante perché sfugge ad alcuni clichè il primo è quello del giovane ingenuo affascinato da un adulto di grande personalità un po’ alla Profumo di donna per intenderci. Il rapporto con D’annunzio segnerà sì il giovane Comini, personaggio realmente esistito ricoprente la carica politica del film, che finirà espulso dal partito fascista per aver solo riportato l’esistenza di posizioni contrarie alla guerra.



Ilcattivopoeta


Anche le parole pronunciate nel film dal vate sono tutte originale, estrapolate da scritti o discorsi di D’Annunzio.
Invece di mettere in scena la fascinazione di un grande personaggio su un giovane ed entusiasta politico, il regista ci racconta due percorsi paralleli ma opposti: un poeta ormai stanco, vittima di ossessioni e paranoie dovuto all’uso di stupefacenti ma ancora in grado di leggere con chiarezza il destino dell’Italia se si lega al Fuhrer, definito “piccolo nibelungo che gesticola come Charlot”, di contro un giovane brillante, che però non sembra accorgersi degli orrori del fascismo fino a che non li tocca con mano: i genitori disposti a denunciare un caro amico per aver detto alcune frasi contro Mussolini forse da ubriaco, il suicidio della donna amata, sorella di un antifascista torturato e incarcerato dalle camice nere. Che Comini sia alle prese con situazioni più grandi di lui, che non sa gestire, lo testimonia la sua fuga dal luogo del suicidio di Lina.



Il cattivopoeta


Ancora una volta bisogna elogiare la prova di Castellitto nei panni del poeta, l’attore è in grado di renderne tutte le fragilità, le idiosincrasie a cui fanno da contraltare gli sprazzi di grande lucidità non solo sulla situazione politica dell’Italia ma anche sulla propria condizione di personaggio scomodo, esiliato nel Vittoriale, ma ancora in grado di giocare con la propria fama di grande erotomane (raccontagli quella del pavone, dice a Comini tra orgoglio e ironia).



Il cattivo poeta


Se il regista non insiste nel mostrare le storture fasciste ma lascia che il protagonista e lo spettatore ne prendano lentamente coscienza, l’autore non si fa problemi a raccontare e a mostrare la morte di D’Annunzio come un omicidio di stato, l’ennesima eliminazione di una voce scomoda per il potere.
La prigione dorata, il Vittoriale, è protagonista del film assieme al suo recluso: la dimora del Vate è stato lo scenario di molte riprese, soprattutto gli esterni con la nave Puglia interrata. La fotografia, di Daniele Ciprì, esalta la bellezza naturale del Garda mentre il mondo esterno, i grandi palazzi del potere come le umili case dei cittadini hanno un tono cupo che ben sottolinea l’atmosfera drammatica della nazione sull’orlo dell’abisso della guerra.

Il Giovedì

Italia, 1964
con Walter Chiari, Michèle Mercier, Roberto Ciccolini, Umberto D’Orsi, Alice Kessler, Ellen Kessler, Silvio Bagolini, Emma Baron, Olimpia Cavalli, Consalvo Dell’Arti, Margherita Horowitz, Gloria Parri, Else Sandom, Sara Simoni, Milena Vukotic, Carol Walker, Siliana Meccale’, Ezio Risi, Salvo Libassi, Edy Biagetti
regia di Dino Risi



Il giovedi'


Dino Versini, quarantenne sfaccendato che vive a carico della compagna Elsa, deve rivedere dopo anni il figlio Roberto, avuto dalla moglie da cui ha ottenuto l’annullamento del matrimonio. Dino usa il suo solito stile fatto di fregnacce per apparire un uomo di successo per farsi bello con il figlioletto ma Robertino, cresciuto in collegio e tra i mille trasferimenti della madre in carriera, intuisce subito il carattere farlocco del genitore. Nonostante questo la giornata trascorsa insieme riesce a riavvicinare padre e figlio.



Il giovedì


Il giovedì non ebbe grande successo all’uscita e fu stroncato anche dalle critiche ma per il regista il film era il più amato tra “i piccolini” cioè le opere minori (cfr. L’avventurosa storia del cinema italiano 1960-69 di Faldini e Fofi) e innegabilmente l’opera ha il merito di regalare la prova cinematografica più riuscita di Walter Chiari.
La struttura del film riprende la struttura narrativa de Il Sorpasso, un viaggio in auto con tappe simili, il mare, la visita ai parenti e addirittura certe inquadrature dei due protagonisti in macchina sono sovrapponibili.



Il giovedì


Già dall’auto, però, si capiscono le differenze dei due film che stanno nell’ulteriore presa di coscienza degli aspetti deleteri del boom economico: ne Il Sorpasso c’è una rombante Lancia Aurelia di proprietà, Dino Versini affitta una vecchia auto americana, che beve come una spugna e che tutti, tranne lui, riconoscono come un vecchio catorcio: se Bruno Cortona rappresenta l’arroganza di chi ha cavalcato il boom, Dino Versini è il simbolo della maggioranza, dei millantatori sempre in cerca della grande occasione per arricchirsi facilmente invece di accontentarsi di un misero stipendio come vorrebbe Elsa, la nuova compagna ormai stufa di mantenerlo e decisa a crearsi una famiglia solida.
Dino rivede il figlio dopo cinque anni in cui la ex moglie se l’è portato in giro per il mondo per esigenze di lavoro. Ovviamente appena arrivato in albergo -in ritardo- l’uomo scambia un altro bambino per il figlioletto di cui non ricorda neppure la data di nascita.
Per impressionare Roberto il padre gli compra un regalo costoso, un Meccano che è già passato di moda, lo porta alle giostre ma quelle che divertono il padre (il cavallo a dondolo) annoiano il figlio e viceversa: sull’ottovolante Dino è terrorizzato mentre il figlio si diverte come un pazzo.
Padre e figlio sono diversissimi: estroverso e fanfarone il primo, riflessivo e introverso il figlio ma entrambi hanno un debole per le donne e Robertino segue ammirato ogni ragazzina che incontra con lo stesso sguardo che il padre riserva a ogni bella donna che incrocia.
Paradossalmente il legame padre – figlio inizia a funzionare più le bugie di Dino vengono scoperte perché il padre si lascia più andare e diventa più spontaneo nei confronti del bambino, il momento perfetto è il gioco sulla riva del fiume dove finalmente i soldi e lo status non sono più importanti ma basta rincorrere una lucertola per essere felici. Momento rovinato dalla confessione del padre di aver letto il diario segreto del figlio quando gli ha tenuto la giacca, fortunatamente torna il sereno nella visita a casa della nonna paterna dove l’incorreggibile Dino entra promettendo l’acquisto di tutti gli elettrodomestici ed esce con i denari datigli dalla madre.



Ilgiovedì


L’ultima tappa presso l’imprenditore che dovrebbe dare a Dino una percentuale sui soldi delle tasse che un amico di Dino gli avrebbe fatto risparmiare è la più disastrosa perché l’uomo viene insultato pesantemente davanti al figlio.
Se la figura del padre sfaccendato è il perno del film, in filigrana emerge anche la malinconica esistenza di Robertino, cresciuto senza amici perché la madre si sposta sempre, con propositi omicidi per il direttore del collegio. Cresciuto da una severa fraulein tedesca, il bambino è ben presto affascinato dalla vitalità sborona dal padre che ha il pregio di raccontarsi senza vergogna ogni volta che le sue balle vengono scoperte.
La giornata trascorsa con il figlio ha certamente il merito di far crescere Dino che dopo esser stato lasciato dalla compagna per non aver accettato il lavoro d’ufficio, scende a più miti consigli e accetta di sedersi dietro una scrivania accantonando, forse, il suoi velleitari progetti di ricchezza.
La dolcezza con cui Robertino saluta svariate volte il padre è ancora una volta segno della maturità del bambino che sa che quell’incontro resterà molto probabilmente, un unicum irripetibile.

Ballerine

Italia, 1936
con Silvana Jachino, Maria Denis, Antonio Centa, Olivia Fried, Laura Nucci, Giorgio Bianchi, Livio Pavanelli, Carlo Fontana, Fausto Guerzoni, Nicola Maldacea, Gemma Bolognesi, Nino Marchetti, Gino Viotti, Oreste Bilancia
regia di Gustav Machatý

La vita di un gruppo di ballerine della Scala: il vecchio direttore vorrebbe licenziare la prima ballerina per i suoi capricci e sostituirla con la sua protetta, Fanny. Durante l’ennesimo litigio il direttore muore. Il giornalista con cui aveva una tresca la prima ballerina si avvicina a Fanny e tra i due scoppia l’amore. Una ballerina di fila, Gina preferisce darsi ai cafe chantant e diventa la mantenuta di un ricco industriale e grazie a lui fa in modo che la carriera di Fanny abbia successo facendole incontrare la signora Alexa, grande ballerina ora produttrice di spettacoli. Mario, il fidanzato giornalista pretende che con il matrimonio Fanny lasci la carriera. La ragazza sarebbe anche pronta al sacrificio ma per ripicca non cede e i due si lasciano. Intanto il ricco industriale lascia la città per motivi di lavoro, la partenza è improvvisa e la lettera che avvertiva Gina va perduta, la donna è cacciata dal grande albergo e divide l’appartamento con Fanny non perdendo l’abitudine di trovarsi ricchi amanti, Fanny costretta a stare fuori casa per lasciar spazio all’amica, ripensa con rimpianto alla sua scelta sentimentale.

Tentativo malriuscito di dare lustro internazionale alla cinematografia di regime: molti furono i registi internazionali che negli anni’30 furono accolti dal cinema italiano questa volta tocca al ceco Gustav Machatý, l’autore dello scandaloso Estasi celebre per il nudo integrale di Hedy Kiesler, la futura Hedy Lamarr.
Il tema di Ballerine è in fondo ancora attuale (purtroppo) il dilemma di una donna divisa tra la carriera e l’amore, il finale aperto con Fanny che viene colta dalla malinconia per l’amato in una solitaria sera di pioggia riascoltando la canzone del loro amore è anche passabile a il resto del film è infarcito di luoghi comuni: la diva capricciosa che dopo la morte del vecchio direttore rende la vita impossibile a Fanny costretta a cercar fortuna al di fuori della Scala. Fanny è una giovinetta pura e di buon cuore, scrupolosa allieva del maestro che la considera una figlia, nelle pause va nei sotterranei del teatro per nutrire una gatta coi cuccioli. Ovviamente il giornalista Mario non può che innamorarsi di lei quando si reca al teatro per scrivere della morte del direttore, un amore serio non un’avventura come con la Sandri, ragion per cui si crede in diritto di chiedere alla futura moglie di lasciare la promettente carriera, solo uno stupido bisticcio da innamorati impedirà che Fanny si sacrifichi per l’amore coniugale.
In concorso alla 4ª Mostra del Cinema di Venezia, Ballerine fu giudicato melenso già dalla critica del tempo, l’unico motivo d’interesse per vederlo oggi è cercare di capire lo spirito d’internazionalizzazione del cinema italiano d’epoca. Il modello era sicuramente il cinema pre code americano: le ballerine sono mostrate spesso in pagliaccetto anche se c’è troppo punto smock sulle scollature per competere con la lingerie d’oltre oceano. Il personaggio di Gina è ricalcato sulla Jean Harlow di Pranzo alle otto perennemente a letto con vestaglie dai grandi colli di pelliccia ma nell’autarchica Italia degli anni ’30 la pigrizia non paga e il messaggio di arrivismo con allegata disponibilità finanziaria va perso e la povera Gina è costretta ad abbassare il suo tenore di vita e perdersi con amanti di ben più basso profilo.
Con lo strabismo internazionale che ci contraddistingue (all’epoca anche per chiari motivi politici) si cerca digitare non solo l’America a anche la Germania ed ecco che i costui dello spettacolo allestito da Alexa (una sosia di Marlene Dietrich per altro) richiama lo stile geometrico del Bauhaus.
Lo stile di Machaty si bilancia tra virtuosismi tecnici e i primi piani delle tante dive presenti nel cast.

L’uomo scimmia

The Ape Man
USA 1943
con Bela Lugosi, Louise Currie, Wallace Ford, Henry Hall, Minerva Urecal, Emil Van Horn, J. Farrell MacDonald, Wheeler Oakman, Ralph Littlefield
regia di William Beaudine



TheApeMan


Il dottor James Brewster è scomparso: questa la notizia che attende la sorella Agatha, studiosa del paranormale di ritorno da un viaggio in Europa alla ricerca di castelli infestati. Il dottor Randall, collaboratore di Brewster, confida ad Agatha che il fratello, avendo voluto provare su di sé un ritrovato da lui scoperto, si trova in uno stato ibrido tra uomo e scimmia e si è rifugiato nel suo laboratorio segreto nella speranza di trovare un antidoto. Secondo Brewster solo l’iniezione di midollo umano può salvarlo dal suo stato ma Randall si rifiuta di aiutarlo perché per procurarsi il midollo, i cui effetti non sono certi, dovrebbe uccidere il donatore. James Brewster, con l’aiuto del fedele gorilla, si mette ad uccidere per ottenere l’antidoto che lo riporta allo stato umano per brevissimo tempo…



L'uomoscimmia


Ennesima figura di mad doctor che sperimenta in prima persona i propri intrugli: questa volta non ci si prende neppure la briga di spiegare che genere di ricerca Brewster stia compiendo, a conferma che siamo di fronte a un mediocre b movie girato in una quindicina di giorni.
Tutto scorre su binari assai rodati e la noia è in agguato anche se mi è sembrato di intravedere una latente propaganda bellica contro il nazismo quando Randall cerca di spiegare al collega che non può sacrificare delle vite umane senza neppure sapere se l’esito sarà efficace e la risposta di Brewster verte solo sull’importanza della sua vita, indifferente al sacrificio altrui.
Qualche vago richiamo a I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe quando nella mano della prima vittima, il maggiordomo di Randall, vengono ritrovati dei ciuffi di pelo scimmiesco.



L'uomo scimmia


Il trucco di Bela Lugosi è un po’ risibile ma è chiaramente spunto per il trucco de Il pianeta delle scimmie del 1968.
Altro classico tirato in ballo è il topos della bella e la bestia: quando Brewster vuole uccidere la bella fotografa per procurarsi il midollo, lo scimmione complice si ribella e uccide lo scienzato.
Di particolare c’è la cornice del film: uno strano personaggio che in alcuni momenti fa da raccordo tra i punti della storia, sbircia nello scantinato laboratorio di villa Brewster e alla fine rivela di essere l’inventore della storia: un elemento quasi surreale, certamente atipico nel genere horror, anche quando è mischiato ai toni comici.